Vinitaly 2014 – Il report da Verona

di Marco De Tomasi

Ed eccoci alla fine dei miei report dalle fiere Veronesi.

Vinitaly: ovvero il gran varietà enoico che concentra per poco meno di una settimana l’attenzione di politici e media su Verona.

Vinitaly 2014

Diverse le novità nella formula, quest’anno.

Prima cosa: hanno concesso l’accredito anche a noi wine blogger.

Ed è un buon balsamo per l’ego. Non tanto o solo perché l’accredito ti da il diritto di accedere gratuitamente alla manifestazione (comunque in un modo o nell’altro si entrava lo stesso), quanto per il fatto di vedersi finalmente riconosciuto lo status di “operatori” di settore.

Poi: non c’era Maroni (almeno non in forma istituzionalizzata). E nessuno ne ha sentito la mancanza.

Altra novità, VinitalyBio: il padiglione dedicato alle aziende con certificazione biologica o biodinamica. Con dinamiche che rasentavano il grottesco: si sono visti piccoli artigiani trovarsi fianco a fianco di grandi aziende che tentavano di rifarsi una verginità. Autentici Giano che tenevano un basso profilo con hostess in castigato tailleur, mentre ad un paio di padiglioni di distanza si erano dotati di megastand finta discoteca con tanto di ammiccanti cubiste in minigonna.

Ho trovato il nuovo Padiglione Internazionale piuttosto freddino ed asettico: ho fatto un giro veloce e non ho assaggiato nulla.

Guardando la piantina i miei poli di attrazione erano quasi tutti in alto a sinistra: ViViT., VinitalyBio e poi Valle d’Aosta, Liguria e Piemonte.

MappaVinitaly2014

Non solo i miei, a giudicare dalla ressa …

I miei tre giorni veronesi li ho passati quasi tutti lì, con qualche rinfrescante puntata in Trentino, che trovandosi al capo opposto della fiera, mi ha permesso di fare qualche assaggio spot qua e là.

Il ViViT dentro il Vinitaly è un po’ come quei box che si trovano nei centri commerciali pieni di palline colorate. Torni bambino e del resto non ti frega quasi nulla: ti ci butti dentro a peso morto, con l’unico intento di godere.

Dentro c’è una variegata ed allegra compagine di artigiani anarcoidi e natural-vinoveristi, fuoriusciti da Villa favorita o dalla fabbrica di Cerea,  la parte più concreta e meno sognatrice del movimento (cattiverie di corridoio dicono anche quella meno “dura & pura”).

Sia quel che sia, io mi ci trovo a mio agio.

Mi piace la concretezza, il fatto che quasi nessuno qua dentro (ho scritto “quasi”) ti tiri il pippone bionaturalverista prima di versarti da bere (se sei lì dentro, non c’è necessità), ma soprattutto mi piacciono i risultati nel calice.

Partendo con Stefano Menti: l’ultimo nato è l’Omomorto MC 2010 (1), con etichetta rovesciata e bottiglia proposta “in punta”: la sboccatura è fai da te. Oggi va di moda così, tra i produttori più cool. Tralasciando la fatica, il mezzo calice di vino perso nell’operazione e l’immancabile camicia inzaccherata che ti costa il dégorgment à la volée (ma il diabolico Stefano ha escogitato anche un attrezzo da inserire nella spumantiera per fare la sboccatura nella boule, dimezzando fatica, quantità di vino perso e risolvendo le problematiche di lavanderia), questo Durello è davvero buono, dritto e sferzante come deve essere. Ha l’unico difetto di mettere in ombra l’omonima versione Charmat, già di per sé un riferimento per la tipologia.

OmomortoMC2010

Agguerrita la serie di importatori e selezionatori: da Mineral, Luigi Fracchia mi ha colpito con Patrick Baudouin e il suo Anjou Le Cornillard, chenin blanc da vigne vecchie su scisti, dall’espressione potente e nettamente minerale.

Alla postazione di Les Caves de Pyrene ho annotato un altro vino dalla Loira: il Savennières Arena 2012 di Agnès e René Mosse. Sempre chenin blanc, stavolta da vigne giovani su sabbia e scisti. Grasso e teso allo stesso tempo, da dimenticare in cantina.

Arena2012

Nino Barraco è sempre una garanzia: le due etichette di grillo (Vignammare e, appunto, Grillo) sono prorompenti, così come lo Zibibbo vinificato secco, dalle intense suggestioni tropicali. Tra i rossi spicca per eleganza il Pignatello.

Dal Trentino, la Nosiola di Castel Noarna, dalla precisa espressione varietale.

Passando ai rossi, confesso vergognosamente che non avevo mai incontrato i Syrah di Stefano Amerighi. Sono rimasto spiazzato dall’eleganza che ne sovrasta la forza, cosa rara da riscontrare nei syrah italiani: già splendido il “base”, la selezione Apice lascia decisamente il segno !

Conferme anche dalla Calabria: il Cirò Classico Superiore Riserva di A’Vita rimane uno dei miei vini preferiti; dalla costa opposta ottima prova anche del Toccomagliocco de l’Acino.

Unico e riconoscibile come sempre il Taso, Valpolicella Classico Superiore di Cecilia Trucchi (Villa Bellini). A fianco c’erano Alessandra e Carlo di Monte dall’Ora: mi sono limitato all’assaggio dei due Valpolicella, il Classico Saseti e il Classico Superiore Camporenzo. Vini che dovrebbero essere presi ad esempio dai tanti (troppi) produttori che giocano sugli appassimenti per dare volume e tenere il passo degli Amarone: credetemi non ce n’è bisogno !

Dalla Toscana Tenuta di Valgiano ti riconcilia con i supertuscan con il suo Rosso Colline Lucchesi (sangiovese, syrah e merlot) e Riecine ti disarma con il suo Sangiovese 2010.

Finisco sui dolci: sorpreso dalla Malvasia delle Lipari di Lantieri (no, non c’entrano nulla con quelli della Franciacorta), lontana anni luce dalle versioni stucchevoli e resinose che inondano il mercato.

MalvasiaLantieri

Chiosa l’Uvapassa di Villa Bellini. Il recioto-non-recioto prodotto solo in annate eccezionali. Un rosso dolce particolarissimo, dalle suggestioni mediterranee e dalla beva leggiadra.

Ma Vinitaly non è solo ViViT e gli artigiani, anche quelli bionaturalveristi, non sono tutti confinati in riserva.

Ho voluto ad esempio verificare le nuove uscite di due piccoli produttori di Gambellara presenti al Vinitaly Bio.

Davide Vignato ha concluso la conversione al biologico e da un paio d’anni sta approcciando la biodinamica. Il prodotto che sembra essersene giovato di più è la selezione Col Moenia, che ha abbandonato i toni muscolari (e un po’ piatti) del passato, per trovare una dimensione più verticale ed espressiva. Più semplice ma sempre valido il prodotto base El Gian. Come dicevano al MIT: “non sappiamo perché, ma la biodinamica funziona”.

Cristiana Meggiolaro presentava invece il Gambellara Sarò, da leggere in prospettiva perché ancora in divenire e un sorprendente Durello Sui Lieviti Sotoca’. Il sorso è pura vibrazione, divertente ed intenso, rispettoso della varietà e del frutto, che si evidenzia nel finale di bocca.

DurelloSotoca

Tornando ai padiglioni “tradizionali” una tappa in Valle d’Aosta è d’obbligo.

Da Ermes Pavese per il Blanc de Morgex et de la Salle Metodo Classico, che evoca al naso erbe aromatiche frammiste a note dolci e poi per il Blanc del Morgex et de la Salle Nathan, che rispetto al primo assaggio fatto in agosto è riuscito ad assorbire quasi del tutto l’impronta del legno, arricchendosi di sfumature. Ma il mio preferito rimane la selezione Le Sette Scalinate, una delle espressioni più nitide e profonde del Priè Blanc senza mediazioni.

Didier Gerbelle rimane uno dei miei produttori preferiti in Valle: confermata la bontà del Pinot Gris Le Plantse, del Jeux de Cépage  e dei rossi Torrette Superieur Vigne Tsancognein e Peque-Na!, mi ha travolto con il Fumin 2009, senz’altro il rosso che più mi rimarrà impresso in questa edizione del Vinitaly !

Infine, buonissimo il Nus Malvoisie Flétri di Les Granges, dalla dolcezza delicata, setoso al palato.

Liguria. Non vi tragga in inganno l’aspetto glamour: Giovanna Maccario è una vignaiola di carattere. Lo avverti immediatamente nei suoi Rossese di Dolceacqua. Pura eleganza, rigore ed integrità. Se le prestazioni dei due cru Luvaira (più rotondo) e soprattutto Posaù (più preciso ed austero) sono quasi scontate, a sorprendere quest’anno è la “base”, per la sua schietta ed istintiva espressività mediterranea.

Spostandomi in Trentino non posso fare altro che confermare che Isidor 2010 rispetto all’anno scorso è cresciuto e va a sovrapporsi alla superlativa annata 2008. La selezione di manzoni bianco di Alessandro Fanti può aspirare al titolo di migliore bianco d’Italia !

Nuova etichetta per Mattia Filippi: Xurfus è un Müller Thurgau ben disegnato e rispettoso del vitigno.

Sul versante totalmente opposto il Müller Thurgau di Rudi Vindimian, un’interpretazione estrema e molto personale che non manca mai di entusiasmarmi.

Grasso e voluminoso lo Chardonnay Arlevo di Eredi Cobelli Aldo, azienda da tenere d’occhio.

Girellando per la fiera non ho potuto fare a meno di fermarmi da Pier Paolo Antolini: l’Amarone Moropio si conferma come uno dei campioni della tipologia, per profondità e facilità di beva.

Breve passaggio anche in Friuli, dove ho sostato allo stand di Aquila del Torre: Oasi è un affascinante versione di picolit vinificato secco, davvero interessantissima. Luminosi e ben scanditi anche i dolci Verduzzo Friulano e Picolit, il primo adatto ad accompagnare la pasticceria, l’altro più versatile sul fronte dei formaggi.

Come al solito tengo per ultimo il Piemonte. Ques’anno un po’ troppo  “ultimo”: sono arrivato praticamente quando stavano sgombrando gli stand ! Rapidamente assaggio la gamma di Massimo Clerico: tutti ottimi, dal Coste della Sesia al Lessona, ma quello che arriva diretto, potente e ben contrastato è lo Spanna 2010: bellissimo esempio di nebbiolo dell’Alto Piemonte.

Spanna2010

E alla fine ho costretto Silvia Barbaglia a tirar fuori le bottiglie smezzate dagli scatoloni, già pronte per essere caricate in auto:  brilla la prestazione della Vespolina Ledi, fa la finta semplice e poi mi resta in testa, accompagnando il rientro da Verona.

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(1) Mi scopro un fine umorista …

0 thoughts on “Vinitaly 2014 – Il report da Verona

  1. Bel reportage Marco.

    Io non mi sono quasi mai mosso dal mio banchino e quindi ho assaggiato solo i vini dei miei vicini, Mineral, Monte di Grazia, Fiorano e La Marca di San Michele, con vivaci e rapide fughe a Podere Pradarolo.

    Martedì mattina sono comunque andato da Davide Vignato e devo dire che i suoi vini sono pienamente migliorati.
    D’accordo con te sul Col Moenia, El Gian a me piace di più delle annate precedenti forse con più personalità anche se un po’ meno serbevolezza. Il vino che comunque più mi ha colpito è stato il 1950 merlot. Eleganza e finezza da terreno di Gambellara, con una freschezza, tannicità e colore che richiamano un Terrano carsico.

    • Mi fate arrossire con le vostre parole!
      Complimenti per i tuoi 5 giorni nel mondo del vino Marco, un bel tour de force ma che avrai superato senza problemi con il tuo zainetto.
      Stefano quando ho riassaggiato il tuo Vin Santo, era da tempo che non lo assaggiavo, è stata una vera emozione. Un Vin Santo così piacevole e bevibile anche nella sua estrema dolcezza non lo avevo mai assaggiato.
      Buona Pasqua a tutti
      Davide

  2. Marco, non ti conoscevo finora, ho ricevuto il link da Gaetano Gargano giustamente contento del tuo giudizio sul suo vino, che sono riuscito a portarmi in enoteca, 12 bottiglie, per gli amici, sono il suo primo cliente, un vino in cui vedo bel futuro. Complimenti per per i tuoi scritti, mi trovi allineato, non proprio su tutto, qualche assenza c’è, forse non l’hai assaggiata o forse è piaciuta solo a me ma il Carmina Arvalia di Simonetti Carla a Castagneto Carducci l’ho voluto per forza nella mia enoteca … Ci credo. Buon lavoro e continua così … Cosimo

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