Cascina Gnocco – Mornico Losana (PV)

di Marco De Tomasi

Non credo molto nella “decrescita felice”.

Nel caso di Cascina Gnocco,  credo però di essermi imbattuto in un caso di “decrescita intelligente”,

In Oltrepò in cataloghi aziendali sono spesso imbarazzanti per ampiezza e ricchezza di proposta.

Il disciplinare permette di produrre di tutto e di più, dal metodo classico al passito, rossi importanti, bianchi frizzanti, declinati in tutte le possibili varianti del tenore zuccherino.

Va detto che l’area è una delle più ricche d’Italia dal punto di vista ampelografico: basti pensare che un censimento delle varietà coltivate in Oltrepò del 1884 arrivava ad annoverare ben 225 diversi tipi di uva. A fianco dei vitigni internazionali più richiesti, troviamo ancora oggi un patrimonio di vitigni autoctoni, per lo più a bacca rossa, di tutto riguardo.

E non sono poche le aziende che decidono di proporre la più ampia gamma possibile, di fronte a tanta ricchezza.

A volte ottenendo etichette eccellenti, in molti altri casi vini che vanno dal passabile al dimenticabile.

Perché non tutte le zone sono vocate per tutti i vitigni e per tutte le tipologie.

Cascina Gnocco era la classica azienda dell’Oltrepò che all’affacciarsi  del nuovo millennio produceva quello che il mercato richiedeva, concentrandosi per lo più su vini di stampo internazionale.

Cascina Gnocco

Una simile impostazione, seppur premiata dal mercato, identificava l’azienda come “una delle tante” in Oltrepò.

Un’etichetta che a Domenico Cuneo e al figlio Fabio stava decisamente stretta.

Da qui la decisione di riorganizzare l’azienda, abbandonando la nuova cantina e i volumi importanti, e ritornando alla vecchia struttura, dimensionalmente più idonea al nuovo corso aziendale: concentrarsi sui vitigni autoctoni.

Questo processo passa per la riscoperta della mornasca, anticamente detta uva di Mornico o ugona, vitigno autoctono che si pensava scomparso, ma che tra i vecchi filari di Cascina Gnocco esisteva ancora.

Mornasca

Dell’uva di Mornico si erano perse le tracce al punto che non figurava tra le varietà iscritte al registro nazionale delle varietà di vite.

L’abbandono di questa varietà è, come in molti altri casi, legata alla riorganizzazione degli impianti produttivi a seguito dell’avvento della fillossera. Abbandono legato anche alle caratteristiche intrinseche del vitigno: alta produttività che portava a vini spesso insufficienti e quindi sacrificabili nell’ottica di allora, e in parte, anche di quella odierna.

A Cascina Gnocco scoprirono, quasi per caso, le potenzialità di quest’uva in chiave moderna.

Per mitigarne l’esuberanza produttiva si scelse di abbassare le rese, adottando potature corte e diradando i grappoli prima della vendemmia.

In seguito, una annata con un particolare andamento climatico durante la vendemmia, costrinse i Cuneo a occuparsi prima delle altre varietà presenti nei vigneti, allora fondamentali per l’economia aziendale.

L’uva di Mornico rimase quindi in pianta, pronta per essere vendemmiata. Ma alla vigilia di entrare in vigna, iniziò a piovere. E non smise per due settimane.

Questa forzata permanenza sui tralci trasfigurò i grappoli: rimasero inattaccati dalle muffe, non si gonfiarono d’acqua ma, al contrario, si presentarono alla raccolta con  caratteristiche organolettiche, concentrazione e colore inaspettati.

L’uva di Mornico diventò quindi un’uva per la quale valeva la pena tentare una vinificazione in purezza.

I risultati di quelle prime vinificazioni furono talmente incoraggianti da persuadere Domenico e Fabio a razionalizzare il vigneto, allora misto, puntando solo su quest’uva, intraprendendo nel contempo il laborioso percorso burocratico per il riconoscimento della varietà e il suo inserimento nell’elenco dei vitigni autorizzati per la provincia di Pavia, che avvenne ufficialmente nel 2010, ribattezzandola mornasca in quanto non era possibile usare il nome geografico per un vitigno. Per inciso, sono le stesse regole che ci hanno costretto a chiamare glera quello che fino a poco tempo fa abbiamo sempre chiamato prosecco.

Ho potuto apprezzare i risultati ottenuti da Cascina Gnocco sia in azienda che durante una serata dedicata nel ciclo “Oltre la storia” presso il ristorante Prato Gaio a Montecalvo Versiggia.

Cascina Gnocco RoséHa aperto la degustazione un Metodo Classico Rosè ottenuto da uve mornasca. 18 mesi sui lieviti. Uno spumante dal profilo interessante e tutto da scoprire: piccoli frutti rossi e melograno al naso, con note fermentative che presagiscono un’evoluzione in direzione dell’idrocarburo (ma è ancora presto per dirlo con certezza). In bocca è piuttosto pieno, grazie ad un tenore zuccherino chiaramente percepibile, e a una bella cremosità, anche se con un leggero deficit sul fronte della spinta acida. Un vino che si colloca a metà strada tra la ricercatezza di un metodo classico da uve internazionali e la nobile rusticità dei rifermentati in bottiglia della tradizione padana (e che per questo si inserisce a pieno titolo nel suo contesto territoriale), con una vocazione decisamente gastronomica.

Ma la mornasca, vitigno a bacca rossa, trova la sua vera essenza nell’Orione, il vino rosso di Cascina Gnocco.

Tanto per dare qualche riferimento, per chi frequenta i grandi vini di territorio dell’Oltrepò, pianto due paletti: da una parte i vini a base croatina e dall’altro quelli con prevalenza di barbera.

La mornasca vinificata in purezza colpisce per i tannini vellutati, di maggiore morbidezza rispetto a quelli dati dalla croatina, e per l’eleganza del frutto, distante dalle ruvidità, pur affascinanti, che spesso si incontrano nella barbera.

Quattro le annate che ho avuto la possibilità di degustare: 2008, 2007 e 2005 alla serata di “Oltre la storia” e 2006 direttamente in azienda.

Oculata la scelta di Francesco Beghi, attento conoscitore della realtà oltrepadana, di non proporre la 2006 durante la serata. Non perché insufficiente, ma perché sembra stia seguendo un percorso evolutivo proprio, con un passo più lento rispetto alle altre tre annate.

Tre annate che invece seguono magistralmente lo stesso canovaccio, pur nel rispetto delle differenze dei singoli millesimi, scandendo a intervalli regolari e pressoché equidistanti il potenziale evolutivo dell’Orione.

OrioneProvincia di Pavia Rosso Orione 2008: Il naso è dominato da frutti rossi ancora croccanti, con innesti floreali e una distinta nota vegetale che ricorda la rucola. A distanza cominciano ad emergere note di tabacco e spezie dolci. Godibile ma ben lungi dall’essere maturo, specie in bocca, con tannini ben presenti e ancora non perfettamente integrati al frutto (come detto però siamo ben distanti dalle durezze tipiche della croatina di pari età). Un ulteriore affinamento in bottiglia non farà che bene a questo vino.

Provincia di Pavia Rosso Orione 2007: qui devo fare dei distinguo, perché la bottiglia bevuta a cena era decisamente diversa da quella assaggiata in azienda nel pomeriggio. In entrambi i casi ho incontrato un frutto più maturo rispetto al 2008, come era da aspettarsi. Ma la complessità espressa dalle due bottiglie di pari annata era nettamente diversa, con quella degustata a cena che sembrava avere il freno a mano tirato rispetto a quella assaggiata in azienda, che invece esplodeva in una complessità olfattiva fuori del comune, con note fruttate e floreali evolute che andavano ad integrarsi a registri balsamici, in sentori che ricordavano molto da vicino il più nobile rancio di un Bas-Armagnac. Ora, con tali descrittori si potrebbe pensare che il vino potesse avere qualche problema di cessione del tappo con prematura ossidazione. Invece in bocca ho trovato un vino altrettanto complesso, elegante, energico, niente affatto stanco e con l’idea di avere ancora raggiunto la piena maturità.

Provincia di Pavia Rosso Orione 2005: sensazioni che ho puntualmente ritrovato amplificate nella 2005, presenti in tutte le bottiglie proposte a cena e che sono state apprezzate da tutti i commensali. Sono rimasto piacevolmente colpito soprattutto da questa complessità olfattiva, tanto da farla notare a Roger Marchi, tra gli anfitrioni di “Oltre la storia” il quale ha confermato la mia idea dopo che entrambi avevamo posato il naso su una bottiglia di Bas-Armagnac. Anche al palato dimostra di aver acquisito ulteriore fascino ed eleganza, con tannini vellutati e assenza di qualsiasi tipo di spigolo, mantenendo nel contempo un potenziale evolutivo sicuramente interessante.

E c’è vita e forza in questo vino: dato che mi spinge a confermare l’idea che queste curiosissime note olfattive non siano dovute a processi ossidativi indesiderati ma a naturale evoluzione del vino, rendendo la mornasca un vitigno degno della massima attenzione proprio per queste sue caratteristiche peculiari.

Infine, degustato unicamente in azienda:

Provincia di Pavia Rosso Orione 2006: rispetto alla successiva annata 2007 risulta molto chiuso ed in cerca di una propria precisa identità, con un naso incentrato più sul registro delle spezie che non sul fruttato-floreale. Spezie però ancora piuttosto lontane dall’esprimere tutto il loro potenziale. Anche in bocca rispecchia questo carattere piuttosto scontroso e poco incline a concedersi, specie quando messo al confronto con i vini che lo hanno preceduto e seguito. Giudizio sospeso, in attesa che decida di schiudersi al naso e al palato.

 

Cascina Gnocco
Frazione Losana, 20
27040 – Mornico Losana (PV)
Tel.: 0383 892280
E-mail : info@cascinagnocco.it
www.cascinagnocco.it
Ettari Vitati: 5
Bottiglie annue prodotte: 10/15.000

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