Dell’Erbanno, della Valcamonica e di altre storie

di Marco De Tomasi e Pietro Cortiana

Ritorniamo a Erbanno, borgo medievale della Valle Camonica ai piedi del Monte Altissimo (mt. 1703), per incontrare nuovamente Enrico Togni e i suoi vini, in occasione del debutto ufficiale del San Valentino 2010.

Vale la pena approfondire quello che sta dietro questo vino: il recupero di un vitigno locale, l’Erbanno, che si era “defilato” tra le altre vigne per essere riscoperto durante un’annata particolarmente difficile, la 2002.

Il vitigno per la verità era già stato identificato e studiato, e la sua presenza in loco gli ha dato anche il nome, a ribadire che si tratta di una componente essenziale del “genius loci”.

Grappoli di Erbanno

Durante la stagione 2002, dall’andamento climatico sfavorevole, alcuni esemplari all’interno del vigneto di Enrico avevano dato prova di maggior resistenza alle avverse condizioni rispetto agli altri. Anzi: erano riusciti a produrre quantità e qualità soddisfacenti di grappoli.

Dopo alcune analisi effettuate presso l’Istituto di San Michele all’Adige, le piante dimostrarono di avere affinità genetica con varietà come Lambrusco Maestri e Groppello, ma con espressioni fenotipiche proprie: rispetto al Groppello presentava ad esempio una concentrazione in fenoli molto più elevata, inoltre il lambrusco si dimostrava molto più produttivo di quello che sarebbe poi stato classificato come Erbanno. Il vitigno presenta una produttività limitata: senza diradamenti (come nel caso del 2011) si arriva a 1,2 kg di uva per pianta.

Altre caratteristiche molto interessanti, grazie alle quali si è potuto iniziare il lavoro di recupero, sono rappresentate dalla elevata resistenza naturale ad oidio e peronospora. Resistenza che permette di ridurre in modo drastico i  trattamenti (dai 12 trattamenti stagionali si passa a 4 e anche meno in caso di stagioni particolarmente favorevoli). Nel 2011 l’andamento stagionale ha contribuito poi ad azzerare completamente gli interventi, che per inciso vengono effettuati solo con l’ausilio di rame e zolfo. Risultati importanti per le ricadute positive sia di tipo ambientale che di gestione delle attività in campo, se si considera che nelle zone ad elevata pendenza i trattamenti vanno fatti a spalla e non con il trattore! Le cure limitate richieste dal vitigno Erbanno presentano poi un’altra ricaduta positiva, quella di consentire ad Enrico un maggior presidio su varietà più esigenti presenti in azienda e di riservare tempo ed energie alla promozione di un territorio molto poco conosciuto ed alla valorizzazione delle sue migliori espressioni.

Enrico decide nel 2003 di innestare i tralci delle 40 piante identificate nella proprietà e creare un appezzamento di solo Erbanno. Il resto è storia recente: un percorso di recupero che incontra il pubblico con le sue 500 bottiglie di San Valentino vendemmia 2010.

Cosa curiosa, l’Erbanno, varietà tradizionale, se non addirittura autoctona della Valle Camonica, non è inserito nel disciplinare dell’ I.G.T. Valcamonica, poiché al momento della stesura furono prese in considerazioni sole le varietà più diffuse in valle.

Come vi abbiamo già detto, il San Valentino è anche buono. Oltretutto considerate che parliamo di piante messe a dimora da appena 8 anni, per cui ci aspettiamo ancora maggior profondità e carattere dalle prossime uscite!

Enrico ha voluto condividere la festa per un vitigno ritrovato con i suoi colleghi vignaioli Camuni e altri artigiani del gusto della valle: un occasione per presentare al pubblico tutto ciò di buono che questo angolo di Lombardia può offrire.

Va detto che la viticoltura in valle era ampiamente diffusa fino agli anni ’60 del secolo scorso. Allora l’estensione del vigneto camuno arrivava a 2.500 ettari, per ridursi drasticamente a soli 85 alla fine del secolo e risalire poi ai circa 200 attuali.

Vigneti dell’azienda Togni-Rebaioli a Erbanno

Diciamo subito che, in termini di profondità, complessità e livello dei risultati, i vini di Enrico sono a nostro modo di vedere, una spanna sopra a quelli dei colleghi in termini di carattere e potenziale espressivo.

Al di là di tutto però, abbiamo trovato in quasi tutti i casi vini di buon livello, piacevoli e dotati di buona bevibilità, con alcune etichette particolarmente riuscite, che possono essere prese ad esempio delle grandi potenzialità, ancora inespresse, della Valcamonica.

Primo fra tutti la sorpresa: il metodo classico Dosaggio Zero Cris di I Nadre a Muline Cerveno, da uve Pinot Nero (90%) completate da Chardonnay e Manzoni Bianco. Naso invitante, ben equilibrato tra la componente fruttata, croccante di piccoli frutti, tipicamente varietale e la nota fragrante di lieviti. Equilibrio che si ritrova anche in bocca, dove la freschezza sottolinea la definizione percepita al naso, con continui rimandi alle sensazioni avvertite in fase olfattiva.

Foto: Lucia Bellini

Tra i bianchi spicca il Pare2011 di Cascina Casola di Capo di Ponte, un Manzoni Bianco (Incrocio Manzoni 6.0.13) giocato sulla potenza e la progressione, sia al naso che in bocca, senza sbandamenti o eccessi caricaturali. Complessità ed articolazione al servizio del piacere di beva. Unico difetto è rappresentato dalla produzione in numeri “confidenziali” (1.500 bottiglie, ed è l’unico vino prodotto dall’azienda !).

Foto: Lucia Bellini

Interessanti ed esemplificativi delle potenzialità della valle i Riesling proposti da Cantina Flonno di Capo di Ponte (Grandidoti 2011un’interpretazione fuori dagli schemi) e da Agricola Vallecamonica di Artogne (Bianco delle Colture 2011), con una lettura più classica del vitigno. Vini comunque troppo giovani per poterne dare un giudizio.

Tra i rossi ci è parso particolarmente efficace e piacevole l’Assolo 2008(Merlot 100%) proposto da Rocche dei Vignali a Losine, intenso ed equilibrato, senza sfoggio di inutili muscolarità.

Foto: Lucia Bellini

Infine, anche nel malaugurato caso foste astemi (!), la Valcamonica vale un viaggio, non solo per i paesaggi e la possibilità di rilassarsi tra terme, sci estivo (in Adamello si scia sul ghiacciaio), attività di escursionismo e alpinismo, turismo archeologico (sono importanti i resti romani, medievali e soprattutto le numerose incisioni rupestri della valle), ma anche per i prodotti gastronomici che riesce ad offrire. Qualche esempio lo abbiamo avuto con i salumi di Giovanni Forchini (Antichi Sapori Camuni): spettacolare la Sella di Cinghiale, seguita a ruota dalla Slinzega (simile alla Bresaola ma con stagionatura breve) e dal Violino di Agnello (per chi ama i sapori forti). Fragranti i prodotti da forno della Forneria Salvetti, tra cui spiccava la Spongada, dolce tipico camuno e i Pani di Segale, coltivata in valle. Una autentica scoperta i tesori caseari della valle: Andrea Bezzi offriva il formaggio a latte vaccino crudo tipico, il Silter. Eccellenti poi i formaggi di capra de Le Frise che presentava tra gli altri il Fatulì: formagella di capra affumicata, presidio Slow food.

Violino di Agnello di Giovanni Forchini (Foto: Lucia Bellini)

Il Silter di Andrea Bezzi (Foto: Lucia Bellini)

Formaggi di capra de Le Frise

Per ora chiudiamo qui: ma non abbiamo ancora finito di raccontarvi di Enrico e della Valcamonica. Alla prossima !

0 thoughts on “Dell’Erbanno, della Valcamonica e di altre storie

  1. Pingback: V**O – Gli Estremi del Vino 2013 – Il report da Pisogne |

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *