Vini “naturali”: il mio punto di vista

di Marco De Tomasi

Da qualche settimana, il WorldWineWeb tra blog, facebook, twitter e testate enogastronomiche, è in fermento a seguito di quello che si sta delineando come l’“Affaire Bulzoni”.

Per chi si fosse perso di cosa si tratta, ricapitolo velocemente.

Verso metà giugno, due funzionari del Ministero delle Politiche Agricole si sono recati presso l’Enoteca Bulzoni in Roma e hanno contestato il fatto che su alcuni scaffali dedicati era apposto l’indicazione “vini naturali”.

Mancanza di una certificazione ufficiale, indicazione fuorviante per il consumatore e chi più ne ha, più ne metta, dato che una cosa denominata “vino naturale” non è prevista da alcun codice o articolo del nostro ordinamento.

Redatto verbale con conseguente rischio di denuncia a carico del titolare per “frode nell’esercizio del commercio” (mica roba da ridere).

Altri blog e testate, più autorevoli di questo, hanno sviscerato l’argomento, arrivando a sottolineare strane tempistiche (è recentemente entrato in vigore il regolamento sul “vino biologico”, ovviamente tarato più sull’industria che sulla piccola-media cantina) e abbozzando teorie del complotto più o meno verosimili.

Per chi volesse approfondire, alla fine dell’articolo trovate dei link ad alcuni articoli comparsi in rete a seguito della vicenda.

Bene.

E allora che vuole questo ? … diranno i miei 25 lettori.

In realtà questo articolo mi dà il pretesto di esternare la mia idea sui vini “naturali”.

La cosa probabilmente mi alienerà le simpatie di molti amici che ho promosso su queste pagine e i cui vini continuo, continuerò a bere (e a far bere) più che volentieri.

In soldoni la mia idea sull’argomento è la seguente:

(oddio … mi sento come Fantozzi nel momento di esprimere la sua opinione sulla proiezione de “La Corazzata Kotiomkin”)

IL VINO NATURALE NON ESISTE !

(boato del pubblico, 92 minuti di applausi durante i quali si bevono a garganella ettolitri di Tavernello, bianco, rosso e frizzante)

Ora, prima che gli amici produttori bioqualchecosa mi crucifiggano in sala mensa, sbarrandomi per sempre la porta delle loro cantine, proverò ad esprimere meglio il concetto, citando per prima cosa una massima regalatami da un produttore-filosofo anche lui naturale, biologico, biodinamico (insomma, fate voi):

“In natura il succo d’uva ha due forme: mosto e aceto, tutto quello che è in mezzo è tecnologia !” (cit.)

Opinione e citazione che ho già peraltro argomentato al mio pubblico intervenuto alla serata “Vini Naturali” (argh !) ed in presenza di Francesco Maule ed altri produttori facenti capo al gruppo di VinNatur (che ringrazio per essersi trattenuti dal farmi del male fisico nell’occasione).

Del resto la povera pianta della vite, mica ha intenzione di fare succo di frutta, aceto o vino, che credete ?

Lei vorrebbe fare semi, ma già il fatto che le freghiamo i grappoli e le buttiamo i vinaccioli come scarto è una autentica violenza che ha ben poco di “naturale”.

Lei vorrebbe strisciare e arrampicarsi come una liana, mentre noi la ordiniamo per bene nelle forme che più ci aggradano, facendole pure la messa in piega di tanto in tanto.

Lei vorrebbe condividere lo spazio vitale con altre specie vegetali e animali, e noi la releghiamo in monocoltura (dove qualcuno, per il solo fatto che tratta solo “naturalmente” lasciando vivere quella manciata di entomofauna che prolifera sulla vite, tira fuori il termine “rispetto per la biodiversità”, manco se avesse le anaconda e i giaguari che gli girano per il vigneto).

Ora, mi rendo conto che utilizzare il termine “vini naturali” è decisamente più comodo che definirli “vini prodotti a basso/nullo impatto chimico e minimo intervento tecnologico”, ma concorderete con me che questa comodità è al momento ad uso di noi che qualcosa di vino mastichiamo, non del consumatore medio che distingue a malapena il Tavernello da un Barolo di Giacosa solo dalla forma del contenitore e dal prezzo !

Eppoi, fuori dai denti e una volta per tutte: vogliamo finirla di puntare l’indice contro quei bravi colleghi che scelgono di usare cum grano salis tutto ciò che la moderna tecnologia è in grado di offrire ?

