Clinto: dura lex, sed lex

di Marco De Tomasi

Visto che non si placano, almeno a livello locale, le polemiche seguite alle sanzioni comminate a tre distillerie vicentine per aver proposto in commercio distillati a base di clinton (o clinto che dir si voglia), faccio seguito al mio precedente articolo sull’argomento, ricapitolando la storia delle norme che si sono susseguite  negli anni e riassumendo il quadro attuale.

Lex

Per farlo ho rielaborato, anche alla luce delle norme successivamente emanate, l’illuminante commento del giudice Edoardo Mori sull’argomento e che trovate qui.

La storia delle norme sul clinto:

L’introduzione degli ibridi produttori diretti e delle viti americane a seguito dell’invasione della fillossera portò al proliferare di vini di qualità scadente che minacciavano di minare il commercio dei vini italiani.

La Legge n. 376 del 23 marzo 1931 vietava la coltivazione degli ibridi produttori diretti su tutto il territorio nazionale, divieto esteso anche alla specie americane “pure”, come l’uva fragola o isabella (Vitis labrusca – anche se rimane dubbio se questa sia in realtà un ibrido tra vinifera x labrusca) con la Legge n. 729 del 2 aprile 1936, con deroghe che dovevano essere stabilite a livello ministeriale per le regioni dove se ne ravvisava l’utilità ed eccezioni riguardanti la coltivazione ed utilizzo per il consumo familiare. Il Regio Decreto 16 luglio 1936, n. 1634, raccoglieva e ribadiva il precedente quadro normativo. Si trattava fondamentalmente di misure protezionistiche a favore della Vitis vinifera.

Tali divieti non furono però mai rigidamente applicati né mai furono emanati i decreti ministeriali che dovevano stabilire le deroghe previste dalla legge, pertanto il clinto, unitamente agli altri ibridi produttori diretti e all’uva fragola, continuarono ad essere coltivati.

GU

Con l’art. 22 del DPR 12 febbraio 1965, n. 162 si proibiva la vinificazione di uve diverse dalla Vitis vinifera, ma a seguito delle proteste dei coltivatori, con la Legge n. 207 del  6 aprile 1966, all’articolo 1 si tentò di correggere il tiro, vietando la

detenzione a scopo di commercio ed il commercio dei mosti e dei vini non rispondenti alle definizioni stabilite o che abbiano subito trattamenti ed aggiunte non consentiti o che, anche se rispondenti alle definizioni e ai requisiti del presente decreto, provengono da vitigni diversi dalla Vitis vinifera, eccezion fatta per i mosti ed i vini provenienti da determinati vitigni ibridi, la cui coltivazione potrà essere consentita con decreto del ministro per l’agricoltura e le foreste in relazione alle particolari condizioni ambientali di alcune zone ed alle caratteristiche intrinseche dei vitigni stessi…Si intendono detenuti a scopo di commercio i mosti o i vini che si trovano nella cantina o negli stabilimenti o nei locali dei produttori e dei commercianti.

La norma creò un po’ di confusione (dalle mie parti si dice “pezo el tacòn ch’el sbrégo” ovvero “peggio la toppa che lo strappo”), perché vietava da una parte e consentiva dall’altra, senza poi stabilire sanzioni. Di fatto era inapplicabile e quindi si continuò a fare vino con il clinto, sia pure a livello familiare o tutt’al più “semiclandestino”.

Il quadro normativo fu riassestato con l’entrata in vigore di normative europee. In particolare, il Regolamento n. 822/1987 del 16 marzo 1987 fissò l’elenco dei vitigni che potevano essere utilizzati per la produzione di uve da vino, prevedendo una deroga temporanea per gli incroci interspecifici (ibridi produttori diretti).

E se non sbaglio, mi pare che proprio la Distilleria Schiavo, sanzionata nelle scorse settimane, ha dichiarato di avere in produzione la “grappa di clinto” proprio dal 1987.

Purtroppo però il legislatore non si è fermato al 1987.

Europa Europe 3D

Le norme attuali

Il Regolamento (CE) n. 479/2008 del Consiglio del 29 aprile 2008 (che a sua volta modifica gli analoghi regolamenti susseguitisi tra il 1999 e il 2008 e abroga quelli emanati tra il 1986 e il 1999) relativo all’organizzazione comune del mercato vitivinicolo, all’art. 24, ha stabilito che:

1. Fatto salvo il paragrafo 2, gli Stati membri classificano le varietà di uve da vino che possono essere impiantate, reimpiantate o innestate sul loro territorio per la produzione di vino.
Gli Stati membri possono classificare come varietà di uve da vino soltanto quelle che soddisfano le seguenti condizioni:
a) la varietà in questione appartiene alla specie Vitis vinifera o proviene da un incrocio tra la specie Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis;
b) la varietà non è una delle seguenti: Noah, Othello, Isabelle, Jacquez, Clinton e Herbemont.
L’estirpazione di una varietà di uva da vino eliminata dalla classificazione di cui al primo comma ha luogo entro 15 anni dalla sua eliminazione.
2. Gli Stati membri in cui la produzione di vino  non supera 50 000 ettolitri  per campagna viticola, calcolata in base alla produzione media delle ultime cinque campagne viticole,  sono esonerati dall’obbligo di classificazione di cui al paragrafo 1.
Tuttavia, anche negli Stati membri di cui al primo comma possono essere impiantate, reimpiantate o innestate per la produzione di vino soltanto le varietà di uve da vino rispondenti al paragrafo 1, lettere a) e b).
3. In deroga al paragrafo 1, primo e secondo comma, e al paragrafo 2, secondo comma, sono autorizzati per scopi di ricerca scientifica e sperimentali l’impianto, il reimpianto o l’innesto delle seguenti varietà di uve da vino:
a) le varietà non classificate, per quanto concerne gli Stati membri di cui al paragrafo 1;
b) le varietà non rispondenti al paragrafo 1, lettere a) e b), per quanto concerne gli Stati membri di cui al paragrafo 2.
4. Le superfici impiantate con varietà di uve da vino per la produzione di vino in violazione dei paragrafi da 1 a 3 sono estirpate.
Non v’è tuttavia alcun obbligo di estirpazione di tali superfici se la produzione in questione è destinata esclusivamente al consumo familiare dei viticoltori.
5. Gli Stati membri prendono le misure necessarie per verificare che i produttori si conformino al disposto dei paragrafi da 1 a 4.

Dalla lettura del paragrafo 1. dell’art. 24, ed in particolare del punto b) appare evidente che in nessun modo il clinton, come anche l’uva fragola (isabella) possano essere classificati come uva da vino e che quindi gli impianti esistenti, se non destinati al consumo familiare, devono essere estirpati (*).

Inoltre appare chiaro come gli incroci interspecifici resistenti attualmente in fase di sperimentazione (come solaris e bronner ad esempio) possano essere inseriti (e di fatto lo sono stati) nelle varietà classificate come uve da vino.

Solaris

Grappoli di solaris

Evidentemente il legislatore ritiene che i vini derivati dalle uve espressamente vietate dal paragrafo 1. siano di qualità talmente insufficiente da non meritare alcuna tutela ed anzi scoraggiarne la coltivazione.

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(*) Mi sfugge la ragione di tale accanimento: non posso usarle come uve da tavola ? A meno che il divieto di coltivazione non sussista anche per tale tipologia. Però io l’uva fragola la trovo dal fruttivendolo !

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