Mirco Mariotti – Consandolo (FE)

di Marco De Tomasi

Non so a casa vostra, ma a casa mia è mia moglie che pianifica e decide dove andare in ferie (anche perché, pigro come sono, probabilmente le passerei cazzeggiando per casa senza costrutto alcuno).

Le mete di montagna non sono contemplate: le ferie si fanno al mare, non si discute.

Stare in spiaggia mette a dura prova le mie capacità di sopportazione: vuoi per il caldo, vuoi per una giusta dose di sana misantropia, proprio non riesco a distendermi sul lettino a rosolare per ore come la maggior parte dei bagnanti.

Così, esaurite le prime due-tre ore passate a curiosare sul bagnasciuga e tra i frangiflutti in una blanda e distratta esplorazione della fauna marina (preciso: parlo di granchi e copepodi, non di piacenti signorine in costume, per quanto io non sia immune al fascino femminile), inizio a rispondere alle sollecitazioni di moglie e figlie ringhiando caninamente.

Quindi, comunicata la meta, per non abbrutirmi agli occhi della famiglia, devo pianificare eventuali escursioni nell’entroterra, consultando cartine, guide enoiche e turistiche varie.

Enoicamente parlando, quest’anno la meta a prima vista era durissima: Lido di Spina – Comacchio – Ferrara.

Secondo i canoni patinati delle guide nazionali, praticamente IL NULLA !

Ma visto che io dei canoni, soprattutto quelli patinati, me ne sono sempre infischiato, ho associato in un nanosecondo luogo, denominazione, vitigno e nome: Comacchio = Bosco Eliceo = fortana = Mirco Mariotti.

E scopro che le sue vigne sono praticamente fuori dal campeggio.

Un rapido carteggio via Facebook con Mirco ed eccomi a San Giuseppe di Comacchio, Fondo Luogaccio, a fianco della Duna della Puia.

Era un bel po’ che volevo visitare questa vigna: fortana su piede franco piantato su sabbia, moltiplicata per propaggine.

FortanaFondoLuogaccio

Di Mirco ammiro l’eroica abnegazione al proprio territorio (non proprio in cima alla lista degli enostrippati), sottolineo l’onestà intellettuale (ipse dixit:  “non è che dalla fortana si possa pretendere chissà che”) e invidio la capacità di non emettere una sola goccia di sudore, nonostante i 36 gradi (all’ombra) che ci stava regalando la bolla africana quel giorno (scemo io che sono arrivato alle 12:30)!

Vedere questa vigna è un po’ come fare un viaggio nell’archeologia del vino. Mirco seraficamente afferma: “non so se questo sia il modo migliore di coltivare la fortana, quello che da i risultati migliori, però è così da memoria d’uomo, e pare brutto perdere questo patrimonio di tradizione”. Ritorna l’onestà intellettuale di cui sopra …

I ceppi sono contorti, alcuni crescono in orizzontale, poi fanno strani giri dentro e fuori la sabbia: è la curiosa architettura della propaggine.

Poi ci sono i pioppi secolari in testa ai filari. Sono stati capitozzati per generazioni. I tronchi offrono riparo a upupe e altri uccelli.

Accanto c’è la Duna della Puia, una striscia di bosco larga una trentina di metri o poco più, cresciuta su una duna che protegge il vigneto dall’influenza diretta del mare. Qui è il regno del leccio che da il nome al Bosco Eliceo. Ma c’è anche la farnia, l’olmo e altre essenze tipiche dei boschi planiziali. Qui a Comacchio la natura resiste in queste microriserve, poca cosa se prese singolarmente, ma sono una miriade: l’insieme forma il Parco del Delta del Po, il grande fiume padre di queste terre.

Un paio di giorni dopo vado a trovare Mirco in Cantina. Come sempre ci tiene a non millantare: sottolinea di essere più un tecnico e che il mestiere del contadino lo sta ancora imparando. Poi non si vergogna a dire che alcuni vini che offre sfusi in cantina, li acquista a sua volta: del resto si deve pur campare e la gente non fa propriamente la fila per la Fortana. Trasparenza innanzi tutto !

Per l’assaggio ha scelto quattro vini, questi sì prodotti a partire da uve che egli stesso coltiva, nei quali crede di più (aggiungo, infischiandosene del riscontro sul mercato): un Trebbiano rifermentato in bottiglia, due Fortana, anch’essi sui lieviti: la classica versione in rosso e una più moderna e personale versione rosata, e infine una Malvasia aromatica ferma (le vigne sono al Lido di Spina, appena fuori il campeggio dove alloggiavo).

Trebbiano dell’Emilia Lé Turné 2012: rifermentato in bottiglia. Prima fermentazione spontanea e seconda avviata con l’ausilio di lieviti selezionati (Mirco non si sente di rischiare, per il momento) naso piuttosto neutro, emergono timidamente note fermentative. Cambia marcia in bocca, dove sfodera un corpo discreto, dalla bella cremosità per i lieviti in sospensione. Non ha però l’allungo che lo renderebbe più sorbevole e quindi versatile. La sua ideale collocazione resta quindi quella in abbinamento, magari con un bel fritto di valle di gamberetti e “bagigini” (piccoli pesci).

Malvasia dell’Emilia Le Dune Bianche 2013: per stessa ammissione di Mirco, il vino più “tecnico” ad uscire dalla sua cantina. L’obiettivo è preservare tutta la carica aromatica della malvasia. Centrato. Il naso di questo 2013 è prorompente, sa di uva appena raccolta, di fiori di biancospino, resina ed erbe aromatiche (ma non c’è la menta tipica del moscato). In bocca è secco, salmastro, ancora un po’ legato dalla gioventù. Ne ho preso un paio di campioni con l’intenzione di dimenticarmeli per uno o due anni in cantina, perché secondo me le potenzialità sono davvero notevoli. Obbligatoria l’impepata di cozze.

Le dune bianche

Fortana dell’Emilia Sét e Méz 2012: fortana rifermentata in bottiglia, stesso procedimento del trebbiano, vinificato in rosato. Mirco eccede di modestia quando parla della fortana. Perché questo vino ha tutte le sue cose a posto: naso preciso e ben scandito su note di piccoli frutti rossi e una deliziosa e fragrante crosta di pane. Leggiadro e altrettanto preciso in bocca, accarezza il palato con una bella cremosità e allunga delicatamente ma in profondità senza soluzione di continuità. Di diritto sul podio dei vini per l’estate 2014. Da solo o con quello che volete voi !

Sèt e mèz

Fortana dell’Emilia Surlié! 2010: sempre fortana rifermentata in bottiglia, ma vinificata come da tradizione in rosso. Bella prova di un vino che sulla carta non ha possibilità di affrontare il tempo, invece c’è tutto (proprio a cercarlo c’è un trascurabile cedimento sul fronte della fragranza, ma nulla di più). Naso pieno, di frutti rossi, c’è una tipica nota di pepe e un po’ di foxy, apprezzabile in questa tipologia di vino. Anche in bocca non tradisce, ricorda per presenza un Lambrusco Salamino (del resto la tipologia è quella) ma con in più una nota salmastra ben scandita e che chiude nettamente il sorso. D’estate con l’anguilla ai ferri e d’inverno con la salama da sugo !

Surlie def

Questi i vini assaggiati in azienda, ma Mirco ne ha diversi altri in cantina. Ho preso una bottiglia di Malestar, un bianco fermo da uve montuni, un vitigno emiliano quasi estinto. Mi riservo di raccontarvelo in un prossimo articolo.

Mirco produce anche la Saba, condimento tipico a base di mosto cotto.

Dalla collaborazione con il Birrificio Renazzese nasce Sabine, birra scura di stile Strong Ale con l’aggiunta della Saba di Mirco. Una birra non proprio estiva, visti i 9,8 gradi alcolici (anche se a dire il vero non si percepiscono visto il bell’equilibrio).

Infine, Mirco è un autentico ambasciatore del proprio territorio: le sue informazioni sono più puntuali ed estese di quelle dell’APT !

E devo dire che questa lingua di litorale tra Ferrara e Ravenna offre delle possibilità davvero interessanti: volendo si potrebbe passare la vacanza senza mai vedere la spiaggia (facciamo che mia moglie non mi stia leggendo, va !).

Partendo da Comacchio, un po’ una piccola Chioggia in salsa estense (che poi ancora non ho capito se Ferrara sia Emilia o Romagna o che altro !), un centro davvero caratteristico e che vale una mezz’oretta di visita.

Scorcio di Comacchio

Scorcio di Comacchio

Le valli offrono la possibilità di visitare un ambiente davvero unico.

Nate un migliaio di anni fa per il fenomeno della subsidenza, ospitano una fauna ricca e variegata (bellissimi i fenicotteri che ci sorvolavano ogni sera radunandosi per la notte !).

Un ottimo punto di partenza per la visita è rappresentato da Valle Campo: organizzano escursioni in valle, illustrando le tecniche di allevamento delle anguille che un tempo erano la principale risorsa della zona. Un piccolo punto di ristorazione dà la possibilità di assaggiare le specialità della cucina locale: il fritto misto di valle e l’anguilla ai ferri (un ringraziamento a Michele Malavasi per la dritta !).

ValleCampo

Il punto di ristoro di Valle Campo

Per chi come me si definisce un “birdwatcher occasionale”, portarsi il binocolo è obbligatorio.

Se si sceglie come noi il campeggio e quindi ci si arrangia per i pasti, Porto Garibaldi offre la possibilità di acquistare pesce freschissimo direttamente dai pescherecci che quotidianamente rientrano in porto e vendono il pescato direttamente sulla banchina.

Appena oltrepassato il limite comunale di Comacchio, verso nord lungo la Romea si trova il complesso abbaziale di Pomposa, davvero da non perdere !

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Interno dell’Abbazia di Pomposa

A mezz’ora di strada da Comacchio, verso sud, si arriva a Ravenna. Il patrimonio monumentale della città con le sue chiese paleocristiane e i preziosissimi mosaici lascia senza fiato. Appena fuori della città si trova Sant’Apollinare in Classe: la splendida basilica è tutto ciò che resta dell’antico porto ravennate.

I grandiosi mosaici di San Vitale a Ravenna

I grandiosi mosaici di San Vitale a Ravenna

Ferrara rispetto a Comacchio è un po’ fuori mano (ci vuole un’ora di auto per arrivarci) ma offre molte attrattive: la capitale degli Este svela tutta la sua maestosità a partire dal Castello, fino alla Cattedrale di San Giorgio e al Palazzo dei Diamanti, tanto per citare solo le costruzioni più note.

Un territorio ricco di storia, cultura, natura e gastronomia, ingiustamente poco frequentato dal turismo nazionale.

Andateci, ne vale la pena.

Mirco Mariotti
Via Rosa Bardelli, 12
44011 – Consandolo (FE)
Tel.: 0532 804134
Cell.: 328 6591570
info@mariottivinidellesabbie.it
www.mariottivinidellesabbie.it
Ettari vitati: 9
Bottiglie annue prodotte: 12.000

#ManzoniBianco1 – Il report da Asolo

di Marco De Tomasi

#ManzoniBianco1 è un omaggio all’Incrocio Manzoni 6.0.13 voluto dalle Cantine Cirotto di Asolo.

Più che un evento, una riunione “carbonara” di amici estimatori del Manzoni che si sono ritrovati nei locali interrati della cantina davanti alle bottiglie scelte da Francesco.

I Cirotto sono grandi sostenitori di questa varietà, nata tra gli anni ’30 e ’40 dalle sperimentazioni del professor Luigi Manzoni, preside dell’Istituto Enologico di Conegliano, dall’incrocio genetico per via sessuata del Riesling Renano e del Pinot Bianco.

E’ stato bello ritrovarsi tra produttori, comunicatori, blogger e appassionati, molti conosciuti, altri che vedevo per la prima volta.

Per Francesco un’occasione di confronto con i produttori di altri territori, per fare il punto sui risultati ottenuti e indirizzare il lavoro per il futuro.

Consapevolezza delle potenzialità del proprio territorio ma anche umiltà nell’accettare il raffronto con quelli che personalmente considero gli interpreti più talentuosi del Manzoni Bianco: Arturo Vettori e Alessandro Fanti.

Partiamo dall’uva: l’Incrocio Manzoni 6.013 come già detto nasce dalla volontà del prof. Manzoni. Lo scopo era quello di migliorare e aumentare le varietà diffuse nell’alto trevigiano, tradizionalmente limitate al Prosecco (ops, dovrei dire Glera), Verdiso, Bianchetta, Perera e una manciata di pochi altri.

ManzoniBianco

Di tutti gli incroci sperimentati dal prof. Manzoni, il 6.0.13 è sicuramente il più diffuso e anche il più performante (e vorrei vedere: con cotanti genitori !).

In Italia ha trovato due territori di elezione. Oltre all’Alto Trevigiano (per il quale in un certo senso era stato pensato), ottime espressioni di questo vitigno si trovano in Trentino.

Nonostante la diffusione e le innegabili potenzialità, in realtà non è estensivamente coltivato.

Rimane relegato alle aziende che imbottigliano il proprio prodotto: chi produce uva per conferirla preferisce varietà più produttive e che consentano quindi una remunerazione più elevata in tempi brevi.

In altri termini, il Manzoni Bianco non ha grande spazio in questi tempi di diffusione “Urbi et Orbi” di Prosecco, Pinot Grigio e Moscato Giallo, piantati in aree che potrebbero essere meglio vocate ad altre varietà, ed ormai anche in luoghi dove non solo il mais e la colza avevano ragion d’essere, ma finanche il riso !

Visto il luogo e l’occasione di avere in cantina Arturo Vettori, i calici “di riscaldamento” sono stati dedicati alle due più nobili espressione del Prosecco, vale a dire l’Asolo dei Cirotto e il Conegliano di Vettori.

I vini di Arturo colpiscono sempre per precisione e pulizia. I suoi prosecco sono apparsi più esili e delicati rispetto all’interpretazione dei Cirotto, che risulta più corposa e decisamente vocata all’abbinamento gastronomico, dove invece il Conegliano si dimostra più adatto all’aperitivo (mantenendo comunque un buon margine di versatilità anche a tavola). La cosa viene confermata sia nelle versioni Brut che Extra Dry.

Ma bando alle ciance e  veniamo alla sequenza dei Manzoni:

VettoriManzoniVettori 2011: premessa. Arturo era un po’ “scocciato” per la tenuta dei tappi di questa partita. Effettivamente il vino non era il “solito” Vettori: decisamente più snello e meno comunicativo di quanto ricordassi. Può essere dovuto anche all’annata, ma prendo nota dei dubbi sulla chiusura e passo alle mie impressioni. Emerge comunque la precisione stilistica a cui sono abituato, sebbene le tonalità siano più rarefatte. Il naso apre su toni di frutta tropicale, pesca  e agrumi per poi virare su note speziate e di erbe aromatiche e un’idea di idrocarburo (che secondo me non dovrebbe mai mancare in un Manzoni Bianco, vista la parentela con il Riesling). In bocca ha piena rispondenza, sia nella sequenza delle sensazioni che nel loro volume. Appare delicato eppure dotato di verticalità e allungo. L’equilibrio tra  sostanza, sapidità e freschezza rende la beva quasi compulsiva: con i calici pieni di tutti i campioni, la mano istintivamente si dirige sempre su questo. Gli manca un nulla per essere completo. Da riprovare con un tappo “giusto” (a proposito Arturo: passare al tappo a vite ?).

Cirotto 2011: velato alla vista. Francesco spiega che ciò è dovuto al fatto che questo Manzoni difficilmente raggiunge la stabilità proteica. Nel calice ha bisogno di molto tempo per liberarsi ed esprimersi su evidenti toni floreali e fruttati, di glicine e agrumi e frutta gialla, cui fanno da sottofondo erbe aromatiche. Tutto rimane però piuttosto confuso e senza una precisa direzione. In bocca conferma questa sensazione: la  freschezza si scompone presto in una sensazione eccessivamente acida che tende a sfuggire in avanti rispetto alle altre componenti, lasciando indietro una notevole sostanza, che rimane però priva di governo.

ManzoniCirotto

Fanti 2011: Ridotto appena versato nel calice. Si smarca dopo una ventina di minuti, sfoderando intense note di frutti tropicali, pesca ed erbe aromatiche (con origano in bella evidenza). E poi ancora note di agrumi e sottolineature idrocarburiche (torna la mia idea: nel Manzoni ci deve essere anche il Riesling). In bocca fa dell’equilibrio tra forza (e qui è di scena il Pinot Bianco), freschezza e sapidità la sua arma vincente. Sul finale di evidenzia la salinità che spinge a fondo l’allungo. Alessandro non è contento della sensazione di riduzione iniziale, pensando alle bottiglie che finiscono sui tavoli della ristorazione. Io invece sono ammirato di tanto risultato. Basta aspettarlo.

Isidor 2008 (Fanti): selezione del Manzoni trentino ottenuta dei vigneti coltivati alle quote più elevate (600 metri). Esplosivo. Scatena tutta la spinta minerale del Riesling con il suo corredo idrocarburico abbinata alla solidità del Pinot Bianco. Due anime che qui vengono esaltate senza mai sovrastarsi a vicenda. Ed è poi un effluvio di agrumi e frutta gialla, spezie ed erbe alpine. Parimenti in bocca, dove il frutto, pieno, voluminoso e ben maturo, viene esaltato dall’equilibrio tra freschezza e sapidità. L’avevo già assaggiato a Vinitaly e qui si conferma come uno dei più grandi bianchi mi siano capitati negli ultimi tempi. Scommetterei anche nelle sue potenzialità di evoluzione e tenuta nel tempo.

Isidor 2008: "Prova a prendermi"

Isidor 2008: “Prova a prendermi”

Isidor 2009 (Fanti): il fratello più giovane non ha forse la stoffa del precedente, ma ha comunque personalità da vendere. Una personalità decisamente più gentile. Il 2008 svolge il suo spartito secondo l’annotazione “Maestoso”. Direi invece che il 2009 è più “Allegro con brio”. Tutto con la consueta precisione: tutte le tonalità sono ben scandite e le armonie rispettate. Non so se tra un anno i caratteri delle due annate saranno più vicini. Al momento preferisco il 2008, ma metterei in cantina più che volentieri anche questo, per vedere divertito come va a finire.

Sogno 2011 M.C. Dosaggio Zero (Cirotto): sboccatura a la volée, tiraggio non ancora ultimato (sono previsti 30 mesi e siamo circa a due terzi del cammino). Sospendo il giudizio: ora il vino è fin troppo carico di sentori fermentativi per poter formare un’opinione corretta. Per lo meno io non possiedo gli strumenti per farlo.

Giornata ricca di spunti e suggestioni. Posso dire che i Cirotto sono delle belle persone, con tutte le carte in regola per guardare avanti con ottimismo alla ricerca di obiettivi sempre più ambiziosi.

Cirotto+Fanti

Non ho consigli da dare a Francesco, primo perché io il vino lo bevo e non lo faccio, secondo perché da quel parlare fitto fitto con Alessandro a fine giornata tra le vasche e i prelievi delle basi 2013 ho capito che Francesco sa già benissimo dove vuole andare.

Monte dei Ragni – Fumane (VR)

di Marco De Tomasi

Zeno Zignoli è un vignaiolo che tutti gli appassionati dovrebbero incontrare.

Soprattutto i pasionari dei cosiddetti “vini naturali”, anche quelli più radicali ed estremi, che in nome di una supposta salubrità del prodotto riescono ad esaltare prodotti che tutto sono men che piacevoli.

Zeno vi dirà in modo fermo ma con il tono serafico che lo contraddistingue che “il vino naturale non esiste”.

MontedeiRagni_Zeno

Ma badate bene a non alzare barricate e bandiere a seguito di cotanta affermazione.

Primo perché Zeno sa di cosa parla, avendo una specifica formazione tecnica sull’argomento.

Secondo perché lavora le proprie vigne in biodinamica, anzi, probabilmente mentre leggete sta già pensando e mettendo in atto pratiche che sono già più avanti del vignaiolo più turbonaturista che conosciate.

Monte dei Ragni è un’azienda condotta in regime di semiautarchia: qui si fa vino per gli altri ma anche ortaggi, grano e farina per la famiglia. E poi ci sono gli animali: conigli, capre, pecore, pollame e anche i cavalli. Che servono per lavorare i campi e la vigna. Anche il foraggio è autoprodotto.

Quando siedi al tavolo con Zeno, mentre versa il vino ed inizia a parlare, senza accorgertene inizi un viaggio che percorre tutto lo scibile: dalla storia alle scienze, dalla sociopolitica alla filosofia.

Zeno incanta per la sua sterminata cultura.

A volte fa riflettere raccontando parabole divertenti.

Poi è naturale seguirlo nei suoi ragionamenti, intervenire ed arricchire il dialogo.

Zeno non parla mai del suo vino, a meno che non gli si rivolgano delle domande in tal senso.

Perché qui a Monte dei Ragni il vino è un tramite.

Apre la mente, modera il dialogo, esalta i sentimenti.

Per cui stavolta non vi tedierò con le solite note di degustazione.

Vi basti sapere che il suo Valpolicella Superiore Ripasso 2009 potrebbe ben figurare alla cieca tra tanti blasonati Amarone e che il suo Amarone 2007, dalla straordinaria complessità, può tenere testa in scioltezza ai campioni della denominazione, senza eccezione alcuna, mantenendo una strabiliante bevibilità (ho fatto il bis, e senza usare il secchiello).

MontedeiRagni_Amarone1

I prezzi sono adeguati a cotanta sostanza: 25 Euro per il Valpolicella 2009 e 53 per l’Amarone 2007.

Se il dialogo del vino vi appassiona, dovete salire a Monte dei Ragni.

E’ l’unico modo per conoscere Zeno ed i suoi vini.

Monte dei Ragni di Zeno Zignoli
Località Marega, 3
37022 – Fumane (VR)
tel.: 045 6801600
email: info@montedeiragni.com
www.montedeiragni.com
Ettari vitati: 2
Bottiglie annue prodotte: 4/6.000

Maison Vigneronne Frères Grosjean – Quart (AO)

di Marco De Tomasi

“Il vino va valutato principalmente per il gusto: il mio lavoro è in vigna e in cantina. Non faccio il profumiere.”

La degustazione dei vini di Vincent Grosjean si apre con questa premessa.

Spalle larghe, Vincent ti fa subito simpatia: ti coinvolge nelle sue riflessioni finché stappa e ti versa il vino.

Chiaramente l’incontro con i clienti e gli appassionati è un occasione per tirare le somme e verificare le sue convinzioni.

VincentGrosjean

Foto: VieeVini

12 ettari sulle alture di Quart, a nordest di Aosta, frazione Ollignan.

La porzione più grande è rappresentata da Vigne Rovettaz, da cui si gode il panorama della Valle dominata dalla mole dell’Emilius.

Le vigne sono condotte in regime biologico, con un occhio di favore rispetto alla biodinamica: Vincent sta sperimentando in quella direzione.

In cantina si fa affidamento alle fermentazioni spontanee e alcune etichette vanno in bottiglia senza solforosa aggiunta.

La citazione in apertura non deve trarre in inganno: i vini hanno profumi intensi e, nella quasi totalità dei casi, ben delineati. La costante è comunque rappresentata dalla facilità e piacevolezza di beva che fanno dei vini di Vincent dei compagni ideali a tavola.

Valle d’Aosta Chardonnay 2012: il profilo olfattivo è ricco ma sfocato e incompiuto, un pot-pourri di note fruttate carnose, cui seguono rimandi floreali. In bocca è meglio definito, con una sostanza ricca, quasi grassa che sottolinea il frutto appagante. Senza SO2 aggiunta.

Valle d’Aosta Muscat Petit Grain 2012: Moscato bianco 100%: ha quel carattere speziato e quel tocco “roccioso” che emerge sulle tonalità fruttate e che bisognerebbe pretendere da ogni Moscato secco che si rispetti. In bocca prevale l’equilibrio delle componenti dolce e sapida, con una discreta capacità di affondo. Anche qui niente solforosa aggiunta.

Muscat-PetitGrain-Grosjean

Valle d’Aosta Petit Arvine Vigne Rovettaz 2012: le sensazioni al naso si fanno da prima tropicali per poi virare su note tipicamente alpine. In bocca il frutto, ben delineato, è sostenuto, oltre che dalla freschezza, da una lunga e piacevole sapidità.

Valle d’Aosta Mayolet 2012: profuma di fiori e frutta rossa matura con accenti di spezie. In bocca è reattivo,  con una  buona dinamica, marcata da tannini lievi che gli donano un tocco gioviale. Un po’ più di lunghezza non guasterebbe, ma tant’è. L’uva Mayolet è particolarmente gradita agli uccelli: Vincent è costretto a coprirla con le reti al momento della maturazione. Anche se i filari sono frammisti ad altre varietà i volatili riescono a scovarla e a depredarla prima della vendemmia !

Valle d’Aosta Gamay 2012: esemplare nei caratteristici profumi di frutti rossi e spezie. Di pari passo la definizione in bocca, dove è succoso, scattante e vitale. Un vino di straordinaria piacevolezza di beva, pur nella sua semplicità.

gamay-grosjean

Valle d’Aosta Torrette 2012: 80% Petit Rouge, completato da Vien de Nus, Fumin e Cornalin. Naso intenso, ben scandito ed articolato. In bocca è caratterizzato dalla fresca vitalità e marcato da tannini non ancora del tutto assimilati nella trama del frutto.

Valle d’Aosta Pinot Noir 2012: un pinot nero giovane, dal naso ricco di sensazioni aromatiche, di piccoli frutti rossi, cui si aggiungono fiori e spezie. In bocca è piacevolmente carnoso, con ritorni speziati e floreali.

Valle d’Aosta Cornalin Vigne Rovettaz 2010: al naso evidenzia sensazioni terrose, dense, cui seguono piccoli frutti rossi. In bocca è ampio nelle sensazioni, ed elegante nella sua incisività, con ritorni di viola e altri fiori e un tocco di smalto sul finale.

cornalin-grosjean

Valle d’Aosta Fumin Vigne Rovettaz 2009: naso complesso, di fiori, cui seguono frutti rossi in composta. Irruento nell’ingresso in bocca, evidenzia il carattere fresco per poi ricomporsi sul finale, dove ritrova grande equilibrio e profondità.

Valle d’Aosta Pinot Noir Vigna Tzeriat 2011: vigne di dai 15 ai 40 anni, coltivate ad una quota di 700/750 metri. Le suggestioni al naso sono decisamente “francesi” (per chi è abituato ai Pinot Nero altoatesini): bei profumi, con affascinanti e complesse note speziate e sottolineature animali su una base densa di piccoli frutti rossi in composta. Al sorso ha grande eleganza, compostezza, profondità e lunghezza. Avercene Pinot Nero così !

Prezzi al pubblico, franco cantina, dai 9 ai 18 euro (se non ricordo male !)

 

Maison Vigneronne Frères GrosjeanFrazione Ollignan, 111020 – Quart (AO)Tel.: 0165 775791

Cell.: 329 4392550

email: grosjean@vievini.it

www.grosjean.vievini.it

Ettari vitati: 12

Bottiglie annue prodotte: 100.000

Ermes Pavese – Morgex (AO)

di Marco De Tomasi

Morgex è l’ultimo paese della Valle d’Aosta dove si incontrano le viti.

Siamo a 1.000 metri, alle pendici del Monte Bianco.

I terrazzamenti vitati si arrampicano fino a 1.250 metri di quota.

Questi sono tra i vigneti più alti d’Europa.

Qui si coltiva il Prié Blanc, il più autoctono dei vitigni valdostani, franco di piede, dato che la fillossera qui non arriva.

Vigneti

Curioso come in una terra di rossi, l’unico vitigno tradizionale la cui origine non sia reclamata da altre regioni sia a bacca bianca.

Il Blanc de Morgex et de La Salle è forse il vino valdostano più conosciuto fuori della valle.

Tra gli interpreti di questa tipologia che si stanno distinguendo negli ultimi anni, c’è Ermes Pavese.

Sotto la villetta residenziale in stile alpino c’è la cantina, ben organizzata, scavata nella caratteristica roccia grigia.

Il Prié Blanc è un’uva versatile che si presta a diversi tipi di vinificazione: la gamma offerta da Ermes spazia dal Metodo Classico all’Eiswein.

Chi conosce già il Blanc de Morgex et de La Salle non può non rimanere colpito dalla capacità espressiva dei vini di questa cantina, che riescono a coniugare levità e freschezza tipiche del vitigno ad una lettura personale che ne esalta vigore e consistenza.

Valle d’Aosta Blanc de Morgex et de La Salle Metodo Classico 2010: Pas dosé, 9 mesi di permanenza sui lieviti. Ben definito nei profumi che sfumano dai lieviti alle erbe di prato con note di pompelmo e altri agrumi. In bocca è dotato di buona tensione, è dritto e ben scandito, con una bella cremosità che smorza e definisce una freschezza altrimenti esuberante.

MetodoClassico

Valle d’Aosta Blanc de Morgex et de La Salle 2012: profumi evidenti di fiori, poi agrumi e altra frutta e, ancora, nocciole e note verdi appena accennate che ne completano lo spettro. In bocca è succoso, di buona consistenza, di fresco equilibrio. Chiude su una nota sapida che invoglia al sorso successivo (ma è il leitmotiv di tutta la produzione aziendale).

Valle d’Aosta Blanc de Morgex et de La Salle Le Sette Scalinate Riserva Carlo Pavese 2011: al naso scatena da subito una notevole spinta minerale, su un fondo fruttato/floreale. Al pari la profondità al sorso, dove risulta complesso e dotato di grande eleganza e fascino. Dalle vigne più vecchie dell’azienda, vinificazione in acciaio. Solo Magnum.

SetteScalinate

Valle d’Aosta Blanc de Morgex et de La Salle Nathan 2011: vinificazione in legno, stessa base del Sette Scalinate. Al momento risulta ancora “ingessato” dalle note tostate del legno, che non ha ancora assorbito. Si riesce comunque a leggere una notevole personalità.

Valle d’Aosta Blanc de Morgex et de La Salle Nathan 2010: l’annata precedente dimostra un ottimo assorbimento del legno: al naso tornano evidenti note floreali e fruttate arricchite di note minerali e lievemente fumé, evidente anche una golosa nota di vinaccia. Ottima tensione in bocca, dove rivela una struttura importante, piena e ben levigata da note tostate.

Nathan

Chiude i nostri assaggi il particolarissimo Ninive 2011, da uve lasciate ghiacciare sui tralci: naso un po’ confuso ed interlocutorio. Si riscatta in bocca, anche se risulta un po’ troppo verde per i miei gusti.

Prezzi, al pubblico, franco cantina: 20,00 Euro per Metodo Classico e Ninive, 8,50 Euro per il Blanc de Morgex base, 13,50 Euro per il Nathan e 30 per il Sette Scalinate (Magnum).

Ermes Pavese
Strada Pineta, 26
11017 – Morgex (AO)
Tel. 0165 800053
Cell. 347 4409153
mail: pavese@vievini.it
www.pavese.vievini.it
Ettari Vitati: 4
Bottiglie annue prodotte: 28.000

Didier Gerbelle – Aymavilles (AO)

di Marco De Tomasi

A dieci minuti d’auto da Aosta, in direzione del Monte Bianco, si incontrano sulla sinistra i vigneti di Aymavilles.

