Cascina Gnocco – Mornico Losana (PV)

di Marco De Tomasi

Non credo molto nella “decrescita felice”.

Nel caso di Cascina Gnocco,  credo però di essermi imbattuto in un caso di “decrescita intelligente”,

In Oltrepò in cataloghi aziendali sono spesso imbarazzanti per ampiezza e ricchezza di proposta.

Il disciplinare permette di produrre di tutto e di più, dal metodo classico al passito, rossi importanti, bianchi frizzanti, declinati in tutte le possibili varianti del tenore zuccherino.

Va detto che l’area è una delle più ricche d’Italia dal punto di vista ampelografico: basti pensare che un censimento delle varietà coltivate in Oltrepò del 1884 arrivava ad annoverare ben 225 diversi tipi di uva. A fianco dei vitigni internazionali più richiesti, troviamo ancora oggi un patrimonio di vitigni autoctoni, per lo più a bacca rossa, di tutto riguardo.

E non sono poche le aziende che decidono di proporre la più ampia gamma possibile, di fronte a tanta ricchezza.

A volte ottenendo etichette eccellenti, in molti altri casi vini che vanno dal passabile al dimenticabile.

Perché non tutte le zone sono vocate per tutti i vitigni e per tutte le tipologie.

Cascina Gnocco era la classica azienda dell’Oltrepò che all’affacciarsi  del nuovo millennio produceva quello che il mercato richiedeva, concentrandosi per lo più su vini di stampo internazionale.

Cascina Gnocco

Una simile impostazione, seppur premiata dal mercato, identificava l’azienda come “una delle tante” in Oltrepò.

Un’etichetta che a Domenico Cuneo e al figlio Fabio stava decisamente stretta.

Da qui la decisione di riorganizzare l’azienda, abbandonando la nuova cantina e i volumi importanti, e ritornando alla vecchia struttura, dimensionalmente più idonea al nuovo corso aziendale: concentrarsi sui vitigni autoctoni.

Questo processo passa per la riscoperta della mornasca, anticamente detta uva di Mornico o ugona, vitigno autoctono che si pensava scomparso, ma che tra i vecchi filari di Cascina Gnocco esisteva ancora.

Mornasca

Dell’uva di Mornico si erano perse le tracce al punto che non figurava tra le varietà iscritte al registro nazionale delle varietà di vite.

L’abbandono di questa varietà è, come in molti altri casi, legata alla riorganizzazione degli impianti produttivi a seguito dell’avvento della fillossera. Abbandono legato anche alle caratteristiche intrinseche del vitigno: alta produttività che portava a vini spesso insufficienti e quindi sacrificabili nell’ottica di allora, e in parte, anche di quella odierna.

A Cascina Gnocco scoprirono, quasi per caso, le potenzialità di quest’uva in chiave moderna.

Per mitigarne l’esuberanza produttiva si scelse di abbassare le rese, adottando potature corte e diradando i grappoli prima della vendemmia.

In seguito, una annata con un particolare andamento climatico durante la vendemmia, costrinse i Cuneo a occuparsi prima delle altre varietà presenti nei vigneti, allora fondamentali per l’economia aziendale.

L’uva di Mornico rimase quindi in pianta, pronta per essere vendemmiata. Ma alla vigilia di entrare in vigna, iniziò a piovere. E non smise per due settimane.

Questa forzata permanenza sui tralci trasfigurò i grappoli: rimasero inattaccati dalle muffe, non si gonfiarono d’acqua ma, al contrario, si presentarono alla raccolta con  caratteristiche organolettiche, concentrazione e colore inaspettati.

L’uva di Mornico diventò quindi un’uva per la quale valeva la pena tentare una vinificazione in purezza.

I risultati di quelle prime vinificazioni furono talmente incoraggianti da persuadere Domenico e Fabio a razionalizzare il vigneto, allora misto, puntando solo su quest’uva, intraprendendo nel contempo il laborioso percorso burocratico per il riconoscimento della varietà e il suo inserimento nell’elenco dei vitigni autorizzati per la provincia di Pavia, che avvenne ufficialmente nel 2010, ribattezzandola mornasca in quanto non era possibile usare il nome geografico per un vitigno. Per inciso, sono le stesse regole che ci hanno costretto a chiamare glera quello che fino a poco tempo fa abbiamo sempre chiamato prosecco.

Ho potuto apprezzare i risultati ottenuti da Cascina Gnocco sia in azienda che durante una serata dedicata nel ciclo “Oltre la storia” presso il ristorante Prato Gaio a Montecalvo Versiggia.

Cascina Gnocco RoséHa aperto la degustazione un Metodo Classico Rosè ottenuto da uve mornasca. 18 mesi sui lieviti. Uno spumante dal profilo interessante e tutto da scoprire: piccoli frutti rossi e melograno al naso, con note fermentative che presagiscono un’evoluzione in direzione dell’idrocarburo (ma è ancora presto per dirlo con certezza). In bocca è piuttosto pieno, grazie ad un tenore zuccherino chiaramente percepibile, e a una bella cremosità, anche se con un leggero deficit sul fronte della spinta acida. Un vino che si colloca a metà strada tra la ricercatezza di un metodo classico da uve internazionali e la nobile rusticità dei rifermentati in bottiglia della tradizione padana (e che per questo si inserisce a pieno titolo nel suo contesto territoriale), con una vocazione decisamente gastronomica.

Ma la mornasca, vitigno a bacca rossa, trova la sua vera essenza nell’Orione, il vino rosso di Cascina Gnocco.

Tanto per dare qualche riferimento, per chi frequenta i grandi vini di territorio dell’Oltrepò, pianto due paletti: da una parte i vini a base croatina e dall’altro quelli con prevalenza di barbera.

La mornasca vinificata in purezza colpisce per i tannini vellutati, di maggiore morbidezza rispetto a quelli dati dalla croatina, e per l’eleganza del frutto, distante dalle ruvidità, pur affascinanti, che spesso si incontrano nella barbera.

Quattro le annate che ho avuto la possibilità di degustare: 2008, 2007 e 2005 alla serata di “Oltre la storia” e 2006 direttamente in azienda.

Oculata la scelta di Francesco Beghi, attento conoscitore della realtà oltrepadana, di non proporre la 2006 durante la serata. Non perché insufficiente, ma perché sembra stia seguendo un percorso evolutivo proprio, con un passo più lento rispetto alle altre tre annate.

Tre annate che invece seguono magistralmente lo stesso canovaccio, pur nel rispetto delle differenze dei singoli millesimi, scandendo a intervalli regolari e pressoché equidistanti il potenziale evolutivo dell’Orione.

