Tornare alla semplicità

di Marco De Tomasi

Il tema è ricorrente e in questi giorni sta impreversando sui social e non solo: lieviti indigeni o autoctoni.

Non mi infilerò per l’ennesima volta nel dibattito, perché probabilmente la cosa si trascinerebbe inutilmente senza spostare di una virgola le rispettive posizioni.

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Il legittimo “scazzo” su Facebook di Gabriele Succi, produttore in Castel Bolognese

Però una considerazione la voglio fare: una questione che dovrebbe interessare soprattutto chi il vino lo fa, confrontando reciproche esperienze per capire cosa è meglio per la propria azienda(*) e per il proprio modo di intendere il vino, ha creato fazioni opposte di appassionati, come al solito l’un contro l’altra armate.

Perché la domanda “lieviti autoctoni o lieviti indigeni ?” è solo l’ultima nata (e purtroppo non l’ultima in senso stretto) tra quelle che si sentono fare da chi, alle varie manifestazioni, ha il calice in mano e sta davanti (non dietro) il banco.

Segue in ordine cronologico le altrettanto perniciose “quanti gradi fa ?”, “barrique nuove o usate ?”“qual è la densità di ceppi per ettaro ?”, “fa malolattica ?”“c’è solforosa aggiunta ?” e “sei biologico o biodinamico ?”.

Domande che hanno un senso se sei un addetto ai lavori, un po’ meno se sei uno che il vino lo beve solo e hai una idea piuttosto vaga di come si faccia.

C’è un lavoro certosino e non scevro di aspetti patologici in questo continuo classificare e incasellare per grandi categorie,  semplificando problematiche che semplici non sono affatto.

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Peggio ancora se si carica questa operazione di significati ideologici.

Perché il problema è tutto nella risposta che vogliamo sentirci dare alla domanda di rito: se non corrisponde alla nostra “idea” di vino, saremo sicuramente meno propensi a valutare positivamente le caratteristiche organolettiche di quel vino. Ancora prima di averlo assaggiato.

Quando poi invece la risposta è in linea con il nostro pensiero, diventeremo fin troppo indulgenti, classificando come “espressione del territorio” quelli che in realtà sono palesi difetti di vinificazione o, sull’altro versante, giustificando manipolazioni enologiche messe in atto proprio per blandire il nostro gusto.

Ideologia

E poi mi metto nei panni del produttore, sottoposto al continuo stress di doversi giustificare per scelte a lungo meditate e provate sul campo.

Stiamo perdendo il gusto del piacere, della curiosità e dello stupore, riducendo tutto a questioni tecniche di cui alla maggior parte di noi, me compreso, sfuggono le più importanti implicazioni.

Assaporare il vino dovrebbe essere un gesto semplice, perché il vino sincero dà sempre le migliori risposte.

——

(*) Troppo spesso ci dimentichiamo che chi fa vino non lo fa per passione (anche se molti ce la mettono) ma soprattutto per conseguire un reddito.

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