La tecnologia non è buona o cattiva: buono o cattivo è l’uso che se ne fa !

————

L’Affaire Bulzoni visto dalla rete (ma potete trovare moltissimi articoli ricercando notizie sull’argomento):

Scatti di gusto: “Vietato scrivere vini naturali. Scatta la multa, come a Bulzoni a Roma”

Intravino: “L’Affaire Bulzoni – Del Vino Naturale, ovvero la strategia della tensione

TerraUomoCielo: “E arrivò il giorno che i “vini naturali” (organic wine) incontrarono la legge”

Enoiche Illusioni: “La guerra delle parole”

la vicenda vista da un commentatore statunitense, Jeremy Parzen:

Dobianchi: “Natural wine: Italian government crackdown

19 thoughts on “Vini “naturali”: il mio punto di vista

  1. condivido appieno!
    nello stesso momento con tutto il rispetto per chi cerca onestamente di fare vini a minor impatto ecologico.
    “La tecnologia non è buona o cattiva: buono o cattivo è l’uso che se ne fa!” esattissimo.
    il mio parere comunque vale poco in quanto sono di parte.
    infatti nel blog enoico italiano più letto (mi pare almeno) mi è stato dato il “modernista”! 😉

  2. Ciao Marco,
    certo che non ti facevo cosi’ pedante! Perche’ dobbiamo preoccuparci cosi’ tanto della terminologia?
    Sono daccordo, di naturale in senso stretto ci rimane poco, perche’ l’uomo ha intaccato un po’ tutto. Ma l’uomo fa parte della natura, o sbaglio?
    Il mio parere lo conoscete tutti: per me un po’ di tecnologia o di chimica possono starci, non uccidi nessuno ne’ fai reato, ma non fai piu’ un vino che rifletta appieno il vitigno e il terroir da cui proviene. La solforosa non e’ di Gambellara, tantomeno i filtri o le centrifughe, neppure i chiarificanti o gli acidificanti. Mi spiace.
    Tornando alla terminologia: io sono in cerca di qualcosa che possa sostiure il termine naturale, anche se il mio sito si chiamera’ ancora vininaturali.it …
    Vini senza merda? Vini zen? vini veri? vini artigianali? (questa non mi piace proprio) Vini oltre il bio?.
    Voglio dire ai contestatori di questo bell’aggettivo: trovatemi un’alternativa valida o tacete per sempre!
    Ormai e’ entrato nell’uso comune e non vedo problemi possibili, cosi’ come la ormai vecchia questione della divisione dei gruppi dei naturalisti. All’estero non si fanno cosi’ tante seghe mentali!
    Ma ci sta che se ne parli, ci sta!

    • Dobbiamo preoccuparci della terminologia perché i guai di Bulzoni partono proprio da lì. La solforosa è un “non problema” per me: giusto limitarla il più possibile, ma a mio avvisto devo valutare comunque il rapporto costo/benifici. Non posso mettere in commercio un vino che rischia di diventare qualcos’altro nel giro di poco. Poi possiamo sicuramente ricercare metodologie alternative per risolvere diversamente il problema, ma mi pare che tutti si siano coalizzati contro un falso nemico !
      Anche sul “non filtrare” sono molto critico per lo stesso motivo. E’ un intervento (tra l’altro meccanico e non chimico) che mi risolve parecchi problemi, primo fra tutti la possibilità di rifermentazioni indesiderate in bottiglia (un vino con la Co2 “scappata” è a mio gusto una delle cose più insopportabili al palato – non sto parlando di rifermentazioni “volute”). Senza parlare di elementi che possono rendere sgradevole il profilo olfattivo e organolettico del vino (la “puzza” non è terroir !). Anche qui possiamo valutare “quanto” filtrare: il minimo indispensabile per eliminare i problemi.
      Alla fine sono pienamente d’accordo che gli interventi vanno ridotti al minimo, specie quelli di cantina, ma non sono d’accordo con chi sceglie di non fare nulla del tutto, perché poi alla fine il risultato nel bicchiere si sente, e questo ti assicuro, non fa bene al movimento dei “Naturali” (che, nonostante la mia “pedanteria”, tengo molto in considerazione). 😉

