Riflessioni oltrepadane

di Marco De Tomasi

Prima di addentrarmi a raccontare delle aziende che ho visitato e dei vini che ho assaggiato, vorrei rendere partecipi i miei lettori di alcune riflessioni sull’Oltrepò Pavese.

Territorio vitivinicolo massacrato da una immagine confusa ed inadeguata, scelte commerciali discutibili, soggetto allo strapotere di imbottigliatori e grandi cantine sociali e, come se non bastasse, infangato dai soliti furbi che spacciano mediocrità per qualità (vedi i fatti di cronaca di questi giorni).

Sono dell’opinione che dal punto di vista comunicativo la cosa debba essere affrontata dai fondamentali, senza quindi dare per scontate tante cose.

L’Oltrepò Pavese, lo dice il nome stesso, è in provincia di Pavia.

Ora, quando uno dice Pavia, a voi cosa viene in mente ?

Il mio scarsamente variegato retroterra culturale mi suggerisce inconsciamente la sequenza: longobardi-Desiderio-CarloMagno-paludi-Ticino-risaie-riso-Lomellina-oche-certosa-monaci-naviglio-Milano.

Curioso: mi sono subito venuti in mente il Ticino e il Naviglio Pavese e non ho considerato che la provincia di Pavia è tagliata in due dal Po !

PaviaMappa

Le tre aree della provincia di Pavia

E ancora: tutte le associazioni che ho fatto riguardano la parte di provincia a nord del Po.

Come se la parte a sud non esistesse.

La parte che si chiama appunto Oltrepò.

Dove non ci sono risaie, né tantomeno paludi (beh, a dire il vero non ci sono più neanche nella parte nord): è un susseguirsi di colline che diventano montagne che per pochi chilometri non arrivano a sfiorare la Liguria (la quota massima è di ben 1725 metri).

Oltrepo1

Sulla carta geografica è un cuneo tra la provincia emiliana di Piacenza e quella piemontese di Alessandria.

Oltretutto, nella sua storia recente e per più di un secolo, l’Oltrepò divenne piemontese, per tornare lombardo solo con l’unità d’Italia.

L’area adatta alla viticoltura è quella che va dalla prima collina fino ai 5-600 metri: il triangolo sulla cartina va tagliato a metà e si deve considerare il trapezio che se ne ricava in alto.

La zona che ho visitato è una piccola parte del territorio oltrepadano: si tratta della prima collina tra Montù Beccaria, Canneto Pavese e Santa Giuletta (senza “i”).

Colline dolci, letteralmente ricoperte da vigneti inframezzati da boschi, punteggiate da borghi, castelli e ville patrizie.

Da quel poco che ho visto, qui la fregola edificatoria che caratterizza il mio nordest non sembra esserci; o per lo meno si percepisce meno.

Ho avuto una sorta di déjà vu, girando in auto per le colline: come se il tempo da quelle parti si fosse fermato a 25 o 30 anni fa …

Parlando dell’argomento di questo blog, tornando al gioco delle associazioni, la parola Oltrepò mi evoca due cose: Barbacarlo-Metodo Classico. Due antitesi, praticamente.

L’immagine ufficiale dell’Oltrepò è affidata ai suoi Metodo Classico. Che si possono fare bene, ma non in tutto l’Oltrepò.

Perché in realtà questo è un territorio ad alta vocazionalità per i vini rossi.

Lo dicono le varietà tradizionalmente coltivate: croatina, ughetta di Canneto (vespolina), barbera, uva rara e altre (nel secolo scorso si contavano 225 varietà di uva in Oltrepò). E mettiamoci dentro anche il pinot nero.

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Scopro nella mia immensa ignoranza che l’Oltrepò Pavese è il primo produttore di Pinot Nero a livello nazionale.

Perché ce n’è tanto (più di 3.000 ettari sui 13.500 dell’intero comprensorio oltrepadano) ed è qui da parecchio tempo: da più di 150 anni, per la precisione.

La presenza del pinot nero in Oltrepò è dovuta al Conte Carlo Giorgi di Vistarino, che a partire dal 1860 circa diede inizio al suo impianto a Rocca de’ Giorgi (siamo in alta collina). Fin da subito la produzione si orienta all’utilizzo delle uve per basi spumante, che prendono la strada del Piemonte, ma ben presto si inizia a vinificare anche in rosso, a fianco delle numerose varietà autoctone.

Dall’altra parte c’è Lino Maga e il Barbacarlo.

Inutile nascondersi dietro un dito: per molti di noi appassionati un po’ presuntuosi, per molto tempo l’Oltrepò ha significato solo ed esclusivamente Barbacarlo.

Tralascio in questa sede di descrivere questo vino dal punto di vista organolettico, perché quello che è importante è soprattutto la sua storia e il significato dell’azione di chi lo produce.

Per chi non lo sapesse Barbacarlo è un cru, un singolo vigneto in territorio di Broni, di proprietà del Cavalier Lino Maga e della sua famiglia dal ‘700, e dal quale si ricava da uve croatina, uva rara e ughetta, un vino dalle peculiari caratteristiche (personalmente mi piace definirlo “un grande vino contadino”).

Qui una breve intervista del Cav. Maga tratta dal canale youtube de Ilvinobuono.com

Un vino che fu protagonista di una battaglia legale lunga ben ventitre anni.

Perché, vista la fama e il successo, molti iniziarono ad imbottigliare come Barbacarlo anche ciò che non proveniva da quella vigna esclusiva.

Pratica alla quale Lino Maga si oppose con ogni sua fibra, fino a veder riconosciuto il diritto ad essere l’unico a poter usare quel nome, tutelandone il luogo di origine. Purtroppo ciò non portò ad una migliore definizione della doc Barbarcarlo (che già esisteva ma è stata di fatto cancellata dall’azione legale di Maga), come poteva essere auspicabile, ma a una tutela dell’utilizzo del nome Barbacarlo come ragione sociale dell’azienda. Una occasione mancata, o un obiettivo raggiunto a metà, se preferite.

I presupposti alla fonte di questa vicenda sono importanti da capire, per focalizzare meglio la realtà storica e produttiva dell’Oltrepò.

Perché Barbacarlo non è l’unico cru presente su questo territorio.

Ma probabilmente è l’unico che gode di tutela, sia pure imperfetta.

Oltrepo2

Un esempio è dato dal Buttafuoco. Si tratta di circa un ettaro e mezzo in località Valle Solinga, comune di Canneto Pavese, spartito tra una manciata di proprietari. Per questo cru non si è riusciti a mettere in atto la stessa tutela, per cui si può produrre Buttafuoco con uve che non provengono da quel cru. E la situazione è irreversibile, poiché si sono ormai determinate delle dinamiche di denominazione e distinguo dalle quali è impensabile tornare indietro.

Due esempi all’opposto che ben semplificano la difficoltà di creare un’immagine precisa e ben delineata dell’Oltrepò, anche solo parlando di vini rossi della tradizione.

Se poi andiamo ad allargare il quadro, inserendo la presenza di grandi aziende imbottigliatrici che influenzano al ribasso il prezzo dell’uva (ho visto tanti vigneti abbandonati, anche con ottima esposizione: segno che, in mancanza di una giusta remunerazione, molti viticoltori abbandonano l’impresa), un’immagine affidata quasi esclusivamente al Metodo Classico, scelte produttive discutibili (pensiamo alla Bonarda frizzante, spesso proposta con residui zuccherini imbarazzanti per mascherarne la naturale tannicità), una certa indolenza oltrepadana dovuta al fatto che “tanto Milano ci beve tutto il vino che facciamo” (ma non è più così da tempo), si capisce come in Oltrepò la palude ci sia per davvero, anche se metaforica.

Palude dalla quale noi comunicatori del vino (anche quelli dilettanti come me) dovremmo sforzarci di fare uscire questa magnifica realtà produttiva, che ha tanti ottimi vini e molti buoni prodotti da offrire ma che non godono della visibilità e soprattutto della fama che meritano.

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