Di rifermentazioni e altre storie

di Marco De Tomasi

Le fiere primaverili, quelle “importanti”, tra Verona, Cerea e Gambellara, sono una irrinunciabile occasione non solo per esplorare, scoprire ed assaggiare cose nuove, ma anche per annusare le tendenze e le direzioni prese dal mondo del vino.

Dato che il mio settore di interesse sono i vignaioli, siano essi convenzionali, biologici, biodinamici o naturali, mi concentro su quel particolare ambito, nelle mie considerazioni.

Per quanto riguarda le ultime due categorie, quelle che animano ViniVeri a Cerea, VinNatur a Gambellara e Vi.Te al Vinitaly, già in passato avevo sollevato delle perplessità su un aspetto che trovo, per assurdo, omologante nella proposta.

In quell’occasione mi ero chiesto se avesse senso macerare qualsiasi uva bianca capitasse a tiro, dall’Alto Adige alla Sicilia, con risultati spesso discutibili, arrivando alla conclusione che se non parli o quantomeno capisci lo sloveno, forse quella strada non è proprio quella giusta da seguire (con le dovute eccezioni, ovviamente).

La tendenza imperante già  da qualche tempo, e che quest’anno ho trovato particolarmente evidente, è quella di offrire:

il rifermentato in bottiglia

… o frizzante sur lies, se preferite.

Che tu produca Prosecco o Barbera, che la tradizione da cui provieni ti imponga di concentrare la produzione sui rossi da invecchiamento, oppure bianchi fermi e precisi, sembra tu non possa più esimerti dal mettere in catalogo una etichetta briosa, facile, semplice, “da pane e salame”, “da merenda” e a seguire con altre definizioni che evochino disimpegno e gioiosa fruibilità.

E questa tendenza è ancor più trasversale, rispetto a quella dei macerati, nel senso che sta dilagando anche fra produttori più convenzionali.

Abbagliati dal successo dell’operazione “Colfondo” fatta col Prosecco, tutti si danno all’emulazione, probabilmente sperando di erodere una piccola parte di mercato o attirare nuovi consumatori.

A quelli del “Colfondo”, al netto del racconto, è andata bene, ammettiamolo. Uva adatta allo scopo, proposta già incentrata su un prodotto effervescente e tradizionalmente vocato al disimpegno.

Ma fatto salvo questo caso, mi nasce spontanea una considerazione simile a quella testé citata per i macerati. E cioè che se non hai la cantina lungo la via Emilia e dintorni, le rifermentazioni non sono proprio il tuo mondo (con le dovute eccezioni, ovviamente).

Ho visto invece cataloghi aziendali che offrono, a fianco delle produzioni canoniche e peculiari del proprio territorio, le versioni macerate e/o rifermentate degli stessi vini (fortunatamente non ancora riunite nelle stessa bottiglia).

C’è davvero bisogno di una offerta così estesa di questa tipologia di prodotto ?

Prodotti che, come per i macerati, dal punto di vista organolettico, spesso non si capisce con cosa siano fatti e da dove vengano, ripetibili ovunque e che non portano in dote alcuna particolarità.

Questo inseguire ad ogni costo ciò che fa moda o tendenza, non vi giova affatto, cari amici vignaioli.

Magari nel breve termine può aiutare con il mutuo o semplicemente, a far parlare di voi (nel bene e nel male), ma nel lungo termine non paga.

Non sarebbe invece preferibile fare quello che sapete fare meglio, ciò che è legato alla vostra vera sensibilità, alle vostre tradizioni e al vostro territorio ?

Ovviamente ciò non preclude la possibilità di sperimentare nuove strade, ma avendo il coraggio e l’onestà di non proporre  vini discutibili.

Questo vi renderebbe riconoscibili e riconosciuti.

Se invece volete continuare su questa strada, vi anticipo le tendenze che già hanno fatto capolino in questa tornata di fiere: i rosati e, a seguire, i vini aromatizzati (vermouth), dal Manzanarre al Reno.

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