Il senso di Marco per il vino (o della tavernellizzazione del Prosecco)

di Marco De Tomasi

Capita che per caso ti ritrovi in mezzo a una festa di compleanno di qualche bambino.

Ai bambini in queste occasioni è concesso eccedere con bevande dolci e gassate.

Qualche volta, è possibile che un genitore previdente riservi una bottiglia di vino per gli adulti.

Il più delle volte si tratta di etichette dimenticabili, roba da meno di due euro all’ipermercato, certo non prodotta per lasciare tracce indelebili nella storia dell’enologia.

Anche questa volta non fa eccezione.

O forse no.

Perché quella bottiglia, suo malgrado, mi è rimasta impressa.

Non sono riuscito a finirlo.

Non c’è riuscita mia moglie, ormai assuefatta ai vini a cui l’ho abituata.

Non ci sono riusciti gli amici, tra cui ci sono appassionati di vino o gente che qualcosa ne capisce.

I nostri ospiti, a onor del vero, non ce l’hanno certo decantato. Per loro era vino, quanto le altre bottiglie facevano parte di diversa categoria merceologica. Un liquido riservato agli adulti che non gradissero le bevande dolci. Tanto bastava.

Ma la veste di quella bottiglia diceva altro.

Prosecco, bottiglia elegante, etichetta ricercata con immagine di villa palladiana (non so se reale o solo stilizzata), fascetta doc.

Probabilmente costava anche ben più di due euro.

Non mi chiedete il produttore, non l’ho memorizzato.

E nel mio discordo ha poca importanza.

Perché non era un vino in tetrapack: quella era un bottiglia con delle velleità.

Non aveva la rassicurante ignoranza del vino in tetrabrik.

Era una bottiglia che affermava di contare qualcosa nel mondo del vino.

Una bottiglia con un nome importante in etichetta, quello di una doc: Prosecco.

E la cosa mi disturba.

Perché non si può pensare di contare davvero qualcosa producendo vino senza identità che non sia quella formale della denominazione e dell’etichetta.

Prosecco buono in giro ne esiste, ma sta di fatto che quella bottiglia da fuori era identica a quello buono.

Anzi, si era camuffata da quello buono.

Perché il consumatore medio, che non distingue tra doc e docg, a volte fa fatica a distinguere anche tra buono e cattivo, tanto è vino.

Davvero ha senso produrre un vino così ?

Davvero ha senso la proliferazione indiscriminata di ettari ed ettari dedicati a glera, pinot grigio e moscato senza arte né parte ?

Per quelli come me, per cui il vino è identità e territorio e non una generica commodity, la risposta può essere solo una: NO !

Agli altri, quelli che hanno bisogno di una bevanda “adulta” da versare ai grandi durante le feste dei bambini, consiglio di comprare il vino in tetrabrik, che svolge egregiamente la funzione richiesta a queste bottiglie.

De.Co.: dove eravamo rimasti ?

di Marco De Tomasi

Sono solito rifornirmi di frutta e verdura nei mercati di Campagna Amica.

Quello più vicino a casa e che frequento settimanalmente è ospitato il sabato mattina sotto le pensiline della Cantina Sociale Valleogra di Malo.

Fino a poco tempo fa la cantina sociale più piccola del Veneto.

Perché da qualche mese la Valleogra si è fusa con le più grandi Colli Vicentini e Gambellara.

Sabato scorso, spinto dalla curiosità,  sono entrato nello spaccio della cantina, cosa che avrò fatto in precedenza solo un paio di volte.

Devo dire che il personale è cortese, sorridente ed accogliente.

Gli scaffali abbondano dei prodotti a marchio Colli Vicentini, mentre in un angolo, a prezzi stracciatissimi, giacciono le vecchie etichette della Valleogra, in offerta fino ad esaurimento scorte.

Faccio qualche domanda al personale e vengo a sapere che, in pratica, i prodotti a marchio Valleogra cesseranno di esistere.

Il territorio comunale di Schio rappresenta il margine settentrionale della doc Lessini Durello

 

Ho posato lo sguardo sul Lessini Durello Metodo Classico “Ascledum”, quello che fino al cambio di strategia era il prodotti di punta della Valleogra.

Mi sono ricordato che da qualche parte avevo letto che il Comune di Schio ha deliberato per questo prodotto una apposita Denominazione Comunale (o per lo meno così sembra, dall’albo delle De.Co. vicentine).

Sarei felicissimo di essere smentito.

MontiLessini

Perché la De.Co. fa a pugni con la d.o.c. Lessini Durello, anzi: la stessa Federdoc, presieduta da Riccardo Ricci Curbastro, ha recentemente inviato al sindaco di Cupramontana (AN) e, per conoscenza, all’Ispettorato Centrale della Tutela della Qualita e Repressione Frodi (ICQRF) e ad altri enti preposti, una diffida all’utilizzo della De.Co. “Verdicchio di Cupramontana”, che doveva, nelle intenzioni dei suoi promotori, entrare in vigore dal prossimo 1 ottobre.

Questo perché, secondo Federdoc, l’apposizione in etichetta della nuova denominazione comunale sarebbe ingannevole in quanto il “Verdicchio di Cupramontana” sarebbe, ex-lege, un vino da tavola, con gli obblighi di etichetta conseguenti e soprattutto il divieto di qualsiasi indicazione geografica (Cupramontana rientra inoltre nel territorio della doc Verdicchio dei Castelli di Jesi che, tra l’altro, dà come poche altre la possibilità di aggiungere una menzione geografica aggiuntiva in etichetta).

RiccardoRicciCurbastro

Riccardo Ricci Curbastro, presidente Federdoc

 

A suo tempo Federdoc non sollevò alcuna questione sul caso del nostro Lessini Durello, in primis perché sull’etichetta dell’Ascledum non vi è (fortunatamente) alcuna menzione della De.Co., e poi perché probabilmente la denominazione è meno importante in termini quantitativi e di visibilità.

L’Ascledum è di fatto commercializzato come Lessini Durello doc.

Ancora per poco, a quanto pare.

I sostenitori delle De.Co. ad ogni costo saranno pronti a crocifiggermi, ma non posso fare a meno di chiedere ai promotori di tale iniziativa che senso avesse tutelare con una apposita delibera (se mai c’è stata, perché questa è una questione da accertare) un prodotto che:

  1. era già tutelato da una doc (difatti la De.Co. riportata dal sito ricalca il disciplinare doc);
  2. era già tutelato da un marchio commerciale (“Ascledum”);
  3. tra qualche mese, di fatto, cesserà di esistere.

Che senso ha tale inutile ridondanza che con tutta probabilità avrà fatto perdere tempo e risorse ad una amministrazione comunale riunita in consiglio per deliberare in merito ?

Che senso ha promuovere delle De.Co. per prodotti che possono venir meno in base all’evolversi delle legittime politiche commerciali di un’azienda ?

Le De.Co. non dovrebbero nelle intenzioni di chi in origine le promosse, tutelare il patrimonio culturale enogastronomico collettivo di una comunità ?

Perdonatemi, cari promotori, ma qui a Vicenza la stiamo buttando in farsa: abbiamo una De.Co. dedicata ad un prodotto che per legge non può essere messo in commercio (il vino Clinto di Villaverla) e una per un vino che finite le scorte della Valleogra, cesserà di esistere, con buona pace dell’amministrazione comunale di Schio che, con tutta probabilità, schiverà una potenziale diffida da parte di Federdoc.

L’estensione indiscriminata di De.Co. deliberate a pioggia ha come unico risultato lo svuotamento di questo istituto di ogni senso e significato, e a farne le spese sono quei prodotti che meriterebbero davvero tutela e promozione, perché patrimonio culturale e collettivo.

Vigne e motori: non proprio un abbinamento felice …

di Marco De Tomasi

Oidio ? Peronospora ? Botrite ?

Per i viticoltori di alcune aree d’Europa (Mosella in particolare) si è manifestata negli ultimi tempi una nuova peste, in grado di devastare in pochi attimi interi appezzamenti, cancellando all’istante anni di investimenti, lavoro e cure.

I rally automobilistici.

E a poco servono scuse e risarcimenti: nulla può ripagare la perdita di filari posti a dimora in una delle aree vitivinicole più prestigiose del mondo (e che per noi appassionati rappresenta un autentico santuario !) e gli anni di cura necessari a produrre questi vini di elevatissimo rango.

Chi difende l’evento sportivo afferma che esso rappresenta una occasione di visibilità per la viticoltura locale. Mi chiedo: con la fama che hanno questi vini, si sente davvero il bisogno di una promozione attraverso questo mezzo ?

Nel 2012 era toccato all’Alsazia, dove il pilota norvegese Petter Solberg infilò un vigneto terminando la sua corsa contro un palo elettrico, abbattendolo.

In Mosella, la stagione 2014 è stata funestata, alla vigilia della vendemmia, da due incidenti (senza conseguenze per gli equipaggi) , il primo occorso al pilota francese Thierry Neville durante una sessione di prove (recidivo, perché aveva già fatto danni nel 2013) e il secondo in gara, quando il pilota finlandese Jari-Matta Latvala è uscito di strada devastando i filari di un vigneto in tutta la loro profondità (le pendenze in Mosella sono ragguardevoli), con ulteriori danni provocati dai soccorsi e dai curiosi.

Non solo: la presenza protratta per giorni degli equipaggi impegnati in prove e gara, impedisce la circolazione dei viticoltori sulle strade di accesso ai vigneti. Con la difficile stagione 2014 erano necessari dei trattamenti che non si sono potuti in questo modo effettuare.

Ancora: numerosi sono i danni provocati dagli spettatori che stazionano a margine dei vigneti per giorni. Non vengono risparmiati tralci e grappoli e peggio ancora i pali di testa vengono utilizzati come appoggio, venendo divelti. In alcuni casi, senza permesso dei proprietari, alcuni vigneti sono stati indicati dall’organizzazione del rally come punti di osservazione. Altri vigneti sono stati utilizzati come autentiche latrine.

Latvala

Succede che molti vignaioli in Mosella si siano rotti e abbiano vibratamente richiesto ad ADAC Motorsport, organizzatrice dell’evento, di andare a correre da un’altra parte.

Non so voi, ma a me scoprire che esiste un “Rally delle Langhe e del Roero” fa venire i brividi !!!

Cessione dei diritti d’impianto: con la proroga si rischia la speculazione

di Marco De Tomasi

Capita raramente, ma stavolta è proprio il caso di dire “ricevo e volentieri pubblico”: la FIVI lancia l’allarme sui rischi di speculazione dietro la proroga della cessione a titolo oneroso dei diritti d’impianto, proroga richiesta dal nostro paese all’Europa.

A voi il comunicato stampa di FIVI (via Laura Sbalchiero):

Fivi

FIVI AVVERTE: REALE RISCHIO DI SPECULAZIONI NELLA COMPRAVENDITA DEI DIRITTI DI IMPIANTO DEI VIGNETI PRIMA DELLENTRATA IN VIGORE DEL NUOVO SISTEMA DI AUTORIZZAZIONI NEL 2016

I vignaioli indipendenti italiani denunciano il rischio di speculazioni sui prezzi dei diritti di impianto a causa della proroga richiesta dallItalia sui tempi di conversione in autorizzazioni.

FIVI Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti ha preso posizione, sia a Roma presso il MIPAAF sia a Bruxelles tramite CEVI – Confédération Européenne des Vignerons Indépendants, contro la richiesta italiana di prorogare la cessione a titolo oneroso dei diritti di impianto dei vigneti dopo il 1 gennaio 2016, data di entrata in vigore del nuovo sistema delle autorizzazioni (vd. art. 68, Disposizioni transitorie  Regolamento EU 1308/2013, OCM).

FIVI è lunica organizzazione che si è opposta a tale prolungamento, perché è convinta che in questo modo NON si tutelino gli interessi dei vignaioli.

Sulla base del documento elaborato dal Gruppo di Alto Livello (HLG) la Commissione Europea ha proposto il nuovo sistema, il quale prevede che dal 1 gennaio 2016 tutti i diritti di impianto si trasformino in autorizzazioni personali, non cedibili e gratuite (previa richiesta del titolare). All’interno degli Atti Delegati, l’Italia ha chiesto che i diritti in portafoglio siano cedibili fino alla loro naturale scadenza. Questo significa aprire le porte alla speculazione perché, evidentemente, chi li detiene non ha alcuna fretta di venderli e può imporre prezzi più alti.

Oggi in Italia sono in circolazione circa 50.000 ettari di diritti, dei quali il 90% detenuti dai produttori e il resto nelle riserve regionali. Noi vignaioli indipendenti ci chiediamo perché, nonostante questi numeri, il nostro paese continui a procedere in una direzione contraria allinteresse dei vignaioli e di quanti, soprattutto giovani, vogliono investire in viticoltura ma non hanno la possibilità di acquisire diritti a prezzi abbordabili poiché devono per forza sottostare alle imposizioni dei grandi proprietari.

Non secondaria è la questione del tempo di permanenza dei diritti in portafoglio. Per l’Italia il D.M. di attuazione del Regolamento UE 1308/2013 stabilisce, all’art. 2, comma 7, che la durata dei diritti, sia di otto anni. Secondo noi si tratta di un periodo di tempo troppo lungo, perché così facendo si ingessa il mercato, mentre una durata inferiore vivacizzerebbe le compravendite ed eviterebbe le speculazioni.

Da qui nasce la nostra proposta, di cui si è fatto portavoce l’on. Massimo Fiorio:

  • riduzione a tre anni della permanenza dei diritti in mani private
  • se allo scadere del terzo anno i diritti non sono stati convertiti in autorizzazioni, passano automaticamente  a una riserva nazionale, gratuitamente o a prezzo politico
  • tale riserva nazionale, gestita dal MIPAAF, assegna questi diritti alle singole regioni, affinché queste li distribuiscano ai viticoltori, i quali restituiranno allo Stato l’eventuale prezzo politico pagato precedentemente.

La Commissione Europea ha proposto il nuovo sistema di autorizzazioni all’interno del quale si istituisce il blocco dei trasferimenti dei diritti a partire dal 1 gennaio 2016 (par. 3, art. 3). Tale disposizione però non risulta al momento inserita in alcuna forma nel Regolamento EU 1308/2013. Di conseguenza regna ancora una sconcertante confusione sul futuro prossimo.

Data l’importanza della questione FIVI continuerà a far sentire la propria voce con l’obiettivo di tutelare il lavoro e il futuro di tanti vignaioli e piccole imprese agricole.

FIVI – Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti 

Attualmente sono 800 i produttori associati, da tutte le regioni italiane, per un totale di circa 8.000 ettari di vigneto, per una media di circa 10 ettari vitati per azienda agricola. Circa 55 sono i milioni di bottiglie commercializzate e il fatturato totale supera 0,5 miliardi di euro, per un valore in termini di export di più 200 milioni di euro. Gli 8.000 ettari di vigneto sono condotti per il 49 % in regime biologico/biodinamico, per il 10 % secondo i principi della lotta integrata e per il 41 % secondo la viticoltura convenzionale.

Vigneti_low

Son soddisfazioni …

di Marco De Tomasi

Dovrei contenermi, ma proprio non ce la faccio.

Meno di un mese fa, dopo aver pubblicato sul forum del Gambero Rosso un post di promozione di VIeNI IN VILLA,  venivo sbertucciato da alcuni seguaci del rubesco crostaceo perché secondo il loro metro, era una “manifestazione triste”, “con poche aziende”, “priva di presenze di rilievo”. Insomma, un evento al quale non valeva la pena partecipare.

Poi in questi giorni, mi è capitato di inciampare nell’annuncio di questa imperdibile kermesse brassicola organizzata a Roma proprio dal Gambero Rosso.

A scorrere l’elenco delle birre presenti è come se io avessi organizzato VIeNI IN VILLA proponendo i più prestigiosi marchi di vino in brick reperibili presso la GDO.

Non me ne viene in tasca nulla, ma vi confesso che vorrei vedere ora le facce dei soloni intervenuti sul forum del Gambero Rosso.

Trombone

Da qualche tempo accarezzo l’idea di organizzare un evento che abbia come protagonista la birra, mantenendo lo stile di VIeNI IN VILLA (anche se mi rendo conto che la forma non può essere la stessa, vista la distanza tra i due mondi).

Ora, io non sono molto addentro la cultura brassicola, ma vi assicuro che se mai riuscirò a mettere in piedi qualcosa sull’argomento, ora so quale NON deve essere il mio esempio di riferimento !

Sistematica semiseria dell’enostrippato

di Marco De Tomasi

Recentemente e in diverse occasioni, mi sono scontrato con la dura realtà.

Ingenuamente pensavo che la grande famiglia degli enoappasionati fosse un coacervo armonico e gioioso.

Invece ho dovuto mio malgrado constatare che esistono brulicanti famiglie che hanno visioni diametralmente opposte dell’enomondo.