  3. Io le filtrazioni e la solforosa non le tollero, che ti devo dire? Certo anche a me non piacciono le rifermentazioni non cercate, le puzze e l’eccessiva torbidità: sono i problemi principali a cui siamo andati incontro in questi anni, ma la volontà è quella di migliorarci e risolverli senza chimica e senza troppa tecnologia. E mi sembra che ci stiamo riuscendo, anche se c’è sempre da imparare.
    Se vuoi le cose più semplici e meno rischiose (da produttore) usi un po’ di solforosa, ma poca e poi filtri, ma poco. Magari se la stagione è strana dai pure un po’ di sistemico in vigna, ma poco…così non mi piace e non si va avanti!!
    Poi a Bulzoni non è successo granchè e non gli hanno contestato nessuna scritta sulla sua enoteca, bensì hanno contestato un’etichetta del buon Semplicemente vino di Bellotti che reca in retroetichetta la scritta vino naturale. Le grane ce le avrà più lui che Bulzoni. E lo so per certo perchè è mio cliente e l’ho sentito direttamente, non sui blog o per radio (che se si ascoltava bene si capiva).

    Ciao
    F

    • Ma guarda che io ammiro molto quello che state facendo come VinNatur con approccio scientifico e sperimentale. Ci mancherebbe. E sarò qui ad applaudire quando troverete il modo di fare le cose come voi dite garantendo al consumatore un vino sano, stabile, esente da difetti ed espressione del terroir. Quando otterrete quel risultato, sta sicuro che tutti si adegueranno, o almeno lo faranno i piccoli produttori.
      Mi spiace sincerametne per Bellotti, ma purtroppo come si dice, la Legge non ammette ignoranza.

    • Espongo il mio punto di vista … a sua volta criticabile. Vedi, questo alzare subito barricate a chi si fa delle domande e ha un atteggiamento critico non giova assolutamente al movimento dei naturali: allontana semplicemente il consumatore curioso (mi definisco tale).

  4. ….mmmmmm qua secondo me stiamo esagerando. Una filtrazione non compromette il terroir. Vi assicuro che se fatta bene, non c’è alcuna differenza percettibile tra un vino filtrato ed uno non filtrato. Il punto è che va fatta solo in determinate situazioni, altrimenti oltre a non avere senso è un costo per l’azienda.
    Un quantitatvo di solforosa minimo si ha in determinate situazioni anche senza aggiunta e vi assicuro che arriviamo anche a 60 mg/l, dipende dall’annata e dall’andamento metabolico dei lieviti in fermentazione. Ora: avere vini con 50-60 mg/l di So2 anche se naturale è corretto ? O è meglio intervenire in cantina con la tecnologia necessaria ? Mi viene in mente il freddo (controllo della temperatura), i gas inerti, cose che evitano e sicuramente diminuiscono i mg di So2. Certo non sono proprio naturali ma sono un mezzo tecnologico per avere un vino a tutti gli effetti naturale.
    Vorrei fare un’altra considerazione. Credo che nessuno di noi rinunci ad un buon bicchiere di vino perchè è convenzionale. Io sono il primo, consapevole di ciò che esiste dentro a quel bicchiere, non so dire di no perchè mi piace il vino. E come me moltissima altra gente.Dobbiamo innanzitutto rispettare i gusti delle persone e far leva su una comunicazione mirata in modo da educare i consumatori a conoscere fino in fondo cosa finisce dentro il vino, non facendo del terrorismo ma con umiltà e scienza. Arriveremo un giorno al punto in cui saranno i produttori stessi a cambiare filosofia, sopratutto in vigna, dove avviene la maggior contaminazione chimica. In cantina, a mio modesto parere da enologo, la situazione è irreversibile. Escludere l’uso di sostanze chimiche (tra cui ovviamente la So2) per determinate realtà di grandi dimensioni è impossibile. Ma facciamo un passo alla volta, continuando sul cammino di vinnatur, educando la gente, raccontando di cosa facciamo in azienda, umilmente e senza infamare i convenzionali ma facendo informazione pura e scientifica.
    Non dobbiamo però chiudersi in gusci filosofici estremi, ogni cantina appartenente a Vinnatur ha la propria identità, vietare filtrazioni ed altre operazioni fisiche come il controllo della temperatura, non è la strada da seguire. Il nostro dovere è fare un vino sano, senza difetti, anche non stabile (purchè l’instabilità proteica o tartarica non ne comprometta la qualità), senza chimica, che rispetti il terroir e con determinati limiti di solforosa. Arriviamo qui intanto.

  5. Anch’io penso che l’atteggiamento di Alessandro sia quello giusto.

    Quest’anno a Vi.Vi.T. sono venuti ad assaggiare i miei vini molti produttori convenzionali e mi hanno chiesto come faccio a fare le fermentazioni spontanee, come faccio le rifermentazioni e come faccio a fare “alcuni” vini senza aggiunta di solfiti.

    Ho spiegato tecnicamente e loro hanno detto: “vero, non ci avevo pensato”.

    Più di uno mi ha fatto i complimenti per l’atteggiamento aperto, cosa che non sempre hanno trovato chiaccherando con altri colleghi.

    Già due di loro mi hanno ricontattato per chiedere consiglie, e stanno già da questa vendemmia operando in vigna con minore impatto.

    Ricordo un tweet in inglese di Elisabetta Tosi, il quale diceva (in italiano): “ma perché i produttori di vini naturali sono così suscettibili?”

    • la risposta di Stefano mi da il pretesto per un’altra riflessione. Come dice Francesco forse io sono un po’ pedante, ma penso che le parole hanno il loro giusto significato. Giustamente Stefano parla di fermentazioni “spontanee”, senza tirar fuori la parola “lieviti indigeni”. Spesso sento dei produttori che utilizzano questo termine. Ora faccio un esempio. Supponiamo che io sia alla seconda o terza generazione di cantina. Le prime due hanno sempre utilizzato chimica e tecnologia, io decidio di convertirmi al “naturale”. Non più lieviti selezionati ma fermentazioni spontanee. Certamente spontanee, ma con che ceppo di lieviti ? I lieviti selezionati usati precedentemente sicuramente avranno attecchito in tutto l’ambiente di cantina. Probabilmente la fermentazione spontanea parte con un mix di ceppi dove sono presenti sicuramente ceppi indigeni, ma la parte del leone continueranno a farla i ceppi che utilizzavo prima della mia conversione. I lieviti sono “indigeni” solo nella misura in cui quel mix è proprio della mia cantina, ma è anche il risultato di ceppi selezionati industrialmente. Per questo secondo me l’affermazione che “i miei sono vini di terroir perché uso solo lieviti indigeni” è quantomeno discutibile, se non supportata da precise analisi.
      Chiedo aiuto ai tecnici: sono nel giusto o sto dicendo delle cazzate ?

      • un tema, quello delle fermentazioni spontanee, che necessita di appropriate conoscenze e studi specifici. Senza la ricerca in questa specifica pratica si va a “braccio”. E’ importantissima la ricerca e la conoscenza, non per selezionare questo quel lievito che non ha nessun interesse ma per capire cosa ci può aiutare in cantina a superare, rimuovere o più semplicemente non farci incorrere in problematiche deleterie per la riuscita dei nostri vini.Gli studi finanziati da VinNatur in questa direzione sono di grande importanza per aumentare la nostra conoscenza di tutte quelle magie ( alle volte misteriose) che si sviluppano nelle nostre cantine e che portano a compimento il lavoro in vigna.

  6. buongiorno a tutti,
    prendo spunto da questa ultima frase :

    ” Eppoi, fuori dai denti e una volta per tutte: vogliamo finirla di puntare l’indice contro quei bravi colleghi che scelgono di usare cum grano salis tutto ciò che la moderna tecnologia è in grado di offrire ?
    La tecnologia non è buona o cattiva: buono o cattivo è l’uso che se ne fa”

