Tappi Ribelli – incontro dell’1/12/2016

di Marco De Tomasi

Da più di un anno (quasi due) partecipo ad un sodalizio di amici che con regolarità (più o meno) mensile si incontrano per assaporare l’oggetto della comune passione.

I Tappi Ribelli si danno appuntamento decidendo di volta in volta un tema.

Ognuno propone una o più bottiglie, senza svelarne prima denominazione (a meno che non sia chiara dal tema), etichetta ed annata.

Le bottiglie vengono presentate rigorosamente coperte, commentate e solo alla fine ne viene svelata la veste.

Inutile dire che sorprese e (rare) delusioni si ripetono ad ogni incontro, ed è una esperienza estremamente formativa e che continua a rimettere in discussione i punti fermi che ogni buon appassionato di vino si impone.

E poi le serate sono estremamente divertenti, perché, va detto, che la compagnia è ormai affiatata e formata da persone curiose, competenti, prive di preclusioni ideologiche,  dal palato evoluto e dotate di ironia ed intelligenza.

Così ho deciso, se ci riesco, di condividere le mie impressioni di degustazione, basate non tanto sulle valutazioni puramente tecniche (che spesso non legge nessuno), quanto sull’aspetto emozionale.

Per l’incontro del primo dicembre, il tema che ci eravamo dati era “cannoni” (e qui capite anche la sana vena goliardica che regola i Tappi Ribelli).

Questa la classifica personale della degustazione: premesso che abbiamo bevuto dei grandissimi vini, nessuno escluso, e che sto’ cercando il pelo nell’uovo, il risultato è questo.

Harlequin 2003 – Zymé: il re è nudo. Di fronte alla finezza e all’eleganza degli altri, questa bottiglia “monster” svela tutti i limiti del concetto di appassimento. Potenza, complessità , tanta sostanza e tanta dolcezza … ma è uno che non sa cosa sia il dress-code. Spaesato, partecipa alla festa standosene in disparte come un Nanni Moretti qualunque, nella speranza che qualcuno lo noti. Invano.

harlequin

Barolo Brunate – Le Coste 2005 – Rinaldi: naso denso, una esplosione di infusi balsamici, spezie. fiori e frutta, c’è tutto. E in bocca è potenza e nerbo. Per un po’ … poi all’olfatto si raffina, ma la bocca cerca quello che non trova più. Bottiglia sfigata o in fase interlocutoria o mito che crolla ? Voglio, fortissimamente voglio, che sia la prima ipotesi.

barolorinaldi

Pommard 1er Cru Cuvée Dames de la Charité Hospices de Beaune 2010 – Seguin Manuel: dicono che i Borgogna si bevono col naso. E il pinot nero è tutto lì, con quella sua deliziosa e quasi intangibile presenza. E anche la Côte de Beaune è lì, dentro un vino rarefatto, a quasi esile e che solo a tratti apre su note calde e più profonde. Paradigmatico, esemplificativo … e buono.

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Châteneuf-du-Pape 2008 – Domaine de la Solitude: note tostate al naso fin troppo dolci, che fortunatamente se ne vanno dopo un po’, come se il vino volesse levarsi il soprabito, e sotto è vestito con classe e fascino, roccioso e animale ad un tempo. Appagante. E poi, beccare la denominazione alla cieca, ti fortifica l’autostima.

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Pauillac 1988 – Chateau Lafite-Rothschild: 28 anni, ed è come se il cabernet fosse stato vendemmmiato ieri, con tutte le sue spezie e il suo tipico frutto integro e una invidiabile vitalità. E nel bicchiere cresce e continua a crescere e non ti stanca mai. Un maratoneta inarrestabile, dal passo elegante ed aggraziato. Un mito che si conferma e si rinnova.

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Brunello di Montalcino Ugolaia 1994 – Lisini: sorpresona ! nessuno che l’abbia riconosciuto mentre lui giocava a fare il bordeaux. Eppure il brunello era tutto lì: ce la potevamo fare. La sua ferrosità, la sua spina acida dritta e tesa. E poi che intensità, che eleganza, che buono !

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Vitovska Solo MM11 (2011) – Vodopivec: BOOM ! prendi tutto un prato fiorito e mettilo in un bicchiere. E mettici anche gli infusi e le spezie più esotiche e una abbondante dose di cedro candito. Continui a portarlo dal naso alla bocca, e continui ogni volta a scoprire cose nuove. Infinito. Sta al secondo posto solo perché è un bianco, e io sono un rossista.

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Barolo Cannubi 2008 – Damilano: ecco … dove me lo ero perso questo ? Perché non ho mai assaggiato nulla di questa cantina ? Nebbiolo da Barolo come lo cerchi e come lo vuoi, nessuna sbavatura, nobiltà piemontese da dagherrotipo sabaudo, in tutta la sua eterea, composta, austerità.

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Hanno chiuso la serata due “fuori concorso”: Barolo 1988 – Borgogno e Barolo Marcenasco 1976 – Renato Ratti.

P.S.: per chi pensasse che la mia classifica sia viziata dal fatto di aver premiato le bottiglie che ho portato, preciso che queste sono l’Harlequin e il Lafite.

GUSTUS 2016 – Il report da Palazzo Valmarana

di Marco De Tomasi

Gustus, rassegna dei vini e dei prodotti dei Colli Berici promossa dalla Strada dei Vini dei Colli Berici, rappresenta un’occasione per buttare un’occhiata sul panorama produttivo della denominazione.

gustus

Occhiata che rimane parziale in quanto molte aziende che operano nell’area non sono presenti per tutta una serie di motivi.

A complicare la possibilità di avere un quadro completo, c’è il fatto che sui Berici si produce di tutto e di più, anche se negli ultimi anni sembra che finalmente l’attenzione si vada a concentrare su alcuni vitigni che possono rappresentare al meglio quest’area dal potenziale ancora ampiamente inespresso.

E allora Tocai rosso, l’autoctono (si fa per dire: in realtà è una varietà di grenache, anche se probabilmente presente da secoli) ma anche Cabernet Sauvignon e Merlot, perché i tagli bordolesi hanno dimostrato di poter dare ottimi risultati, specie sul versate dei colli che guarda verso Verona.

Pare invece che non tutti siano concordi sul fatto che il carmenére possa essere un vitigno su cui puntare, cosa che invece io vado affermando da qualche tempo.

La stabilità del coro degli attori che operano sui Berici è un’altra questione aperta: alcune nuove realtà che in passato mi erano sembrate decisamente promettenti, a causa di eventi nefasti ed improvvisi o per altri tipi di problematiche, non esistono più e sono passate come delle autentiche meteore.

Una cosa curiosa è che molte aziende consolidate e non, producono vino sui Berici, ma non hanno la loro base sui colli, facendo gravitare la loro produzione anche su altre denonimazioni (vedi ad esempio Inama, Cavazza o Dal Maso tra i nomi storici o Tessari tra le nuove realtà).

La mia partecipazione alla rassegna si è aperta con una degustazione tematica alla presenza dei produttori e avente come tema l’espressione del merlot sui Colli Berici.

Cinque etichette dell’annata 2013 e tre vini con qualche anno sulle spalle.

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Degustazione aperta con il Vicenza Merlot 2013 Torre dei Vescovi (Colli Vicentini) che ha pagato una iniziale riduzione che ci ha messo un po’ a svanire. Nel complesso un prodotto più che dignitoso e sufficientemente caratterizzato, non pensato sicuramente per durare nel tempo e godibile da giovane. Da bere ora.

Colli Berici Merlot Cicogna 2013 Cavazza: decisamente più ampio ed articolato, il vino sicuramente più pronto della degustazione e senza dubbio rappresentativo delle potenzialità del versante sud-ovest dei colli. Anche se questa sua capacità di esprimersi pienamente può preludere ad una sua precoce decadenza (e il successivo assaggio dell’annata 2003 sembra confermare questa mia idea). Ora e per i prossimi 4 anni. Oltre si rischia di perderlo.

Colli Berici Merlot Campo del Lago 2013 Inama: se il campione di Cavazza era il più pronto, all’altro capo troviamo la rediviva etichetta Campo del Lago un tempo Villa Dal Ferro (azienda storica oggi non più attiva) e riproposta da Inama, che ne ha rilevato i vigneti. Ad una attenta lettura il vino possiede comunque ricchezza, carattere e complessità e soprattutto manca di quelle “derive veronesi” che a volte rimprovero a questa azienda (per quanto produca vini di assoluta eccellenza). Da attendere, dal 2018 al 2023 e forse oltre. Una scommessa la farei.

Colli Berici Merlot Fra i Broli 2013 Piovene-Porto Godi:  non siamo proprio fratelli con il Campo del Lago, ma cugini di primo grado sicuramente sì ! Più pronto e godibile ma ugualmente complesso e ben caratterizzato. L’assaggio dell’annata 2003, perfettamente integra, anche se probabilmente all’apice della sua curva evolutiva, conferma le grandi potenzialità di questa etichetta: in particolare mi dà da pensare il fatto che la torrida annata del 2003 non sembrava destinata a produrre vini che potessero durare nel tempo. Mi chiedo come si comportino vecchie annate con andamento climatico più favorevole. Anche per questo vino aspetterei un po’: dall’anno prossimo e fino al 2023, senza grossi patemi.

Colli Berici Merlot  Casara Roveri 2013 Dal Maso: siamo in una espressione intermedia tra il Cicogna e il Fra i Broli, con una maggiore vicinanza al primo (sia stilistica che geografica, per posizione dei vigneti). Tra quelli degustati è forse il vino dove l’espressione varietale prevale, se pur di poco, su quella territoriale. Questo si traduce in un lieve deficit om termini di dinamica, soprattutto al gusto. Intendiamoci, è un buon vino, ma mi piacerebbe riuscisse ad esaltare maggiormente il carattere territoriale, che è comunque presente e riconoscibile, rispetto all’espressione varietale. Stesso discorso per l’annata 2007 che è esattamente come te l’aspetti: manca in definitiva uno slancio emozionale (almeno dal mio punto di vista). Da bere ora e fino al 2020.

Al banco di assaggio non ci sono sorprese sul fronte del vitigno simbolo dei Berici: sempre ben definiti nella loro tradizionale tipicità i Tai Rosso di PegoraroFattoria Le Vegre e Piovene Porto Godi, a cui si aggiunge il Lupo Rosso 2013 di Tenuta Maraveja: Gildo Gennari propone un Tai Rosso maturo e concentrato, un vino versatile e da cercare direttamente in cantina, data la quantità quasi “omeopatica” con la quale viene prodotto.

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Tra i bianchi mi ha particolarmente colpito il Tai 2015 (tocai italico) di Pegoraro, dalla bella espressione speziata.

Sul fronte delle nuove realtà segnalo con piacere Gianni Tessari con il Due 2014, da uve merlot e cabernet franc, davvero sorprendente per equilibrio e piacevolezza, e il Dimezzo di PuntoZero, blend di uve cabernet sauvignon, cabernet franc e merlot. Anche qui grande equilibrio e maestria nella composizione (l’azienda si avvale della consulenza enologica di Celestino Gaspari, per dire).

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E finalmente trovo al banco di assaggio Del Rèbene, azienda nota finora soprattutto per l’eccellente produzione di olio di oliva dei Berici, di cui da qualche anno ho il privilegio di assaggiare i campioni e che ora è pronta ad uscire sul mercato con due etichette “base”: Carmenère 2015 e Cabernet Sauvignon 2013. Ritengo che Francesco Castegnaro sia tra gli interpreti più sensibili e promettenti del terroir Berico. Se il Carmènere fa dell’immediatezza e della bevibilità la sua carta vincente, il Cabernet Sauvignon andrebbe indicato ad esempio di come complessità non va necessariamente a braccetto con l’ostentazione di muscoli. Non è solo buono, ma rappresenta un perfetto campione di cosa si può fare con i vitigni bordolesi in questo territorio. A questo punto attendiamo con trepidazione l’uscita del vino di punta dell’azienda, il Rosso del Rèbene (Carmènere con un saldo di Cabernet), per il quale dovremo aspettare ancora un paio d’anni, almeno.

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VIeNI IN VILLA 2016 – 8 maggio – Le foto

di Marco De Tomasi

Ecco qualche scatto della nona edizione di VIeNI IN VILLA.

Purtroppo la batteria del telefono mi ha abbandonato a metà pomeriggio e non sono riuscito a ritrarre tutti i bellissimi momenti della giornata.

I consueti ringraziamenti ai vignaioli e agli artigiani che hanno animato la nostra festa e un pensiero particolare al portentoso e insostituibile staff della ProIsola.

Un grazie anche al pubblico, sempre più numeroso ed interessato.

Arrivederci al 2017 per l’edizione del decennale !

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Rudi Vindimian e Marco Zanoni (Maso Furli)

Rudi Vindimian e Marco Zanoni (Maso Furli)

Giuliano Micheletti

Giuliano Micheletti

Marco Buvoli (L'Opificio del Pinot Nero)

Marco Buvoli (L’Opificio del Pinot Nero)

Giovanni Bressanin (Monteversa)

Giovanni Bressanin (Monteversa)

Riccardo Vendrame (La Guardiola e Kmetja Hedele)

Riccardo Vendrame (La Guardiola e Kmetja Hedele)

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Gildo Gennari (Tenuta Maraveja)

Gildo Gennari (Tenuta Maraveja)

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Cristiana e Riccardo (Cristiana Meggiolaro)

Cristiana e Riccardo (Cristiana Meggiolaro)

Alessandro Filippi (Cooperativa Vino Nuovo)

Alessandro Filippi (Cooperativa Vino Nuovo)

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Daniele Lenuzza (Vigna Lenuzza)

Daniele Lenuzza (Vigna Lenuzza)

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Andrea Picchioni

Andrea Picchioni

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Alessio Bigagnoli

Alessio Bigagnoli

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VIeNI IN VILLA 2016 – 8 maggio

LogoViVNeroVIGNE, UOMINI, CANTINE

VIeNI IN VILLA è la rassegna che organizziamo per darvi l’occasione di conoscere le persone e degustare i vini che vi abbiamo raccontato su queste pagine.

La nona edizione di VIeNI IN VILLA è in programma Domenica 8 maggio 2016 a Isola Vicentina (VI),  dalle 10.00 alle 20.00, nel parco di villa Cerchiari in via Cerchiari, 22.

Le qualità uniche offerte da diverse aree viticole saranno proposte in degustazione attraverso il racconto degli stessi produttori, che hanno scelto di fare emergere le diversità di un territorio, ora seguendo strade abbandonate da tempo, ora percorrendo nuovi sentieri dettati dalla propria sensibilità. L’obiettivo è quello di recuperare il senso più autentico del legame tra vino e territorio. Un legame profondo che nasce dal rispetto per la terra e si alimenta della passione di chi la coltiva traducendosi in prodotti unici, espressioni autentiche delle potenzialità di un territorio e del carattere del vignaiolo.

Si ringrazia l’Associazione ProIsola, la cui volontà e organizzazione rende possibile la realizzazione di questo evento.

La manifestazione si completerà con la fruizione di proposte gastronomiche elaborate in una creativa “fucina dei sapori”.

Elenco definitivo dei vignaioli presenti all’edizione 2016:

OSPITI SPECIALI:

(associazione di garagisti dedita al recupero di vecchi vigneti e vecchie varietà)

GLI ARTIGIANI DEL GUSTO:

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Elenco dei vini in degustazione, da scaricare e stampare (formato .pdf):

Ingresso: Euro 15,00 (con bicchiere da degustazione e una proposta gastronomica inclusa)

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MENU’ 2016:

Dalle ore 12:00

  • Gnocchi di Polenta con Funghi e Fonduta Valdostana
  • Gnocchi di Polenta con Ragù di Carni Scelte
  • Gargati al Consiero con Asparagi di Isola
  • Pasticcio Soave di Verdure e Formaggi
  • Spezzatino Nobile di Monte e Campo del Carmelo con Crema di Polenta
  • Rollè di Lonza alla Maniera delle Valli Vicentine e Polenta Onta
  • Polenta Onta e Formaggio 
  • Umido di Mare Nostrum su Letto di Polenta Bianca
  • Fantasia di Formaggi e Polenta Onta
  • Dolci della Festa e della Tradizione

alle ore 17:30

  • Paella Reale di Pescato e Verdure Fini

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Seguite l’evento sul nostro gruppo Facebook

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COME ARRIVARE:

Dall’autostrada A4: uscita Vicenza Ovest – seguire le indicazioni per Schio fino a Isola Vicentina, 15 Km. in direzione Nord.

Dalla Valsugana, da Bassano del Grappa seguire le indicazioni per Thiene, poi Villaverla, quindi Isola Vicentina.

Dove siamo: (VISUALIZZA MAPPA)

DOVE PARCHEGGIARE:

ParcheggiVIV

Foto dell’edizione 2010

Foto dell’edizione 2011

Foto dell’edizione 2012

Foto dell’edizione 2013

Foto dell’edizione 2015

VillaCerchiariAperta

Cascina Gnocco – Mornico Losana (PV)

di Marco De Tomasi

Non credo molto nella “decrescita felice”.

Nel caso di Cascina Gnocco,  credo però di essermi imbattuto in un caso di “decrescita intelligente”,

In Oltrepò in cataloghi aziendali sono spesso imbarazzanti per ampiezza e ricchezza di proposta.

Il disciplinare permette di produrre di tutto e di più, dal metodo classico al passito, rossi importanti, bianchi frizzanti, declinati in tutte le possibili varianti del tenore zuccherino.

Va detto che l’area è una delle più ricche d’Italia dal punto di vista ampelografico: basti pensare che un censimento delle varietà coltivate in Oltrepò del 1884 arrivava ad annoverare ben 225 diversi tipi di uva. A fianco dei vitigni internazionali più richiesti, troviamo ancora oggi un patrimonio di vitigni autoctoni, per lo più a bacca rossa, di tutto riguardo.

E non sono poche le aziende che decidono di proporre la più ampia gamma possibile, di fronte a tanta ricchezza.

A volte ottenendo etichette eccellenti, in molti altri casi vini che vanno dal passabile al dimenticabile.

Perché non tutte le zone sono vocate per tutti i vitigni e per tutte le tipologie.

Cascina Gnocco era la classica azienda dell’Oltrepò che all’affacciarsi  del nuovo millennio produceva quello che il mercato richiedeva, concentrandosi per lo più su vini di stampo internazionale.

Cascina Gnocco

Una simile impostazione, seppur premiata dal mercato, identificava l’azienda come “una delle tante” in Oltrepò.

Un’etichetta che a Domenico Cuneo e al figlio Fabio stava decisamente stretta.

Da qui la decisione di riorganizzare l’azienda, abbandonando la nuova cantina e i volumi importanti, e ritornando alla vecchia struttura, dimensionalmente più idonea al nuovo corso aziendale: concentrarsi sui vitigni autoctoni.

Questo processo passa per la riscoperta della mornasca, anticamente detta uva di Mornico o ugona, vitigno autoctono che si pensava scomparso, ma che tra i vecchi filari di Cascina Gnocco esisteva ancora.

Mornasca

Dell’uva di Mornico si erano perse le tracce al punto che non figurava tra le varietà iscritte al registro nazionale delle varietà di vite.

L’abbandono di questa varietà è, come in molti altri casi, legata alla riorganizzazione degli impianti produttivi a seguito dell’avvento della fillossera. Abbandono legato anche alle caratteristiche intrinseche del vitigno: alta produttività che portava a vini spesso insufficienti e quindi sacrificabili nell’ottica di allora, e in parte, anche di quella odierna.

A Cascina Gnocco scoprirono, quasi per caso, le potenzialità di quest’uva in chiave moderna.

Per mitigarne l’esuberanza produttiva si scelse di abbassare le rese, adottando potature corte e diradando i grappoli prima della vendemmia.

In seguito, una annata con un particolare andamento climatico durante la vendemmia, costrinse i Cuneo a occuparsi prima delle altre varietà presenti nei vigneti, allora fondamentali per l’economia aziendale.

L’uva di Mornico rimase quindi in pianta, pronta per essere vendemmiata. Ma alla vigilia di entrare in vigna, iniziò a piovere. E non smise per due settimane.

Questa forzata permanenza sui tralci trasfigurò i grappoli: rimasero inattaccati dalle muffe, non si gonfiarono d’acqua ma, al contrario, si presentarono alla raccolta con  caratteristiche organolettiche, concentrazione e colore inaspettati.

L’uva di Mornico diventò quindi un’uva per la quale valeva la pena tentare una vinificazione in purezza.

I risultati di quelle prime vinificazioni furono talmente incoraggianti da persuadere Domenico e Fabio a razionalizzare il vigneto, allora misto, puntando solo su quest’uva, intraprendendo nel contempo il laborioso percorso burocratico per il riconoscimento della varietà e il suo inserimento nell’elenco dei vitigni autorizzati per la provincia di Pavia, che avvenne ufficialmente nel 2010, ribattezzandola mornasca in quanto non era possibile usare il nome geografico per un vitigno. Per inciso, sono le stesse regole che ci hanno costretto a chiamare glera quello che fino a poco tempo fa abbiamo sempre chiamato prosecco.

Ho potuto apprezzare i risultati ottenuti da Cascina Gnocco sia in azienda che durante una serata dedicata nel ciclo “Oltre la storia” presso il ristorante Prato Gaio a Montecalvo Versiggia.

Cascina Gnocco RoséHa aperto la degustazione un Metodo Classico Rosè ottenuto da uve mornasca. 18 mesi sui lieviti. Uno spumante dal profilo interessante e tutto da scoprire: piccoli frutti rossi e melograno al naso, con note fermentative che presagiscono un’evoluzione in direzione dell’idrocarburo (ma è ancora presto per dirlo con certezza). In bocca è piuttosto pieno, grazie ad un tenore zuccherino chiaramente percepibile, e a una bella cremosità, anche se con un leggero deficit sul fronte della spinta acida. Un vino che si colloca a metà strada tra la ricercatezza di un metodo classico da uve internazionali e la nobile rusticità dei rifermentati in bottiglia della tradizione padana (e che per questo si inserisce a pieno titolo nel suo contesto territoriale), con una vocazione decisamente gastronomica.

Ma la mornasca, vitigno a bacca rossa, trova la sua vera essenza nell’Orione, il vino rosso di Cascina Gnocco.

Tanto per dare qualche riferimento, per chi frequenta i grandi vini di territorio dell’Oltrepò, pianto due paletti: da una parte i vini a base croatina e dall’altro quelli con prevalenza di barbera.

La mornasca vinificata in purezza colpisce per i tannini vellutati, di maggiore morbidezza rispetto a quelli dati dalla croatina, e per l’eleganza del frutto, distante dalle ruvidità, pur affascinanti, che spesso si incontrano nella barbera.

Quattro le annate che ho avuto la possibilità di degustare: 2008, 2007 e 2005 alla serata di “Oltre la storia” e 2006 direttamente in azienda.

Oculata la scelta di Francesco Beghi, attento conoscitore della realtà oltrepadana, di non proporre la 2006 durante la serata. Non perché insufficiente, ma perché sembra stia seguendo un percorso evolutivo proprio, con un passo più lento rispetto alle altre tre annate.

Tre annate che invece seguono magistralmente lo stesso canovaccio, pur nel rispetto delle differenze dei singoli millesimi, scandendo a intervalli regolari e pressoché equidistanti il potenziale evolutivo dell’Orione.

OrioneProvincia di Pavia Rosso Orione 2008: Il naso è dominato da frutti rossi ancora croccanti, con innesti floreali e una distinta nota vegetale che ricorda la rucola. A distanza cominciano ad emergere note di tabacco e spezie dolci. Godibile ma ben lungi dall’essere maturo, specie in bocca, con tannini ben presenti e ancora non perfettamente integrati al frutto (come detto però siamo ben distanti dalle durezze tipiche della croatina di pari età). Un ulteriore affinamento in bottiglia non farà che bene a questo vino.

Provincia di Pavia Rosso Orione 2007: qui devo fare dei distinguo, perché la bottiglia bevuta a cena era decisamente diversa da quella assaggiata in azienda nel pomeriggio. In entrambi i casi ho incontrato un frutto più maturo rispetto al 2008, come era da aspettarsi. Ma la complessità espressa dalle due bottiglie di pari annata era nettamente diversa, con quella degustata a cena che sembrava avere il freno a mano tirato rispetto a quella assaggiata in azienda, che invece esplodeva in una complessità olfattiva fuori del comune, con note fruttate e floreali evolute che andavano ad integrarsi a registri balsamici, in sentori che ricordavano molto da vicino il più nobile rancio di un Bas-Armagnac. Ora, con tali descrittori si potrebbe pensare che il vino potesse avere qualche problema di cessione del tappo con prematura ossidazione. Invece in bocca ho trovato un vino altrettanto complesso, elegante, energico, niente affatto stanco e con l’idea di avere ancora raggiunto la piena maturità.

Provincia di Pavia Rosso Orione 2005: sensazioni che ho puntualmente ritrovato amplificate nella 2005, presenti in tutte le bottiglie proposte a cena e che sono state apprezzate da tutti i commensali. Sono rimasto piacevolmente colpito soprattutto da questa complessità olfattiva, tanto da farla notare a Roger Marchi, tra gli anfitrioni di “Oltre la storia” il quale ha confermato la mia idea dopo che entrambi avevamo posato il naso su una bottiglia di Bas-Armagnac. Anche al palato dimostra di aver acquisito ulteriore fascino ed eleganza, con tannini vellutati e assenza di qualsiasi tipo di spigolo, mantenendo nel contempo un potenziale evolutivo sicuramente interessante.

E c’è vita e forza in questo vino: dato che mi spinge a confermare l’idea che queste curiosissime note olfattive non siano dovute a processi ossidativi indesiderati ma a naturale evoluzione del vino, rendendo la mornasca un vitigno degno della massima attenzione proprio per queste sue caratteristiche peculiari.

Infine, degustato unicamente in azienda:

Provincia di Pavia Rosso Orione 2006: rispetto alla successiva annata 2007 risulta molto chiuso ed in cerca di una propria precisa identità, con un naso incentrato più sul registro delle spezie che non sul fruttato-floreale. Spezie però ancora piuttosto lontane dall’esprimere tutto il loro potenziale. Anche in bocca rispecchia questo carattere piuttosto scontroso e poco incline a concedersi, specie quando messo al confronto con i vini che lo hanno preceduto e seguito. Giudizio sospeso, in attesa che decida di schiudersi al naso e al palato.

 

Cascina Gnocco
Frazione Losana, 20
27040 – Mornico Losana (PV)
Tel.: 0383 892280
E-mail : info@cascinagnocco.it
www.cascinagnocco.it
Ettari Vitati: 5
Bottiglie annue prodotte: 10/15.000

Sulle tracce del Clinton: una testimonianza dal Friuli

di Marco De Tomasi

Nel mio precedente articolo, avevamo lasciato il Clinton nel suo paese d’origine, gli Stati Uniti.

Rimaneva aperto l’interrogativo: quando arrivò il Clinton in Italia e soprattutto, a quando risale la sua effettiva diffusione nelle nostre campagne ?

Alcune indicazioni erano arrivate dalla datazione di alcuni documenti, sui quali però devo ancora mettere le mani, in particolare un articolo intitolato “Il Clinton” in Agric. Calabro-siculo 17 – p. 216. del 1892 e soprattutto il testo del Lampertico “La questione del Clinton : Sulla opportunità della diffusione del vitigno americano Clinton, a produzione diretta, nella valle del Po” edito nell’anno 1900.

Sono ora incappato in un documento ancora precedente: si tratta del Verbale di seduta consigliare ordinaria 28 giugno 1890 dell’Associazione Agraria Friulana.

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Alcune parti sono molto interessanti per i quesiti che ci siamo posti.

Ho sezionato il testo per meglio analizzarlo: innanzitutto si fa riferimento alle premiazioni di concorsi agricoli svoltisi a Verona nel settembre del 1889 e, successivamente, nello stesso Friuli.

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Innanzitutto apprezziamo questo italiano d’altri tempi e l’onnipresente campanilismo tipicamente italico:

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Entrando nel vivo del concorso di Verona, IV divisione, il relatore si fa vanto dell’importanza di quanto presentato da tale signor Giusto Bigozzi: qui vediamo nominate diverse varietà di ibridi americani, il cui commercio, al pari del Clinton, risulta oggi vietato dalle normative europee.

La cosa estremamente interessante è che allora (siamo nel 1890), è ancora dubbio se tali varietà possano essere un valido sostituto alla Vitis vinifera e che si dice che in Francia (dove l’infezione Fillosserica ha già distrutto gran parte dei vigneti), si è già abbandonato il ricorso ai produttori diretti per orientarsi sull’innesto delle varietà autoctone su piedi americani resistenti (pratica tutt’ora in uso).

Vale a dire che mentre oltralpe hanno già trovato una soluzione valida alla sopravvivenza delle varietà europee, qui si discute ancora cosa sia opportuno fare. Potendoselo permettere evidentemente, dato che almeno per il Veneto e per il Friuli, nel 1890 la fillossera è ancora un problema al di là da venire.

Fieri delle loro collezioni di vitigni americani presentati a Verona, i baldi friulani si permettono di mettere in discussione i risultati ottenuti dai francesi.

L’impressione è che si tratti comunque di esemplari e nulla sembra intendere un utilizzo estensivo di tali ibridi (ribadisco: siamo nel 1890).

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Archiviato il concorso veronese con la distribuzioni dei premi, troviamo questa interessante relazione del cav. Biasiutti, venendo a conoscenza che il Friuli si è preparato all’invasione (non ancora in corso), istituendo una apposita Commissione.

Veniamo a sapere che il territorio friulano (e visti i dati forniti, anche quello veneto) risulta al momento immune dalla peste, ma minacciato molto da vicino: a occidente l’infezione si è manifestata nella provincia di Bergamo (sarebbe quindi da escludere anche Brescia ?), mentre a oriente la fillossera preme dalla valle di Vipacco, nel goriziano.

Vengono quindi annunciati provvedimenti per prepararsi al peggio, non ultimo l’incentivazione all’impianto di ibridi produttori diretti e l’innesto delle viti esistenti su ceppi di varietà americane resistenti.

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La Commissione ha istituito un efficace sistema di monitoraggio, che ha coperto tutti i comuni della provincia friulana nel giro di 3 anni (quindi desumiamo 1887-1889).

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E qui entriamo nel vivo, perché viene nominato finalmente il Clinton: il sig. Bigozzi viene premiato per l’impianto razionale di Clinton per 1.500 ceppi e per la numerosa “collezione” (siamo nel campo della curiosità e dell’esotico, quindi) di viti americane. Si accenna anche che il Bigozzi sia tra i responsabili della diffusione delle varietà americane. Il secondo premio viene assegnato al dott. Mauroner per l’impianto di 1.230 ceppi di Clinton e Iork Madeira (sic: in realtà sarebbe York Madeira, un’altra varietà americana. Vedi il già citato Bushberg Catalogue – 1882, pag. 148). Il terzo premio va al marchese Mangilli per la coltivazione di Jacquez (in America meglio conosciuto come Black Spanish = Vitis aestivalis x Vitis vinifera) e di un’altra varietà americana che gli stessi esperti dell’epoca non riconoscono per Clinton, mentre il proprietario lo definisce come tale.

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Il relatore prosegue esaltando i progressi della viticoltura friulana e ammonendo sul pericolo incombente, ricordando l’importanza di sperimentare ogni soluzione per farvi fronte:

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Interessante osservare che allora come oggi, la diffusione di determinate fitopatologie è in massima parte dovuta a materiale vivaistico non controllato.

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E qui un colpo al mio orgoglio di campanile: negli sforzi congiunti per far fronte al pericolo, la provincia di Vicenza nicchia (probabili questioni di poltrone ?) …

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Qui viene enumerato l’arsenale messo in campo dalla provincia friulana per prepararsi alla battaglia:

FriuliB

Uno sguardo oltralpe (ve lo sareste mai aspettati ? al tempo i francesi venivano definiti “fratelli”, oggi al massimo sono “cugini”). Sappiamo quindi che nel 1890, la Francia devastata dalla fillossera si è in buona parte ripresa grazie alla pratica dell’innesto su piede americano (ricordo che la Francia ha dovuto far fronte all’afide a partire dal 1863, mentre in Italia è arrivato a partire dal 1879). Qui nel 1890 si sta ancora a discutere su cosa sia meglio fare, mantenendo parallelamente l’attenzione sui portainnesto e sugli ibridi produttori diretti.

FriuliC

Conclusione del Cav. Biasutti che avverte dei pericoli derivanti dalla sottovalutazione dell’allarme. La fillossera c’è: non sappiamo dove e quando, sappiamo che colpirà. Il motto“estote parati” ovviamente qui nulla ha a che fare con lo scoutismo (il movimento scout prenderà forma solo nel 1907 ad opera di Sir Baden-Powell in Inghilterra) ma deriva direttamente dal Vangelo secondo Matteo.

FriuliD

In conclusione, le consuete considerazioni:

  1. L’introduzione del Clinton e degli ibridi produttori diretti, per i territori del Friuli e del Veneto, è da datare intorno al 1890, in un ottica preventiva all’arrivo della fillossera, che già aveva colpito gran parte dell’Europa e molte provincie del Regno d’Italia ma non questi territori.
  2. Nel 1890 gli ibridi produttori diretti sono ancora relegati all’ambito della sperimentazione: ritengo quindi la loro effettiva diffusione su larga scala sia avvenuta nel corso del decennio successivo (1890 – 1900).
  3. Nell’Italia dell’epoca gli ibridi produttori diretti sono ancora considerati una possibile soluzione al problema, mentre contemporaneamente la ricostruzione del vigneto europeo è ormai indirizzata all’innesto delle varietà europee su piede americano.

Le mie ricerche sui documenti d’epoca proseguono: posso anticiparvi che in capo ad appena 12 anni (1902), l’atteggiamento della stessa Associazione Agraria Friulana cambiò radicalmente …

Clinton: ma non dovevamo rivederci più ?

di Marco De Tomasi

Qui a Vicenza, si è costituito un “Comitato per la Difesa del Clinto”, che ha lo scopo di promuovere il prodotto di questo ibrido produttore diretto con obiettivo ultimo quello di rimuovere il divieto di commercializzazione sancito a più riprese da norme nazionali e direttive europee.

Credo sia nota a tutti la mia contrarietà alla rimozione di tale divieto, per una serie di motivi che ho già ampiamente argomentato, e non vorrei qui dare l’idea di aver intrapreso una battaglia contro le iniziative di detto comitato: facciano pure quello che ritengono opportuno in tutte le sedi preposte. Se ci credono, non possono che avere la mia ammirazione, anche se non il mio appoggio.

Devo dire che in fondo la questione mi diverte e mi irrita al tempo stesso.

Mi diverte continuare a leggere sui social network affermazioni che sembrano date per assodate ma che in realtà sono frutto di una sedimentazione di credenze, sentito dire, tradizioni orali: “una affermazione non vera ripetuta all’infinito, diventa la verità” (semi-cit.).

Io ho un brutto difetto: quando sento un’affermazione, soprattutto se l’argomento mi incuriosisce, devo verificarne la correttezza, la precisione, l’origine.

E se non mi interessa più di tanto lo scopo finale della missione dei nostri amici vicentini, che possono bere e far bere tutto il clinto o clinton che vogliono, non di meno mi irrita la mancanza totale di interesse per la conoscenza, quella acquisita tramite una ricerca seria, che viene comodamente accantonata prendendo per buone le numerose fole che girano sulla questione, probabilmente perché ritenute funzionali allo scopo ultimo (diversamente, dimostrerebbero invece di sapere il fatto loro di fronte agli enti con i quali dovranno discutere la questione).

ClintonTavolaUsa1908

Devo però ad onor del vero anche dire che la veemenza di alcuni membri del “comitato” nell’affermare le proprie convinzioni e anche nell’attaccare più o meno velatamente il sottoscritto (che a quanto pare rimane una voce fuori dal coro), mi ha ulteriormente stimolato e spinto a ricercare nuove notizie. Per questo non posso che ringraziare questi miei inconsapevoli “pungolatori”.

Così, senza neppure grosso sforzo (ma solo con tanta curiosità) e grazie alla digitalizzazione delle biblioteche pubbliche e private presenti negli Stati Uniti, consultabili gratuitamente on-line, ho scoperto che il Clinton ha un certificato di nascita, con tanto di paternità, data, luogo e anche battesimo.

Le  note informative del già citato comitato, parlano della cittadina di Clinton (Iowa), mentre dalle mie ricerche risulta inequivocabile che il luogo di origine di questo ibrido è Clinton, nella contea di Oneida nello stato di New York (la cosa va ben specificata perché le località con lo stesso nome sono diverse anche limitandoci al solo stato di New York).

Ricerche e dati che ho già diffuso tramite social network, ma che ritengo opportuno mettere nero su bianco qui. Perché se è giusto condividere la conoscenza, è meno bello che qualcuno faccia proprio il lavoro di altri, come è già successo in passato.

Vediamo coso ho reperito, ordinando gli eventi cronologicamente:

1819 – Hugh White (1798 – 1870), un giovanotto con la passione del giardinaggio, effettua le prime selezioni nel giardino della casa paterna a Whitesboro (Stato di New York). Non è dato sapere se l’incrocio Vitis labrusca x Vitis riparia sia opera dello stesso White, di altri o se si tratti di un ibrido spontaneo.

1821 – White, studente presso l’Hamilton College di Clinton (Oneida County, Stato di New York), prosegue con la sua passione piantando una delle selezioni da lui ritenuta più promettente sotto un grande olmo vicino all’alloggio del Dr. Curtis a College Hill. Successivamente, ne pianta anche ad est della casa del Dr. Noyes, suo insegnante. E’ evidente che la località di Clinton (Oneida County, Stato di New York) ha dato successivamente il nome alla nuova varietà selezionata.

1835 – Viene avviato il primo impianto produttivo a Rochester (Stato di New York) ad opera di Lyman B. Langworthy (1787 – 1880)

1862 – La varietà Clinton viene definitivamente classificata nel catalogo dell’American Pomological Society.

Di Hugh White sappiamo che nella vita si occupò della costruzione di ferrovie negli stati del Michigan e dell’Indiana e fu in affari nel settore del cemento, fu alla presidenza di una banca, di diverse compagnie ferroviarie e  direttore di una centrale idroelettrica. Divenne per tre legislature membro del Congresso degli Stati Uniti, presiedendo il Comitato per l’Agricoltura durante il 30° Congresso degli Stati Uniti. Proprio in virtù del fatto che fosse un membro del parlamento, possediamo un suo ritratto.

HughWhite

Lyman B. Langworthy è una figura più sfuggente, nonostante sia citato innumerevoli volte in altrettanto numerosi bollettini agrari, dove figura spesso come autore, presidente o comunque membro di importanti associazioni di coltivatori dello stato di New York, giudice in concorsi agrari e zootecnici, presidente di eventi, e tanto altro. Sappiamo che nel 1868, allora ottantunenne, diede alle stampe delle memorie intitolate “Reminiscences of Rochester by an Octagenarian” (Memorie di Rochester di un ottuagenario). Risulta essere stato anche “Supervisore” della cittadina di Greece (Stato di New York) tra il 1839 e il 1841 e ancora nel 1850. Sono riuscito a trovare una foto del personaggio in questione, qui ritratto con una bisnipote nei tardi anni ’70 dell’800:

LymanBLangworthy

Ma cosa successe al Clinton dopo il 1862, data della sua “ufficializzazione” come varietà nel catalogo della Società Pomologica Americana ?

Questo è ancora argomento di indagine da parte mia.

Sappiamo però che, secondo il catalogo Bushberg, del 1889, terza edizione (e anche nella successiva quarta edizione del 1895), le piante messe a dimora da White nel terreno del Professor Noyes a Clinton sono ancora vive e vegete in quelle date e sono considerate come il Clinton originario.

