Barbarano Gregorio 2007 – Pialli

di Marco De Tomasi

Vi avevo già raccontato di Alessandro Pialli e della sua azienda.

Mancava l’assaggio del nuovo vino di Alessandro: il Colli Berici Barbarano Gregorio 2007, dedicato al nonno Gregorio Pialli, precursore nell’attività di vinificazione nonché testimone della tragedia della deportazione in Germania durante la Seconda Guerra Mondiale.

Testimonianza che Alessandro ha voluto sottolineare nella retroetichetta del vino, citando una frase del nonno tratta dal suo diario “Una voce da Buchenwald”:

“Come con Voi abbiamo sofferto ed arrossato di sangue la neve dei campi di sterminio nazisti, così con Voi collaboreremo affinché nel mondo non vi siano più guerre, non vi siano più sudditi né tiranni, ma soltanto liberi cittadini”.

Lasciatemelo dire: fa enorme piacere sapere che i punti di riferimento ed i modelli cui si riferiscono le nuove leve (Alessandro rientra a pieno titolo fra queste) siano ben altri rispetto allo squallido spettacolo offerto dai quotidiani notiziari televisivi.

Fatta questa breve divagazione, veniamo al vino.

Colli Berici Barbarano: vale a dire Tocai Rosso (ebbene sì: nonostante le direttive comunitarie, io mi ostino a chiamarlo Tocai)  proveniente dalla zona anticamente più vocata alla coltivazione di quest’uva.

Già con il resto della produzione, Alessandro ci ha abituato ad un idea “diversa” del Tocai Rosso. Con il Gregorio ha voluto andare oltre: l’annata permetteva l’appassimento delle uve, pratica inusuale nel panorama locale.

Sarebbe però riduttivo e semplicistico liquidare il Gregorio come un “Tocai Rosso fatto come l’Amarone”.

Perché ovviamente il risultato è ben diverso dai vini della Valpolicella.

E se proprio dovessi fare dei paralleli, direi che le suggestioni evocate dal Gregorio, sono più simili ad un Porto Late Bottled Vintage che ad un Amarone.

L’apertura del naso è affidata a ciliegie e frutti rossi sotto spirito, arancia candita e petali appassiti. Poi cioccolato e nocciole, quindi una sfumatura di grafite per poi chiudere su una nota balsamica lievemente chinata.

L’ingresso in bocca è caldo, alcolico (in etichetta sono indicati 16 gradi, ma credo si vada leggermente oltre), ma immediatamente ricomposto da una nota dolce di sottofondo, a sua volta verticalizzata da acidità e tannini che la contengono al centro della lingua, accarezzando nel contempo il palato. Il tutto definito da un carattere austero, tutt’altro che ammiccante e sorprendentemente scorrevole.

Lo berrei da solo a fine pasto, ma se proprio non potete fare a meno dell’abbinamento, suggerisco un formaggio erborinato a pasta compatta. Per i vicentini direi che è d’obbligo un Verde di Montegalda. Chi è al di fuori del territorio, può sperimentare altri matrimoni: dal Gorgonzola (non nella versione dolce), al Blu del Moncenisio, al Roquefort, al Blue Stilton, e azzardando un po’, al Cabrales delle Asturie.

Trattasi di un esperimento che speriamo Alessandro vorrà e riuscirà a proporre negli anni a venire. Appena 800 bottiglie, per 30 euro, franco cantina.

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