    rimane difficile non condividere questa affermazione ma la ritengo molto generalista e generica. Certo la vite è una liana e nellla sua vita nei nostri vigneti viene “piegata” alle nostre necessità di produttori. La potiamo, la leghiamo, la imbrigliamo la costringiano a fare l’uva nel modo che più ci aggrada e necessità. Mucche, galline, conigli ecc ecc vivrebbero la loro vita più felicemente e “naturalmente” libere nei campi e boschi in luogo di anguste stanze, pollai o gabbie. La vite in natura, libera, farebbe la propria vita e noi non avremmo il vino così come lo intendiamo oggi nelle sue varie tipologie.
    E’ evidente che i bisogni del genere umano hanno portato un notevole sconquasso in natura. In vigneto la mano dell’uomo è comunque “pesante” pensiamo solo alle differenze se si raffrontano una vite selvatica ad una vite in produzione in vigneto. Non sembrano nemmeno lontani parenti. La pratiche di vigneto sono molteplici, spaziano dall’uso di attrezzature altamente tecnologiche all’uso di semplici attrezzi. Come in tutti i settori produttivi l’uomo ha da sempre cercato la meccanizzazione o pratiche che riducessero la sua fatica e portassero al massimo del risultato ottenibile. E’ il progresso. Oggi tutti, abbiamo almeno il trattore, l’atomizzatore, il trincia, ecc ecc. Naturisti, biologici o industriali tutti entriamo in vigna con macchine adatte a ridurre la fatica e a ottimizzare le ore di lavoro. La differenza in vigna è nel rapporto con il proprio suolo, con le propprie piante e con tutto quanto circonda e insiste nei nostri vigneti. La chimica in vigneto, ma in agricoltura in generale, è stata per molti una sorta di benedizione (altro che giornate a sfalciare l’erba nel sottofila: diserbanti chimici, poche ore di trattore e della fatica dello sfalcio nemmeno più il ricordo). Conoscenze antiche sostituite da moderne, ed efficaci “polverine” prodotte per tutelare e aumentare la produzione, il raccolto e la “qualità” delle uve. Decenni di queste pratiche chimiche in vigna hanno distrutto, modificato o al meglio alterato molto, troppo per alcuni di noi. E qui in vigna nascono le molteplici differenziazioni tra di noi. A poco servono le varie codifiche ( tecnico, biologico, naturale, organico…) quello che oggi prevale è la normativa,anzi il rispetto della normativa. Normative che spesso sono al servizio dei mercati e che poco hanno a che vedere con la passione espressa in vigna e in cantina dai vari produttori. Normative che molti consumatori non conoscono o conoscono marginalmente per sentito dire. Cosa è buono o cattivo oggi? difficile dirlo nel mondo del vino “l’affaire Bulzoni” da lo spunto per ricordare che le normative, anche quelle per alcuni “sbagliate” esistono e c’è chi coerentemente alla legge interviene e sanziona. Ma in un mondo in mano alle multinazionali della chimica, non fate nomi mi raccomando che vi segnano a vita, come si potra mai incidere significativamente per cercare di dare un volto più naturale alle attività di vigna e cantina? Nelle scuole di agraria, di agronomia ed enologia la materia è trattata tecnicamente, la chimica è invasivamente presente, raccontata, incensata portata a “mito”. Qualche “matto” invece cerca rimedi “naturali”, estratti vegetali, composti vegetali e cerca di recuperare il proprio ruolo in natura, perchè come ha scritto giustamente Francesco Maule, anche noi uomini di campagna facciamo parte della natura.Certo sembra una filosofia astratta legata ad altri secoli, ad altri Uomini, ad altre realtà sociali ed economiche ma si tratta di una sorta di “credo” altamente differenziato che accomuna idealmente uno sparuto gruppo di produtori di vino ( in Italia quasi 12.000 aziende producono uve da vino o vino direttamente, questo sparuto gruppo di “naturalisti” è ottimisticamente composto da 300/400 micro aziende, difficile avere voce in capitolo sulle normative, sulle pratiche di campagna e quant’altro necessita in vigna). Cerchiamo con le nostre forze, con i nostri sforzi di dare il nostro contributo cercando di usare con saggezza le nostre conoscenze e ricercando soluzioni alternative alla chimica; chimica che a mio sommesso avviso non è mai utilizzabile cum grano salis.

    • Grazie del contributo, Stefano.
      Chiarisco che io sono assolutamente a favore di una riduzione (e ove possibile all’eliminazione) degli interventi chimici nella conduzione del vigneto. Ritengo molto più importante ad esempio la pratica di non utilizzare diserbanti o disseccanti rispetto all’utilizzo di solforosa in cantina. Moltissimi consumatori si preoccupano più di quello (che ripeto, a mio avviso è un falso problema) rispetto a quanto avviene in vigneto.

  7. nei “buggiardini” ( per rimanere in “ambito farmaceutico” ) di molti diserbanti e/o disseccanti si racconta che il loro utilizzo non nuoce alla vite e che non restano traccie di questi nelle uve e conseguentemente nel vino.Una nota casa di fitofarmaci lancia il rassicurante identico messaggio per i sistemici di “ultima generazione” dei quali dichiarano non trovarsi traccia nel vino.Non discuto le analisi e le affermazioni delle multinazionali della chimica, attentissime al rispetto delle normative vigenti, talmente attente da darsi disponibili alla stesura anche di quelle future. Ho la prova provata che alcuni sistemici dopo un paio di filtrazioni in cantina non vengono rilevati dalle analisi, pur di dettaglio, dei vari lavoratori specializzati e riconosciuti dalle strutture territoriali di controllo. E allora come la vediamo la differenza tra chi usa pesticidi e chi no? Diventa un problema di coscienza, la scelta di queste aziende multinazionali di far divenire “trasparenti” alle anasili alcuni loro sistemici non è dettata dalla consapevolezza dell’impatto ambientale ma bensì dall’onda emotiva del “naturale” ( biologico o biodinamico o come diavolo lo si voglia appellare) che in qualche modo pervade il mercato. L’attenzione dei consumatori è facilmente orientabile da chi ne ha i mezzi tanto quanto sia stato facile orientare, sin dagli anni ’20, i produttori agricoli all’uso dell'”amica chimica” che ha portato riduzione di costi, di lavoro e maggiore produzione ma che al contempo ha profondamente cambiato le nostre campagne divenute lande senza piante, adibite a culture intensive di questo o di quel prodotto.
    i media fanno tutti un gran parlare di enogastronomia, a tutte le ore del giorno e della notte generando spesso false conoscenze è, a mio sommesso avviso, questa la vera problematica, Orientando verso una “naturalità” omogenea, pilotata e di mercato. Discorsi seri, che meriterebbero ben altre platee. Discorsi di cui a fatica riusciamo a parlare anche tra addetti ai lavori. Addetti ai lavori, noi vignaioli in questo caso, che solo per il tramite di ricerche appaltate a questo o a quello scienziato “diverso” che approccia la materia partendo da angoli a noi vicini cerchiamo di interpretare. La verità è che il mondo vuole una sorta di “comodità” alimentare, vuole una sorta di “serenità” tecnologico/culturale e le nostre modeste produzioni di ” vino dell’anima ” ( giusto per usare un’ulteriore definizione “poetica” ), i nostri “atteggiamenti” vengono spesso letti come “alternativi” “eretici” o chissà che altro mentre per alcuni di noi si tratta solo di amore per la propria terra, per la propria vigna e conseguentemente amore per il vino che si produce, del quale rispettiamo l’anima annata dopo annata;pur non essendone mai appagati sino in fondo anche noi coinvolti nel raffronto con tutti i prodotti vino presenti sul mercato.
    Ho 56 anni non ho nulla da insegnare a nessuno, non devo educar nessuno. Voglio invece apprendere dal mio terreno, voglio capire la lingua delle mie viti e interpretarne al meglio le uve che riuscirò a portare in cantina. In cantina usa lieviti indigeni, dopo la svinatura eseguo un solo travaso, vado in bottiglia senza aggiungere solforosa, ne uso poca solo in diraspatura. Non riesco, anche per scelta, a fare mai lo stesso vino e mi emoziono aprendo le mie bottiglie, bottiglie che quasi mai replicano un’ identica emozione .

  8. Hanno fatto il nuovo regolamento del Biologico che, lo sappiamo tutti, per quel che riguarda la vinificazione è fatto per gli industriali del vino, permissivo al massimo, convenzionale oserei dire. Ma non ne faccio motivo di crociata, è stato regolamentato un vino comunque senza residui di pesticidi e diserbanti, sicuramente più sano dello standard.
    Ora, dovendo abbozzare una normativa sui vini fatti in modo “naturale” (senza So2, senza lieviti selezionati, senza filtrazione ecc ecc) bisogna giustamente partire da una definizione che vada bene al mondo vitivinicolo generale, non possiamo in 4 cantine decidere. Ovvio che il termine “naturale” non lo permetteranno mai, in quanto un vino di per se è considerato un prodotto naturale (anche se di fatto non lo è visto tutto quello che ci finisce dentro). Non è affatto facile, dopo che si è deciso il nome per questi vini, dare una regolamento visto le differenze delle aziende che operano nel settore del “biologico e del biodinamico”. C’è chi usa poca solforosa e chi non ne usa affatto. C’è chi filtra qualche volta e chi neache per sogno . C’è chi controlla la temperatura e chi assolutamente mai. C’è chi chiude le fermentazioni a tutti i costi ricorrendo a rifermentazioni guidate con l’aiuto del lievito dell’amico che è più resistente all’alcol e chi lascia il residuo di zucchero che c’è senza tanto preoccuparsi. C’è chi usa il truccioli e chi solo botti. C’è chi usa l’acciaio e chi assolutamente solo cemento vetrificato con 2-3 cm di tartrati vecchi.
    Mi rivolgo ai produttori. Secondo voi,questo regolamento dovrebbe essere proibitivo ed estremo oppure più permissivo? Proibireste l’uso anche minimo della solforosa? Delle filtrazioni anche grossolane? Del freddo anche se solo in fermentazione ?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *