Clinto: se lo conosci …

di Marco De Tomasi

Sono consapevole che lo scritto che segue finirà per alienarmi diverse simpatie, ma tant’è: non riesco più a contenermi sull’argomento.

La recente cronaca locale ha visto ben tre distillerie vicentine (Schiavo di Costabissara, Brunello di Montegalda e Capovilla di Rosà – per le quali nutro la massima stima) multate per aver messo in commercio distillati ottenuti dal frutto o dalle vinacce di clinto.

Non desidero entrare nel merito, ma uso questo episodio quale pretesto per esternare il mio pensiero sul clinto, sbandierato qui in provincia sempre più spesso come esempio di identità locale e tradizione da salvaguardare.

Andiamo con ordine: cos’è il clinto o clinton ?

E’ un ibrido produttore diretto, ottenuto dall’incrocio di due specie americane (Vitis labrusca x Vitis riparia), cioè dall’incrocio di due specie vegetali che sono imparentante con la vite europea (Vitis vinifera).

Grappolo di Vitis riparia, uno dei "genitori" del clinto

Grappolo di Vitis riparia, uno dei “genitori” del clinto

Se assumiamo quindi che per legge può chiamarsi “vino” solo il prodotto della fermentazione alcolica del frutto della Vitis vinifera, appare chiaro che l’utilizzo di tale termine è precluso per altri tipi di frutta.

Per i più “gnucchi”, ancora convinti che sempre e solo di grappoli d’uva si tratti, faccio un parallelo con altre specie vegetali.

Credo sia chiaro a tutti che, sebbene simili (colore a parte), more e lamponi NON siano la stessa cosa.

lamponi e more

Colore a parte, la struttura dei frutti del rovo e del lampone è la stessa, come nel caso dei frutti delle piante del genere Vitis

Scientificamente le more di rovo sono i frutti del Rubus ulmifolius, mentre i lamponi sono i frutti del Rubus idaeus.

Vale a dire che tra more e lamponi c’è lo stesso grado di separazione esistente tra il cabernet (o il merlot, o la garganega, o quello che preferite) e il clinto (o noah, o il bacò, o quello che preferite).

L’utilizzo di specie americane congeneriche della vite europea è dovuto alla diffusione in Europa, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, della fillossera, un insetto proveniente dal continente americano che iniziò ad attaccare viralmente le viti, provocando danni irreparabili.

Il dannato insetto attacca diversamente le varie specie del genere Vitis: nel caso della vinifera distrugge le radici della pianta, mentre nelle viti americane, più resistenti a causa del prolungato adattamento evolutivo a contatto con la fillossera, attacca l’apparato foliare.

L’avvento della fillossera fu catastrofico: i prestigiosi vigneti europei rischiarono seriamente di soccombere a questo attacco.

1890: una vignetta del giornale satirico britannico "Punch" ironizza sull'avvento della fillossera

1890: una vignetta del giornale satirico britannico “Punch” ironizza sull’avvento della fillossera

Per correre ai ripari si sperimentarono incroci fra le varie specie americane del genere Vitis e incroci tra specie americane e vinifera. Si fece ricorso così gli ibridi produttori diretti, come il clinton (che prende il nome dalla località statunitense di Clinton, da dove probabilmente vennero importate le prime barbatelle).

Nel volgere di qualche decennio, si scoprì che innestando la vite europea sull’apparato radicale di viti americane si impediva alla fillossera di danneggaire le preziose varietà europee, frutto di una selezione lunga migliaia di anni.

Annuncio Fillossera

Un annuncio pubblicizza la vendita di ibridi produttori diretti e viti innestate su piede americano negli Stati Uniti: siamo alla fine del 1800.

Nel frattempo però, gli ibridi produttori diretti avevano soppiantato la vite europea in alcuni territori, in particolar modo quelli più poveri o nelle porzioni di questi dove minore era la tradizione vitivinicola.

In Veneto la diffusione di tali ibridi avvenne tra l’ultimo decennio del 1800 e il 1920.

Va detto che il prodotto degli ibridi produttori diretti è, dal punto di vista qualitativo, nettamente inferiore a quello dato dalle varietà della Vitis vinifera. Maggiore è inoltre la quantità di alcol metilico presente e si hanno residui di acido cianidrico, per cui l’abuso delle bevande ottenute dalla fermentazione di tale tipo di frutta può creare danni alla vista (l’avvelenamento da metanolo colpisce la retina e il nervo ottico).

Con l’introduzione del portainnesto americano, veniva meno la necessità di ricorrere a tali prodotti, secondo la massima aurea:

… ora che avete trovato la soluzione, che ve ne fate di un vino di merda del genere ?
(cit. Fausto Maculan)

Alcol metilico a parte, una serie di misure protezionistiche a favore della vite europea, ha sancito a più riprese, anche a livello comunitario, il divieto di commercializzazione dei prodotti derivati dagli ibridi produttori diretti, con una deroga per l’uva fragola, perché prodotta non da un ibrido, ma da una specie americana “pura”, ovvero la Vitis labrusca (con l’avvertenza comunque di non chiamarlo “vino”).

Se riassumiamo quindi il quadro della situazione, il mio pensiero può riassumersi così:

  • La bevanda ottenuta dalla fermentazione del frutto degli IPD è di qualità scadente e comunque non comparabile al vino (inteso esclusivamente come prodotto della Vitis vinifera).
  • Affermare che il clinton e gli altri IPD facciano parte della nostra storia e delle nostre tradizioni è un falso storico, dato che la loro introduzione è relativamente recente (parliamo di poco più di un secolo, periodo che appare risibile di fronte alle varietà di uva preesistenti). Limitando la cosa alla provincia di Vicenza, dove la “battaglia” per il clinto sembra essere più accesa, la vera tradizione va ricercata nelle varietà di vinifera coltivate da tempo immemore sul territorio e infinitamente più rappresentative, come garganega, durella e molte altre, citate per esempio sul “Roccolo Ditirambo” di Aureliano Acanti, opera del 1754 (quindi antecedente di oltre un secolo all’introduzione degli IPD sul territorio).
  • E’ pretestuoso e fuorviante, a mio avviso, riconoscere la de.co. (*) per un prodotto che non può essere messo in commercio, come è successo per il comune vicentino di Villaverla, non fosse altro perché l’operazione non crea alcun ritorno economico. Maggiori benefici si otterrebbero facendo ricerche sulle varietà elencate per lo stesso comune dal già citato “Roccolo Ditirambo” ambientato proprio a Villaverla e che cita, per la località di Novoledo, la coltivazione del lambrusco (oggi non più presente, probabilmente annientato dalla stessa fillossera).
  • Appare discutibile il tentativo di parificare il clinto alle varietà della vinifera: il clinto fu un prodotto della disperazione generata dalla distruzione del vigneto europeo da parte della fillossera ed un succedaneo del vino. E’ come se dicessi che il caffé di cicoria ha la stessa dignità del caffé vero o che le uova di lompo sono la stessa cosa del caviale.

Fatte queste puntualizzazioni, alla fine penso che il divieto di commercializzazione possa tranquillamente essere tolto, ma la battaglia per la legalizzazione del clinto deve partire da altri presupposti e sottolineando, a difesa del consumatore finale, la storia che ha portato questo frutto sulle nostre tavole e le differenze abissali con le varietà di vinifera.

Nonostante tutto, il profumo dei grappoli di clinto, maturi da metà agosto, rimane inebriante ed evoca alla mente ricordi di una infanzia passata a rubarne qualche grappolo nelle scorribande campagnole e di una adolescenza dove un “goto” di quel liquido impenetrabile, acidulo e sgraziato era una costante dei giorni di festa …

… ma concedetemi che il vino è davvero un’altra cosa.

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(*) su come venga utilizzato lo strumento della de.co. per il momento taccio, giusto per tenermi quei tre lettori rimasti alla fine di questo articolo.

12 thoughts on “Clinto: se lo conosci …

  1. Molto interessante ed esauriente Marco.

    Affermare che il Clinto fa parte della tradizione è come affermare che il Vin Santo di Gambellara veniva tradizionalmente affinato in damigiana e non in caratello.

  2. Scusate ma a questo punto scrivo anche io qualcosa….
    Forse non ci siamo capiti, noi prima di tutti stiamo facendo una Grappa che utilizza vinacce cioè residuo della Vinificazione. quindi di commercializzazione della commercializzazione del vino non ne vogliamo assolutamente parlare, noi vogliamo solo distillare le vinacce per poter fare una Grappa grezza,alcolica, maschia ben acidula che rispecchia la grappa di una volta, per accontentare un mercato molto ristretto di persone che ricordano il vino clinto come il vino dei nonni e delle beate gioie infantili della campagna.
    Noi non siamo intervenuti perchè vogliamo abilitare un non Vino come si dice nell’articolo…anche se personalmente un ibrido da due VITIS lo chiamerei Vino lo stesso,
    visto che si tratta di fermentazione di Uva… ibrida ma Uva !!!
    Noi, ripeto non volgiamo commercializzare o produrre un vino che possa DARE FASTIDIO ai nostri AMICI produttori di Vino, ma vogliamo solo non venga cancellata la Tradizione perchè scusate… un Non Vino come dite voi che che si fà da ormai 80 anni la chiamerei Tradizione..
    Ripeto senza offesa o presa di posizione estrema per tutti noi che siamo nello stesso settore….vietare la totale commercializzazione di tutti i sottoprodotti mi sembra eccessivo.
    Sinceramente ripeto, io faccio questa Grappa dal 1987 e fino all’ultima legge freschissima di applicazione non c’erano stati problemi nel distillare e produrre un super alcolico sicurissimo dal metilico/metanolo/alcoli superiori che paga tassa di accisa 9.42 euro litro/anidro + iva 22% in antico in commercio.
    Ultima info…Universita di Enologia di Verona ( dott. Enrico Casarotti) ha accertato che non ci sono metilico/cianidrico superiori o che possano recare danni come invece succede nelle grappe distillate in casa che ancora oggi girano sempre di più nei nostri Agriturismi, sfuggendo a controlli Dogane quindi Accise, controlli USL, e Ministero Politiche Agricole.
    Un Abbraccio senza polemica a Tuttti
    Marco Schiavo

    • Grazie dell’intervento, Marco. Però questo articolo ha preso solo a pretesto la tua disavventura, senza entrare nel merito, per spiegare ai miei lettori cosa è il clinto e perché ne viene vietata la commercializzazione. Non ho scritto da nessuna parte che tu o altri distillatori volete produrre clinto. Anch’io trovo anacronistico il divieto, ma parimenti deve essere ben spiegata al consumatore finale la differenza tra vino e il prodotto della vinificazione di u frutto di altra natura, sebbene molto simile. Cosa che non è nota ai più perché si continua a considerare vino il clinto. Per fare un parallelo un po’ tirato con il tuo lavoro, è come dire che grappa e brandy sono la stessa cosa. Se vogliamo che questo divieto venga definitivamente superato, va fatto uno sforzo di comunicazione diretto ai consumatori, per collocare i singoli prodotti ognuno nella propria dignità. Penso che tu sia d’accordo su questo punto.

      • Grazie a te per l’esauriente spiegazione…anche se ripeto non mi soffermerei molto nella differenza tra Vino Clinto da Uve (frutta in questo caso Uva con forma a Grappolo )
        Clinto e Vino Superiore Ufficiale come dici tu…nel senso che il Vino Clinto nessuno lo ha mai paragonato ai Nostri meravigliosi Cabernet,Merlot,Garganega, Durella o Vespaiola…ma un prodotto grezzo, campagnolo e che non dura in invecchiamento….anche perchè ad oggi se volessimo collocarlo dovremmo definirlo “Bevanda spiritosa a base di Uve ibride fermentate”
        ma secondo me ripeto proviene sempre un’Uva.
        Ecco la Definizione di Wikipedia per quanto poco affidabile di uva che comprende anche la labrusca o americana o ibrida :
        L’uva viene utilizzata soprattutto per la produzione del vino, e si parla in questo caso di uva da vino, ma anche per il consumo alimentare come frutta, sia fresca (uva da tavola), sia secca (uva passa, utilizzata in cucina e nella preparazione dei dolci); infine dall’uva si estrae il succo d’uva (bevanda non alcolica), e dai semi si estrae l’olio di vinaccioli.
        Le due specie di vite più importanti per la produzione di uva sono:
        la Vitis vinifera, originaria dell’Europa e dell’Asia occidentale, dalla quale derivano tutti i vitigni destinati alla produzione di uva da vino e di uva da tavola
        la Vitis labrusca, di importanza molto ridotta, originaria dell’America del nord, destinata marginalmente alla produzione di uva da tavola.
        Le specie di vite americane ed i loro ibridi, essendo immuni dalla fillossera per quanto riguarda la parte radicale (infatti essa colpisce la parte aerea della vite “americana” e la parte radicale dalla Vitis vinifera), sono utilizzate sia come porta-innesto per la vite europea, sia come incrocio con alcune varietà della Vitis vinifera a produrre ibridi.
        L’Italia è il primo produttore al mondo di uva da tavola. Tra le principali varietà di uva da tavola: Italia, Vittoria, Regina, per le uve bianche; Moscato d’Amburgo, Red Globe e Rosada per le uve rosse.
        Precisato questo, ti ringrazio per l’articolo perchè serve Informazione, serve la discussione, serve il confronto…..
        W IL CLINTO
        W IL CABERNET
        W IL MERLOT
        W LA GARGANEGA
        W LA DURELLA
        W LA VESPAIOLA

  3. Naturalmente non posso che essere d’accordo con Marco Schiavo. La lezione (seppur incompleta e settaria) sul Clinto che ha voluto marcare Marco de Tomasi, non serve a smorzare le polemiche sul fatto che un distilatore non possa distillare “vinacce” (a questo punto possiamo ancora chiamarle così?) di uva! Sul fatto poi della tradizione e sul fatto che il clinto sia un prodotto De.Co., riporto la lettera inviata e pubblicata dal GdV:
    Egregio direttore,
    con riferimento alle multe relative al Clinto e al suo uso improprio, e in particolare agli articoli dedicati dalla Sua testata all’argomento, rimango veramente esterrefatto e basito in quanto tutto ciò sembra un vero attacco alle De.Co.
    Infatti per anni nessuno ha verificato l’effettiva regolarità della produzione mentre è balzata agli occhi dei controllori solo quando ha cominciato ad avere notorietà grazie appunto alla De.Co.
    Ma che fastidio può dare una De.Co.?
    Una semplice delibera comunale che raccoglie attorno a se un prodotto identitario, o una ricetta, che fastidio può dare? Sappiamo tutti, e noi in particolare della Magnifica Confraternita dei Ristoratori De.Co., i vantaggi che hanno creato dando vita a progetti di marketing territoriale, riscoprendo prodotti che sarebbero andati perduti e riaccendendo le piccole economie locali.
    Tanto si è scritto sulle numerose polemiche sulle De.Co. ma poco si è fatto, a cominciare da una legge regionale che “fluttua” da mesi in attesa non si sa di che cosa e dagli incontri più volte chiesti con le Istituzioni, con Coldiretti per cercare di seguire una linea logica. Oltre a presiedere la Confraternita De.Co. siedo anche, con onore, al Tavolo di Coordinamento dei Comuni De.Co. provinciale, capitanato dal grandissimo Davide Cadore e Le assicuro che tutto il tavolo sta mettendo in campo ogni sforzo per cercare di mantenere in vita quella straordinaria biodiversità che tutto il mondo ci invidia.
    Per questo non vorrei far morire la protesta contro un’ulteriore tentativo, improvvisato, di tagliare le gambe al nostro patrimonio culinario.
    Roberto Astuni
    Presidente
    Magnifica Confraternita Ristoratori De.Co.

    • Gentile sig. Astuni, vorrei che lei mi indicasse dove il mio articolo risulta incompleto e soprattutto settario.
      Chi ha mai detto che i distillatori non possono usare le vinacce ? Se così fosse la grappa non esisterebbe.
      Ma una cosa è farlo con le vinacce delle varietà della Vitis vinifera, altro è farlo con quelle di un frutto diverso e per il quale è risaputo esistere un divieto comunitario di commercializzazione.
      A poco serve sbandierare de.co. date frettolosamente ignorando la gerarchie delle foto fonti del diritto: secondo questa lettura per assurdo, se la costituzione nega la pena di morte, tale divieto potrebbe essere superato da un regolamento locale, oppure, senza iperboli, le imposte locali potrebbero superare i limiti imposti dalla fiscalità nazionale in base a semplici delibere comunali.
      Così non è, fortunatamente.
      La de.co. non supera in ogni caso il divieto stabilito da leggi superiori.
      Settario è chi non ammette altro punto di vista al di fuori del proprio. Io non sono a favore del divieto. Ma la legge non va aggirata con sotterfugi o escamotage. Va discussa nelle sedi appropriate ed opportune.

  4. salve a tutti!!
    vorrei fare un paio di considerazioni: da sempre ll clinto è vissuto in uno stato normativo poco chiaro e spesso e volentieri contornato più da dicerie da bar che non da basi scientifiche. ora, nel bene o nel male, la questione è chiara.. mancano alcune norme di riferimento ma alcune ci sono e come tali vanno rispettate.. Anzi proprio perchè son leggi umane, possono essere modificate..
    non mi soffermerei sul fatto che il clinto non è vitis vinifiera perchè se non sbaglio son stati autorizzati anche in Italia i nuovi ibridi per tentar di dar vita a nuove viti resistenti.. in giro per l’europa è già da qualche anno che son state autorizzate per la vinificazione..
    La cosa migliore per tutti, sarebbe come sostiene il sig astuni, che tutto il sistema produttivo e politico, si adoperassero quanto prima, per sfornare una legge o una serie di normative che mettano sotto protezione il clinto, se ritenuto meritevole di protezione e se viene provato scientificamente che non è dannoso per la salute, e il sistema delle de.co.

    • Si, ma la cosa va spiegata al consumatore, oggi convinto che il clinton sia una varietà della vinifera (e non è così !).
      Quanto al sistema delle de.co. andrebbe a mio avviso ampiamente rivisto, dato che ne è stato stravolto il significato pensato da Veronelli, il quale si ispirava alle denominazioni comunali francesi (vedi ad esempio i vari Pinot Noir di Borgogna che cambiano denominazione in pochi chilometri).
      Così come è stato realizzato in Italia, uno si sveglia la mattina e si “inventa” una de,co.
      Una denominazione va tutelata quando è legata ad un territorio e soprattutto quando è irriproducibile al di fuori di esso.
      Altrimenti diventa mera speculazione.
      Perché il clinto a Villaverla e non a Malo, Dueville, Caldogno o Sandrigo ? Perché sono arrivati prima ? Forse tale varietà era limitata al solo territorio di Villaverla ? Forse il clinto di Villaverla è diverso da quello di Malo ? In Borgogna ci hanno messo mezzo millennio e forse più a censire le unicità dei diversi terroir.
      Malo si è inventata la de.co “risotto con le quaglie”, semplicemente perché in paese c’è un industria che alleva e commercializza i pennuti, ma non esistono risaie !!! Cosa ha di irriproducibile una specialità del genere ? Forse a Vancimuglio (dove le risaie ci sono) o a Novara o in qualsiasi altra località del nord italia (riso o non riso) non sono in grado di rifarlo pari pari ?

  5. su questo sono pienamente d’accordo… a mio avviso l’attuale sistema delle de.co. ha deviato il messaggio che ci voleva trasmettere veronelli..

  6. Pingback: Clinto: dura lex, sed lex |

  7. Bravo. Hai fatto chiarezza su un falso storico generato dalla mancanza di memoria storica e culturale di cui siamo tutti vittime a causa di cattive politiche di insegnamento scolastico. Ciao. Daniele da Padova.

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