De.Co.: ho dato uno sguardo e quello che ho visto non mi è piaciuto

di Marco De Tomasi

Nel tentativo di fare chiarezza sull’argomento, ho scatenato sui media una autentica “guerra del clinto”, che mi vede assediato dai sostenitori vicentini della “rozza bevanda”.

Mi spiace per chi continua a considerare l’argomento solo dietro il velo di sentimentalismi e nostalgie appellandosi al rispetto delle tradizioni, dell’identità e dei bei tempi andati, senza essere in grado di approcciare la materia da un punto di vista storico, legale e scientifico.

A margine della diatriba, informandomi sul tema, ho messo il naso in un’altra spinosa questione: quella delle Denominazioni Comunali (De.Co.).

L’intuizione delle De.Co. è dovuta a Luigi Veronelli, il quale auspicava che i comuni potessero “valorizzare il proprio territorio attraverso le produzioni artigianali ed agricole”.

Veronelli pensava alla Francia, ed in particolare alla Borgogna, dove nel volgere di pochi chilometri si trovano diverse appellation a rimarcare le differenze di terroir esistenti tra un area e l’altra, per cui i vini di Volnay risultano diversi dai vini del vicino comune di Pommard a prescindere che entrambi siano prodotti con pinot noir, riportando e in etichetta le distinte denominazioni di Volnay e Pommard.

Il modello borgognone funziona da secoli ed è indubbio che in fatto di marketing agroalimentare i francesi siano dei giganti.

Non solo marketing: la De.Co. rappresenta in primis un potente strumento di tutela di una comunità: pensiamo ai prodotti tipici ed esclusivi di piccole comunità rurali o montane che, prive di strutture adeguate, in questo modo possono “proteggere” il proprio patrimonio storico ed identitario, facendone uno strumento di potenziale benessere.

In Italia, paese di creativi, come al solito abbiamo interpretato il concetto in maniera piuttosto fantasiosa, stravolgendo i nobili scopi di Veronelli.

ProdottiVI

Va detto che una De.Co., per essere veramente tale e fregiarsi di un marchio di promozione di proprietà del comune (e quindi della collettività), deve essere creata seguendo un iter burocratico che prevede innanzitutto una delibera istitutiva da parte dell’amministrazione locale, cui segue la stesura di un disciplinare che definisce cosa debba essere tutelato e promosso attraverso tale marchio.

Mi sento di sottoscrivere quanto affermato da Riccardo Lagorio sul suo sito “Denominazione Comunale”:

La Denominazione Comunale, è un’ importante occasione per la valorizzazione del territorio, ma affinché possa essere davvero efficace, ha esigenze di rigore e scientificità.

Lagorio è stato il primo in Italia a redigere le delibere per l’istituzione delle De.Co., attenendosi al principio sopra enunciato.

Come ho già avuto modo di sottolineare, una denominazione va promossa e tutelata quando esiste una tradizione documentabile, quando è legata ad un territorio  e soprattutto quando al di fuori di esso è irriproducibile; e tali condizioni devono coesistere: non basta la tradizione di per se (che può essere condivisa anche con altri territori).

Oggi invece, annusata l’opportunità di promozione, si assiste ad una proliferazione di sedicenti De.Co., in particolar modo legate a ricette culinarie, i cui ingredienti non hanno a che fare né con territorio, né con tradizioni e né, tantomeno, risultano irriproducibili fuori dall’area che si vuole promuovere.

A titolo di esempio: se intendo tutelare e promuovere una ricetta a base di riso, questo cereale dovrebbe quantomeno far parte della tradizione documentabile del mio territorio, dovrei averne delle coltivazioni, e magari di una particolare cultivar.

Ho usato il termine sedicenti perché in molti casi queste fantasiose De.Co. non hanno mai visto l’atto istitutivo e cioè la delibera comunale, come se quest’ultima fosse un semplice atto dovuto, non soggetto a doverose verifiche da parte dell’ente amministrativo che, alla fine, “ci mette la faccia” (stendiamo un velo pietoso su quelle amministrazioni che la delibera l’hanno fatta, senza verifica alcuna).

Esistono in pratica solo nella fantasia dei promotori e nei frettolosi elenchi stilati da portali promozionali, magari sponsorizzati a vario livello da enti ed amministrazioni pubbliche e che evidentemente non si sono premurati di accertarsi dell’esistenza o meno delle delibere istitutive.

Lungi da me dubitare della buona fede e della genuina intenzione di promuovere e vivacizzare il territorio, ma l’inflazione di De.Co. create ad arte o magari pensate sotto gli influssi di abbondanti libagioni alla fine delle cene sociali della proloco, senza una vera tradizione ed un territorio definito, e ancora, declamate prima che ci sia un riconoscimento legale, non fa altro che svuotare di significato questo strumento, che quando usato con intelligenza e rigore, rappresenta invece una autentica opportunità.

6 thoughts on “De.Co.: ho dato uno sguardo e quello che ho visto non mi è piaciuto

  1. Ma allora veramente vuoi screditare chi ti si è rivoltato contro, con affermazioni FALSE, PRIVE DI OGNI FONDAMENTO. Se i vari Boschetto, Astuni e altri ritengono giusta la causa PRO CLINTO, perchè devi cercare di andare contro tutto ciò in cui credono? Sappi che mi piace anche la figa, vedi se trovi su internet qualcosa che sia contro questi gusti!
    Ragioni con la logica che tutto ciò che è su internet è vero! Parli delle De.Co. e ti informi in un sito fermo dal 2008 e che recita in alcuni punti che:
    LA DE.CO.
    1. E’ un marchio di qualità;
    2. E’ regolamentato dalla legislazione che norma i marchi collettivi;
    3. Non è incompatibile con le Denominazioni Europee (DOP; IGP…);
    TUTTE BALLE!!! Addirittura nei marchi delle De.Co. registrate allora c’è la dicitura De.C.O. (Denominazione Comunale di Origine) che ha fatto incazzare (giustamente) i consorzi dei marchi di Qualità!!
    Parlane con i VERI padri delle DE.CO. (Gian Arturo Rota, Massimo Massobrio) o cerca informazioni sui loro siti (non serve che ti dica che c’è anche un sito vicentino a proposito, tanto per te non conta nulla). Cerca di capire le vere ragioni di Veronelli, le vere emozioni, che lo hanno portato a questo. Studiati tutta le legislatura in questi ultimi 10 anni. PROPRIO TU, IL PROFESSORINO CHE DALLA CATTEDRA BACCHETTA GLI IGNORANTI!!!
    BASTA, capisco che cerchi visibilità e sappi che mai più te la darò, non rispondendo più alle tue inutili provocazioni. Io una strada l’avevo cercata ma tu……..
    Roberto Astuni

    • Lascio pubblicato il delirio del signore qui sopra (ma sarà l’ultimo), di modo che i lettori di Vitis possano formarsi una propria opinione.
      Curioso come si sia sentito parte in causa, dato che l’articolo non cita nessun nome in particolare, né tantomeno fa riferimento alla situazione locale.
      Quanto alle argomentazioni espresse con siffatta eleganza, i riferimenti al sito del Dott. Lagorio si limitano alla citazione di un principio che personalmente ritengo di grande validità.
      Prima della pubblicazione di questo articolo ho avuto uno scambio epistolare e telefonico con lo stesso dott. Lagorio e ne ho sottoposto i contenuti alla sua verifica, di modo da non incorrere ad errori, dato che lo stesso Dott. Lagorio è stato tra i primi a stendere i testi delle delibere delle De.Co.
      Sulla attualità e correttezza dei contenuti del suo sito, invito il Dott. Lagorio, se lo riterrà opportuno, a rispondere su questo blog.

    • Non conosco Roberto Astuni. Ha senz’altro problemi di consecutio temporum sull’effettiva nascita della DE.CO. Ma questo è un problema che hanno tanti. Disconosce peraltro il nome di battesimo dei suoi beniamini: evidentemente non ha le idee chiare a partire dai cosiddetti… fondamentali. Figuriamoci se quanto afferma può essere preso sul serio. Chiunque può creare un marchio di qualità (qualità=caratteristica; ci sono delle capre che invece intendono qualità=bontà). Già nel 1942, un Regio Decreto lo diceva chiaramente. E diceva che lo possono avere e creare anche enti pubblici (informo che il Comune è un ente pubblico). Quindi, se non vi sono accavallamenti con i prodotti regolamentati dalla UE, tutto è possibile. Problema. C’è chi ci ha messo dentro di tutto un po’: per ragioni politiche, per ignoranza, per andare una volta in più sul quotidiano locale, per inventarsi la festicciola di paese. Beh, se il signore si riferisce a queste Denominazioni Comunali, ha ragione: gli sforzi fatti da tante persone per bene vengono vanificate da cialtroni che fanno DE.CO. anche il pelo della moglie. Forse è anche questa la ragione del declino del nostro Paese: che molti fanno cose per cui non sono stati creati, tutti fanno di tutto un po’… E le chiacchiere di paese riescono ad inquinare anche una delle piùbelle idee nate negli ultimi quindici anni…

  2. Ritengo comunque doverosa una precisazione, per non incorrere in letture falsate del mio articolo.
    Non ho nulla contro chi tenta di promuovere il territorio, né tantomeno remo contro le De.Co.
    Il mio vuole essere in invito per una riflessione su un meccanismo che sembra essersi innescato, in mancanza di un quadro normativo chiaro ed efficace, che vede un proliferare a mio avviso anomalo di prodotti De.Co. (e il caso “clinto” centra poco o nulla nella questione, dato che il suo stato di De.Co. “sospesa” è dovuto all’incompatibilità del prodotto con la normativa vigente e non ad altro).
    In questo senso, credo che i vari consorzi ed associazioni che nel frattempo si sono create, debbano assumersi non solo il compito di promuovere detti prodotti ma anche e soprattutto, dettare delle linee guida rigorose e imperative per chi, a livello locale, intenda utilizzare questo strumento (in pratica: evitiamo che uno domani si svegli e pensi di poter creare la De.Co. sulla sua colazione perché lui la fa così da 40 anni, o che il piatto inventato 5 anni fa per la sagra patronale diventi De.Co.!).
    Di più: auspicherei che tali linee guida fossero condivise a livello nazionale, di modo da non creare disparità tra le De.Co. della regione A rispetto a quelle della regione B.
    Mi pare invece che ognuno faccia per se e che più De.Co. ci sono meglio è.
    Il pericolo concreto è quello di svuotare questo strumento di ogni significato, facendo finire tutto in farsa (todos caballeros …) .
    Mi spiace che i miei scritti siano percepiti come un attacco personale, quando invece vorrebbero creare un dibattito sull’argomento.

    • …todos caballeros. Ha purtroppo ragione Marco De Tomasi, ma l’ho già evidenziato qualche giorno fa: le numerose ragioni di opportunità hanno fatto sì che molti Comuni abbiano decretato la DE.CO. per numerosi prodotti inutili. Salvo poi verificare che… la DE.CO. non ce l’hanno perché non è sufficiente una bella (sigh) delibera per poter dire di tutelare un bene. De Tomasi: quanti Comuni hanno la DE.CO. a Vicenza? Saranno forse tre, magari quattro. Le altre sono cialtronerie che fanno male al nostro Paese… Con infinita tristezza, saluto.

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