La riscoperta del Neret in Valle d’Aosta

di Marco De Tomasi

Chi mi conosce sa che alla parola “fillossera” reagisco flagellandomi e intonando un pianto greco.

Ovvio che la notizia del recupero di un vitigno considerato estinto sia per me fonte di incontenibile entusiasmo.

Tra Valle d’Aosta e Vallese esiste un gruppo di accademici ed appassionati ampelografi che gira incessantemente tra i vecchi vigneti alla ricerca di qualche Santo Graal viticolo.

La storia del recupero del Neret de Saint Vincent inizia qualche anno fa, intorno alla metà degli anni 2000.

Rudy Sandi è un appassionato ampelografo che nel suo vigneto di Gressan possiede vigne centenarie di vecchie varietà, che cura con maniacale attenzione.

neret1Nota che una pianta ha caratteristiche difformi da quelle vicine: foglie, portamento e grappolo.

Invia così dei campioni a José Vouillamoz, un ampelografo genetista svizzero.

Il DNA viene confrontato con le banche dati disponibili e la risposta non tarda ad arrivare: “genoma sconosciuto, varietà sconosciuta”.

Rudy inizia così una vera e propria indagine alla ricerca dell’identità di questa vite, girando per la valle, chiedendo ai vecchi vignerons e sottoponendo la questione anche a Giulio Moriondo, altro appassionato ampelografo e bioenologo di fama internazionale, collega di Vouillamoz (hanno scritto insieme Origine des cépages valaisans et valdotains (Origine dei vitigni vallesi e valdostani)

Si intuisce che l’uva misteriosa potrebbe essere Neret.

Ma la questione è ben lungi da essere risolta, perché in Valle il termine “Neret” si riferisce guarda caso a “qualsiasi uva a bacca rossa che non sia altrimenti classificabile”.

L’indagine è lunga e si va per esclusione, confrontando il genoma con i Neret conosciuti, provenienti dal Piemonte (canavesano e pinerolese – Chatus –), accertando che non vi è parentela.

Si allarga l’analisi ad uno spettro più ampio, scoprendo che l’uva in questione dimostra una parentela genetica con altri vitigni autoctoni valdostani conosciuti, come Mayolet, Petit Rouge, Cornalin e, anche se più diluita, con il Fumin. Vi è inoltre una parentela di primo grado (padre-figlio) con il Rouge de Pays, vitigno un tempo presente in Valle e oggi confinato al Vallese, in Svizzera.

Si tratta quindi di un Neret valdostano, di cui storicamente si conoscono tre sottovarietà: il Neret rare (nel senso di spargolo), il Neret gros e il Neret picciou (più compatti), un tempo diffuse nella media e bassa valle, soprattutto nella zona di Chatillon e Saint Vincent. Da qui la decisione di ribattezzarlo come Neret de Saint Vincent.

E qui entra in scena Didier Gerbelle, giovane e talentuoso vigneron di Aymavilles, che conosce Rudy e segue appassionatamente i lavori di Moriondo e Vouillamoz.

CastelloAymavilles

Viene recuperato altro materiale da vecchie vigne sparse nella valle e nel 2009 decide di dare via all’impianto di questa varietà ritrovata nei suoi terreni.

Sabato 22 novembre 2014 i protagonisti di questa ricerca hanno svelato la vicenda che vi ho appena raccontato.

Le giovani vigne di Neret hanno dato il loro primo frutto nel 2013: appena 260 bottiglie che Didier ha presentato con l’etichetta L’aîné, un omaggio a suo figlio Cristophe e un augurio di rinascita per la coltivazione di questa varietà dimenticata. Con l’annata 2014 le bottiglie disponibili saranno 900.

L'aineNeret

Il lavoro di ricerca e di caratterizzazione di questa varietà non è però ancora concluso: Didier intende nel futuro separare le viti ricavate dal materiale reperito in bassa valle rispetto a quello della media valle. Notando infatti che in autunno le foglie delle viti provenienti da una zona sono rosse, mentre le altre diventano gialle, è convinto che si tratti per lo meno di sottovarietà diverse che vanno ulteriormente studiate.

Va da sé: il valore intrinseco di questo vino va ben oltre le sue qualità organolettiche. Ma Didier ci sa comunque fare: nel calice troviamo un vino ancora fin troppo giovane ed esuberante, l’impatto al naso è dapprima fruttato, ma si smarcano già note austere e speziate in sottofondo, e la sensazione è che il vino abbia una duplice personalità, che si svelerà nella sua interezza solo dopo un lungo affinamento in vetro.

Nota a margine, il Neret è, assieme al Picotendro (Nebbiolo), l’uva che dava origine al Clairet de Chambave, un vino passito di grande prestigio, scomparso ad inizio ‘900. Si intravede quindi la possibilità di riportare in vita un vino rinomato che credevamo ormai confinato solo agli antichi testi di enologia.

Ma non solo Neret: è stata l’occasione per presentare ufficialmente al pubblico il Ten Perdu 2009, il Fumin di Didier, che avevo già avuto l’occasione di assaggiare quando era ancora in affinamento.

TenPerduFumin

Un vino che riesce quasi a commuovermi nella contemplazione della sua bellezza. Di quelli che hanno quel che di indefinibile che li rende superiori ad altri e che mi piace definire “in sottrazione”, un Fumin che non ha bisogno di mostrare i muscoli per svelare tutta la sua grandezza, la sua profondità e nobiltà. Semplicemente meraviglioso !

Didier Gerbelle
Fraz. Cheriettes, 20
11010 – Aymavilles (AO)
www.gerbelle.vievini.it
gerbelle@hotmail.it
Rudy Sandi
Fraz. Echandail , 1
11020 – Gressan (AO)
Rudysandi@gmail.com
Giulio Moriondo
11020 – Quart (AO)
www.vinirari.net

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