OrioneProvincia di Pavia Rosso Orione 2008: Il naso è dominato da frutti rossi ancora croccanti, con innesti floreali e una distinta nota vegetale che ricorda la rucola. A distanza cominciano ad emergere note di tabacco e spezie dolci. Godibile ma ben lungi dall’essere maturo, specie in bocca, con tannini ben presenti e ancora non perfettamente integrati al frutto (come detto però siamo ben distanti dalle durezze tipiche della croatina di pari età). Un ulteriore affinamento in bottiglia non farà che bene a questo vino.

Provincia di Pavia Rosso Orione 2007: qui devo fare dei distinguo, perché la bottiglia bevuta a cena era decisamente diversa da quella assaggiata in azienda nel pomeriggio. In entrambi i casi ho incontrato un frutto più maturo rispetto al 2008, come era da aspettarsi. Ma la complessità espressa dalle due bottiglie di pari annata era nettamente diversa, con quella degustata a cena che sembrava avere il freno a mano tirato rispetto a quella assaggiata in azienda, che invece esplodeva in una complessità olfattiva fuori del comune, con note fruttate e floreali evolute che andavano ad integrarsi a registri balsamici, in sentori che ricordavano molto da vicino il più nobile rancio di un Bas-Armagnac. Ora, con tali descrittori si potrebbe pensare che il vino potesse avere qualche problema di cessione del tappo con prematura ossidazione. Invece in bocca ho trovato un vino altrettanto complesso, elegante, energico, niente affatto stanco e con l’idea di avere ancora raggiunto la piena maturità.

Provincia di Pavia Rosso Orione 2005: sensazioni che ho puntualmente ritrovato amplificate nella 2005, presenti in tutte le bottiglie proposte a cena e che sono state apprezzate da tutti i commensali. Sono rimasto piacevolmente colpito soprattutto da questa complessità olfattiva, tanto da farla notare a Roger Marchi, tra gli anfitrioni di “Oltre la storia” il quale ha confermato la mia idea dopo che entrambi avevamo posato il naso su una bottiglia di Bas-Armagnac. Anche al palato dimostra di aver acquisito ulteriore fascino ed eleganza, con tannini vellutati e assenza di qualsiasi tipo di spigolo, mantenendo nel contempo un potenziale evolutivo sicuramente interessante.

E c’è vita e forza in questo vino: dato che mi spinge a confermare l’idea che queste curiosissime note olfattive non siano dovute a processi ossidativi indesiderati ma a naturale evoluzione del vino, rendendo la mornasca un vitigno degno della massima attenzione proprio per queste sue caratteristiche peculiari.

Infine, degustato unicamente in azienda:

Provincia di Pavia Rosso Orione 2006: rispetto alla successiva annata 2007 risulta molto chiuso ed in cerca di una propria precisa identità, con un naso incentrato più sul registro delle spezie che non sul fruttato-floreale. Spezie però ancora piuttosto lontane dall’esprimere tutto il loro potenziale. Anche in bocca rispecchia questo carattere piuttosto scontroso e poco incline a concedersi, specie quando messo al confronto con i vini che lo hanno preceduto e seguito. Giudizio sospeso, in attesa che decida di schiudersi al naso e al palato.

 

Cascina Gnocco
Frazione Losana, 20
27040 – Mornico Losana (PV)
Tel.: 0383 892280
E-mail : info@cascinagnocco.it
www.cascinagnocco.it
Ettari Vitati: 5
Bottiglie annue prodotte: 10/15.000

Sulle tracce del Clinton: una testimonianza dal Friuli

di Marco De Tomasi

Nel mio precedente articolo, avevamo lasciato il Clinton nel suo paese d’origine, gli Stati Uniti.

Rimaneva aperto l’interrogativo: quando arrivò il Clinton in Italia e soprattutto, a quando risale la sua effettiva diffusione nelle nostre campagne ?

Alcune indicazioni erano arrivate dalla datazione di alcuni documenti, sui quali però devo ancora mettere le mani, in particolare un articolo intitolato “Il Clinton” in Agric. Calabro-siculo 17 – p. 216. del 1892 e soprattutto il testo del Lampertico “La questione del Clinton : Sulla opportunità della diffusione del vitigno americano Clinton, a produzione diretta, nella valle del Po” edito nell’anno 1900.

Sono ora incappato in un documento ancora precedente: si tratta del Verbale di seduta consigliare ordinaria 28 giugno 1890 dell’Associazione Agraria Friulana.

Friuli1

Alcune parti sono molto interessanti per i quesiti che ci siamo posti.

Ho sezionato il testo per meglio analizzarlo: innanzitutto si fa riferimento alle premiazioni di concorsi agricoli svoltisi a Verona nel settembre del 1889 e, successivamente, nello stesso Friuli.

Friuli2

Innanzitutto apprezziamo questo italiano d’altri tempi e l’onnipresente campanilismo tipicamente italico:

Friuli3

Entrando nel vivo del concorso di Verona, IV divisione, il relatore si fa vanto dell’importanza di quanto presentato da tale signor Giusto Bigozzi: qui vediamo nominate diverse varietà di ibridi americani, il cui commercio, al pari del Clinton, risulta oggi vietato dalle normative europee.

La cosa estremamente interessante è che allora (siamo nel 1890), è ancora dubbio se tali varietà possano essere un valido sostituto alla Vitis vinifera e che si dice che in Francia (dove l’infezione Fillosserica ha già distrutto gran parte dei vigneti), si è già abbandonato il ricorso ai produttori diretti per orientarsi sull’innesto delle varietà autoctone su piedi americani resistenti (pratica tutt’ora in uso).

Vale a dire che mentre oltralpe hanno già trovato una soluzione valida alla sopravvivenza delle varietà europee, qui si discute ancora cosa sia opportuno fare. Potendoselo permettere evidentemente, dato che almeno per il Veneto e per il Friuli, nel 1890 la fillossera è ancora un problema al di là da venire.

Fieri delle loro collezioni di vitigni americani presentati a Verona, i baldi friulani si permettono di mettere in discussione i risultati ottenuti dai francesi.

L’impressione è che si tratti comunque di esemplari e nulla sembra intendere un utilizzo estensivo di tali ibridi (ribadisco: siamo nel 1890).

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Archiviato il concorso veronese con la distribuzioni dei premi, troviamo questa interessante relazione del cav. Biasiutti, venendo a conoscenza che il Friuli si è preparato all’invasione (non ancora in corso), istituendo una apposita Commissione.

Veniamo a sapere che il territorio friulano (e visti i dati forniti, anche quello veneto) risulta al momento immune dalla peste, ma minacciato molto da vicino: a occidente l’infezione si è manifestata nella provincia di Bergamo (sarebbe quindi da escludere anche Brescia ?), mentre a oriente la fillossera preme dalla valle di Vipacco, nel goriziano.