CatalogoBushberg1883

Inoltre, ulteriori testi di indagine, stavolta italiani, dei quali conosco però solo l’esistenza ma su cui non sono ancora fisicamente riuscito a mettere le mani, danno comunque delle indicazioni cronologiche interessanti: su un bollettino agrario siciliano (la Sicilia è stata tra le prime regioni d’Italia ad essere colpita dalla fillossera) esiste un articolo sul Clinton datato 1892 (“Il Clinton” – Agric. Calabro-siculo 17 – p. 216. ), ma soprattutto esiste proprio per le nostre zone il fondamentale testo di Domenico Lampertico “La questione del Clinton : Sulla opportunità della diffusione del vitigno americano Clinton, a produzione diretta, nella valle del Po” edito a Padova nell’anno 1900. Sappiamo inoltre che il Lampertico coltivava il Clinton nelle sue proprietà di Montegaldella in provincia di Vicenza già da qualche anno (Cit. Vittorio Alpe – 1897 – Bollettino Biblioteca Internazionale La Vigna – N° 12 – 2011). Il titolo stesso dell’opera citata indica però chiaramente che nel 1900 si era nel pieno del dibattito sull’opportunità di diffusione della varietà americana.

Mi sento quindi di condividere qui alcune considerazioni che mi sono venute in mente, alla luce dei dati reperiti dalle fonti originarie negli Stati Uniti. In particolare, dato che la classificazione del Clinton da parte dell’American Pomological Society risale al 1862, risulta ben difficile credere che tale varietà abbia varcato l’Altlantico prima di tale data.

Se poi è vero che la diffusione del Clinton è successiva alla comparsa della fillossera in Italia (primi focolai in provincia di Lecco nel 1879, poi nel 1880 a Caltanissetta e Imperia, successivamente per il Veneto), è chiaro che il Clinton prima di tali date non esisteva sul nostro territorio.

Ovviamente, tutto il ragionamento sta in piedi se la diffusione di tale varietà è effettivamente legata alla comparsa della peste filosserica, ma comunque, se anche così non fosse, la comparsa del Clinton andrebbe anticipata al massimo di 10-15 anni e non di più.

Questo a ribadire che alla fine si tratta di una “tradizione” relativamente recente e che, se il Clinton era una presenza consueta sulle tavole dei nostri nonni, non era così su quelle dei nostri bisnonni (concetto che non mi stancherò mai di ripetere).

Quando sento parlare di “memoria storica si un popolo, tramandata per generazioni”, scusate, ma quantomeno sorrido: di quante generazioni stiamo parlando ? (verrebbe da dire anche di quale popolo stiamo parlando, ma non ho voglia di infilarmi in un altro ginepraio).

Interessante l’iniziativa di un membro del comitato di coinvolgere nella questione la comunità “taliana” del Rio Grande do Sul. L’immigrazione veneta nel Brasile ha avuto il suo massimo momento a partire dagli ultimi tre decenni del XIX secolo. Sarebbe interessante capire se gli emigranti italiani siano entranti in contatto con il Clinton già in madrepatria (sicuramente sì, per chi è partito dopo il 1900), oppure se abbiano conosciuto questa uva una volta sbarcati sul nuovo continente (va da sé che ai fini delle mie ricerche accetto esclusivamente prove documentali e non i soliti “sentito dire”).

Seguo con interesse l’evolversi delle notizie.

Ricordando che la conoscenza non uccide la poesia, ma rafforza le idee.

La ricerca continua …

Bibliografia:

  • “California Farmer and Journal of Useful Sciences”, Volume 23, Number 9, 17 March 1865
  • “Grapes of New York: report of the New York agricultural experiment station for the year 1907”. J.B. Lyon Company, Albany, New York. pp. 213-216. Hedrick, U.P., N.O. Booth, O.M. Taylor, R. Wellington and M.J. Dorsey. 1908
  • “The Bushberg Catalogue”, 3rd edition (1883) – 4th edition (1895) – Bush & Son & Meissner
  • “Geneese Farmer”, Voll. 6 – 8 (1845 – 1847)
  • “The American Agricolturist”, Vol. 2 (1842)
  • “Horticolture” – Lisa Smiley (2008) – Iowa State Univeristy
  • “Bollettino Bliblioteca Internazionale La Vigna” – N° 12 – pag. 16 (2011)

Degustare il vino: approfondimenti a Breganze

Ho accolto con piacere l’invito dell’amico Alberto Brazzale a condurre insieme quattro serate di approfondimento sulla degustazione, ospiti presso il Ristorante-Pizzeria Fiamma di Breganze, in via Costa 1, a partire dal 3 novembre e per i 3 martedì successivi, con inizio alle ore 20:30.

Il costo del ciclo di incontri è di 140 Euro: per iscriversi è necessario chiamare lo 0445 874423 oppure il 329 7849023 (Simone).

Corso Vino Breganze

De.Co.: dove eravamo rimasti ?

di Marco De Tomasi

Sono solito rifornirmi di frutta e verdura nei mercati di Campagna Amica.

Quello più vicino a casa e che frequento settimanalmente è ospitato il sabato mattina sotto le pensiline della Cantina Sociale Valleogra di Malo.

Fino a poco tempo fa la cantina sociale più piccola del Veneto.

Perché da qualche mese la Valleogra si è fusa con le più grandi Colli Vicentini e Gambellara.

Sabato scorso, spinto dalla curiosità,  sono entrato nello spaccio della cantina, cosa che avrò fatto in precedenza solo un paio di volte.

Devo dire che il personale è cortese, sorridente ed accogliente.

Gli scaffali abbondano dei prodotti a marchio Colli Vicentini, mentre in un angolo, a prezzi stracciatissimi, giacciono le vecchie etichette della Valleogra, in offerta fino ad esaurimento scorte.

Faccio qualche domanda al personale e vengo a sapere che, in pratica, i prodotti a marchio Valleogra cesseranno di esistere.

Il territorio comunale di Schio rappresenta il margine settentrionale della doc Lessini Durello

 

Ho posato lo sguardo sul Lessini Durello Metodo Classico “Ascledum”, quello che fino al cambio di strategia era il prodotti di punta della Valleogra.

Mi sono ricordato che da qualche parte avevo letto che il Comune di Schio ha deliberato per questo prodotto una apposita Denominazione Comunale (o per lo meno così sembra, dall’albo delle De.Co. vicentine).

Sarei felicissimo di essere smentito.

MontiLessini

Perché la De.Co. fa a pugni con la d.o.c. Lessini Durello, anzi: la stessa Federdoc, presieduta da Riccardo Ricci Curbastro, ha recentemente inviato al sindaco di Cupramontana (AN) e, per conoscenza, all’Ispettorato Centrale della Tutela della Qualita e Repressione Frodi (ICQRF) e ad altri enti preposti, una diffida all’utilizzo della De.Co. “Verdicchio di Cupramontana”, che doveva, nelle intenzioni dei suoi promotori, entrare in vigore dal prossimo 1 ottobre.

Questo perché, secondo Federdoc, l’apposizione in etichetta della nuova denominazione comunale sarebbe ingannevole in quanto il “Verdicchio di Cupramontana” sarebbe, ex-lege, un vino da tavola, con gli obblighi di etichetta conseguenti e soprattutto il divieto di qualsiasi indicazione geografica (Cupramontana rientra inoltre nel territorio della doc Verdicchio dei Castelli di Jesi che, tra l’altro, dà come poche altre la possibilità di aggiungere una menzione geografica aggiuntiva in etichetta).