Ricoprono pressoché interamente un rilievo che si eleva dalla valle principale quasi all’imbocco della Valle di Cogne, fino alla sommità di Côteau La Tour, e sono guardati a vista dai castelli di Aymavilles, Sarre e Saint Pierre.

CoteauLaTour

Il punto più alto dei vigneti di Aymavilles, Côteau La Tour (Foto: Made in VdA)

E’ una delle aree storicamente più vocate dell’intera valle.

Diverse sono le aziende che operano su questa collina, sicuramente la più famosa è Les Crêtes di Costantino Charrere, probabilmente la realtà più conosciuta al di fuori dei confini regionali.

Tra le aziende più giovani c’è quella di Didier Gerbelle.

DidierGerbelle

Foto: Mauro Fermariello via Winestories (*)

Giovane ma con basi solide: Didier ha avuto come maestro vigneron il nonno. La sua è una famiglia che da sempre opera tra i vigneti di Aymavilles e Villeneuve.

Poi c’è un diploma alla prestigiosa scuola enologica di Alba.

Abbiamo incontrato Didier già altre volte: è impossibile non rimanere colpiti dall’apparente imperturbabilità di questo ragazzo, che forse gli deriva dalla consapevolezza di avere alle spalle la conoscenza e l’esperienza di chi lo ha preceduto.

E non si lascia abbattere da nulla: neppure dalla devastante grandinata che nell’agosto del 2011 ha pressoché annientato la produzione.

Preparazione, tradizione e vocazione dei luoghi, sono i pilastri di questa cantina, che ad ogni assaggio ci entusiasma e meraviglia, per integrità e profondità espresse nelle poche bottiglie prodotte.

Valle d’Aosta Pinot Gris Le Plantse 2012: il mosto fermenta parte in acciaio e parte in piccoli fusti di rovere, segue un affinamento di 6 mesi prima dell’imbottigliamento. Colpisce fin dal colore, con quei riflessi di rosa appena accennati, nonostante la brevissima sosta sulle bucce. Segno che in quest’uva c’è una sostanza non comune. Al naso è fruttato, con agrumi in evidenza e note affumicate che vanno a completarne il profilo. In bocca è ricco, in equilibrio tra frutto, freschezza e sapidità, integro e ben definito. Ed è un vino che emoziona …

Jeux de Cepages 2012: blend di Gewurtztraminer, SauvignonPinot Bianco e Viognier. Il naso evidenzia note verdi e speziate, su un fondo floreale, con un tocco di erbe alpine. In bocca il frutto è succoso, con la freschezza che spinge bene in verticale accompagnata da una vena sapida. Qui Didier ha voluto giocare, consapevolmente, a fare l’altoatesino (e non lo nasconde !).

Valle d’Aosta Petit Rouge Vigne Plan 2012: frutti rossi, rose e fiori appassiti, ben amalgamati e rifiniti da un carattere etereo. In bocca è austero, privo di qualsivoglia ammiccamento, con un frutto però al momento frenato da alcune spigolosità e durezze ulteriormente evidenziate da tannini nobili che chiudono la progressione, asciugando il sorso.

Valle d’Aosta Rosso Peque-Na! 2010: 70% Cornalin, 15% Fumin e 15% Premetta (quest’ultima con appassimento). Permanenza di un mese sulle vinacce, una sorta di “ripasso” valdostano. Non per questo perde il suo carattere fortemente territoriale: i profumi sono davvero unici. Fiori freschi si avvicendano a fiori appassiti, poi piccoli frutti rossi e spezie a volontà. In bocca il carattere è incline alla morbidezza, e il sorso è ben articolato e appagante.

Valle d’Aosta Torrette Superieur Vigne Planté 2010: uve Cornalin e Fumin, da vigne a piede franco che raggiungono i 100 anni di età ! Affinato in tonneaux da 400 litri per 12 mesi. Naso sottile, ricco e complesso, a tratti cangiante. Si riconoscono frutti rossi, spezie, rosa e altri fiori appassiti. In bocca ha forza e profondità, in veste di grande eleganza, senza false ostentazioni, caratteri che potrebbero accomunarlo per certi versi ad un Barbaresco. In annata “giusta”, aggiungerei. Mi capita di incontrare dei vini capaci di “inebetirmi” di emozioni. Il Vigne Planté è senz’altro tra questi.

GerbelleTSVignePlanté

Prezzi tra i 10 e i 17 Euro (al pubblico, franco cantina).

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(*) Un ringraziamento a Mauro per il bel ritratto di Didier: su Winestories trovate il suo articolo con l’intervista video a Didier

Didier Gerbelle
Frazione Cheriettes, 20
11010 – Aymavilles (AO)
Tel. e fax: 0165 902091
Cell.: 339 8433452
mail: gerbelle@hotmail.it
http://www.gerbelle.vievini.it
Ettari vitati: 2,5
Bottiglie annue prodotte: 15.000
 

Feudo di San Maurizio – Sarre (AO)

di Marco De Tomasi

Grigliata di inizio estate.

Girando le orate si ragiona degli ultimi assaggi.

“Però un giretto in Valle d’Aosta si potrebbe fare”.

Tre sguardi di intesa e non serve altro: parte l’organizzazione.

Un paio di giorni full immersion tra le cantine della Vallée.

Non ero mai stato in Valle d’Aosta.

Me la immaginavo meno aspra e più ampia.

O forse è larga più o meno quanto le grandi valli cui sono abituato, ma qui il fondovalle è piuttosto movimentato a causa degli antichi depositi glaciali.

Vigne non se ne vedono molte: in tutta la regione ci sono poco più di 500 ettari vitati e cavarne qualcuno dalle severe montagne che segnano il paesaggio è veramente duro.

Lo dimostrano i primi che incontriamo:  i terrazzamenti che ci accolgono a Donnas annunciano quanto condurre la vigna da queste parti sia un atto eroico (ma anche qualche chilometro più indietro, nell’alto Canavese, a Carema, non si scherza).

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Vigneti a Donnas

Dalle parti di Aosta la valle raggiunge il suo punto più ampio.

Si fa per dire: oltre ad Aosta, in poco più di due chilometri di larghezza sono riusciti a farci stare un aeroporto, un’autostrada, la ferrovia e una manciata di comuni sparsi ai piedi delle montagne.

Più in alto le vigne.

Non molte per la verità.

Le vigne di Michel Vallet sono arroccate sui pendii ai piedi della montagna sopra Sarre.

E’ stato il primo (e ad oggi l’unico) a credere nella riscoperta (*) della viticoltura in questo comune della valle.

Per lungo tempo è stato poco più di un hobbista. Poi, dal 2001 la vigna diventa la sua principale attività: prende in affitto altri terreni dopo aver acquistato i primi. Recupera filare dopo filare: gli otto ettari dell’azienda sono un mosaico di ben trentacinque parcelle.

Ci parla di viticoltura in valle, di come la sua storia sia parallela a quella di tanti colleghi che condividono la fatica di fare vino in montagna, divisi solo dalle diverse personalità.

E quella di Michel è una personalità che spicca: nei suoi occhi e nei suoi modi si leggono determinazione e un pizzico di lucida follia.

MichelVallet

Il punto focale del suo lavoro è la valorizzazione dei tanti vitigni tradizionali valdostani, quasi tutti a bacca rossa. Un lavoro che come lui stesso conferma, è ancora lungi dall’essere portato a pieno compimento, visto che ogni varietà va ricollocata nei luoghi ad essa più vocati, capendo come deve essere gestita per esprimersi al massimo.

Valle d’Aosta Chardonnay 2012: annata 2012 con il contributo del 15% dell’annata precedente. Il naso apre con ampie note floreali arricchite di sottolineature agrumate. Si libera poi sul finale una nota affumicata e minerale. In bocca è generoso: sensazioni di frutta tropicale matura ne evidenziano la grassezza. Piacevolezza assicurata da acidità e sapidità che, pur non evidentissime, vanno in profondità.

Valle d’Aosta Petit Arvine 2012: qui gli agrumi prevalgono sui fiori. Si fanno strada poi sensazioni burrose, di frutta secca e delle note verdi di corteccia. In bocca risulta meno complesso dello chardonnay eppure più diretto grazie all’acidità sferzante che incita i sorsi successivi. Integro, ben definito e lineare.

Valle d’Aosta Mayolet 2012: il primo rosso di Michel che assaggiamo risulta un po’ scomposto al naso, probabilmente a causa dell’imbottigliamento recente. Si percepiscono frutti rossi, note animali e spezie. E’ però convincente in bocca, con un frutto fresco, croccante e ben scandito nella progressione.

Valle d’Aosta Cornalin 2011: si alza il tiro. Naso vinoso, complesso e speziato con un che di selvatico. Perfetta corrispondenza in bocca, dove si ritrovano amplificate le spezie, affiancate da una nota erbacea discreta, mai prevaricante sul frutto che si distende sul filo della freschezza. Tannini ben bilanciati che vanno a chiudere il sorso, delineandone la profondità.

Valle d’Aosta Torrette 2012: Petit Rouge 70%, Fumin 30%. Vinoso, marasche e altri frutti rossi, complesso. In bocca è altrettanto complesso e ricco, con un frutto marcato da calore e sapidità. Un Torrette “base” che non ti aspetti per struttura e ricchezza (sarà per quel 30% di Fumin ?), abbinate ad una agilità di beva, questa sì, attesa e pretesa.

Valle d’Aosta Vuillermin 2011: premessa: quello di Michel e quello dell’Institut Agricole Régional sono gli unici Vuillermin in purezza commercializzati in Valle d’Aosta (e quindi in Italia). Frutti rossi croccanti, piccole bacche come more e ribes e un’idea di terra bagnata. Profumi che suggeriscono già al naso il carattere fresco e vibrante del sorso, che risulta verticale, accompagnato da una trama tannica che si fonde elegantemente nella complessità generale.

Vuillermin

Valle d’Aosta Torrette Superieur 2011: Petit Rouge 90%, Syrah 10%. Naso ben definito, bacche rosse e frutti rossi maturi ed in composta. Moltiplica e amplifica le impressioni avute con il fratello “minore”, ma c’è molto di più.: alla materia ricca e complessa in bocca aggiunge un tocco leggiadro che lo rende elegante e coerente nella definizione.

TorretteSuperieur

Valle d’Aosta Fumin 2011: il Fumin è il principale candidato a diventare il “grande” vino valdostano: e questa versione di Michel conferma la complessità che è in grado di esprimere quest’uva: confettura di frutti rossi, spezie, menta, sentori balsamici e lievemente affumicati. In bocca il frutto è ampio e altrettanto sfaccettato, si distende con discrezione ma senza mai cedere sul fronte della tenuta. Si mantiene nel contempo austero, evidenziando tannini e qualche asperità che anziché rappresentare elemento di squilibrio, completano il sorso.

Fumin

Michel produce altri vini: tra i bianchi il Gewürtztraminer Grapillon, di cui parlano un gran bene ma che non abbiamo avuto modo di assaggiare perché esaurito, e il Müller-Thurgau metodo Charmat (che è stato il primo vino prodotto dalla cantina). Sul fronte dei rossi segnalo il Saro Diablo, un vino da tavola composto da un mix di uve come Petit Rouge, Fumin, Premetta, Barbera, Freisa, Ciliegiolo, Dolcetto e Gamay (in percentuali diverse a seconda delle annate), una sorta di super-Torrette, se vogliamo, appena un po’ più “ruffiano”, e il Pierrots, vino da uve stramature di Petit Rouge e Fumin, dall’intrigante bouquet di frutti rossi, spezie, olive e fichi secchi. In bocca la dolcezza si percepisce appena, coperta da un carattere decisamente fresco e tannico.

Prezzi, al pubblico, franco cantina: dagli 8 ai 16 Euro.

Feudo di San Maurizio
Fraz. Maillod, 44
11010 – Sarre (AO)
Tel. 0165 257498
Cell. 338 3186831
Email: feudo@vievini.it
Ettari vitati: 8
Bottiglie annue prodotte: 50.000

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(*) A inizio secolo gli ettari vitati della valle erano oltre 3.000. Dopo un progressivo abbandono, solo dagli anni ’60 si è ricominciato a investire nella viticoltura.

Tessère – Noventa di Piave (VE)

di Marco De Tomasi

All’uscita dell’autostrada di Noventa di Piave si viene improvvisamente aggrediti dalle architetture disneyane di un outlet.

Monumento kitsch all’illusorio benessere. Li tollero a fatica in tempi di prosperità: in questo periodo di crisi li trovo irritanti.

A seguire capannoni ed edifici vari testimoni dell’improvviso e disordinato sviluppo del (fu) miracolo nordest.

E dire che il centro di Noventa non è brutto, tutt’altro.

Va però detto che la storia non è stata clemente con questi luoghi.

Come tutti i centri lungo il Piave, anche Noventa ha subito una profonda distruzione durante la Grande Guerra, talmente radicale da rischiare di cancellarla.

Così non è stato: gli abitanti hanno voluto ricostruirla dov’era, quando la grande follia collettiva cessò.

Forse non era la prima volta.

Da qui e dai tanti centri vicini della bassa pianura veneta vennero le genti che fondarono Venezia, in fuga dai barbari, che nel terrore che li precedeva contavano forse più che nella forza delle armi.

E’ un fatto che questo territorio fu rigoglioso prima dei secoli bui.

Lo testimoniano resti di monumenti, tempi, basiliche e ville che punteggiano la carta geografica da Altino ad Aquileia.

Se c’erano i romani, c’era la vite.

E qualcuno l’ha mantenuta. Nonostante Attila, le armate austro-ungariche e gli outlet.

Questo è il regno del Raboso, vitigno di pianura che ha eletto a dimora questo territorio, reso fertile dai depositi alluvionali del Piave.

Emanuela Bincoletto, titolare di Tessère, conferma che qui è facile imbattersi in resti di manufatti risalenti fino all’epoca romana, lavorando i campi.

Tessère si trova in un vecchio casolare tra i vigneti, ben defilato dai capannoni.

Si ritrova la dimensione rurale che avevano questi luoghi non più tardi di 30 o 40 anni fa.

Certo, gli impianti sono cambiati, tutto è più moderno, ma l’atmosfera è la stessa.

VignetiTessere

Tessère non è solo azienda agricola: è fattoria didattica (vedi i numerosi spaventapasseri fatti dalle scolaresche, che costituiscono una colorata e allegra collezione) e a breve sarà anche alloggio agrituristico.

Il nome gioca sui possibili cambi di accento: possono essere le tessere dei mosaici che a volte spuntano dai campi o il tessere inteso come verbo.

Un intreccio intimamente legato al territorio e al suo vitigno principe, sostenuto dall’autentica passione di Emanuela.

Lo dimostra il suo impegno su più fronti: fa parte della FIVI, del Movimento Donne del Vino e del Movimento Turismo del Vino Veneto.

Conduzione dei vigneti in regime biologico, basse rese e una forte spinta all’innovazione e sperimentazione caratterizzano i prodotti di Tessère, tra i più interessanti della denominazione.

Mi sono concentrato sull’assaggio dei Raboso, che Emanuela produce in tutte le sfumature possibili.

Tessere

Raboso del Piave Spezièr 2009: è il Raboso “base” di Tessére. Quello più intimamente legato alla tradizione. Naso fruttato, speziato e con sensazioni balsamiche. In bocca non fa sconti: si sente tutta l’acidità tipica del Raboso, che ne rende il sorso fresco e sferzante, accompagnato da tannini piuttosto ruvidi che mettono in moto una copiosa salivazione. A rischio di bevuta compulsiva ed incontrollata !

Raboso del Piave Barbarigo 2007: con questa etichetta il Raboso mostra un altro volto. Più disteso e amichevole. Frutto ampio, complesso e articolato, quasi cangiante, con rimandi iodati e lievemente salmastri. In bocca riesce a ben dissimulare il carattere acidulo con morbidezze che si fondono progressivamente ai tannini sul finale di bocca. Mi era già capitato di assaggiarlo, e devo dire che questo è forse tra i Raboso più convincenti mi sia capitato di incontrare.

TessereBarbarigo

Redentor Rosato di Raboso Sur Lie 2008: più dorato che rosato. Al naso ha bei profumi di lievito e crosta di pane, in sovrapposizione a note di piccoli frutti rossi. Bella cremosità in bocca, che accompagna una struttura solida, quasi “masticabile”, di sicuro fascino. Ben presente l’acidità, che agisce in profondità e con un buon ritmo, esaltando la freschezza del sorso. Idea malsana: sarebbe da mettere in batteria alla cieca con qualche Pinot Nero M.C. Giusto per vedere l’effetto che fa.

TessereRedentor

Redentor Rosato di Raboso Brut Metodo Classico 2008: qui il rosa c’è. E il naso è completamente diverso dal precedente. Sfaccettato, ricco ed elegante, si percepisce profondità e finezza su un solido nervo minerale, con innesti di piccoli frutti e agrumi. Al sorso colpisce per il volume. La freschezza marca il carattere varietale, esaltata dalla cremosità. Si ripropone la ricchezza del frutto percepita al naso, con rimandi salmastri in chiusura.

Rebecca Passito di Raboso 2006: colore impenetrabile, naso complesso che gira attorno un solido pilastro iodato, piccoli frutti in composta e sotto spirito, spezie e bacche aromatiche. In bocca la dolcezza rimane un elemento complementare, quasi suppletivo, con l’acidità che verticalizza e i tannini che vanno a chiudere la progressione. Quasi d’obbligo un parallelo con un grande Recioto della Valpolicella (e sottolineo grande). Con un saldo che rischia di chiudersi positivamente per il Raboso !

TessereRebecca

Prezzi, al pubblico, franco cantina:

  • Raboso del Piave Spezièr 2009: 6,80 Euro
  • Raboso del Piave Barbarigo 2007: 10,00 Euro
  • Redentor Rosato di Raboso Sur Lie 2008: 10,00 Euro
  • Redentor Rosato di Raboso Brut Metodo Classico 2008: 12,00 Euro
  • Rebecca Passito di Raboso 2006: 17,00 Euro (0,500)

Tessère
Via Bassette, 51 – Loc. Santa Teresina
30020 – Noventa di Piave (VE)
Tel.: 0421 320438
Fax: 0421 320965
Email: info@tessereonline.it
www.tessereonline.it
Ettari vitati: 15
Bottiglie annue prodotte: 50.000

Marco Buvoli – L’Opificio del Pinot Nero – Gambugliano (VI)

di Marco De Tomasi

Che ci fa un portone in mezzo al bosco ?

Si ha appena il tempo di fare questa riflessione che il portone si schiude lentamente ronzando al comando elettrico.

A dire il vero i ronzio non si sente molto. Come se il comando fosse consapevole che anche un suono così lieve corrompa l’armonia che aleggia da queste parti.

Ci viene incontro il padrone di casa, Marco Buvoli. Presentazioni.

Percorriamo un breve tratto, a destra la casa colonica, a sinistra la piccola cantina da cui si accede attraverso la barchessa.

Di fronte un panorama che allieta il cuore, prati e boschi che scendono fino alla stretta valle. Sul fondo uno stretto nastro d’asfalto, deserto. Si scorgono fra i poggi vigneti sparsi. Uno è attiguo alla barchessa. E’ dove Marco coltiva il Syrah.

Entriamo in cantina lievemente storditi dal contesto, ché la dimensione è quasi onirica.

Ci risveglia Marco, scusandosi per alcuni oggetti (pochi) fuori posto.

La cantina è piccola ma molto bene organizzata: tutto è predisposto per lavorare le uve per caduta.

Essenzialità (Marco ripete come un mantra che il pinot nero si fa in vigna) e attenzione ai particolari. Il giro è breve: le bottiglie che escono da qui sono veramente poche.

Ci sediamo attorno ad un vecchio tavolo da falegname per approfondire la conoscenza di Marco e dei suoi prodotti.

Marco produce per passione, per vivere fa altro. Si trova nella felice condizione di poter inseguire un sogno in piena libertà.

Questo è un territorio vergine, sebbene siamo all’interno della doc Lessini Durello, ma le uve bianche non trovano spazio nei progetti di Marco.

Perché al centro dei suoi pensieri c’è il Pinot Nero. Con cui produrre Metodo Classico.

Che Marco non sia incline ai compromessi lo si capisce fin dalle prime battute: riferimenti come Selosse, solo cloni francesi, conduzione biodinamica “ragionata” (quindi scevra di taluni esoterismi stregoneschi), massimo rispetto per la materia prima, fermentazioni spontanee, lunghissime soste sui lieviti sono ingredienti che fanno capire che abbiamo di fronte uno che sa dove vuole arrivare.

Scoprire uno dopo l’altro i suoi vini è un viaggio pionieristico (perché Marco è tale) carico di piacevoli suggestioni, per il loro carattere e la loro forza espressiva. In un territorio (che è anche il nostro, visto che Marco opera dietro l’angolo di casa) che mai ti aspetteresti possa dare prodotti di tale profondità.

Quattro: Pinot Nero 100%. Metodo Classico. Quattro anni sui lieviti. Il vino d’ingresso che ci presenta Marco dichiara già il rifiuto di ogni compromesso, nella ricerca di un difficile equilibrio che solo il tempo può svelare. Naso evoluto. Frutta su cui si sovrappongono note di lieviti e tostatura che trasfigurano in pietra focaia. Non mancano poi sensazioni dolci in infusione. Bollicine fine e persistenti. Al sorso forse inciampa un po’ in fase centrale, ma è un momento: si riprende distendendosi sul finale per congedarsi con grazia.

MCBuvoli

Pinot Nero 2008: un Pinot Nero decisamente fuori degli schemi (almeno se confrontato con altre etichette prodotte in provincia). Il naso presagisce una densità inusuale per la tipologia, spingendosi in profondità su tutto lo spettro possibile dei frutti rossi. E va oltre, con spezie dolci e ancora, cuoio e tabacco. In bocca non tradisce l’aspettativa: ha polpa e struttura. Però è ancora un giovanotto scarmigliato che deve trovare equilibrio per poter esprimere al meglio tutto il suo potenziale. Pazienza. Aspetteremo.

Pinot Nero 2010: in un annata difficile il Pinot Nero di Marco sembra aver accantonato un po’ di spavalderia per esprimersi su toni più docili. Molto più Pinot Nero del fratello maggiore. Qui è un perdersi del naso alla ricerca dei riconoscimenti, che sono tanti e vari, anche se sottili, di grande finezza. In bocca non gli fa difetto la forza, sebbene dissimulata in un guanto di velluto. Fresco, equilibrato, pronto da ora a … chi lo sà ?

PinotNeroBuvoli

TPS (Temporaneo Piacere dello Spirito) 2008: Syrah, completato da una piccola percentuale di Merlot. Naso da knock-out sensoriale: frutto denso, ricco, note di catrame, sottobosco, terra e bacche nere. In tutto questo non ha però la selvaticità che si trova in tanti, troppi Syrah. Ed in bocca ha corpo, struttura e morbidezza. Accoppiate a tensione dei tannini e verticalità. A Marco piace fare i botti anche quando non ferma i tappi con le gabbiette.

TPSBuvoli

TPS Vendemmia Tardiva 2011: Stesso uvaggio del TPS. Un esperimento ragionato. Prima volta con fermentazione spontanea. E qui esce l’animalità del Syrah, con profumi carnosi e iodati, lievi note foxy su innesti floreali. Ingresso al sorso morbido ed ampio, si distende bene avvolgendo la bocca con calore, per poi dare una frustata in verticale su note sapide e fresche. Rimane tuttavia scomposto ed irrisolto. Tutto da leggere in prospettiva.

Le 505 Rosé: metodo classico, quasi 8 anni di permanenza sui lieviti. Al naso è sottile e complesso,  si indugia volentieri su note di piccoli frutti rossi, fiori e lieviti ben intrecciati nella trama olfattiva. Entra in bocca con una finissima cremosità, che accompagna a lungo il sorso, fresco e sapido, dritto e incalzante nel ritmo. La beva si fa compulsiva e non vorresti finisse mai !

Super Otto Extra Brut: super otto significa più di otto anni di permanenza sui lieviti (Marco produce anche Cinque, Sei, Sette e Otto). Evoluto nel colore, al naso si fa miele. Poi si apre, con note di camomilla e altri fiori, prugne mature e lieviti evoluti che si trasformano via via in un idea di torba e distillato. In bocca è potente, dalla cremosità quasi solida. Ritornano le note evolute percepite al naso con rimandi di note fragranti di lievito. Chiusura lunga che lascia un ricordo di miele e frutta. Non per tutti.

I risultati raggiunti da Marco sono ragguardevoli quanto inaspettati. Per un territorio che fino a ieri non sembrava capace di riservare sorprese. L’unico rammarico sta nel fatto che non ci sono nello stesso territorio termini di confronto.

Ci sarebbe bisogno di altri Marco Buvoli.

 

L’Opificio del Pinot Nero
Via Mondeo, 1
36050 – Gambugliano (VI)
Tel.: 348 4102919
Email: info@opificiopinotnero.it
www.opificiopinotnero.it
Ettari vitati: 3
Bottiglie annue prodotte: 8.000

Orto Venezia – Sant’Erasmo (VE)

di Marco De Tomasi

Immaginate un luogo magico, su un isola della laguna di Venezia, un po’ fuori dai giri turistici classici.

Scegliete dei terreni ricchi di limo, argilla e conchiglie.

Mettetevi a dimora uve nobili, come Malvasia Istriana, Vermentino e Fiano.

Chiedete consiglio ad Alain Graillot, vignaiolo in Crozes-Hermitage, Valle del Rodano.

Prendete  poi come consulenti agronomi Lydia e Claude Bourguignon (che in curriculum hanno Romanée Conti, Leflaive, Selosse,  Dagueneau, Chave, Huet, Heger, Elio Altare, Pingus, Vega Sicilia, tanto per buttare lì qualche nome a caso).

Fate condurre il vigneto a gente legata al luogo e al suo spirito.

Mescolate bene il tutto, aggiungendo una generosa dose di “naturalità” (si può dire ?), e otterrete Orto Venezia, l’unico vino prodotto in laguna.

OrtoEsterno

Vedo già qualche ditino alzato: di vigne in laguna ce ne sono altre, e se ne ricava vino, lo so.

Ad esempio la tanto decantata Dorona di Bisòl, tenuta Venissa sull’isola di Mazzorbo, chepperò viene vinificata lontano da Venezia.

Oppure il Merlot e il Cabernet coltivati da Le Carline sull’isola di Santa Cristina (proprietà Swarovski, quelli dei brillocchi), ma anche quelli vengono vinificati in terraferma (vino buono e che vi consiglio, l’etichetta si chiama Ammiana).

Ma a Sant’Erasmo c’è proprio una cantina, con vasche, tini e tutto il resto. L’uva non viaggia sulle barche e portata altrove per diventare vino.

OrtoInterno

Al massimo le cassette fanno un breve viaggio in Ape, il mezzo più diffuso per muoversi sull’isola.

Sant’Erasmo, estesa quanto la città lagunare, è fuori dal flusso turistico. Venezia è lì di fronte.

Dalla cantina si vedono Burano e Mazzorbo e, dietro, il solido profilo del campanile della basilica romanica di Torcello.

Da sempre Sant’Erasmo e considerato l’orto di Venezia.

L’intera isola è una distesa di coltivazioni, esenti dall’acqua alta perché Sant’Erasmo è mediamente un paio di metri più elevata di Venezia.

Il prodotto principe è il rinomato Carciofo Violetto di Sant’Erasmo.

Michel Thoulouze, una vita spesa a “inventare” canali satellitari (sua la creazione di Tele+, oggi Sky), alle soglie della pensione elegge dimora sull’isola, acquistando una tenuta da tempo abbandonata, ristrutturando un casolare cadente ma con una magnifica vista sulla laguna.

OrtoCasolare

Prendendo confidenza con gli isolani, viene a sapere di aver acquistato i migliori terreni di Sant’Erasmo.

Ricerca negli antichi mappali: questo podere viene definito come “Vigna del Nobil Uomo”, qui nel ‘700 si coltivava Malvasia. Qui si può far vino.

Chiede consiglio, ricerca consulenti e arriva alla ricetta che vi ho illustrato più su. Le dosi esatte sono 60% Malvasia Istriana, 30% Vermentino, 10% Fiano.

Prima di impiantare le vigne i terreni sono stati preparati per tre anni coltivando orzo, avena e sorgo, senza mai arare.

Non senza una certa dose di azzardo, si è scelto di piantare su piede franco, nella convinzione che difficilmente la fillossera possa giungere sull’isola.

La conduzione del vigneto è strettamente naturale, i diserbanti sono messi al bando e gli unici trattamenti sono a base di zolfo.

L’isola gode di una buona ventilazione, il che facilita il contenimento di oidio e peronospora, ma è necessario un puntiglioso lavoro di scacchiatura per mantenere un microclima ottimale tra i tralci: il 2013 si sta rilevando un anno difficile a causa delle abbondanti pioggie primaverili per cui si dovrà intervenire con lo zolfo più che in passato.

La siccità del 2012 ha invece colpito piuttosto duramente le viti di Vermentino che hanno avuto una moria importante.

In fase di vinificazione si fa ridotto uso di anidride solforosa: in tutti i casi il valore residuo aggiunto è di 30 mg/l (considerate che per i vini bianchi il limite di legge è di 200 mg/l).

Vinificazione esclusivamente in acciaio, permanenza nelle vasche per 1 anno, cui segue 1 ulteriore anno di affinamento in bottiglia.

La prima annata di Orto messa in commercio è la 2007 (le viti sono state messe a dimora nel 2004). Oggi sono disponibili le annate 2009 (in quantità limitata) e 2010.

Orto Venezia 2009: esprime fin da subito al naso un soffio salmastro e minerale, su cui si innestano note floreali e fruttate, di agrumi e con profumo di uva matura in bella evidenza. Sorso pieno, ben ritmato, con finale sapido che spinge in lunghezza e profondità. Vino complesso e sfaccettato, dimostra tutte le potenzialità di questo ambizioso progetto.

Orto Venezia 2010: figlio di una annata difficile, evidenzia un frutto più crudo del precedente e non solo per questioni anagrafiche. Maggiore è l’apporto del Vermentino nel blend. Al naso sono maggiori le sottolineature di agrumi e fiori. In bocca è più verticale del fratello maggiore, sebbene le analisi evidenzino minore acidità. Non ha però la stessa dinamicità e presenza, risultando di più facile lettura, data la minore complessità. Si tratta comunque di un vino di buon carattere e soprattutto, riconoscibile.

Orto2009

Non so se la cosa sia voluta, ma concedetemi una piccola considerazione (potete pure chiamarla fisima, se preferite) sulle tre varietà scelte per questo vino: la Malvasia Istriana, vitigno che più veneziano non può essere, il Vermentino, diffuso dalla Liguria alla costa toscana (e non posso fare a meno di pensare a Genova e Pisa) e il Fiano, vitigno di montagna ma diffuso anche sulla costa salernitana, nei territori che furono di Amalfi. In quest’ottica Orto diventa quasi un omaggio alle quattro antiche repubbliche marinare italiane.

Orto Venezia si trova in enoteca tra 26 e 30 Euro.

Orto Venezia
Via delle Motte, 1 – Sant’Erasmo
30141 – Venezia
www.ortodivenezia.com
Ettari vitati: 4,5
Bottiglie annue prodotte: 15.000