Vinitaly 2016 – Il report da Verona

di Marco De Tomasi

So che gran parte dei miei venticinque lettori (che dopo aver letto ciò che segue diminiuranno ancora) sono fortemente orientati al mondo del naturale e quindi schivano (alcuni anche schifano) il Vinitaly in quanto manifestazione di un concetto di vino a sentir loro “falsificato” (segue pistolotto in sei tempi e diciotto bobine sulla mia mancata presa di coscienza della verità rivelata ed altre amenità che vi/mi risparmio).

Vinitaly è anche questo.

Ciò non di meno, io continuo a trovarlo stimolante, forse perché dopo una quasi ventennale frequentazione ormai so come districarmi tra i padiglioni, evitando grandi nomi, winestar e autentiche baracconate che sono l’appariscente superficie della più importante manifestazione enologica italiana.

Devo dire che per la prima volta da tanti anni quest’anno si è percepito chiaramente uno sforzo da parte dell’organizzazione di scrollarsi di dosso la nomea poco lusinghiera cresciuta nel tempo e dovuta ad aspetti logistici importanti come code, parcheggi, connessione telematica e, non ultima, presenza di soggetti molesti che non distinguono il vino in tetrapack da un Barolo e sono lì convinti di essere ad un addio al celibato e decisi ad inquartarsi di alcol come se il domani non esistesse.

Il risultato è un’atmosfera decisamente più vivibile e, soprattutto, volti dietro gli stand più rilassati, maggiore disponibilità e facilità di dialogo.

Il mondo del naturale da qualche anno si è ricavato il suo spazio interno al ViViT, ogni anno sempre più stretto in termini di spazio e sempre più stipato di produttori ed appassionati. In tre giorni non sono riuscito ad approcciarmi all’area in modo organico, facendo solo qualche raro assaggio. Sto diventando vecchio e la ressa mi crea disagio. Inoltre in questa come nelle altre enclave vinonaturalveriste l’effetto déjà vu è perennemente in agguato. Bene inteso: tra i produttori presenti ci sono vignaioli eccelsi, in molti casi rappresentano dei punti di riferimento per me, ma avendo la tendenza di andare alla continua ricerca di novità, spesso passo oltre (perdendomi con tutta probabilità degli assaggi favolosi, ma tant’è).

A fianco del ViViT quest’anno era stato collocato lo spazio FiVi, molto più arioso e ben distribuito.

Tanti e tantissime gli stimoli e le conferme tra il Vignaioli Indipendenti: a partire dal gruppo trentino di Alessandro Fanti, Maso Furli, Mattia Filippi, Balter e altri che quest’anno sono migrati in massa dal padiglione regionale per approdare alla FiVi, dove hanno sicuramente maggior richiamo e visibilità. Tralascio gli eccellenti assaggi fatti da loro (ma non si possono non citare i superlativi Manzoni Bianco di Fanti e Maso Furli) e mi concentro sulla proposta siciliana di Mattia Filippi che in quanto “vignaiolo errante” presentava una Inzolia 2014 dell’azienda Marino Abate davvero splendida per piacevolezza e precisione.

Parlando di Manzoni, merita sicuramente attenzione la versione 2014 del Manzoni Bianco di Arturo Vettori, che in una annata difficile rinuncia comunque ad ogni correzione enologica in cantina mantenendo un’acidità elevata che ne esalta le caratteristiche (“per una volta che c’è, perché mai dovrei andare a toglierla !?”, parole di Arturo che mi sento di appoggiare).

Stesso padiglione, altro settore: Vinitaly Bio. Qui consiglio vivamente Davide Vignato e i suoi Gambellara. Grazie ad una crescita qualitativa costante in questi ultimi anni e l’uscita dalla denominazione da parte di Stefano Menti e Cristiana Meggiolaro (che rimangono comunque eccellenti), lui è rimasto il mio principale punto di riferimento per la denominazione. Tenetelo d’occhio nei prossimi anni perché ci darà delle soddisfazioni.

Bighellonando tra i padiglioni sono andato in cerca di novità e sono inciampato (beh, volutamente a dire la verità) nell’ansonaca Senti Oh! di Fontuccia (Isola del Giglio) e nella selezione Capperrosso 2015, indubbiamente tra i migliori bianchi assaggiati in questa edizione. Buonissima anche la versione passito.

Un piccolo focus sull’Oltrepo Pavese su cui da qualche tempo sposto spesso l’attenzione (la zona lo merita, checchè se ne dica). Non ve lo dico più: Andrea Picchioni è sicuramente uno dei nomi da tenere bene a mente se decidete di esplorare la zona. Recentemente però mi è capitato di assaggiare un paio di Pinot Nero che mi hanno davvero impressionato. Ed ho colto l’occasione per chiarirmi le idee sullo stato dell’arte. Diciamo che probabilmente anche in Oltrepo non hanno propriamente ben presente dove andare a parare nell’interpretazione di questa varietà, però alcune cose davvero egregie sono saltate fuori: il succoso Pinot Nero Calonga 2010 di Bisi, che mi ero già in precedenza annotato (ma non perdete assolutamente di vista anche la sua Barbera Riserva Roncolongo) e il più etereo Pinot Nero Nüval di Berté e Cordini.

In Alto Adige è sempre un piacere scambiare qualche parola con Armin Kobler ed assaggiare i suoi vini: quest’anno si è aggiunta una nuova etichetta di pinot grigio Oberfeld che va ad affiancarsi al Klausner e che da questo si distingue per un frutto più importante e maturo. Armin da sempre imbottiglia tutti i suoi prodotti con il tappo a vite e da un paio di anni offre in assaggio quelle che lui chiama MILF (ma che io ribattezzerei BILD – Bottle I’d Like to Drink -, se questo non provocasse problematiche di interpretazione con la lingua tedesca), vale a dire vecchie annate a dimostrare che il vino “nel bene e nel male” matura ed evolve anche con questo tipo di (benemerita) chiusura. Ottima performance del merlot rosato Kotzner che, pur evoluto, mantiene piacevolezza e vigore che gli sono caratteristici.

Least but not last, non posso lasciare il Vinitaly senza una puntata in due regioni sempre prodighe di sorprese: Liguria e Valle d’Aosta.

Nel ponente ligure incontro un notevolissimo Vermentino 2015 prodotto da Terre Bianche.

Mi congedo poi dal Vinitaly allo stand di uno dei miei produttori preferiti in Valle d’Aosta: Didier Gerbelle. Quest’anno è stato capace di infilare non uno, ma due dei miei migliori assaggi veronesi: il Torrette Superieur Vigne Planté 2013, da vigne centenarie in gran parte franche di piede e, soprattutto il monumentale Fumin Ten Perdu 2010.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *