A… B… VINO ! – Introduzione al piacere del vino



Presentano:

4 serate di introduzione al piacere del vino

 

Attraverso la degustazione di 6 vini diversi ad ogni serata

muoveremo i primi passi nell’ABC del vino

 

  • 19 Aprile: Introduzione al vino

  • 26 Aprile: Vini bianchi e orange wines

  • 3 Maggio: Vini rossi

  • 10 Maggio: Spumanti, rosati e vini dolci

 

   Ore 20:30

Presso:  Il Vigneto Chiamato Italia
Via Zamenhof, 30 
VICENZA

20 posti disponibili

 

INFORMAZIONI E ISCRIZIONI: 349 5470986 (Jacopo)

Cascina Gnocco – Mornico Losana (PV)

di Marco De Tomasi

Non credo molto nella “decrescita felice”.

Nel caso di Cascina Gnocco,  credo però di essermi imbattuto in un caso di “decrescita intelligente”,

In Oltrepò in cataloghi aziendali sono spesso imbarazzanti per ampiezza e ricchezza di proposta.

Il disciplinare permette di produrre di tutto e di più, dal metodo classico al passito, rossi importanti, bianchi frizzanti, declinati in tutte le possibili varianti del tenore zuccherino.

Va detto che l’area è una delle più ricche d’Italia dal punto di vista ampelografico: basti pensare che un censimento delle varietà coltivate in Oltrepò del 1884 arrivava ad annoverare ben 225 diversi tipi di uva. A fianco dei vitigni internazionali più richiesti, troviamo ancora oggi un patrimonio di vitigni autoctoni, per lo più a bacca rossa, di tutto riguardo.

E non sono poche le aziende che decidono di proporre la più ampia gamma possibile, di fronte a tanta ricchezza.

A volte ottenendo etichette eccellenti, in molti altri casi vini che vanno dal passabile al dimenticabile.

Perché non tutte le zone sono vocate per tutti i vitigni e per tutte le tipologie.

Cascina Gnocco era la classica azienda dell’Oltrepò che all’affacciarsi  del nuovo millennio produceva quello che il mercato richiedeva, concentrandosi per lo più su vini di stampo internazionale.

Cascina Gnocco

Una simile impostazione, seppur premiata dal mercato, identificava l’azienda come “una delle tante” in Oltrepò.

Un’etichetta che a Domenico Cuneo e al figlio Fabio stava decisamente stretta.

Da qui la decisione di riorganizzare l’azienda, abbandonando la nuova cantina e i volumi importanti, e ritornando alla vecchia struttura, dimensionalmente più idonea al nuovo corso aziendale: concentrarsi sui vitigni autoctoni.

Questo processo passa per la riscoperta della mornasca, anticamente detta uva di Mornico o ugona, vitigno autoctono che si pensava scomparso, ma che tra i vecchi filari di Cascina Gnocco esisteva ancora.

Mornasca

Dell’uva di Mornico si erano perse le tracce al punto che non figurava tra le varietà iscritte al registro nazionale delle varietà di vite.

L’abbandono di questa varietà è, come in molti altri casi, legata alla riorganizzazione degli impianti produttivi a seguito dell’avvento della fillossera. Abbandono legato anche alle caratteristiche intrinseche del vitigno: alta produttività che portava a vini spesso insufficienti e quindi sacrificabili nell’ottica di allora, e in parte, anche di quella odierna.

A Cascina Gnocco scoprirono, quasi per caso, le potenzialità di quest’uva in chiave moderna.

Per mitigarne l’esuberanza produttiva si scelse di abbassare le rese, adottando potature corte e diradando i grappoli prima della vendemmia.

In seguito, una annata con un particolare andamento climatico durante la vendemmia, costrinse i Cuneo a occuparsi prima delle altre varietà presenti nei vigneti, allora fondamentali per l’economia aziendale.

L’uva di Mornico rimase quindi in pianta, pronta per essere vendemmiata. Ma alla vigilia di entrare in vigna, iniziò a piovere. E non smise per due settimane.

Questa forzata permanenza sui tralci trasfigurò i grappoli: rimasero inattaccati dalle muffe, non si gonfiarono d’acqua ma, al contrario, si presentarono alla raccolta con  caratteristiche organolettiche, concentrazione e colore inaspettati.

L’uva di Mornico diventò quindi un’uva per la quale valeva la pena tentare una vinificazione in purezza.

I risultati di quelle prime vinificazioni furono talmente incoraggianti da persuadere Domenico e Fabio a razionalizzare il vigneto, allora misto, puntando solo su quest’uva, intraprendendo nel contempo il laborioso percorso burocratico per il riconoscimento della varietà e il suo inserimento nell’elenco dei vitigni autorizzati per la provincia di Pavia, che avvenne ufficialmente nel 2010, ribattezzandola mornasca in quanto non era possibile usare il nome geografico per un vitigno. Per inciso, sono le stesse regole che ci hanno costretto a chiamare glera quello che fino a poco tempo fa abbiamo sempre chiamato prosecco.

Ho potuto apprezzare i risultati ottenuti da Cascina Gnocco sia in azienda che durante una serata dedicata nel ciclo “Oltre la storia” presso il ristorante Prato Gaio a Montecalvo Versiggia.

Cascina Gnocco RoséHa aperto la degustazione un Metodo Classico Rosè ottenuto da uve mornasca. 18 mesi sui lieviti. Uno spumante dal profilo interessante e tutto da scoprire: piccoli frutti rossi e melograno al naso, con note fermentative che presagiscono un’evoluzione in direzione dell’idrocarburo (ma è ancora presto per dirlo con certezza). In bocca è piuttosto pieno, grazie ad un tenore zuccherino chiaramente percepibile, e a una bella cremosità, anche se con un leggero deficit sul fronte della spinta acida. Un vino che si colloca a metà strada tra la ricercatezza di un metodo classico da uve internazionali e la nobile rusticità dei rifermentati in bottiglia della tradizione padana (e che per questo si inserisce a pieno titolo nel suo contesto territoriale), con una vocazione decisamente gastronomica.

Ma la mornasca, vitigno a bacca rossa, trova la sua vera essenza nell’Orione, il vino rosso di Cascina Gnocco.

Tanto per dare qualche riferimento, per chi frequenta i grandi vini di territorio dell’Oltrepò, pianto due paletti: da una parte i vini a base croatina e dall’altro quelli con prevalenza di barbera.

La mornasca vinificata in purezza colpisce per i tannini vellutati, di maggiore morbidezza rispetto a quelli dati dalla croatina, e per l’eleganza del frutto, distante dalle ruvidità, pur affascinanti, che spesso si incontrano nella barbera.

Quattro le annate che ho avuto la possibilità di degustare: 2008, 2007 e 2005 alla serata di “Oltre la storia” e 2006 direttamente in azienda.

Oculata la scelta di Francesco Beghi, attento conoscitore della realtà oltrepadana, di non proporre la 2006 durante la serata. Non perché insufficiente, ma perché sembra stia seguendo un percorso evolutivo proprio, con un passo più lento rispetto alle altre tre annate.

Tre annate che invece seguono magistralmente lo stesso canovaccio, pur nel rispetto delle differenze dei singoli millesimi, scandendo a intervalli regolari e pressoché equidistanti il potenziale evolutivo dell’Orione.

OrioneProvincia di Pavia Rosso Orione 2008: Il naso è dominato da frutti rossi ancora croccanti, con innesti floreali e una distinta nota vegetale che ricorda la rucola. A distanza cominciano ad emergere note di tabacco e spezie dolci. Godibile ma ben lungi dall’essere maturo, specie in bocca, con tannini ben presenti e ancora non perfettamente integrati al frutto (come detto però siamo ben distanti dalle durezze tipiche della croatina di pari età). Un ulteriore affinamento in bottiglia non farà che bene a questo vino.

Provincia di Pavia Rosso Orione 2007: qui devo fare dei distinguo, perché la bottiglia bevuta a cena era decisamente diversa da quella assaggiata in azienda nel pomeriggio. In entrambi i casi ho incontrato un frutto più maturo rispetto al 2008, come era da aspettarsi. Ma la complessità espressa dalle due bottiglie di pari annata era nettamente diversa, con quella degustata a cena che sembrava avere il freno a mano tirato rispetto a quella assaggiata in azienda, che invece esplodeva in una complessità olfattiva fuori del comune, con note fruttate e floreali evolute che andavano ad integrarsi a registri balsamici, in sentori che ricordavano molto da vicino il più nobile rancio di un Bas-Armagnac. Ora, con tali descrittori si potrebbe pensare che il vino potesse avere qualche problema di cessione del tappo con prematura ossidazione. Invece in bocca ho trovato un vino altrettanto complesso, elegante, energico, niente affatto stanco e con l’idea di avere ancora raggiunto la piena maturità.

Provincia di Pavia Rosso Orione 2005: sensazioni che ho puntualmente ritrovato amplificate nella 2005, presenti in tutte le bottiglie proposte a cena e che sono state apprezzate da tutti i commensali. Sono rimasto piacevolmente colpito soprattutto da questa complessità olfattiva, tanto da farla notare a Roger Marchi, tra gli anfitrioni di “Oltre la storia” il quale ha confermato la mia idea dopo che entrambi avevamo posato il naso su una bottiglia di Bas-Armagnac. Anche al palato dimostra di aver acquisito ulteriore fascino ed eleganza, con tannini vellutati e assenza di qualsiasi tipo di spigolo, mantenendo nel contempo un potenziale evolutivo sicuramente interessante.

E c’è vita e forza in questo vino: dato che mi spinge a confermare l’idea che queste curiosissime note olfattive non siano dovute a processi ossidativi indesiderati ma a naturale evoluzione del vino, rendendo la mornasca un vitigno degno della massima attenzione proprio per queste sue caratteristiche peculiari.

Infine, degustato unicamente in azienda:

Provincia di Pavia Rosso Orione 2006: rispetto alla successiva annata 2007 risulta molto chiuso ed in cerca di una propria precisa identità, con un naso incentrato più sul registro delle spezie che non sul fruttato-floreale. Spezie però ancora piuttosto lontane dall’esprimere tutto il loro potenziale. Anche in bocca rispecchia questo carattere piuttosto scontroso e poco incline a concedersi, specie quando messo al confronto con i vini che lo hanno preceduto e seguito. Giudizio sospeso, in attesa che decida di schiudersi al naso e al palato.

 

Cascina Gnocco
Frazione Losana, 20
27040 – Mornico Losana (PV)
Tel.: 0383 892280
E-mail : info@cascinagnocco.it
www.cascinagnocco.it
Ettari Vitati: 5
Bottiglie annue prodotte: 10/15.000

Degustare il vino: approfondimenti a Breganze

Ho accolto con piacere l’invito dell’amico Alberto Brazzale a condurre insieme quattro serate di approfondimento sulla degustazione, ospiti presso il Ristorante-Pizzeria Fiamma di Breganze, in via Costa 1, a partire dal 3 novembre e per i 3 martedì successivi, con inizio alle ore 20:30.

Il costo del ciclo di incontri è di 140 Euro: per iscriversi è necessario chiamare lo 0445 874423 oppure il 329 7849023 (Simone).

Corso Vino Breganze

Millesimato a tua sorella !

di Marco De Tomasi

Scommetto che anche voi avete un parente/amico/conoscente che si vanta di aver percorso in lungo e in largo le colline tra Asolo e Conegliano, passando per Valdobbiadene, alla ricerca del Santo Graal prosecchista:

il millesimato

Avete ben presente la sua espressione trionfante mentre vi mostra l’etichetta mettendo l’indice sulla magica parola che evoca prestigio ed esclusività. Quindi secondo i suoi parametri (ma non certamente i miei) anche qualità e, conseguentemente, bontà.

In questi frangenti, la mia strategia solitamente consiste nell’abbozzare: sguardo vitreo ad un immaginario orizzonte e angolo della bocca sollevato in quello che dovrebbe essere un sorriso ammiccante (in realtà sto evitando di guardare in faccia il mio interlocutore per non incenerirlo all’istante, mentre in testa mi rugge un turbine di nomine all’indirizzo di non meglio precisate entità superiori passate, presenti e future).

Flute

Urge una spiegazione sul motivo di una reazione così intimamente scomposta.

Partiamo dal significato di “millesimato”.

Tecnicamente la parola indica, per i vini spumanti, un prodotto ottenuto a partire dalle uve di una unica annata. Vale a dire che dopo la parola “millesimato”, deve obbligatoriamente seguire anche l’indicazione di un anno.

La cosa ha particolare valore per gli spumanti metodo classico, soprattutto gli Champagne, che sono ottenuti quasi sempre dall’assemblaggio di vini base di più annate. Per questo gli spumanti non hanno indicazione di annata.

Va ricordato che per la Champagne è giustificato parlare di “viticoltura estrema”, poiché siamo ai limiti climatici colturali della vite, in termine di latitudine. La pratica dell’assemblaggio di più annate nasce da una necessità di valorizzare uve che non tutti gli anni arrivano a completa maturazione prima della raccolta, per cui si utilizzano i cosiddetti “vini di riserva” in fase di assemblaggio della cuvée, per consentire al prodotto di giungere sul tavolo del consumatore con standard qualitativi costanti.

ChampagneVigneti

In tali condizioni estreme, non sono molte le annate che per andamento climatico consentano di poter fare a meno dei vini di riserva (capita in media 4 volte ogni dieci anni). Quando succede, il produttore può decidere di dichiarare il millesimo, cioè decidere di produrre  un vino con le uve di quell’unica particolare annata per offrire ai propri clienti un prodotto dotato di maggiore carattere e per esaltarne le peculiarità uniche.

In Italia siamo più fortunati: non abbiamo il problema di uve che non arrivano a maturazione e, generalmente, le annate veramente indecorose sono poco frequenti. Teoricamente, potremmo dichiarare il millesimo ogni anno.

Di fatto, la pratica dell’utilizzo dei vini di riserva nella formazione della cuvée è molto limitata anche per le denominazioni di metodo classico italiane. I Franciacorta, ad esempio, sono prodotti molto spesso (ma non sempre) con uve della stessa annata, senza indicazione del millesimo.

In generale, per il metodo classico l’utilizzo della dicitura “millesimato” è comunque abbastanza aderente all’uso originario. Sempre prendendo il Franciacorta a solo titolo di esempio, il millesimo viene solitamente usato per annate particolarmente favorevoli, con un invecchiamento minimo di 30 mesi (sono 36 per gli Champagne millesimati).

Il termine però viene utilizzato anche per vini, come il Prosecco, che con lo Champagne non hanno nulla in comune. Né le uve di provenienza, né tantomeno il metodo, che escludendo fermi, Colfòndo e rarissimi casi di metodo classico, è il Martinotti (o Charmat).

Metodo che, avendo come obiettivo quello di preservare gli aromi primari del vino (nel metodo classico vengono invece esaltati i profili organolettici legati alla fermentazione), trova compiutezza attraverso l’utilizzo di vini base freschi di annata.

Per cui state sicuri che il 99,99% del Prosecco metodo Martinotti è prodotto con uve della stessa annata (mi sono tenuto prudenzialmente basso).

Eppure, moltissimi produttori hanno in catalogo sia spumanti senza annata che millesimati, anche se di fatto le uve che compongono i vini sono sempre di una unica annata.

Tralasciamo l’ossimoro rappresentato da un disciplinare che prevede per la tipologia millesimato l’utilizzo di vini di annata diversa da quella dichiarata fino al 15% (fortunatamente mi risulta che quasi nessun produttore si avvalga di questa possibilità).

POP

Soprattutto, i millesimati sono disponibili tutti gli anni.

I più attenti tra i miei lettori si staranno sicuramente chiedendo che senso abbia quindi precisare che uno è millesimato e l’altro  no, quando in realtà lo sono entrambi !

Semplicemente il termine “millesimato” nella zona ha assunto una valenza poliedrica e diversa dalla semantica originaria: chi lo usa per un prodotto le cui uve provengono da parcelle maggiormente vocate (ma perché non usare i più calzanti concetti di “sottozona” o “vigneto”, allora ?), chi per quelle che hanno avuto una maggiore cura da parte del viticoltore (sarebbero delle “selezioni”, in pratica), chi per etichette con maggiore permanenza sui lieviti o maggiore affinamento (ovvero delle “riserve”).

A volte capita che il “millesimato” sia semplicemente la cuvée con il maggior residuo zuccherino e quindi quella che risulta più voluminosa in bocca (quella che ha più successo sui palati meno evoluti). Non necessariamente quindi il miglior vino dell’azienda.

Se quindi nello Champagne il “millesimato” ha un significato chiaro e univoco, nel caso Prosecco assume enne sfumature che alla fine, concedetemelo, rischiano di disorientare il consumatore. Anche e soprattutto quello che tenta di capirne di più e che potenzialmente è un importante veicolo di cultura enoica.

Si è utilizzato un termine già bell’e pronto per esprimere esclusività, mutuandolo da altri e caricandolo di significati che non ha o non dovrebbe avere.

Perché alla fine il problema diventa spiegare che la parola “millesimato” sulla vostra etichetta, potrebbe non voler dire la stessa cosa della parola “millesimato” scritta sull’etichetta del vostro vicino !

Stefano Milanesi – Santa Giuletta (PV)

di Marco De Tomasi

Nello strano mondo degli enoappassionati monomaniaci (e il sottoscritto rientra a pieno titolo in tale definizione) spesso si ha la tendenza a  classificare e suddividere i vignaioli in gruppi omogenei di varia militanza più o meno ideologica, in base alle scelte produttive. Questo se si ha l’abitudine, come nel mio caso, di gravitare intorno alle manifestazioni di piccoli produttori naturali e non.

Mi piace uscire dal corto circuito e constatare che in realtà la questione non è riconducibile ad uno schema così semplice.

Conoscere ed incontrare Stefano Milanesi è stata una piacevolissima ed inaspettata esperienza.

Non sta sulle guide, non si riconosce parte dei suddetti gruppi omogenei, non etichetta i suoi vini con la doc Oltrepò Pavese (va detto che c’è una diffusa insofferenza tra i molti bravi vignaioli oltrepadani nei confronti della denominazione che dovrebbe rappresentarli, e con quello che è successo ultimamente, non mi sento di biasimarli).

Oltrepo3

Eppure, avrebbe tutte le carte in regola per stare nel cesto a giocare al “er mejo fico der bigonzo”: naturalità e artigianalità in vigna come in cantina e una buona dose di sana e misurata follia anarcoide.

Ma appena lo conosci, capisci subito che questo tipo di gioco non fa parte del carattere di Stefano.

L’impatto con la cantina è spiazzante: ingombra di vasche di vetroresina, cemento e barrique strausate inframezzate da damigiane dove riposano innumerevoli esperimenti,  attrezzature ridotte all’osso, un unico contenitore in acciaio di pochi litri per prove di microvinificazione, tecnologia spartana e un senso di meditato disordine che dona all’insieme un che di alchemico.

Ma Stefano è tutt’altro che uno stregone:  ha curriculum ed esperienze di tutto rispetto: è tecnico agrario, si è diplomato alla prestigiosa scuola di enologia ad Alba e si è fatto le ossa nelle cantine La Versa.

Oltre a questo traspare una passione sconfinata per il proprio territorio, abbinata ad una volontà quasi rabbiosa nello smarcarsi dalle scelte scellerate che hanno portato l’Oltrepò Pavese lontano dall’attenzione del pubblico e alla scarsa considerazione da parte degli appassionati.

Lo dimostra portandoti in giro per le colline, mostrandoti le vigne, raccontando storia ed aneddoti del territorio.

E i vini che mi ha offerto nel bicchiere non potevano che rispecchiare questo carattere: interpretazioni uniche che sfuggono a qualsiasi possibilità di incasellamento. Comunque ricchi, multidimensionali e molto personali.

Vesna Nature Metodo Classico 2012: 100% pinot nero, metodo classico, non dosato. Naso pulito, profumi fermentativi molto fini, dai quali emergono note di fiori ed erbe aromatiche. In bocca si presenta cremoso, con un frutto maturo, ben sostenuto da una freschezza evidente e da una intrigante nota sapida che allunga il passo lasciando il palato desideroso di un ulteriore sorso. Un vino dalla schiena dritta, elegante e complesso, anche se non facilissimo per i palati “di primo pelo”. Decisamente un outsider per la mia esperienza di metodo classico prodotti in zona.

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Smila Metodo Classico 2010: 70% pinot nero, 20% cortese, 10% riesling, metodo classico, non dosato. Torniamo ad un canone stilistico più riconoscibile, con il pinot nero che domina il frutto con sentori di piccoli frutti molto maturi e una sensazione di maggiore morbidezza già al naso. Il sorso conferma questa idea: il vino è ampio, morbido e con una cremosità vellutata e bollicina un po’ evanescente. Maturo e appagante. Personalmente preferisco di gran lunga il precedente, ma non stento a credere che questo vino avrà sicuramente un pubblico di estimatori decisamente più ampio.

Poltre Bianco 2013: cortese, sauvignon , trebbiano toscano e vermentino. Bianco macerato sulle bucce (ma distante dagli eccessi degli orange wine). Di bella pulizia al naso, preciso, con note di fieno ed erbe aromatiche, spezie ed interessanti note fermentative che ne arricchiscono il profilo. In bocca esalta un carattere fresco e sapido, asciutto, con una bella progressione ed una altrettanto piacevole chiusura.

Poltre Rosso 2013: barbera 35%, croatina 20%, uva rara 35%, per il resto cabernet e un piccolo saldo di pinot nero. Naso discreto, note floreali e frutti rossi in evidenza, qui segue una lieve nota di liquirizia. La sensazione di garbo percepita la naso trova conferma anche al sorso, dove l’ingresso è sottile, ma anche dritto e preciso. Prosegue con un bel ritmo, affondando con una bella sensazione fresca che invoglia il sorso successivo.

Neroir 2012: 100% pinot nero. 12 ore di macerazione sulle bucce. Colpisce il colore, di un bel luminoso rubino. Naso preciso e ben articolato, ampio nei riconoscimenti di frutti rossi e sottobosco (humus). In bocca è succosissimo, con tannini già ben levigati e con notevoli ritorni retronasali di nocciole, mandorle e piccoli frutti sottospirito. Un pinot nero oltrepadano davvero sorprendente !

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Alessandro 2008: cabernet sauvignon 100%. Da uve leggermente sovramature, ben 3 anni di affinamento in legno. Un bel frutto maturo in evidenza, assolutamente privo di note verdi, un naso complesso ed invitante. un cabernet morbido, pieno, caldo e armonioso. Mi sono fatto l’idea che questo vino getterebbe scompiglio se messo a tradimento in mezzo ad etichette di prestigio in zona Valpolicella. Però non dite che “amaroneggia”, ché Stefano si incazza !

Oppure 2010: croatina 100%. Vale a dire Bonarda. Quella ferma. Quella buona. In questo caso il residuo zuccherino è importante, che considerando l’elevata gradazione alcolica non aiuta propriamente la beva. Il naso è un concentrato di frutti rossi sotto spirito, arricchiti da note speziate e vagamente balsamiche ed eteree. In bocca è potente, caldo. Interviene la portanza acida a riequilibrare un sorso altrimenti denso e con bei ritorni ammandorlati a guidare il finale.

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Elisa 2006: Barbera 100%. Frutto fresco ben presente al naso (e stiamo parlando di un vino di 8 anni !). Trovo la consueta pulizia e una bella definizione varietale. Anche questo esemplare è potente e caldo, ma esce in controcanto tutto il carattere fresco e verticale di una Barbera di rango, diretta e coerente. Stefano mi ha fatto assaggiare anche la 2003. Niente commenti sul taccuino: solo una fila di punti esclamativi !

Pinot Nero Maderu 2003: ti stimo fratello ! Perché riuscire a tirare fuori un vino del genere in una annata come il 2003 non è cosa che riesce a tutti. Prima che gli esegeti del pinot nero mi massacrino mediaticamente, devo ammettere che dal punto di vista filologico non siamo al cospetto di un’espressione tipica del vitigno, ma di fronte al risultato la cosa passa del tutto in secondo piano ! Ci staresti con il naso sopra per delle ore, incuriosito da cosa è in grado di fare uscire dal calice, neanche fosse il cilindro di un prestigiatore. Oltre ai soliti frutti rossi emergono tonalità balsamiche che spaziano dal rabarbaro alla menta, e poi arancia amara, ma cè pure il bergamotto e note caramellate che spingono un netto sentore di cola (si, proprio quella !). Una complessità profonda e ben armonizzata. E in bocca non è da meno, preciso, pieno, deciso senza sfoggio di muscoli, ancora fresco e scattante, per un vino di oltre 10 anni figlio di una annata caldissima, sulla carta assolutamente inadatta a rendere espressivi vini ottenuti da pinot nero, ma come già detto, chissenefrega !

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Dalla cantina di Stefano escono circa 15.000 bottiglie: poche, se si considera l’estensione dell’azienda; si devono però considerare rese molto basse e, soprattutto, il fatto che gran parte dell’uva viene ancora venduta a terzi. Prezzi in alcuni casi non proprio popolari ma sicuramente adeguati alla particolarità e qualità della proposta:

  • Vesna Nature Metodo Classico 2012: 27 Euro
  • Smila Metodo Classico 2010: 18 Euro
  • Poltre Bianco 2013: 9 Euro
  • Poltre Rosso 2013: 9 Euro
  • Neroir 2012: 14 Euro
  • Alessandro 2008: 24 Euro
  • Oppure 2010: 16 Euro
  • Elisa 2006: 28 Euro (che salgono a 36 per l’annata 2003)
  • Pinot Nero Maderu 2003: 40 Euro

Stefano Milanesi
Strada Vecchia per il Castello 4
27046 – Santa Giuletta (PV)
Tel.: 0383 801960
Cell.: 339 2762263
Mail: info@stefanomilanesi.it
www.stefanomilanesi.com
Ettari vitati: 12
Bottiglie annue prodotte: 15.000

Vercesi del Castellazzo – Montù Beccaria (PV)

di Marco De Tomasi

L’Oltrepò è disseminato di castelli o edifici sorti su rovine di castelli. Praticamente non c’è nucleo abitativo tra queste colline che non ne conti uno.

Il motivo è dovuto alla presenza storica di importanti famiglie feudali che si spartivano e contendevano il territorio.

Tra queste, la potente famiglia dei Beccaria, signori di Pavia tra il XIII e il XIV secolo, prima di cedere il passo ai Visconti.

Tra i numerosi feudi dei Beccaria in Oltrepò, vi era il borgo di Montù, arroccato sulla cima di una collina (il nome di Montù deriva dal latino mons acutus con cui la località è indicata in documenti risalenti all’epoca del Barbarossa).

Nel punto più alto di Montù si ergeva uno dei castelli dei Beccaria. Aureliano Beccaria, ultimo conte feudatario di Montù, privo di discendenza maschile, nel 1590 donò in punto di morte il castello all’ordine dei padri barnabiti.

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Il castello si trasformò in convento, venne edificata una chiesa intitolata a San Aureliano di cui oggi restano solo i ruderi dell’ingresso e dell’abside, sparirono merlature e altre strutture difensive. Per il contado dei dintorni il convento divenne un punto di riferimento importantissimo grazie alla sua farmacia.

I padri barnabiti vennero poi sloggiati dai soldati di Napoleone, che portando gli ideali della rivoluzione, confiscarono i possedimenti ecclesiastici.

Nel 1808 l’edificio viene acquistato dagli attuali proprietari, la famiglia Vercesi, già proprietari di terreni nella zona fin dal ‘600, che lo trasformano in abitazione e azienda viticola. Dal 1961, il padre degli attuali proprietari, Franco Vercesi, inizia ad imbottigliare i propri vini, dato che la vendita delle uve non era più remunerativa.

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Oggi l’azienda è condotta dai fratelli Gian Maria e Marco.

Vercesi del Castellazzo è una realtà che seguo da tempo: Gian Maria mi piace per la sua positività, l’entusiasmo e la competenza che traspare già dalla prima volta che lo si incontra.

Non potevo quindi lasciar cadere il suo invito  ad andarlo a trovare in occasione della degustazione verticale del suo vino più importante, il Fatila (l’accento va sulla “i”), organizzata da OltreLaStoria e che si è svolta al ristorante Prato Gaio di Montecalvo Versiggia.

In degustazione le annate 1996, 1999, 2000 e 2003.

Il Fatila ha una particolarità: è una Bonarda (vale a dire croatina 100%), proveniente dalla parte più alta del vigneto Pezzalunga. E qui spero di avere attirato la vostra attenzione (ve ne avevo già parlato qui).

Scordatevi quelle imbarazzanti Bonarda frizzantine, morbidamente zuccherose: la croatina è un’altra cosa.

Anzi, il Fatila è la Bonarda come deve essere.

Fatila

Un vino maschio, importante, complesso e dotato di capacità di invecchiamento fuori del comune.

Lo ha dimostrato la degustazione a Prato Gaio, una verticale “alla francese”, dall’annata più vecchia alla più giovane:

  • 1996: annata difficile. Profumi ampi, appena un po’ etereo, frutto ancora in bella evidenza; elegantissimo è probabilmente all’apice della sua parabola evolutiva, e manterrà questo livello ancora per qualche anno, grazie ad una freschezza che ancora spinge senza cenni di cedimento. Beva compulsiva da una Bonarda di 18 anni !
  • 1999: qui rientriamo nei canoni più consoni del varietale: frutto polposo, quasi denso, più morbido del precendente. Sembra incredibile ma vien da dire che qui il vino stia ancora cercando l’amalgama perfetta e pare intrapreso la strada giusta. Se mi capitasse una bottiglia, probabilmente me la dimenticherei per altri 3-5 anni per goderne al meglio.
  • 2000: quasi un fratello gemello del 1999, ma qui si raggiunge la quadratura del cerchio: ha tutto il vigore dell’annata precedente, ma maggiore armonia e precisione, è ben scandito e godibilissimo da ora e per chissà quanti anni ancora. Buonissimo.
  • 2003: annata caldissima, senza tregua, è il Fatila 2003 è figlio di quell’annata: caldo nelle sensazioni alcoliche, voluminoso e morbido (ma tutt’altro che flaccido). Pronto ora, non ha la spinta verticale delle annate precedenti e probabilmente non ha le stesse capacità di tenuta nel tempo (ma stiamo parlando comunque di un vino che ha già 11 anni !). Da godersi subito e per i prossimi 2-3 anni.

Tutte le annate hanno un filo conduttore, dato dalla sostanza del frutto, mai esile come si conviene ad un vino ricavato da sola croatina, la presenza di tannini nobili, levigati e mai invasivi e note balsamiche dovute dalla terziarizzazione , come è giusto aspettarsi da vini che hanno più di 10 anni.

In azienda ho avuto modo di degustare il Fatila 2009, annata attualmente i commercio: la continuità qualitativa di questo vino, pur nella sacrosanta differenza di annata, è un altro punto a suo favore. Il 2009 ha il vigore della gioventù, ma è già ben definito, arricchito da una trama tannica vellutata ben svolta e un frutto appagante.

Non solo Fatila: da questa cantina escono altri vini che non possono mancare di attirare l’attenzione degli appassionati. Tralascio i vini più semplici ed immediati per soffermarmi su quelli che più mi hanno colpito:

Pezzalunga 2013: da uve barbera, pinot nero, croatina e vespolina. Profumato al naso, succoso e dinamico al palato. Viene proposto come rosso giovane, semplice ma tutt’altro che banale, è un vino versatile negli abbinamenti ed estremamente piacevole.

Pinot Nero Luogo dei Monti 2012: un pinot nero etereo, dal naso elegante e speziato, pulito in bocca con precisa corrispondenza di quanto percepito al naso. Anche se non ha la concentrazione di altri pinot nero oltrepadani assaggiati durante la mia rapida esplorazione, è esemplare per il rigore interpretativo nel rispetto del vitigno.

Rosso Castellazzo 2005: barbera 65%, Cabernet Sauvignon 35%. Sorpresa ! non me lo ricordavo da altre degustazioni fatte con Gian Maria. Ricco, concentrato, con un frutto maturo e soprattutto con una sorprendente concentrazione balsamica al naso che esplora tutte le varietà possibili, con precisi ritorni al palato (dategli però tempo di esprimersi lasciando la bottiglia aperta almeno una mezz’ora prima del consumo). Qualità/prezzo da primato !

RossoVercesi

E’ mancato purtroppo l’assaggio del Barbera Clà, perché esaurito in azienda: posso comunque dirvi che anche questa etichetta è da annotare tra quelle da assaggiare assolutamente.

Prezzi in enoteca più che abbordabili: si va dai 6-7 Euro del Pezzalunga ai 14-16 Euro del Fatila.

In più, Vercesi del Castellazzo è un azienda condotta secondo una filosofia di pieno rispetto ambientale. Non si usano diserbanti chimici, le viti sono trattate unicamente con rame e zolfo e le fermentazioni avvengono spontaneamente. Fa parte dell’associazione VinNatur.

 
Vercesi del Castellazzo
Via Aureliano Beccaria, 36
27040 – Montù Beccaria
Tel./Fax: 0385 262098
Mail:  vercesicastellazzo@libero.it
www.vercesidelcastellazzo.it
Ettari Vitati: 18
Bottiglie annue prodotte: 80.000

Riflessioni oltrepadane

di Marco De Tomasi

Prima di addentrarmi a raccontare delle aziende che ho visitato e dei vini che ho assaggiato, vorrei rendere partecipi i miei lettori di alcune riflessioni sull’Oltrepò Pavese.

Territorio vitivinicolo massacrato da una immagine confusa ed inadeguata, scelte commerciali discutibili, soggetto allo strapotere di imbottigliatori e grandi cantine sociali e, come se non bastasse, infangato dai soliti furbi che spacciano mediocrità per qualità (vedi i fatti di cronaca di questi giorni).

Sono dell’opinione che dal punto di vista comunicativo la cosa debba essere affrontata dai fondamentali, senza quindi dare per scontate tante cose.

L’Oltrepò Pavese, lo dice il nome stesso, è in provincia di Pavia.

Ora, quando uno dice Pavia, a voi cosa viene in mente ?

Il mio scarsamente variegato retroterra culturale mi suggerisce inconsciamente la sequenza: longobardi-Desiderio-CarloMagno-paludi-Ticino-risaie-riso-Lomellina-oche-certosa-monaci-naviglio-Milano.

Curioso: mi sono subito venuti in mente il Ticino e il Naviglio Pavese e non ho considerato che la provincia di Pavia è tagliata in due dal Po !

PaviaMappa

Le tre aree della provincia di Pavia

E ancora: tutte le associazioni che ho fatto riguardano la parte di provincia a nord del Po.

Come se la parte a sud non esistesse.

La parte che si chiama appunto Oltrepò.

Dove non ci sono risaie, né tantomeno paludi (beh, a dire il vero non ci sono più neanche nella parte nord): è un susseguirsi di colline che diventano montagne che per pochi chilometri non arrivano a sfiorare la Liguria (la quota massima è di ben 1725 metri).

Oltrepo1

Sulla carta geografica è un cuneo tra la provincia emiliana di Piacenza e quella piemontese di Alessandria.

Oltretutto, nella sua storia recente e per più di un secolo, l’Oltrepò divenne piemontese, per tornare lombardo solo con l’unità d’Italia.

L’area adatta alla viticoltura è quella che va dalla prima collina fino ai 5-600 metri: il triangolo sulla cartina va tagliato a metà e si deve considerare il trapezio che se ne ricava in alto.

La zona che ho visitato è una piccola parte del territorio oltrepadano: si tratta della prima collina tra Montù Beccaria, Canneto Pavese e Santa Giuletta (senza “i”).

Colline dolci, letteralmente ricoperte da vigneti inframezzati da boschi, punteggiate da borghi, castelli e ville patrizie.

Da quel poco che ho visto, qui la fregola edificatoria che caratterizza il mio nordest non sembra esserci; o per lo meno si percepisce meno.

Ho avuto una sorta di déjà vu, girando in auto per le colline: come se il tempo da quelle parti si fosse fermato a 25 o 30 anni fa …

Parlando dell’argomento di questo blog, tornando al gioco delle associazioni, la parola Oltrepò mi evoca due cose: Barbacarlo-Metodo Classico. Due antitesi, praticamente.

L’immagine ufficiale dell’Oltrepò è affidata ai suoi Metodo Classico. Che si possono fare bene, ma non in tutto l’Oltrepò.

Perché in realtà questo è un territorio ad alta vocazionalità per i vini rossi.

Lo dicono le varietà tradizionalmente coltivate: croatina, ughetta di Canneto (vespolina), barbera, uva rara e altre (nel secolo scorso si contavano 225 varietà di uva in Oltrepò). E mettiamoci dentro anche il pinot nero.

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Scopro nella mia immensa ignoranza che l’Oltrepò Pavese è il primo produttore di Pinot Nero a livello nazionale.

Perché ce n’è tanto (più di 3.000 ettari sui 13.500 dell’intero comprensorio oltrepadano) ed è qui da parecchio tempo: da più di 150 anni, per la precisione.

La presenza del pinot nero in Oltrepò è dovuta al Conte Carlo Giorgi di Vistarino, che a partire dal 1860 circa diede inizio al suo impianto a Rocca de’ Giorgi (siamo in alta collina). Fin da subito la produzione si orienta all’utilizzo delle uve per basi spumante, che prendono la strada del Piemonte, ma ben presto si inizia a vinificare anche in rosso, a fianco delle numerose varietà autoctone.

Dall’altra parte c’è Lino Maga e il Barbacarlo.

Inutile nascondersi dietro un dito: per molti di noi appassionati un po’ presuntuosi, per molto tempo l’Oltrepò ha significato solo ed esclusivamente Barbacarlo.

Tralascio in questa sede di descrivere questo vino dal punto di vista organolettico, perché quello che è importante è soprattutto la sua storia e il significato dell’azione di chi lo produce.

Per chi non lo sapesse Barbacarlo è un cru, un singolo vigneto in territorio di Broni, di proprietà del Cavalier Lino Maga e della sua famiglia dal ‘700, e dal quale si ricava da uve croatina, uva rara e ughetta, un vino dalle peculiari caratteristiche (personalmente mi piace definirlo “un grande vino contadino”).

Qui una breve intervista del Cav. Maga tratta dal canale youtube de Ilvinobuono.com

Un vino che fu protagonista di una battaglia legale lunga ben ventitre anni.

Perché, vista la fama e il successo, molti iniziarono ad imbottigliare come Barbacarlo anche ciò che non proveniva da quella vigna esclusiva.

Pratica alla quale Lino Maga si oppose con ogni sua fibra, fino a veder riconosciuto il diritto ad essere l’unico a poter usare quel nome, tutelandone il luogo di origine. Purtroppo ciò non portò ad una migliore definizione della doc Barbarcarlo (che già esisteva ma è stata di fatto cancellata dall’azione legale di Maga), come poteva essere auspicabile, ma a una tutela dell’utilizzo del nome Barbacarlo come ragione sociale dell’azienda. Una occasione mancata, o un obiettivo raggiunto a metà, se preferite.

I presupposti alla fonte di questa vicenda sono importanti da capire, per focalizzare meglio la realtà storica e produttiva dell’Oltrepò.

Perché Barbacarlo non è l’unico cru presente su questo territorio.

Ma probabilmente è l’unico che gode di tutela, sia pure imperfetta.

Oltrepo2

Un esempio è dato dal Buttafuoco. Si tratta di circa un ettaro e mezzo in località Valle Solinga, comune di Canneto Pavese, spartito tra una manciata di proprietari. Per questo cru non si è riusciti a mettere in atto la stessa tutela, per cui si può produrre Buttafuoco con uve che non provengono da quel cru. E la situazione è irreversibile, poiché si sono ormai determinate delle dinamiche di denominazione e distinguo dalle quali è impensabile tornare indietro.

Due esempi all’opposto che ben semplificano la difficoltà di creare un’immagine precisa e ben delineata dell’Oltrepò, anche solo parlando di vini rossi della tradizione.

Se poi andiamo ad allargare il quadro, inserendo la presenza di grandi aziende imbottigliatrici che influenzano al ribasso il prezzo dell’uva (ho visto tanti vigneti abbandonati, anche con ottima esposizione: segno che, in mancanza di una giusta remunerazione, molti viticoltori abbandonano l’impresa), un’immagine affidata quasi esclusivamente al Metodo Classico, scelte produttive discutibili (pensiamo alla Bonarda frizzante, spesso proposta con residui zuccherini imbarazzanti per mascherarne la naturale tannicità), una certa indolenza oltrepadana dovuta al fatto che “tanto Milano ci beve tutto il vino che facciamo” (ma non è più così da tempo), si capisce come in Oltrepò la palude ci sia per davvero, anche se metaforica.

Palude dalla quale noi comunicatori del vino (anche quelli dilettanti come me) dovremmo sforzarci di fare uscire questa magnifica realtà produttiva, che ha tanti ottimi vini e molti buoni prodotti da offrire ma che non godono della visibilità e soprattutto della fama che meritano.

Prosecco e biodinamica

di Roberto Stocco

Ci sono persone che parlano del loro lavoro con tale trasporto che suscitano immediata ammirazione e un pizzico di sana invidia.

A me è successo un sabato pomeriggio durante l’incontro con Luciano De Biasi, viticoltore di Miane (TV).

Luciano ha pochi ettari, tutti coltivati seguendo i dettami della biodinamica, ma solo un piccolo appezzamento ha tutte le carte in regola per essere definito “biodinamico”.

Oltre ai preparati  500 e 501 le viti sono distanti da altre coltivazioni “convenzionali”.

Non vinifica personalmente le sue uve tranne quelle di questo piccolo vigneto.

Stiamo parlando di meno di 1 ettaro, forse più un centro studi o un giardino botanico vista la presenza di numerosi alberi da frutto.

Capitello nel vigneto di Località Coi – Miane (TV)

Capitello nel vigneto di Località Coi – Miane (TV)

In realtà a Luciano sembra interessare poco la trasformazione dell’uva e tutti i lustrini dl prosecco.

Da più dieci anni conduce una ricerca continua per recuperare vecchie varietà già presenti in zona. Una selezione massale che lo porta a riprodurre le piante che lui ritiene più interessanti indipendentemente si parli di Glera, Bianchetta, Perera o Malvasia (tutte varietà presenti in zona da molto tempo).

Per rendere maggiormente l’idea del lavoro estremo in corso, Luciano sta riproducendo alcune vecchie varietà trovate in un bosco di castagni dove in origine c’era un vigneto, ormai abbandonato da decenni.

Riproduzione mediante talea ma chi lo sa se in futuro partirà direttamente dai vinaccioli!

Come molti altri vignaioli “innovatori”, anche Luciano rilevava la difficoltà di fare queste ricerche quando si ha una sola possibilità all’anno per controllare il risultato. Per questo motivo manifestava la volontà di mettere a disposizione le sue esperienze a chi vuole abbandonare un certo modo di fare vino per approcciare un metodo che è, a tutti gli effetti, uno stile di vita.

Il vino? Beh, non poteva che essere un rifermentato in bottiglia come tradizione vuole.

La produzione è limitata e le quattro grandinate di quest’anno probabilmente azzereranno il numero di bottiglie del 2014.

C’è però un aspetto positivo di quest’annata così piovosa. Sarà, infatti, interessante verificare come reagiranno le vecchie viti coltivate in biodinamica rispetto alle vicine, preparate in vivaio e condotte con metodi convenzionali.

Vigna a pochi giorni dalla vendemmia 2014, dopo 4 grandinate.

Vigna a pochi giorni dalla vendemmia 2014, dopo 4 grandinate.

Luciano conosce già la risposta: Le vigne avranno più forza per rigenerarsi e ripartire con immutata vigoria.

La mia scarsa cultura in tema non mi fa esprimere. Approfitterò della sua disponibilità per capire di più cosa significa agricoltura biodinamica ed anche cosa vogliono dire i vignaioli con “… il vino si fa in vigneto e non in cantina …”.

Non è ancora chiusa l’annata e già non vedo l’ora riparta quella nuova!

 

Per chi volesse approfondire:

Luciano De Biasi
debiasi.luciano@alice.it

Rudi Vindimian – Lavis (TN)

di Marco De Tomasi

Sono sicuro che anche voi avete una serie di vini che rappresentano degli autentici “scogli”, quelli che non riuscite a comprendere, a decifrare e a sentire vostri.

Di solito capita con quelle tipologie che nella quasi totalità dei casi sono interpretate con il preciso intento  di assecondare i gusti della parte più ampia possibile del pubblico.

A me capitava con il Müller-Thurgau.

Poi qualche anno fa ho incontrato Rudi.

Per confermare la mia prima buona impressione, dovevo andarlo a trovare.

Strano che di lui si senta poco parlare in rete: sembra che il circo mediatico lo sfiori senza mai accorgersene.

Eppure gli elementi ci sarebbero tutti: pochi ettari, altitudini interessanti (siamo fra i 680 e i 780 metri), conduzione artigianale con attenzione alla biodinamica, rese basse, focalizzazione sui vitigni tradizionali.

RudiVigneti

La cantina si trova a Lavis. Nel piccolo cortile ci accoglie festosa una muta di cani, tra loro anche tre adorabili cuccioli di pochi mesi.

Rudi è intento a sistemare lo spazio in cantina, che è davvero poco e va gestito al meglio.

I vigneti più elevati si trovano invece a Monte Terlago, ai piedi della Paganella, dove il clima è temperato dall’aria proveniente dalla Valle dei Laghi. I terreni sono ricchissimi di scheletro e i filari sono distanti da altre coltivazioni; l’unico vicino produce altro e per di più è certificato biologico, per cui Rudi non ha problemi di derive di prodotti indesiderati.

RudiTerreni

Come da altre parti, tra le vigne scorrazzano volpi e caprioli, ma Rudi può vantare anche un ospite decisamente inusuale, l’orso: immortalato l’anno scorso da una fototrappola posta nel vigneto. Peccato che la provincia non abbia ancora fornito copia della foto a Rudi !

Sotto l’abitazione c’è la parte più vecchia della cantina, scendiamo per gli assaggi da vasca.

RudiMullerMüller-Thurgau 2013: è lui ! dimenticatevi i müller tutta frutta e big babol che imperversano sugli scaffali. I sentori fruttati ci sono comunque, ma giocano da gregari ad arricchire la trama olfattiva, lasciando la scena a note floreali delicate, scandite e articolate, con un che di alpino, e alla speziatura di papà Riesling, che è di quelle che non stancano. In bocca ha volume, snellito nella beva da un’acidità ben presente. E non manca neppure una nota sapida sul finale.

Si cambia vasca: sempre Müller-Thurgau 2013 ma con macerazione sulle bucce e vinificazione in legno. Qui diciamo che se la macerazione da vita a cose interessanti, con un ulteriore esaltazione delle note speziate e l’innesto di sentori fermentativi di ottima qualità, però il legno frena lo sviluppo armonico sia al naso che in bocca. Rudi lo sa, e si ripropone di portare avanti la sperimentazione senza l’uso del legno.

Il resto della produzione è già in bottiglia, per cui si passa alla sala di degustazione.

Müller-Thurgau 2010: è l’annata attualmente in commercio (si, avete letto bene: sono 4 anni dalla vendemmia). Parlando di evoluzione rispetto l’annata in vasca, si tratta di una evoluzione lenta, che mette in maggior risalto le note speziate, senza tuttavia annullare le componenti fruttata e floreale. Bocca ben bilanciata, con la freschezza che spinge a fondo, esaltando precisi ritorni retronasali di spezie e fiori.

Manzoni Bianco 2013: un manzoni decisamente alpino. Anche qui il clima sembra favorire le note speziate, ma c’è un frutto più carico e grasso ben articolato, messo in riga da una spina sapida e dallo slancio della freschezza. Non manca qualche spigolo che non frena affatto la piacevolezza: dona invece carattere e personalità. Conferma la vocazione trentina per l’incrocio Manzoni.

Kerner 2013: Rudi sembra avere una predilezione per gli aromatici. Il Kerner è sicuramente il più rustico fra i suoi bianchi. Al naso risaltano le note di agrumi ed erbe alpine; si percepisce poi una nota salmastra appena sopra rimandi speziati. La rusticità si palesa in bocca, dove il volume del vino non trova adeguato sfogo perché contenuto in un corridoio verticale piuttosto stretto. Comunque piacevole e probabilmente destinato ad una evoluzione in positivo.

Gewürtztraminer 2013: a Rudi non bastava stupirmi con il müller. Avevo un ricordo diverso del suo gewürtztraminer, e difatti lui stesso conferma che in passato era un vino estremo, voluminoso ed eccessivamente rustico (il che non facilita certo le cose con un traminer aromatico). Qui invece incontro una interpretazione delicata, con spezie ben presenti ma altrettanto ben governate e che non sovrastano la componente floreale. Stesso discorso in bocca, dove il sorso risulta ben scandito e mai sopra le righe. Bravo !

RudiGewurtz

Rudi produce anche rossi, da un piccolo vigneto di Pressano produce Teroldego e gli è rimasta ancora qualche bottiglia di Merlot, vino che ha deciso di non produrre più, per concentrarsi sui vini che esprimono l’impronta territoriale con maggiore evidenza.

Prezzi in enoteca compresi tra i 7 e i 12 Euro.

 

Rudi Vindimian
Via Zandonai, 40
38015 – Lavis (TN)
www.vindimian.it
Tel. e fax: 0461 240373
cell. 347 1189501
e-mail: info@vindimian.it
Ettari vitati: 4
Bottiglie annue prodotte: 15.000

Mirco Mariotti – Consandolo (FE)

di Marco De Tomasi

Non so a casa vostra, ma a casa mia è mia moglie che pianifica e decide dove andare in ferie (anche perché, pigro come sono, probabilmente le passerei cazzeggiando per casa senza costrutto alcuno).

Le mete di montagna non sono contemplate: le ferie si fanno al mare, non si discute.

Stare in spiaggia mette a dura prova le mie capacità di sopportazione: vuoi per il caldo, vuoi per una giusta dose di sana misantropia, proprio non riesco a distendermi sul lettino a rosolare per ore come la maggior parte dei bagnanti.

Così, esaurite le prime due-tre ore passate a curiosare sul bagnasciuga e tra i frangiflutti in una blanda e distratta esplorazione della fauna marina (preciso: parlo di granchi e copepodi, non di piacenti signorine in costume, per quanto io non sia immune al fascino femminile), inizio a rispondere alle sollecitazioni di moglie e figlie ringhiando caninamente.

Quindi, comunicata la meta, per non abbrutirmi agli occhi della famiglia, devo pianificare eventuali escursioni nell’entroterra, consultando cartine, guide enoiche e turistiche varie.

Enoicamente parlando, quest’anno la meta a prima vista era durissima: Lido di Spina – Comacchio – Ferrara.

Secondo i canoni patinati delle guide nazionali, praticamente IL NULLA !

Ma visto che io dei canoni, soprattutto quelli patinati, me ne sono sempre infischiato, ho associato in un nanosecondo luogo, denominazione, vitigno e nome: Comacchio = Bosco Eliceo = fortana = Mirco Mariotti.

E scopro che le sue vigne sono praticamente fuori dal campeggio.

Un rapido carteggio via Facebook con Mirco ed eccomi a San Giuseppe di Comacchio, Fondo Luogaccio, a fianco della Duna della Puia.

Era un bel po’ che volevo visitare questa vigna: fortana su piede franco piantato su sabbia, moltiplicata per propaggine.

FortanaFondoLuogaccio

Di Mirco ammiro l’eroica abnegazione al proprio territorio (non proprio in cima alla lista degli enostrippati), sottolineo l’onestà intellettuale (ipse dixit:  “non è che dalla fortana si possa pretendere chissà che”) e invidio la capacità di non emettere una sola goccia di sudore, nonostante i 36 gradi (all’ombra) che ci stava regalando la bolla africana quel giorno (scemo io che sono arrivato alle 12:30)!

Vedere questa vigna è un po’ come fare un viaggio nell’archeologia del vino. Mirco seraficamente afferma: “non so se questo sia il modo migliore di coltivare la fortana, quello che da i risultati migliori, però è così da memoria d’uomo, e pare brutto perdere questo patrimonio di tradizione”. Ritorna l’onestà intellettuale di cui sopra …

I ceppi sono contorti, alcuni crescono in orizzontale, poi fanno strani giri dentro e fuori la sabbia: è la curiosa architettura della propaggine.

Poi ci sono i pioppi secolari in testa ai filari. Sono stati capitozzati per generazioni. I tronchi offrono riparo a upupe e altri uccelli.

Accanto c’è la Duna della Puia, una striscia di bosco larga una trentina di metri o poco più, cresciuta su una duna che protegge il vigneto dall’influenza diretta del mare. Qui è il regno del leccio che da il nome al Bosco Eliceo. Ma c’è anche la farnia, l’olmo e altre essenze tipiche dei boschi planiziali. Qui a Comacchio la natura resiste in queste microriserve, poca cosa se prese singolarmente, ma sono una miriade: l’insieme forma il Parco del Delta del Po, il grande fiume padre di queste terre.

Un paio di giorni dopo vado a trovare Mirco in Cantina. Come sempre ci tiene a non millantare: sottolinea di essere più un tecnico e che il mestiere del contadino lo sta ancora imparando. Poi non si vergogna a dire che alcuni vini che offre sfusi in cantina, li acquista a sua volta: del resto si deve pur campare e la gente non fa propriamente la fila per la Fortana. Trasparenza innanzi tutto !

Per l’assaggio ha scelto quattro vini, questi sì prodotti a partire da uve che egli stesso coltiva, nei quali crede di più (aggiungo, infischiandosene del riscontro sul mercato): un Trebbiano rifermentato in bottiglia, due Fortana, anch’essi sui lieviti: la classica versione in rosso e una più moderna e personale versione rosata, e infine una Malvasia aromatica ferma (le vigne sono al Lido di Spina, appena fuori il campeggio dove alloggiavo).

Trebbiano dell’Emilia Lé Turné 2012: rifermentato in bottiglia. Prima fermentazione spontanea e seconda avviata con l’ausilio di lieviti selezionati (Mirco non si sente di rischiare, per il momento) naso piuttosto neutro, emergono timidamente note fermentative. Cambia marcia in bocca, dove sfodera un corpo discreto, dalla bella cremosità per i lieviti in sospensione. Non ha però l’allungo che lo renderebbe più sorbevole e quindi versatile. La sua ideale collocazione resta quindi quella in abbinamento, magari con un bel fritto di valle di gamberetti e “bagigini” (piccoli pesci).

Malvasia dell’Emilia Le Dune Bianche 2013: per stessa ammissione di Mirco, il vino più “tecnico” ad uscire dalla sua cantina. L’obiettivo è preservare tutta la carica aromatica della malvasia. Centrato. Il naso di questo 2013 è prorompente, sa di uva appena raccolta, di fiori di biancospino, resina ed erbe aromatiche (ma non c’è la menta tipica del moscato). In bocca è secco, salmastro, ancora un po’ legato dalla gioventù. Ne ho preso un paio di campioni con l’intenzione di dimenticarmeli per uno o due anni in cantina, perché secondo me le potenzialità sono davvero notevoli. Obbligatoria l’impepata di cozze.

Le dune bianche

Fortana dell’Emilia Sét e Méz 2012: fortana rifermentata in bottiglia, stesso procedimento del trebbiano, vinificato in rosato. Mirco eccede di modestia quando parla della fortana. Perché questo vino ha tutte le sue cose a posto: naso preciso e ben scandito su note di piccoli frutti rossi e una deliziosa e fragrante crosta di pane. Leggiadro e altrettanto preciso in bocca, accarezza il palato con una bella cremosità e allunga delicatamente ma in profondità senza soluzione di continuità. Di diritto sul podio dei vini per l’estate 2014. Da solo o con quello che volete voi !

Sèt e mèz

Fortana dell’Emilia Surlié! 2010: sempre fortana rifermentata in bottiglia, ma vinificata come da tradizione in rosso. Bella prova di un vino che sulla carta non ha possibilità di affrontare il tempo, invece c’è tutto (proprio a cercarlo c’è un trascurabile cedimento sul fronte della fragranza, ma nulla di più). Naso pieno, di frutti rossi, c’è una tipica nota di pepe e un po’ di foxy, apprezzabile in questa tipologia di vino. Anche in bocca non tradisce, ricorda per presenza un Lambrusco Salamino (del resto la tipologia è quella) ma con in più una nota salmastra ben scandita e che chiude nettamente il sorso. D’estate con l’anguilla ai ferri e d’inverno con la salama da sugo !

Surlie def

Questi i vini assaggiati in azienda, ma Mirco ne ha diversi altri in cantina. Ho preso una bottiglia di Malestar, un bianco fermo da uve montuni, un vitigno emiliano quasi estinto. Mi riservo di raccontarvelo in un prossimo articolo.

Mirco produce anche la Saba, condimento tipico a base di mosto cotto.

Dalla collaborazione con il Birrificio Renazzese nasce Sabine, birra scura di stile Strong Ale con l’aggiunta della Saba di Mirco. Una birra non proprio estiva, visti i 9,8 gradi alcolici (anche se a dire il vero non si percepiscono visto il bell’equilibrio).

Infine, Mirco è un autentico ambasciatore del proprio territorio: le sue informazioni sono più puntuali ed estese di quelle dell’APT !

E devo dire che questa lingua di litorale tra Ferrara e Ravenna offre delle possibilità davvero interessanti: volendo si potrebbe passare la vacanza senza mai vedere la spiaggia (facciamo che mia moglie non mi stia leggendo, va !).

Partendo da Comacchio, un po’ una piccola Chioggia in salsa estense (che poi ancora non ho capito se Ferrara sia Emilia o Romagna o che altro !), un centro davvero caratteristico e che vale una mezz’oretta di visita.

Scorcio di Comacchio

Scorcio di Comacchio

Le valli offrono la possibilità di visitare un ambiente davvero unico.

Nate un migliaio di anni fa per il fenomeno della subsidenza, ospitano una fauna ricca e variegata (bellissimi i fenicotteri che ci sorvolavano ogni sera radunandosi per la notte !).

Un ottimo punto di partenza per la visita è rappresentato da Valle Campo: organizzano escursioni in valle, illustrando le tecniche di allevamento delle anguille che un tempo erano la principale risorsa della zona. Un piccolo punto di ristorazione dà la possibilità di assaggiare le specialità della cucina locale: il fritto misto di valle e l’anguilla ai ferri (un ringraziamento a Michele Malavasi per la dritta !).

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Il punto di ristoro di Valle Campo

Per chi come me si definisce un “birdwatcher occasionale”, portarsi il binocolo è obbligatorio.

Se si sceglie come noi il campeggio e quindi ci si arrangia per i pasti, Porto Garibaldi offre la possibilità di acquistare pesce freschissimo direttamente dai pescherecci che quotidianamente rientrano in porto e vendono il pescato direttamente sulla banchina.

Appena oltrepassato il limite comunale di Comacchio, verso nord lungo la Romea si trova il complesso abbaziale di Pomposa, davvero da non perdere !

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Interno dell’Abbazia di Pomposa

A mezz’ora di strada da Comacchio, verso sud, si arriva a Ravenna. Il patrimonio monumentale della città con le sue chiese paleocristiane e i preziosissimi mosaici lascia senza fiato. Appena fuori della città si trova Sant’Apollinare in Classe: la splendida basilica è tutto ciò che resta dell’antico porto ravennate.

I grandiosi mosaici di San Vitale a Ravenna

I grandiosi mosaici di San Vitale a Ravenna

Ferrara rispetto a Comacchio è un po’ fuori mano (ci vuole un’ora di auto per arrivarci) ma offre molte attrattive: la capitale degli Este svela tutta la sua maestosità a partire dal Castello, fino alla Cattedrale di San Giorgio e al Palazzo dei Diamanti, tanto per citare solo le costruzioni più note.

Un territorio ricco di storia, cultura, natura e gastronomia, ingiustamente poco frequentato dal turismo nazionale.

Andateci, ne vale la pena.

Mirco Mariotti
Via Rosa Bardelli, 12
44011 – Consandolo (FE)
Tel.: 0532 804134
Cell.: 328 6591570
info@mariottivinidellesabbie.it
www.mariottivinidellesabbie.it
Ettari vitati: 9
Bottiglie annue prodotte: 12.000