RiccardoRicciCurbastro

Riccardo Ricci Curbastro, presidente Federdoc

 

A suo tempo Federdoc non sollevò alcuna questione sul caso del nostro Lessini Durello, in primis perché sull’etichetta dell’Ascledum non vi è (fortunatamente) alcuna menzione della De.Co., e poi perché probabilmente la denominazione è meno importante in termini quantitativi e di visibilità.

L’Ascledum è di fatto commercializzato come Lessini Durello doc.

Ancora per poco, a quanto pare.

I sostenitori delle De.Co. ad ogni costo saranno pronti a crocifiggermi, ma non posso fare a meno di chiedere ai promotori di tale iniziativa che senso avesse tutelare con una apposita delibera (se mai c’è stata, perché questa è una questione da accertare) un prodotto che:

  1. era già tutelato da una doc (difatti la De.Co. riportata dal sito ricalca il disciplinare doc);
  2. era già tutelato da un marchio commerciale (“Ascledum”);
  3. tra qualche mese, di fatto, cesserà di esistere.

Che senso ha tale inutile ridondanza che con tutta probabilità avrà fatto perdere tempo e risorse ad una amministrazione comunale riunita in consiglio per deliberare in merito ?

Che senso ha promuovere delle De.Co. per prodotti che possono venir meno in base all’evolversi delle legittime politiche commerciali di un’azienda ?

Le De.Co. non dovrebbero nelle intenzioni di chi in origine le promosse, tutelare il patrimonio culturale enogastronomico collettivo di una comunità ?

Perdonatemi, cari promotori, ma qui a Vicenza la stiamo buttando in farsa: abbiamo una De.Co. dedicata ad un prodotto che per legge non può essere messo in commercio (il vino Clinto di Villaverla) e una per un vino che finite le scorte della Valleogra, cesserà di esistere, con buona pace dell’amministrazione comunale di Schio che, con tutta probabilità, schiverà una potenziale diffida da parte di Federdoc.

L’estensione indiscriminata di De.Co. deliberate a pioggia ha come unico risultato lo svuotamento di questo istituto di ogni senso e significato, e a farne le spese sono quei prodotti che meriterebbero davvero tutela e promozione, perché patrimonio culturale e collettivo.

Colli Berici Carmenere 2011 e 2013 – Magia di Barbarano

di Marco De Tomasi

Capire la realtà produttiva dei Colli Berici in provincia di Vicenza è abbastanza difficile: bisogna districarsi tra una varietà di vitigni piuttosto estesa e una conseguente  eterogeneità interpretativa che complica non poco il quadro complessivo.

Fortunatamente, anche se con un po’ di fatica, da qualche tempo si è riusciti a fare identificare questa zona con il suo vitigno/vino più identitario: il Tai Rosso, una varietà locale di grenache.

Sono convinto che i Colli Berici siano un territorio con un alta vocazione per i vini rossi.

Dagli assaggi che periodicamente faccio, ho ricavato una personale suddivisione delle “aree vocazionali” di questa denominazione.

ColliBerici2

I Colli Berici posso essere idealmente iscritti in un parallelogramma,  che può essere diviso perfettamente a metà in senso verticale, formandone altri due. A destra (1) troviamo il versante orientale dei Berici: qui è il regno del tai rosso, dove maggiore è la possibilità di imbattersi nelle migliori espressioni di questa varietà (esistono eccellenti Tai Rosso prodotti anche nel resto dei Berici, ma si incontrano con minor frequenza rispetto a questa zona); sull’altro lato (2), il versante occidentale, possiamo trovare eccellenti tagli bordolesi e mi sento comunque di affermare che questa è l’area dei Berici dove i vini a base di cabernet sauvignon e merlot riescono meglio.

Il versante orientale può a sua volta essere diviso a metà in senso orizzontale.

La porzione meridionale di questa ulteriore suddivisione (3) rappresenta, alla luce dei campioni che ho finora avuto modo di assaggiare (quindi probabilmente con grandi possibilità di ampliamento),  l’area vocazionalmente più interessante per un vitigno che in termini di tipicità, riconoscibilità e quindi identità può a mio parere andare ad affiancare a pieno titolo il tai rosso come “biglietto da visita” dei colli stessi:  il carmenere.

Carmenere

Va detto che negli ultimi anni è stato fatto uno sforzo da parte di molti vignaioli per uscire dall’empasse dato dalla confusione con il merlot e la commistione con il cabernet franc: se il carmerenere era un tempo identificato con il cabernet franc, oggi sui Colli Berici fortunatamente non è più così (ricordiamo che il carmenere è un vitigno originario del Médoc  – dove praticamente non esiste più, se non in piccolissime particelle – e che è la varietà più estesamente coltivata in Cile, dove è praticamente assurto a “vitigno nazionale”).

Se il tai rosso presenta delle difficoltà dovute al fatto che è un vitigno che “sente” molto l’annata (con risultati in bottiglia che possono essere assai diversi a parità di etichetta), non di meno il carmenere è un vitigno non facile da interpretare, principalmente a causa del carattere erbaceo dei vini che si ottengono, con sentori tipici di peperone che, se non gestiti con la dovuta sensibilità, rischiano di cadere nella caricatura, perdendo in finezza e piacevolezza.

Diversi produttori scelgono di mitigare questo carattere mediante un breve appassimento di parte delle uve, che va a smussare gli spigoli ed esaltare i toni più fruttati del’uva.

Non così il Carmenere di una nuova realtà berica, Magia di Barbarano, di cui ho avuto la possibilità di assaggiare le annate 2011 e 2013.

Bene inteso, si tratta di un vino quotidiano, non un campione di estrazione e muscoli, ma denota in entrambe le annate una finezza e una sostanza che mi hanno colpito.

????

Le tonalità erbacee ci sono tutte, con un peperone croccante e assenza di sentori eccessivamente “verdi”, cui si inseriscono  armoniosamente note di frutti rossi, con un bel lampone in evidenza e, dopo un po’ di tempo nel calice, anche del cioccolato.  Equilibrio che si ritrova in bocca, dove è pulito, succoso e rinfrescante, chiudendo su una piacevolissima nota amaricante.

L’annata 2011 è quella che al momento dimostra maggiore integrazione ed armonia tra le varie componenti; la 2013 avrà bisogno ancora di qualche tempo in bottiglia per esprimersi al meglio delle sue potenzialità.

Un vino che, nonostante la sua semplicità concettuale, e forse proprio in virtù di questa, risulta estremamente piacevole ed immediato, di buona articolazione, mantenendo un evidente carattere e senza cadere nella banalità.

Pagati 3,50 Euro la 2011 e 4,00 Euro la 2013. Meno di una birra in pizzeria …

Magia di Barbarano
Via San Martino, 29
Barbarano Vicentino (VI)
www.magiadibarbarano.it
info@magiadibarbarano.it