Fazioni l’”una contro l’altra armate” che non risparmiano di rinfacciarsi la reciproca supposta pochezza.

Non sto parlando di neofiti o semplici curiosi che acquistano vino occasionalmente e quasi sempre al supermercato: si tratta di persone che conoscono a menadito denominazioni, vitigni e cru di mezzo pianeta.

Analizziamo le tre principali Classi sistematiche in cui si suddividono gli enostrippati:

CRUSTACEA

Crostaceo

Rigidi nella loro corazza, conoscono per nome ogni vigna dei premier gran cru di Bordeaux, le cuvée prestige delle grandi maison champenoise per loro non hanno segreti, citano a memoria le vigne della Côte-d’Or, snocciolano come un rosario la complicata classificazione dei vini tedeschi e danno del tu a marchesi, conti e principi. Per loro le etichette italiane si possono prendere in considerazione solo se hanno un “aia” scritto da qualche parte (non importa se il nome del vino o del produttore). Una bottiglia non è degna di attenzione se non è perlomeno citata su qualche guida, altrimenti è “un prodotto inutile al mercato” (sic).

Se hanno fatto il corso per sommelier  hanno ricevuto in testa una mazzata così forte che le scarpe han fumato per tre mesi. Tutto deve essere preordinato e schematizzato: sequenze,  temperature di servizio e abbinamenti , pena la fucilazione dell’incauta servitù di fronte ad un plotone di esecuzione armato di Cristal in formato Salmanazar.

Il vino lo bevono solo se servito in calici soffiati a mano delle dimensioni di un capitello corinzio.

Sono fortemente allergici a: lambrusco e rifermentati ancestrali in genere,  merlot in purezza, orange wine, non filtrati e senza solforosa aggiunta.

Li si può riconoscere da una certa ostentazione del lusso, che può andare dall’orologio di prestigio alla berlina tedesca di cilindrata superiore. Se maschi tendono anche a corredarsi di accessorio vulvare di notevole presenza, che beve esclusivamente bollicine. Se femmine possono avere al seguito un toy-boy, palestrato ma geneticamente incapace di distinguere il prosecco dal gin-tonic. Alcuni si mimetizzano da working-class ma si tratta generalmente di individui ibridi destinati con una certa possibilità di successo al recupero (sia spontaneo che assistito).

Di fronte a rappresentanti delle altre classi, chiudono gli opercoli e mostrano le chele.

Il vino lo comprano esclusivamente in enoteca: troppo plebeo andare alla fonte.

Orientamento politico: monarchico (pre Statuto Albertino)

Guida di riferimento: ovviamente quella che li ritrae in copertina, non fosse altro per un certo narcisismo congenito !

Stato di conservazione: fortunatamente critico. Non essendo più in grado di accoppiarsi con esemplari di altre classi, tendono alla consanguineità. Altro fattore che ne sta favorendo l’estinzione è la tendenza a sciabolare le bottiglie di Champagne senza prima saperne padroneggiare la tecnica.

GASTROPODA

chiocciola

Più che molli, decisamente rilassati. Le cose le sanno, al pari dei crostacei, ma non amano ostentarne la conoscenza. Se si trovano di fronte a qualcosa di nuovo ed inusuale, ammettono la loro ignoranza e archiviano la nuova informazione. Bevendoci sopra.

Assaggiano curiosamente tutto ciò che gli capita a tiro, senza ritualità o sequenze precise. A volte prendono delle cantonate proprio a causa di questa impostazione disordinata, ma la maggior parte delle volte hanno la capacità di ammetterlo e fare ammenda. Bevendoci sopra.

Molti hanno frequentato con successo i corsi per sommelier, ma progressivamente hanno abiurato. Bevendoci sopra.

Degli abbinamenti frega poco. Basta che ci siano. Bevendoci sopra.

Non hanno particolari preclusioni rispetto agli orientamenti produttivi o alle dimensioni dell’azienda, anche se prediligono decisamente l’artigianalità all’industria. Sono attenti all’etica e alla sostenibilità del prodotto, ma senza partire per le crociate. Favoriscono il rapporto qualità-prezzo ma di fronte ad una bottiglia prestigiosa non si irrigidiscono nella lotta di classe. Bevendoci sopra.

A loro agio con qualsiasi abbigliamento. A patto di avere il calice in mano.

Sono leggermente intolleranti ai crostacei. Niente che non possa essere superato bevendoci sopra.

Hanno un atteggiamento paziente nei confronti delle altre classi, ma nell’intimo li mandano a quel paese. Bevendoci sopra.

Il vino lo comprano di preferenza dal produttore, ma non disdegnano l’enoteca (specie se fa mescita).

Orientamento politico: fottesega. Bevendoci sopra

Guida di riferimento: occorre che ve lo dico ?

Stato di conservazione:  non minacciato ma con popolazione stazionaria. All’occorrenza possono accoppiarsi con gli Acarina, anche a rischio di metamorfizzare verso quella classe. Poco male. Basta berci sopra …

ACARINA

Phytoseiulus

Zampettano allegramente a piedi nudi tra sovescio e compost biodinamico. Al pari degli altri conoscono approfonditamente geografia e classificazione delle vigne del globo, ma non reputano tali conoscenze utili ad alcunché: l’importante è che tutto sia ben inerbito e biodiversamente abile. Per questo sono convinti che il pinot nero possa essere coltivato con successo in Tunisia come nelle rare oasi del Kalahari e che il nero d’Avola possa avere delle chance in Tibet.

Fortemente e religiosamente dogmatici, considerano la filtrazione bestemmia e il controllo della temperatura durante la vinificazione empietà. L’uso di lieviti selezionati è un aberrante atto contro natura. Prendere in considerazione un qualsiasi vino prodotto anche solo con il minimo utilizzo di chimica e tecnologia enologica è peccato da fustigazione, che va eseguita con tralci recisi da vigne georgiane a piede franco di rkatsiteli. Recentemente il sinedrio turbonaturista ha ammesso l’uso di anidride solforosa in imbottigliamento, ma solo se in concentrazioni omeopatiche.

Praticano l’abbinamento cibo-vino, ma se potessero ne farebbero volentieri a meno: il nettare di Bacco è sacro solo se puro nella sua totale integrità.

Scanzonati nell’abbigliamento, non è raro incontrarli in tenute cyber-hippy. Hanno comunque la capacità di adattarsi per breve tempo anche ad ambienti formali.

Tendono all’autosegregazione, ma se si ha rispetto e attenzione del loro credo religioso risultano stimolanti e decisamente simpatici. Per questo possono sviluppare empatia con i Gasteropodi (tanto quelli ci bevono sopra, che gli frega ?).

Gravemente allergici ai crostacei: anche il contatto visivo può causare seri problemi oftalmici, tali da ricorrere al ricovero ospedaliero.

Il vino lo comprano quasi esclusivamente direttamente in cantina: rarissime sono le enoteche in grado di soddisfarli e mal sopportano la vista delle bottiglie dei loro beniamini mischiate ad etichette che hanno un “aia” scritto da qualche parte (non importa se il nome del vino o del produttore).

Orientamento politico: turboprogressista, con casi estremi di tendenze ARACNO-insurrezionaliste.

Guida di riferimento: eh ? guida di che ?

Stato di conservazione: non minacciato con tendenza all’aumento della popolazione per forte predisposizione all’amore libero.

Quousque tandem abutere …

di Marco De Tomasi

L’italica, conclamata incapacità di pensare in termini strategici è assolutamente sconfortante.

Sul Giornale di Vicenza del 19 gennaio Pietro Zambon, presidente di Collis, gruppo di cui fa parte anche la Cantina Sociale dei Colli Berici, si è lasciato andare a dichiarazioni che mi hanno fatto saltare sulla sedia.

Imboccato dal giornalista sul presunto squilibrio qualitativo (questioni di “etichetta”, secondo la domanda) tra le denominazioni veronesi offerte dal gruppo e la proposta vicentina, il presidente ha risposto così:

<<Questa è la sfida più importante che il versante vicentino del Gruppo dovrà prossimamente affrontare. È assolutamente necessario individuare un vino che abbia una personalità forte e un nome in grado di presentarsi in modo vincente sul mercato. Occorre superare le classiche denominazione del Cabernet, del Merlot e del Tocai (o Tai) e creare un rosso importante e di grande personalità. Abbiamo tutto quello che serve per superare la prova: un terreno in ottima esposizione collinare vocato da secoli alla viticoltura, aziende ricche di storia e dotate delle più moderne tecnologie, una holding alle spalle, in grado di garantire assistenza tecnica e supporto commerciale. Assieme al Consorzio dei vini dei Colli Berici ci metteremo quanto prima al lavoro per dare concretezza a questa necessità>>

Pietro Zambon

Il Presidente di Collis, Pietro Zambon

Se poi si aggiunge che voci di corridoio raccontano che durante una riunione presso la sede di Barbarano Vicentino della stessa Cantina Sociale, è stato detto in soldoni ai viticoltori di espiantare il Tai (già Tocai) Rosso (varietà tipica dei colli, unica ed affine al Grenache) in favore di nuovi impianti incentrati su Moscato, Sauvignon e, se si potesse, Glera (Prosecco), ecco che i coglioni cominciano a girare.

Perché son vent’anni che sento blaterare a vanvera delle potenzialità dei Berici (qualcuno sparava similitudini con il Medòc !), senza che questa paventata vocazione si sia mai palesata, se non tra alcune produzioni di nicchia (va detto: quasi tutte con base fuori dai Berici).

E intanto, la qualità generale è cresciuta sui vicini Colli Euganei, a Gambellara, a Breganze. Puntando sulle varietà più radicate, tradizionali e vocate dei singoli territori.

Sui Berici si è sempre continuato ad inseguire la volubilità del mercato.

E quando il mercato non tirava più, giù a chiedere contributi per la distillazione, per l’espianto ed il reimpianto con nuove varietà alla moda del momento (contributi che vengono erogati con soldi nostri).

Per quanto tempo pensate, signori, che il globo continuerà ad assorbire tutto queste bottiglie di Prosecco, anonime nell’etichetta e nel contenuto ? E di Moscato ? E di Sauvignon ?

E quale sarebbe, di grazia, questo “rosso importante e di grande personalità” ?

Forse l’ennesima denominazione calata dall’alto senz’arte ne parte ?

Ovunque si esaltano tipicità e tradizioni e qui si esorta ad espiantare il Tocai Rosso (e chiamiamolo per quello che è, per una volta, in barba agli ungheresi). Che equivale ad una bestemmia.

Perché, se non ve ne siete mai accorti, è quello il rosso importante e di grande personalità che cercate. TocaiRossoGrappolo

Mai bevuto nulla che viene dalla parte meridionale della Valle del Rodano, o dalla Spagna, da quella piccola e meravigliosa  denominazione che si chiama Priorat ?

Avete mai dato un’occhiata ai listini delle aziende che fanno vino con quest’uva (che per loro è Grenache o Garnacha e per voi è Tocai Rosso) ?

E senza andare lontano, avete mai assaggiato i Tocai Rosso prodotti con passione da Alessandro Pialli. (Si che li avete assaggiati: li avete pure declassati da Barbarano a Tai Rosso “generico”, e poi li avete pure premiati, con una coerenza degna del più navigato politico).

Ah, già, avete ragione. Bisogna imparare a fare terroir con il Tocai, mentre i protocolli colturali e di vinificazione per Moscato, Sauvignon, Prosecco e Dio sa cos’altro avete in mente ce li avete già ben chiari, perché intendente replicare esperienze universali al territorio dei Berici.

Perché non costa nulla, in termini di tempo, ricerca ed investimento.

E invece dovreste farvi un mazzo tanto con il Tocai, decidendo prima che identità dargli e poi comunicandola.

Sorvoliamo poi che nella dichiarazione del presidente non viene citata l’altra uva che sui Berici ha un territorio unico di elezione: il Carmenére. Ma no, dimenticavo che da queste parti si è soliti liquidarlo come il cugino sfigato del Cabernet Franc (*).

Ma in fondo capisco il presidente. Nella sua parabola di dirigente deve dar conto ai soci di bilanci e via discorrendo. Non ha giusto tempo di fare strategia, deve pensare alla tattica per portare a casa la pagnotta.

ColliBerici

Allora bisogna fare appello ai conferitori, vignaioli e contadini, per togliersi d’impaccio. Non cedete alle lusinghe di una rapida remunerazione, dite no agli espianti, difendete il patrimonio di vigne e tradizioni, investite in campagna, sperimentate.

Certo, la proposta del Presidente Zambon, che il suo mestiere lo sa fare, garantirà liquidità e profitti nel breve termine.

Ma è una scellerata demolizione del territorio. Un annullamento dell’identità. L’ennesima violenza al Veneto vitivinicolo.

Pensate al futuro.

Che non è quello dei prossimi tre o cinque anni. E’ il futuro delle prossime generazioni, dei vostri figli e nipoti.

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(*) Il lavoro di zonazione dei colli portato avanti da Veneto Agricoltura (lasciato evidentemente nel cassetto, e son soldi nostri) ha evidenziato come la parte orientale dei Berici sia maggiormente vocata al Tocai Rosso, mentre quella occidentale (che guarda verso Verona) ai tagli bordolesi in generale. Esperienze consolidate di aziende, anche importanti (Inama su tutti) hanno dimostrato inoltre le potenzialità del Carmenére in questa zona. 

Le mele NON sono pere !

di Marco De Tomasi

Ci risiamo: come ogni anno, dopo l’inutile gara natalizia a chi preferisce il panettone al pandoro, per San Silvestro si sprecano i titoli per celebrare il sorpasso dello “spumante” sullo Champagne.

Il problema sta proprio nella parola “spumante”, che vuol dire tutto e niente, messa in relazione alla parola “Champagne” che invece è ben circoscritta ad un territorio e a un metodo.

Bolle

Perchè dentro lo “spumante” c’è tutto: Martinotti e Metodo Classico – Prosecco, Asti, Franciacorta, Trento, Alta Langa, Oltrepò Pavese, ecc. ecc.

Champagne invece è solo metodo Classico (o Champenoise, appunto) che proviene da una ben determinata regione, 70 km a est de l’Ile de France, delimitata a nord dalla Vesle e a sud dal corso superiore della Senna e percorsa nel mezzo dalla Marna.

Allora il confronto andrebbe fatto per lo meno su vini che condividono lo stesso metodo produttivo, se non le stesse tipologie di uve.

Il che taglierebbe fuori dal gioco la quasi totalità del Prosecco e dell’Asti, prodotti con il metodo Martinotti (o Charmat, per i francofoni).

E scopriremmo che Oltralpe si producono più di 300 milioni di bottiglie di Champagne (senza contare gli altri metodo classico, provenienti da altre regioni e etichettati come Crémant), mentre in Italia, se si mettono insieme tutti i metodo classico non si arriva che a un decimo di quella cifra !

Con valori in gioco ben diversi, in termini economici.

Sarebbe ora di mettere da parte il provincialismo che ci porta ad impostare la glorificazione del vino italico sulla quantità, per concentrarci una buona volta sulla valorizzazione delle specificità e dei territori che possono far grandi le nostre etichette.

Finalmente non avremmo più bisogno di stare a guardare cosa fanno i cugini …

NON sono un ENOLOGO !

di Marco De Tomasi

Apprendo con stupore che la rivista “Il Basso Vicentino” mi cita (non richiesta) in un articolo con questa formula:  … Marco De Tommasi, enologo del blog “vitis” …

Passi per quella m in più nel cognome: ormai ci ho fatto il callo, tra uffici pubblici e non.

Ma ci tengo a precisare che il mio iter scolastico mi accomuna ad una moltitudine silenziosa di italiani che va dall’immaginario ragioniere inventato da un noto comico, a uno dei massimi poeti del ‘900 (premio Nobel per la letteratura nel 1975), fatalità entrambi liguri.

A voi la scelta su quale delle due figure debba pendere la bilancia nel mio caso.

NON sono pertanto un enologo, né ho la minima preparazione tecnica per potermi definire un professionista del vino.

Di più: non ho la minima pretesa di millantare cotanto credito.

Lasciate però che esprima tutto la mia indignazione per l’approssimazione dimostrata dalla giornalista che firma l’articolo, che prima di citare tizio e caio, avrebbe dovuto – almeno credo che professionalmente sia richiesta di farlo – raccogliere più precise informazioni sugli interessati.

Tanto più che, citando questo stesso blog, aveva la piena possibilità di reperire informazioni di prima mano dal sottoscritto, semplicemente cliccando la scheda Chi siamo che trovate nella barra in alto e dove, a chiare lettere e nel modo più breve possibile, precisiamo di non essere in alcun modo dei professionisti.

Le opinioni da me espresse su questo blog valgono tanto quelle di chi le legge.

Io sono solo uno che beve.

… ma che si incazza, se il giornalista di turno scrive boiate sul suo conto.