Vengono quindi annunciati provvedimenti per prepararsi al peggio, non ultimo l’incentivazione all’impianto di ibridi produttori diretti e l’innesto delle viti esistenti su ceppi di varietà americane resistenti.

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La Commissione ha istituito un efficace sistema di monitoraggio, che ha coperto tutti i comuni della provincia friulana nel giro di 3 anni (quindi desumiamo 1887-1889).

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E qui entriamo nel vivo, perché viene nominato finalmente il Clinton: il sig. Bigozzi viene premiato per l’impianto razionale di Clinton per 1.500 ceppi e per la numerosa “collezione” (siamo nel campo della curiosità e dell’esotico, quindi) di viti americane. Si accenna anche che il Bigozzi sia tra i responsabili della diffusione delle varietà americane. Il secondo premio viene assegnato al dott. Mauroner per l’impianto di 1.230 ceppi di Clinton e Iork Madeira (sic: in realtà sarebbe York Madeira, un’altra varietà americana. Vedi il già citato Bushberg Catalogue – 1882, pag. 148). Il terzo premio va al marchese Mangilli per la coltivazione di Jacquez (in America meglio conosciuto come Black Spanish = Vitis aestivalis x Vitis vinifera) e di un’altra varietà americana che gli stessi esperti dell’epoca non riconoscono per Clinton, mentre il proprietario lo definisce come tale.

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Il relatore prosegue esaltando i progressi della viticoltura friulana e ammonendo sul pericolo incombente, ricordando l’importanza di sperimentare ogni soluzione per farvi fronte:

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Interessante osservare che allora come oggi, la diffusione di determinate fitopatologie è in massima parte dovuta a materiale vivaistico non controllato.

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E qui un colpo al mio orgoglio di campanile: negli sforzi congiunti per far fronte al pericolo, la provincia di Vicenza nicchia (probabili questioni di poltrone ?) …

FriuliA

Qui viene enumerato l’arsenale messo in campo dalla provincia friulana per prepararsi alla battaglia:

FriuliB

Uno sguardo oltralpe (ve lo sareste mai aspettati ? al tempo i francesi venivano definiti “fratelli”, oggi al massimo sono “cugini”). Sappiamo quindi che nel 1890, la Francia devastata dalla fillossera si è in buona parte ripresa grazie alla pratica dell’innesto su piede americano (ricordo che la Francia ha dovuto far fronte all’afide a partire dal 1863, mentre in Italia è arrivato a partire dal 1879). Qui nel 1890 si sta ancora a discutere su cosa sia meglio fare, mantenendo parallelamente l’attenzione sui portainnesto e sugli ibridi produttori diretti.

FriuliC

Conclusione del Cav. Biasutti che avverte dei pericoli derivanti dalla sottovalutazione dell’allarme. La fillossera c’è: non sappiamo dove e quando, sappiamo che colpirà. Il motto“estote parati” ovviamente qui nulla ha a che fare con lo scoutismo (il movimento scout prenderà forma solo nel 1907 ad opera di Sir Baden-Powell in Inghilterra) ma deriva direttamente dal Vangelo secondo Matteo.

FriuliD

In conclusione, le consuete considerazioni:

  1. L’introduzione del Clinton e degli ibridi produttori diretti, per i territori del Friuli e del Veneto, è da datare intorno al 1890, in un ottica preventiva all’arrivo della fillossera, che già aveva colpito gran parte dell’Europa e molte provincie del Regno d’Italia ma non questi territori.
  2. Nel 1890 gli ibridi produttori diretti sono ancora relegati all’ambito della sperimentazione: ritengo quindi la loro effettiva diffusione su larga scala sia avvenuta nel corso del decennio successivo (1890 – 1900).
  3. Nell’Italia dell’epoca gli ibridi produttori diretti sono ancora considerati una possibile soluzione al problema, mentre contemporaneamente la ricostruzione del vigneto europeo è ormai indirizzata all’innesto delle varietà europee su piede americano.

Le mie ricerche sui documenti d’epoca proseguono: posso anticiparvi che in capo ad appena 12 anni (1902), l’atteggiamento della stessa Associazione Agraria Friulana cambiò radicalmente …

Clinton: ma non dovevamo rivederci più ?

di Marco De Tomasi

Qui a Vicenza, si è costituito un “Comitato per la Difesa del Clinto”, che ha lo scopo di promuovere il prodotto di questo ibrido produttore diretto con obiettivo ultimo quello di rimuovere il divieto di commercializzazione sancito a più riprese da norme nazionali e direttive europee.

Credo sia nota a tutti la mia contrarietà alla rimozione di tale divieto, per una serie di motivi che ho già ampiamente argomentato, e non vorrei qui dare l’idea di aver intrapreso una battaglia contro le iniziative di detto comitato: facciano pure quello che ritengono opportuno in tutte le sedi preposte. Se ci credono, non possono che avere la mia ammirazione, anche se non il mio appoggio.

Devo dire che in fondo la questione mi diverte e mi irrita al tempo stesso.

Mi diverte continuare a leggere sui social network affermazioni che sembrano date per assodate ma che in realtà sono frutto di una sedimentazione di credenze, sentito dire, tradizioni orali: “una affermazione non vera ripetuta all’infinito, diventa la verità” (semi-cit.).

Io ho un brutto difetto: quando sento un’affermazione, soprattutto se l’argomento mi incuriosisce, devo verificarne la correttezza, la precisione, l’origine.

E se non mi interessa più di tanto lo scopo finale della missione dei nostri amici vicentini, che possono bere e far bere tutto il clinto o clinton che vogliono, non di meno mi irrita la mancanza totale di interesse per la conoscenza, quella acquisita tramite una ricerca seria, che viene comodamente accantonata prendendo per buone le numerose fole che girano sulla questione, probabilmente perché ritenute funzionali allo scopo ultimo (diversamente, dimostrerebbero invece di sapere il fatto loro di fronte agli enti con i quali dovranno discutere la questione).

ClintonTavolaUsa1908

Devo però ad onor del vero anche dire che la veemenza di alcuni membri del “comitato” nell’affermare le proprie convinzioni e anche nell’attaccare più o meno velatamente il sottoscritto (che a quanto pare rimane una voce fuori dal coro), mi ha ulteriormente stimolato e spinto a ricercare nuove notizie. Per questo non posso che ringraziare questi miei inconsapevoli “pungolatori”.

Così, senza neppure grosso sforzo (ma solo con tanta curiosità) e grazie alla digitalizzazione delle biblioteche pubbliche e private presenti negli Stati Uniti, consultabili gratuitamente on-line, ho scoperto che il Clinton ha un certificato di nascita, con tanto di paternità, data, luogo e anche battesimo.

Le  note informative del già citato comitato, parlano della cittadina di Clinton (Iowa), mentre dalle mie ricerche risulta inequivocabile che il luogo di origine di questo ibrido è Clinton, nella contea di Oneida nello stato di New York (la cosa va ben specificata perché le località con lo stesso nome sono diverse anche limitandoci al solo stato di New York).

Ricerche e dati che ho già diffuso tramite social network, ma che ritengo opportuno mettere nero su bianco qui. Perché se è giusto condividere la conoscenza, è meno bello che qualcuno faccia proprio il lavoro di altri, come è già successo in passato.

Vediamo coso ho reperito, ordinando gli eventi cronologicamente:

1819 – Hugh White (1798 – 1870), un giovanotto con la passione del giardinaggio, effettua le prime selezioni nel giardino della casa paterna a Whitesboro (Stato di New York). Non è dato sapere se l’incrocio Vitis labrusca x Vitis riparia sia opera dello stesso White, di altri o se si tratti di un ibrido spontaneo.

1821 – White, studente presso l’Hamilton College di Clinton (Oneida County, Stato di New York), prosegue con la sua passione piantando una delle selezioni da lui ritenuta più promettente sotto un grande olmo vicino all’alloggio del Dr. Curtis a College Hill. Successivamente, ne pianta anche ad est della casa del Dr. Noyes, suo insegnante. E’ evidente che la località di Clinton (Oneida County, Stato di New York) ha dato successivamente il nome alla nuova varietà selezionata.

1835 – Viene avviato il primo impianto produttivo a Rochester (Stato di New York) ad opera di Lyman B. Langworthy (1787 – 1880)

1862 – La varietà Clinton viene definitivamente classificata nel catalogo dell’American Pomological Society.

Di Hugh White sappiamo che nella vita si occupò della costruzione di ferrovie negli stati del Michigan e dell’Indiana e fu in affari nel settore del cemento, fu alla presidenza di una banca, di diverse compagnie ferroviarie e  direttore di una centrale idroelettrica. Divenne per tre legislature membro del Congresso degli Stati Uniti, presiedendo il Comitato per l’Agricoltura durante il 30° Congresso degli Stati Uniti. Proprio in virtù del fatto che fosse un membro del parlamento, possediamo un suo ritratto.

HughWhite

Lyman B. Langworthy è una figura più sfuggente, nonostante sia citato innumerevoli volte in altrettanto numerosi bollettini agrari, dove figura spesso come autore, presidente o comunque membro di importanti associazioni di coltivatori dello stato di New York, giudice in concorsi agrari e zootecnici, presidente di eventi, e tanto altro. Sappiamo che nel 1868, allora ottantunenne, diede alle stampe delle memorie intitolate “Reminiscences of Rochester by an Octagenarian” (Memorie di Rochester di un ottuagenario). Risulta essere stato anche “Supervisore” della cittadina di Greece (Stato di New York) tra il 1839 e il 1841 e ancora nel 1850. Sono riuscito a trovare una foto del personaggio in questione, qui ritratto con una bisnipote nei tardi anni ’70 dell’800:

LymanBLangworthy

Ma cosa successe al Clinton dopo il 1862, data della sua “ufficializzazione” come varietà nel catalogo della Società Pomologica Americana ?

Questo è ancora argomento di indagine da parte mia.

Sappiamo però che, secondo il catalogo Bushberg, del 1889, terza edizione (e anche nella successiva quarta edizione del 1895), le piante messe a dimora da White nel terreno del Professor Noyes a Clinton sono ancora vive e vegete in quelle date e sono considerate come il Clinton originario.

CatalogoBushberg1883

Inoltre, ulteriori testi di indagine, stavolta italiani, dei quali conosco però solo l’esistenza ma su cui non sono ancora fisicamente riuscito a mettere le mani, danno comunque delle indicazioni cronologiche interessanti: su un bollettino agrario siciliano (la Sicilia è stata tra le prime regioni d’Italia ad essere colpita dalla fillossera) esiste un articolo sul Clinton datato 1892 (“Il Clinton” – Agric. Calabro-siculo 17 – p. 216. ), ma soprattutto esiste proprio per le nostre zone il fondamentale testo di Domenico Lampertico “La questione del Clinton : Sulla opportunità della diffusione del vitigno americano Clinton, a produzione diretta, nella valle del Po” edito a Padova nell’anno 1900. Sappiamo inoltre che il Lampertico coltivava il Clinton nelle sue proprietà di Montegaldella in provincia di Vicenza già da qualche anno (Cit. Vittorio Alpe – 1897 – Bollettino Biblioteca Internazionale La Vigna – N° 12 – 2011). Il titolo stesso dell’opera citata indica però chiaramente che nel 1900 si era nel pieno del dibattito sull’opportunità di diffusione della varietà americana.

Mi sento quindi di condividere qui alcune considerazioni che mi sono venute in mente, alla luce dei dati reperiti dalle fonti originarie negli Stati Uniti. In particolare, dato che la classificazione del Clinton da parte dell’American Pomological Society risale al 1862, risulta ben difficile credere che tale varietà abbia varcato l’Altlantico prima di tale data.

Se poi è vero che la diffusione del Clinton è successiva alla comparsa della fillossera in Italia (primi focolai in provincia di Lecco nel 1879, poi nel 1880 a Caltanissetta e Imperia, successivamente per il Veneto), è chiaro che il Clinton prima di tali date non esisteva sul nostro territorio.

Ovviamente, tutto il ragionamento sta in piedi se la diffusione di tale varietà è effettivamente legata alla comparsa della peste filosserica, ma comunque, se anche così non fosse, la comparsa del Clinton andrebbe anticipata al massimo di 10-15 anni e non di più.

Questo a ribadire che alla fine si tratta di una “tradizione” relativamente recente e che, se il Clinton era una presenza consueta sulle tavole dei nostri nonni, non era così su quelle dei nostri bisnonni (concetto che non mi stancherò mai di ripetere).

Quando sento parlare di “memoria storica si un popolo, tramandata per generazioni”, scusate, ma quantomeno sorrido: di quante generazioni stiamo parlando ? (verrebbe da dire anche di quale popolo stiamo parlando, ma non ho voglia di infilarmi in un altro ginepraio).

Interessante l’iniziativa di un membro del comitato di coinvolgere nella questione la comunità “taliana” del Rio Grande do Sul. L’immigrazione veneta nel Brasile ha avuto il suo massimo momento a partire dagli ultimi tre decenni del XIX secolo. Sarebbe interessante capire se gli emigranti italiani siano entranti in contatto con il Clinton già in madrepatria (sicuramente sì, per chi è partito dopo il 1900), oppure se abbiano conosciuto questa uva una volta sbarcati sul nuovo continente (va da sé che ai fini delle mie ricerche accetto esclusivamente prove documentali e non i soliti “sentito dire”).

Seguo con interesse l’evolversi delle notizie.

Ricordando che la conoscenza non uccide la poesia, ma rafforza le idee.

La ricerca continua …

Bibliografia:

  • “California Farmer and Journal of Useful Sciences”, Volume 23, Number 9, 17 March 1865
  • “Grapes of New York: report of the New York agricultural experiment station for the year 1907”. J.B. Lyon Company, Albany, New York. pp. 213-216. Hedrick, U.P., N.O. Booth, O.M. Taylor, R. Wellington and M.J. Dorsey. 1908
  • “The Bushberg Catalogue”, 3rd edition (1883) – 4th edition (1895) – Bush & Son & Meissner
  • “Geneese Farmer”, Voll. 6 – 8 (1845 – 1847)
  • “The American Agricolturist”, Vol. 2 (1842)
  • “Horticolture” – Lisa Smiley (2008) – Iowa State Univeristy
  • “Bollettino Bliblioteca Internazionale La Vigna” – N° 12 – pag. 16 (2011)

Degustare il vino: approfondimenti a Breganze

Ho accolto con piacere l’invito dell’amico Alberto Brazzale a condurre insieme quattro serate di approfondimento sulla degustazione, ospiti presso il Ristorante-Pizzeria Fiamma di Breganze, in via Costa 1, a partire dal 3 novembre e per i 3 martedì successivi, con inizio alle ore 20:30.

Il costo del ciclo di incontri è di 140 Euro: per iscriversi è necessario chiamare lo 0445 874423 oppure il 329 7849023 (Simone).

Corso Vino Breganze

De.Co.: dove eravamo rimasti ?

di Marco De Tomasi

Sono solito rifornirmi di frutta e verdura nei mercati di Campagna Amica.

Quello più vicino a casa e che frequento settimanalmente è ospitato il sabato mattina sotto le pensiline della Cantina Sociale Valleogra di Malo.

Fino a poco tempo fa la cantina sociale più piccola del Veneto.

Perché da qualche mese la Valleogra si è fusa con le più grandi Colli Vicentini e Gambellara.

Sabato scorso, spinto dalla curiosità,  sono entrato nello spaccio della cantina, cosa che avrò fatto in precedenza solo un paio di volte.

Devo dire che il personale è cortese, sorridente ed accogliente.

Gli scaffali abbondano dei prodotti a marchio Colli Vicentini, mentre in un angolo, a prezzi stracciatissimi, giacciono le vecchie etichette della Valleogra, in offerta fino ad esaurimento scorte.

Faccio qualche domanda al personale e vengo a sapere che, in pratica, i prodotti a marchio Valleogra cesseranno di esistere.

Il territorio comunale di Schio rappresenta il margine settentrionale della doc Lessini Durello

 

Ho posato lo sguardo sul Lessini Durello Metodo Classico “Ascledum”, quello che fino al cambio di strategia era il prodotti di punta della Valleogra.

Mi sono ricordato che da qualche parte avevo letto che il Comune di Schio ha deliberato per questo prodotto una apposita Denominazione Comunale (o per lo meno così sembra, dall’albo delle De.Co. vicentine).

Sarei felicissimo di essere smentito.

MontiLessini

Perché la De.Co. fa a pugni con la d.o.c. Lessini Durello, anzi: la stessa Federdoc, presieduta da Riccardo Ricci Curbastro, ha recentemente inviato al sindaco di Cupramontana (AN) e, per conoscenza, all’Ispettorato Centrale della Tutela della Qualita e Repressione Frodi (ICQRF) e ad altri enti preposti, una diffida all’utilizzo della De.Co. “Verdicchio di Cupramontana”, che doveva, nelle intenzioni dei suoi promotori, entrare in vigore dal prossimo 1 ottobre.

Questo perché, secondo Federdoc, l’apposizione in etichetta della nuova denominazione comunale sarebbe ingannevole in quanto il “Verdicchio di Cupramontana” sarebbe, ex-lege, un vino da tavola, con gli obblighi di etichetta conseguenti e soprattutto il divieto di qualsiasi indicazione geografica (Cupramontana rientra inoltre nel territorio della doc Verdicchio dei Castelli di Jesi che, tra l’altro, dà come poche altre la possibilità di aggiungere una menzione geografica aggiuntiva in etichetta).

RiccardoRicciCurbastro

Riccardo Ricci Curbastro, presidente Federdoc

 

A suo tempo Federdoc non sollevò alcuna questione sul caso del nostro Lessini Durello, in primis perché sull’etichetta dell’Ascledum non vi è (fortunatamente) alcuna menzione della De.Co., e poi perché probabilmente la denominazione è meno importante in termini quantitativi e di visibilità.

L’Ascledum è di fatto commercializzato come Lessini Durello doc.

Ancora per poco, a quanto pare.

I sostenitori delle De.Co. ad ogni costo saranno pronti a crocifiggermi, ma non posso fare a meno di chiedere ai promotori di tale iniziativa che senso avesse tutelare con una apposita delibera (se mai c’è stata, perché questa è una questione da accertare) un prodotto che:

  1. era già tutelato da una doc (difatti la De.Co. riportata dal sito ricalca il disciplinare doc);
  2. era già tutelato da un marchio commerciale (“Ascledum”);
  3. tra qualche mese, di fatto, cesserà di esistere.

Che senso ha tale inutile ridondanza che con tutta probabilità avrà fatto perdere tempo e risorse ad una amministrazione comunale riunita in consiglio per deliberare in merito ?

Che senso ha promuovere delle De.Co. per prodotti che possono venir meno in base all’evolversi delle legittime politiche commerciali di un’azienda ?

Le De.Co. non dovrebbero nelle intenzioni di chi in origine le promosse, tutelare il patrimonio culturale enogastronomico collettivo di una comunità ?

Perdonatemi, cari promotori, ma qui a Vicenza la stiamo buttando in farsa: abbiamo una De.Co. dedicata ad un prodotto che per legge non può essere messo in commercio (il vino Clinto di Villaverla) e una per un vino che finite le scorte della Valleogra, cesserà di esistere, con buona pace dell’amministrazione comunale di Schio che, con tutta probabilità, schiverà una potenziale diffida da parte di Federdoc.

L’estensione indiscriminata di De.Co. deliberate a pioggia ha come unico risultato lo svuotamento di questo istituto di ogni senso e significato, e a farne le spese sono quei prodotti che meriterebbero davvero tutela e promozione, perché patrimonio culturale e collettivo.

Colli Berici Carmenere 2011 e 2013 – Magia di Barbarano

di Marco De Tomasi

Capire la realtà produttiva dei Colli Berici in provincia di Vicenza è abbastanza difficile: bisogna districarsi tra una varietà di vitigni piuttosto estesa e una conseguente  eterogeneità interpretativa che complica non poco il quadro complessivo.

Fortunatamente, anche se con un po’ di fatica, da qualche tempo si è riusciti a fare identificare questa zona con il suo vitigno/vino più identitario: il Tai Rosso, una varietà locale di grenache.

Sono convinto che i Colli Berici siano un territorio con un alta vocazione per i vini rossi.

Dagli assaggi che periodicamente faccio, ho ricavato una personale suddivisione delle “aree vocazionali” di questa denominazione.

ColliBerici2

I Colli Berici posso essere idealmente iscritti in un parallelogramma,  che può essere diviso perfettamente a metà in senso verticale, formandone altri due. A destra (1) troviamo il versante orientale dei Berici: qui è il regno del tai rosso, dove maggiore è la possibilità di imbattersi nelle migliori espressioni di questa varietà (esistono eccellenti Tai Rosso prodotti anche nel resto dei Berici, ma si incontrano con minor frequenza rispetto a questa zona); sull’altro lato (2), il versante occidentale, possiamo trovare eccellenti tagli bordolesi e mi sento comunque di affermare che questa è l’area dei Berici dove i vini a base di cabernet sauvignon e merlot riescono meglio.

Il versante orientale può a sua volta essere diviso a metà in senso orizzontale.

La porzione meridionale di questa ulteriore suddivisione (3) rappresenta, alla luce dei campioni che ho finora avuto modo di assaggiare (quindi probabilmente con grandi possibilità di ampliamento),  l’area vocazionalmente più interessante per un vitigno che in termini di tipicità, riconoscibilità e quindi identità può a mio parere andare ad affiancare a pieno titolo il tai rosso come “biglietto da visita” dei colli stessi:  il carmenere.

Carmenere

Va detto che negli ultimi anni è stato fatto uno sforzo da parte di molti vignaioli per uscire dall’empasse dato dalla confusione con il merlot e la commistione con il cabernet franc: se il carmerenere era un tempo identificato con il cabernet franc, oggi sui Colli Berici fortunatamente non è più così (ricordiamo che il carmenere è un vitigno originario del Médoc  – dove praticamente non esiste più, se non in piccolissime particelle – e che è la varietà più estesamente coltivata in Cile, dove è praticamente assurto a “vitigno nazionale”).

Se il tai rosso presenta delle difficoltà dovute al fatto che è un vitigno che “sente” molto l’annata (con risultati in bottiglia che possono essere assai diversi a parità di etichetta), non di meno il carmenere è un vitigno non facile da interpretare, principalmente a causa del carattere erbaceo dei vini che si ottengono, con sentori tipici di peperone che, se non gestiti con la dovuta sensibilità, rischiano di cadere nella caricatura, perdendo in finezza e piacevolezza.

Diversi produttori scelgono di mitigare questo carattere mediante un breve appassimento di parte delle uve, che va a smussare gli spigoli ed esaltare i toni più fruttati del’uva.

Non così il Carmenere di una nuova realtà berica, Magia di Barbarano, di cui ho avuto la possibilità di assaggiare le annate 2011 e 2013.

Bene inteso, si tratta di un vino quotidiano, non un campione di estrazione e muscoli, ma denota in entrambe le annate una finezza e una sostanza che mi hanno colpito.

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Le tonalità erbacee ci sono tutte, con un peperone croccante e assenza di sentori eccessivamente “verdi”, cui si inseriscono  armoniosamente note di frutti rossi, con un bel lampone in evidenza e, dopo un po’ di tempo nel calice, anche del cioccolato.  Equilibrio che si ritrova in bocca, dove è pulito, succoso e rinfrescante, chiudendo su una piacevolissima nota amaricante.

L’annata 2011 è quella che al momento dimostra maggiore integrazione ed armonia tra le varie componenti; la 2013 avrà bisogno ancora di qualche tempo in bottiglia per esprimersi al meglio delle sue potenzialità.

Un vino che, nonostante la sua semplicità concettuale, e forse proprio in virtù di questa, risulta estremamente piacevole ed immediato, di buona articolazione, mantenendo un evidente carattere e senza cadere nella banalità.

Pagati 3,50 Euro la 2011 e 4,00 Euro la 2013. Meno di una birra in pizzeria …

Magia di Barbarano
Via San Martino, 29
Barbarano Vicentino (VI)
www.magiadibarbarano.it
info@magiadibarbarano.it

Vinitaly 2015 – Il report da Verona

di Marco De Tomasi

Devo aver sviluppato una certa assuefazione, perché quest’anno non ho sofferto delle consuete magagne del Vinitaly (mancanza di collegamento telefonico, parcheggi male in arnese, ubriachi molesti tra gli stand). Non che non le abbia percepite: in particolare la giornata di lunedì è a dir poco infernale per la quantità di gente (e quindi di traffico) che si riversa per le strade di Verona all’orario di chiusura. Però ormai sono talmente concentrato sui miei obiettivi che alla fine questa 2015 è stata una delle edizioni più stimolanti degli ultimi anni.

Vinitaly2015

La novità più interessante dal mio punto di vista era rappresentata dal nuovo stand collettivo FIVI: tante le conferme e diverse novità: autentica rivelazione è Corte Scaletta, azienda della Valpolicella agli esorsi con un Amarone 2011 davvero interessante, paradigmatico della zona di provenienza (Valle di Illasi) per potenza espressiva. Buonissimo il Primaversa di Monteversa, Moscato giallo dei Colli Euganei vinificato secco sui lieviti, dalle esplosive note di origano. Bene articolato e intenso il Rocco Rosso 2012 di Tenuta Maraveja, taglio di merlot e cabernet sauvignon dai Colli Berici.

CorteScaletta

Spostandosi di poco, troviamo Alessandro Filippi con lo stand del suo progetto Vini di Luce: aziende sparse tra Veneto, Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Sicilia a cui fornisce consulenza enologica secondo delle linee guida che si rifanno ad una originale idea di naturalità.  Tra gli altri mi hanno maggiormente impressionato per precisione espressiva e coerenza stilistica i vini di Valentina Cubi: siamo nel cuore della Valpolicella Classica, e i vini sono anche in questo caso esemplificativi del Terroir di provenienza (come raramente capita in Valpolicella). Semplice ed immediato il Valpolicella Iperico, vino base dell’azienda; profondo e  senza inutili ostentazioni muscolari l’Amarone Classico Morar. Ma il coup de coeur è rappresentato dal Valpolicella Classico Superiore Il Tabarro: complesso, articolato ed in perfetto equilibrio.

ValentinaCubi

La Valle d’Aosta rappresenta una tappa obbligata. Io quasi mi sono stancato di dirvelo, ma Ten Perdu 2009, Fumin di Didier Gerbelle, è uno dei vini più interessanti della Valle e non solo. Lo Triolet centra due vini particolarmente espressivi e ben riusciti: il Pinot Gris 2013 e il Muscat Petit Grain 2013; quest’ultimo colpisce e affascina per la precisa nota olfattiva che richiama il rosmarino. Ben definito e molto piacevole infine il Blanc de Morgex et de La Salle 2014 di Albert Vevey.

AlbertVevey

In Liguria si palesa finalmente in anteprima il Curli 2013, cru di Rossese di Dolceacqua di Giovanna Maccario, quasi una chimera imprendibile (sto ancora aspettando in agguato che esca in commercio). Ma fermarsi al Curli non renderebbe giustizia agli altri Rossese di Giovanna, a partire dal Superiore (senza indicazione aggiuntiva), ricco ed invitante, il Brae, soffuso e leggiadro, il Posaù, equilibrato ed elegante per finire al Luvaira, potente ed intenso. Curli si esprime sulla stessa linea del Posaù, ma con una maggiore intensità ed un carico di spezie che sembra non aver fine !

Curli

Il vicino ViViT offriva tantissime cose, quasi impossibile citarle tutte. L’acquario, come ho soprannominato l’area è a tratti invivibile (specie il lunedì), ma vale assolutamente la pena immergersi tra i banchi per andare alla ricerca di vini unici. Qualche assaggio dall’estero: torna in grande spolvero il Vieux Clos di Joly, dopo qualche annata non proprio a fuoco. Tra i migliori assaggi di questa edizione metto il Blaufränkisch Kalkofen 2012 di Weninger, dall’Austria (al confine con l’Ungheria). Ho poi finalmente avuto modo di assaggiare il Cuna 2011 di Podere Santa Felicita, pinot nero toscana del casentinese (Arezzo), e devo dire che merita la fama di cui gode. A fianco gli strepitosi Syrah di Stefano Amerighi, che confermano (se ce ne fosse bisogno) la grande capacità interpretativa di questo vignaiolo. Sempre splendidi i Cannonau di Giuseppe Sedilesu, quest’anno mi sono sembrati maggiormente a fuoco (ma è questione di piccole sfumature) il Giuseppe Sedilesu Riserva 2010 e il Ballu Tundu Riserva 2010. Conferme anche da Marco Sferlazzo di Porta del Vento, il suo Saray 2009 resta un campione tra i bianchi macerati non solo della Sicilia, ma dell’intero meridione d’Italia. Assolutamente da annotare la progressione dei Barolo di Ferdinando Principiano, con il Ravera di Monforte 2011 in testa.

Kalkofen

Al padiglione istituzionale della Toscana bisogna penare un po’ per farsi dare retta dai produttori ma ne vale la pena: i tre vini di Dora Forsoni (Rosso di Montepulciano 2013, Nobile di Montepulciano 2012 e Nobile di Montepulciano Riserva 2011) sono tra le cose migliori incontrate a questo Vinitaly. Grazie ad una sponda di Alice Bollani de La Piana (Isola di Capraia, imperdibile come sempre il suo Aleatico Cristino, anche nella versione 2014) conosco Podere il Castellaccio, azienda maremmana da alcuni anni impegnata nel recupero di antichi cloni di sangiovese nella zona di Bolgheri: molto buono il loro Valente 2012, giudizio sospeso invece sul Dinostro 2013 causa problemi di tappo (e visto che sono capitato lì praticamente in chiusura di fiera, non me la sono sentita di chiedere l’apertura di una ulteriore bottiglia); comunque da riprendere perché l’impressione è stata più che positiva.

PoderiSanguineto

Sicilia: incontro Marilena Barbera e i suoi vini (alcuni già li conoscevo, ma mi mancavano gli assaggi degli internazionali). La mia attenzione va però sull’Ammàno 2014, esemplare interpretazione di Moscato d’Alessandria (Zibibbo), vinificato secco, caratterizzato da una espressione olfattiva articolata su una evidentissima ed affascinante nota di pasta di mandorle.

In Trentino è sempre una festa incontrare Alessandro Fanti e Marco Zanoni (Maso Furli): se i vini di Alessandro ve li ho già segnalati in passato, sono rimasto letteralmente sbalordito dalla bontà del Sauvignon 2010 di Marco: va ad aggiungersi alle migliori letture di questo vitigno che mi sia capitato di incontrare recentemente; mette in ombra i già eccellente Manzoni Bianco e Gewürtztraminer di questa cantina di Pressano.

MasoFurli2010

Armin Kobler, convinto della scelta fatta a suo tempo nei confronti del tappo a vite, presentava vecchie annate dei suoi vini per dimostrare che anche con questo tipo di chiusura il vino è capace di evolvere (nel bene e nel male). Più nel bene, che nel male, a giudicare dalla tenuta del Merlot Kretzer Kotzner 2007 (Merlot rosato) che pur evoluto rimane molto piacevole (anche se sono un po’ di parte, essendo tra i miei rosati preferiti). La novità è invece rappresentata dal Cabernet Franc Puit 2012, che ho trovato assolutamente delizioso !

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In Oltrepò Pavese passo da Andrea Picchioni: ero stato da lui in azienda a novembre e cercavo conferme. Che puntualmente ho trovato, a partire dal Pinot Nero Arfena 2012 (è comunque troppo giovane e sicuramente due anni di bottiglia non potranno che giovargli) ai più pronti Buttafuoco Bricco Riva Bianca 2010 e Rosso d’Asia 2010 (che è una croatina completata da una percentuale minoritaria di ughetta), vini di equilibrio e profondità straordinari. Ma non è finita: conosco Fiamberti (grazie, Roger Marchi !), che tra le altre mi apre una bottiglia di Buttafuoco Vigna Solenga del 1998 (!). La capacità di reggere il tempo di questi vini ha qualcosa di stupefacente: nessun cedimento sul fronte della bevibilità, che rimane quasi compulsiva con un frutto ancora intenso e ben scandito; annoto che l’annata attualmente in commercio di questo vino ha un prezzo quasi commovente, per quanto è contenuto (in relazione, ovviamente, alla classe di questo vino).

Flamberti

In Piemonte passo a salutare Silvia Barbaglia e il marito Alessandro Capelli, Boca 2010 sugli scudi, come già avevo avuto modo di constatare al mercato FIVI di Piacenza. Al tavolo vicino mi siedo con Paride Iaretti: la mia preferenza va ora al Gattinara Pietro 2011, anche se il Gattinara Riserva uscirà sulla distanza (e le premesse ci sono tutte). Passaggio veloce allo stand della Cantina Produttori di Carema, dove non posso che confermare la bontà del Carema Riserva 2010.

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Prima di congedarmi dall’edizione 2015, mi fermo in Emilia, tra conferme con Paltrinieri, a partire dal Radice, fino a Leclisse, entrambi sorbara in purezza, passando però dal salamino in purezza Solco, davvero buono e succoso, e nuovi incontri con Cantina della Volta e i suoi metodo classico da uve lambrusco: particolarmente interessante il Trentasei 2010, vino che potrebbe gettare scompiglio in una cieca di metodo classico prodotti con uve “canoniche”.

VIeNI IN VILLA 2015 – Le foto

di Marco De Tomasi

Ecco le foto di VIeNI IN VILLA 2015.

Un enorme grazie allo staff della Pro Isola, perfetto in tutto ma ancor di più in cucina !

Un ringraziamento particolare a tutti i vignaioli che hanno creduto nella nostra piccola manifestazione: il prestigio e la risonanza raggiunta dall’evento è dovuto soprattutto a loro.

E infine grazie al pubblico, che quest’anno è stato particolarmente numeroso !

Lasciamo parlare le foto:

VIV2015Villa

VIV2015AquilaDelTorre

VIV2015Gildo

VIV2015DelRebene

VIV2015StefanVaja

VIV2015LaViola

VIV2015Colombera

VIV2015Collavo

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VIV2015StefanVaja

VIV2015AliceLaPiana

VIV2015RoccoDiCarpeneto

VIV2015AlexisParaschos

VIV2015MarcoBuvoli

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VIV2015Amici

VIV2015Pubblico

VIV2015Pubblico1

VIV2015Staff

VIV2015Asparagi

VIV2015LAietta

E quest’anno abbiamo anche il video (stendendo un velo pietoso sul presentatore !)

VIeNI IN VILLA 2015 – 10 Maggio

LogoViVNeroVIGNE, UOMINI, CANTINE

VIeNI IN VILLA è la rassegna che organizziamo per darvi l’occasione di conoscere le persone e degustare i vini che vi abbiamo raccontato su queste pagine.

L’ottava edizione di VIeNI IN VILLA è in programma Domenica 10 maggio 2015 a Isola Vicentina (VI),  dalle 10.00 alle 20.00, nel parco di villa Cerchiari in via Cerchiari, 22.

Le qualità uniche offerte da diverse aree viticole saranno proposte in degustazione attraverso il racconto degli stessi produttori, che hanno scelto di fare emergere le diversità di un territorio, ora seguendo strade abbandonate da tempo, ora percorrendo nuovi sentieri dettati dalla propria sensibilità. L’obiettivo è quello di recuperare il senso più autentico del legame tra vino e territorio. Un legame profondo che nasce dal rispetto per la terra e si alimenta della passione di chi la coltiva traducendosi in prodotti unici, espressioni autentiche delle potenzialità di un territorio e del carattere del vignaiolo.

Si ringrazia l’Associazione ProIsola, la cui volontà e organizzazione rende possibile la realizzazione di questo evento.

La manifestazione si completerà con la fruizione di proposte gastronomiche elaborate in una creativa “fucina dei sapori”.

Elenco definitivo dei vignaioli presenti all’edizione 2015:

* rappresentata da Vini di Luce OSPITI SPECIALI:

  • I Canevisti di Breganze

(associazione di garagisti dedita al recupero di vecchi vigneti e vecchie varietà) ———————- Elenco dei vini in degustazione, da scaricare e stampare (formato .pdf):

Gli artigiani del cibo:

Ingresso: Euro 15,00 (con bicchiere da degustazione e una proposta gastronomica inclusa) ———————- MENU’ 2015:

  • Bignè Bruscandoli e Ricotta, Crostino con Baccalà Mantecato e Ovetto di Quaglia *
  • Gargati con Baccalà Rivisitato e Asparagi Verdi di Isola Vicentina
  • Bigoli con Piselli e Carbonara Leggera Vegetale
  • Orzotto con Verdure Primaverili al Profumo di Pesto
  • Gnocchi con Carletti e Ricotta *
  • Spezzatino Ricco di Guanciale di Maiale con Polenta del Molino Filippi
  • Polenta Onta e Formaggio 
  • Faraona al Forno con Polenta
  • Biscotti e Focacce Tradizionali *
  • Dolce della Festa

* (proposti dal ristorante Tre Porte di Castelnovo)

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Seguite l’evento sul nostro gruppo Facebook

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COME ARRIVARE:

Dall’autostrada A4: uscita Vicenza Ovest – seguire le indicazioni per Schio fino a Isola Vicentina, 15 Km. in direzione Nord.

Dalla Valsugana, da Bassano del Grappa seguire le indicazioni per Thiene, poi Villaverla, quindi Isola Vicentina.

Dove siamo: (VISUALIZZA MAPPA)

DOVE PARCHEGGIARE:

ParcheggiVIV

Foto dell’edizione 2010

Foto dell’edizione 2011

Foto dell’edizione 2012

Foto dell’edizione 2013

VillaCerchiariAperta

Franciacorta Extra Brut Millesimato 2007 – Camossi

di Marco De Tomasi

Da qualche anno seguo con interesse i fratelli Camossi.

Ho sperimentato in prima persona la crescita continua dei loro Franciacorta, che anno dopo anno diventavano più buoni e precisi, ma soprattutto più personali e definiti nello stile.

E’ cosa risaputa e accettata che i metodo classico sono vini in cui l’espressione del terroir è messa in secondo piano dalla tecnica, e i Franciacorta non fanno eccezione.

Ma c’è un filo conduttore alla base del lavoro di Claudio e Dario Camossi: il rispetto e l’attenzione per l’espressività delle basi spumante, che emergono sempre ben delineate dai loro Franciacorta.

Io non sono solito esprimermi per superlativi o assoluti, ma questa volta non riesco a trattenermi: sappiate che, anche rispetto ai già buonissimi prodotti di questa azienda di Erbusco, il Franciacorta Extra Brut Millesimato 2007 dei fratelli Camossi è, senza mezzi termini, un CAPOLAVORO !

A partire dal naso ampio e ben definito, con le sue note fermentative speziate e suggestioni minerali che si intrecciano ai sentori floreali e fruttati del vino. Per poi passare in bocca, dove ha nerbo, tensione ed inesorabile progressione, acidità ben calibrata e frutto succoso, saporito e appagante. Un vino compiuto e completo, che supera di slancio l’idea di uno spumante fine a se stesso.

L’annata 2007 è composta per il 100% da Chardonnay (la composizione di questo vino varia in base all’annata).

L’unico rammarico è che questa etichetta risulta esaurita sia dal produttore, che dal mio fornitore abituale, che nella mia cantina !

Non mi resta che sperare che Claudio e Dario riescano di nuovo a produrre un Franciacorta così (ma so che le premesse sono più che buone !).