Dei recensori del vino

Disclaimer: lo scritto che segue è concepito principalmente a mio uso e consumo (questo è e rimane un blog, quindi un diario personale), in vista delle prossime fiere. Se non lo trovate aderente alla vostra situazione, mi fa piacere per voi e avete la mia ammirazione. Nessuno si senta offeso, perché tale non è lo scopo dell’articolo.

di Marco De Tomasi

Le considerazioni di Roberto su Sorgente del Vino mi hanno spinto a riflettere sulle responsabilità di chi, come me , scrive di vino per passione (alcuni lo fanno, fortunati, anche per professione).

Non tanto nel decidere le sorti di questo o quel produttore, quanto nell’orientare il gusto.

Un’opera collettiva: una volta esistevano due-tre firme riconosciute che scrivevano sull’argomento e tutti pendevano dalle loro labbra. Il web ha modificato le dinamiche della comunicazione del vino: oggi tutti possono aprire un blog o alimentare discussioni nei forum o sui social network, estendendo le proprie opinioni ben oltre la cerchia di amici che era possibile rendere partecipe prima dell’avvento della rete.

Ormai non è più il singolo critico professionista ad influenzare il gusto e a muovere il mercato (lo stesso Parker ha perso un po’ di lustro, almeno in occidente) ma è la massa critica delle opinioni di tutti noi a farlo.

Democratico.

A patto che si sappia di cosa si parla.

Perché tutti noi dovremmo, prima di rendere universalmente nota la nostra opinione su un prodotto, contare almeno fino a dieci. Poi farsi venire il dubbio di essere in procinto di proferire un’immane “stupidaggine” (1), contare nuovamente fino a dieci e poi, se proprio siamo incontinenti, cominciare a digitare. Tralascio l’analoga procedura da seguire prima di premere “invio”.

degustazione

Mi ero ripromesso di non tornare più sull’argomento “naturale”.

Però è pur vero che se si leggono i wineblog più seguiti della rete, a parte qualche eccezione, scopriremmo che nove volte su dieci le recensioni riguardano vini di produttori turbonaturisti (per la verità anche su questo blog, che non credo sia tra i più seguiti della rete).

Tutti buoni ? O sono buoni perché naturali (o sedicenti tali), quindi “giusti” ?

Perché come dice Roberto, a girare le fiere del naturale (2) qualche dubbio ti viene.

Calandosi nei panni del socio-antropologo, lasciando perdere i vini e osservando i degustatori-appassionati-recensori alle fiere, noteremo sicuramente una indulgenza di fondo che un vero critico non dovrebbe avere.

Voi mi direte “guarda che i vini cattivi ci sono in tutte le fiere, non solo in quelle naturali”.

Vero. Però ammettete che al Vinitaly siamo dei cyborg privi della benché minima pietà.

“Giusto” è meglio che “buono” ?

Se è così non stiamo facendo un buon lavoro: per il vino “naturale” (si può ancora dire ?), per i produttori, per i consumatori e anche per noi stessi.

Esemplificazione: sarà capitato anche a voi (a me, si) durante qualche assaggio a queste fiere, di pensare di essere di fronte ad un miracolo enologico, frutto del ritorno ancestrale a tecniche millenarie, il vino “come lo faceva il nonno” con l’immediato richiamo di memorie visivo-olfattive della prima infanzia, che pensavamo ormai perdute nelle profondità dei ricordi.

E la mano fremente che fa scorrere la penna sul taccuino che annota iperboli marinettiane costellate di punti esclamativi, stelline e asterischi.

Taccuino

Alt ! Conta fino a dieci. Non stai pensando: stai usando l’ipotalamo, la parte di cervello che ti accomuna ai coccodrilli. Rifletti.

Le cantine di una volta erano, dal punto di vista microbiologico, degli autentici cessi, e tuo nonno non aveva proprio ben chiara la differenza che passa tra vino e aceto (3).

Ora considera il calice che hai davanti e ragiona. Se ti richiama tutto questo può darsi che qualcosa accomuni tuo nonno, la sua cantina e il tizio che te lo sta offrendo.

Nella migliore delle ipotesi potresti avere di fronte un “sognatore sprovveduto”, nella peggiore un autentico “paraculo” (4).

Con la prima categoria ci si può ragionare e progredire assieme, con la seconda no.

Guardalo negli occhi e esprimigli con garbo le tue perplessità.

Dalle risposte che ti da, capirai come classificarlo.

Un vino difettoso non è un vino buono, per quanto “giusto”.

I vignaioli, quelli veri, apprezzano anche le critiche: li fanno crescere.

E le critiche vanno riportate in prima battuta di persona, non scritte solo sul blog o sui social, dove tutti siamo leoni.

Badando che una critica negativa non argomentata fa solo danni e non fa crescere nessuno.

Perché a volte vengo assalito dal dubbio che certi vini siano cattivi (e continuano ad esserlo di anno in anno) per nostra indulgenza di fronte al valore etico della naturalità, perché facciamo credere al produttore che a noi piacciono così (per quelli della nota 4 il processo è inverso), senza spingerlo a migliorarli.

Perché è possibile produrre ottimi vini anche da metodi naturali. Con buona pace del nonno.

——

(1) Lo ammetto: il termine in origine non era proprio quello.

(2) L’argomento dell’autoghettizzazione di buona parte produttori che abbracciano l’ecosostenibilità e la salubrità del prodotto sarebbe oggetto di opportuna discussione.

(3) D’accordo: se sei nato nelle Langhe o in un altro posto del genere c’è anche la possibilità che tuo nonno il vino lo facesse davvero buono. Ma capite che per me, che sono nato dove il vino lo facevano col Clinton spremendo ogni fibra di raspo, è dura !

(4) Uno talmente bravo da riuscire a venderti qualcosa che non ti piace. E te ne accorgi a casa, nel buio della tua cameretta.

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