Wehlener Sonnenuhr Riesling Spätlese 2005 – Dr. Loosen

Di Marco De Tomasi

Sto prendendo confidenza con i vini tedeschi.

Parte tutto dalla curiosità per il Riesling.

Oggi ho aperto uno spätlese di Ernst Loosen.

L’azienda possiede sette diversi vigneti di solo Riesling lungo la Mosella, considerati Grand Cru secondo la classificazione prussiana del 1868 (oggi non riconosciuta dalle leggi tedesche).

Lungo il fiume i vigneti, esposti a sud, sono ripidi.

Tra questi il Wehlener Sonnenuhr è caratterizzato da suoli ricchissimi di scheletro, quasi rocciosi, di ardesia azzurra.

Una meridiana domina dall’alto il vigneto (da cui il nome del vigneto: “la meridiana di Wehlen”, appunto).

WehlenerSonnenuhr

Wehlener Sonnenuhr (dal sito aziendale)

Le vigne hanno un’età variabile da 65 a 125 anni, con rese molto basse.

Ernst utilizza solo fertilizzanti organici ed in cantina la pratica è tesa ridurre al minimo l’intervento.

Wehlener Sonnenuhr Riesling Spätlese 2005: Riesling 100%. Affascinante fin dal colore, giallo dorato. Il naso apre su note delicate e complesse di agrumi e mele cotte, presto vinte da un corredo tipico ed articolato di idrocarburi, lanolina e olio per armi. La compostezza olfattiva si riprende dopo qualche minuto nel bicchiere, quando tutto lo spettro si amalgama nuovamente in un fascinoso andirivieni di note fruttate (melone e pere) e minerali. In bocca è armonico, di una dolcezza grassa, con note di sidro, controbilanciata da un’acidità che gioca in profondità per tutto lo sviluppo, arrivando a solleticare il palato. A fine sorso la salivazione è ulteriormente stimolata, oltre che dalla freschezza, da lievi e finissimi tannini.

RieslingSpaetleseDrLoosen

Un gran bel vino, ben lontano dalle nostre consuetudini, da abbinare a delicate vellutate o a formaggi di capra.

Ci si può davvero innamorare carnalmente di questi vini della Mosella …

In enoteca a (mi pare) 24/25 Euro.

Weingut Dr. Loosen
St. Joahnnishof
D-54470 Bernkastel/Mosel
Tel.: 0049 6531 3426
Fax: 0049 6531 4248
Email: info@drloosen.com
www.drloosen.com
Ettari vitati: 25
Bottiglie annue prodotte: 70.000/80.000

Savennières Les Vieux Clos 2008 – Nicolas Joly

di Marco De Tomasi

Quando si parla di Nicolas Joly salta subito in mente il suo primo vino: quel Coulée de Serrant celebrato (a ragione) come uno dei grandi di Loira.

Poco si parla invece dei suoi figli minori, il Savennières-Roche aux Moines Clos de la Bergerie e il Savennières Les Vieux Clos (ricordo che Coulée de Serrant è invece una denominazione in monopolio).

Se ne parla poco e a torto perché offuscati dal prestigio della prima etichetta della casa.

Oggi ho aperto una bottiglia di Les Vieux Clos del 2008, con il preciso intento di dar il giusto merito a questo vino. Sulla retroetichetta è consigliato di scaraffarlo. Ho preferito seguirne l’evoluzione nel bicchiere.

Savennières Les Vieux Clos 2008: Chenin Blanc 100% con selezione massale in vigneto. Il naso denota da subito un frutto maturo, complesso e cangiante, di pesche, prugne gialle e litchi su un substrato resinoso e di essenze aromatiche. Evolve con il tempo su sentori di uva matura appena colta, con inserimenti di frutta secca (mandorle e noci) e poi ancora tipiche note verdi di corteccia e legumi. Infine, dopo lunga permanenza nel bicchiere, la matrice resinosa trasfigura su note minerali, di pietra focaia e idrocarburi. In bocca verticalizza immediatamente, spinto da una lievissima nota carbonica, che solitamente trovo fastidiosa, ma che qui si fonde alla perfezione all’azione di freschezza e salinità, sebbene si esaurisca poi con l’ossigenazione, consentendo al vino di guadagnare una progressione più lineare e senza soluzione di continuità. Un tocco alcolico decisamente virile (siamo sui 15 gradi) completa il tutto dalla fase centrale, donando volume al sorso e favorendo nel finale ritorni ben scanditi di quanto percepito al naso. Sebbene proprio a causa del calore (che si avverte comunque in maniera marginale) il quadro complessivo del vino risulti leggermente sbilanciato, si riscatta senza rimpianti grazie ad una fase olfattiva che non cessa di rinnovarsi e di emozionare ogni volta che si avvicina il calice.

LesVieuxClos

La bottiglia ha accompagnato i due pasti domenicali, trovando in un Saint-Marcellin il connubio ottimale.

Potrei anche proseguire,  raccontandovi che Nicolas Joly è uno dei paladini della biodinamica, che ha scritto dei libri sull’argomento, che è il riferimento dell’associazione “La reinassance des appellations” e tanto altro ancora, ma:

1) già lo sapete, dato che son l’ultimo arrivato.
2) ne ho le palle piene della contrapposizione naturale/convenzionale.

Dovreste trovare Les Vieux Clos in enoteca sui 30 euro circa.

Nicolas Joly
Château de la Roche aux Moines
49170 Savennières – France
Tel. : 0033 (0)2 41 72 22 32
Fax : 0033(0)2 41 72 28 68
www.coulee-de-serrant.com

Distribuito in Italia da Velier – Genova

Côtes du Jura Chardonnay-Savagnin 2004 – Domaine Labet

di Marco De Tomasi

Domaine Labet è una realtà di 12 ettari nel piccolo comune di Rotalier, nello Jura francese.

I vigneti sono coltivati a Chardonnay e Savagnin, uve utilizzate per i bianchi e Pinot Nero, Poulsard e Trousseau usati invece per i rossi.

L’azienda fa risalire le proprie origini al 1893 ad opera di Albert Labet ed è tutt’ora in possesso della stessa famiglia.

Tradizionalmente, i vini dello Jura seguono una vinificazione particolare: le botti utilizzate per la fermentazione non vengono ricolmate, in modo che si formi sulla superficie del vino un velo di lieviti (voile) che ha lo scopo di proteggere il vino da uno scambio eccessivo con l’aria. I vini subiscono in questo modo una ossidazione lenta, ricercata dai produttori. Queste condizioni favoriscono lo sviluppo di aromi caratteristici di noci, nocciole e curry. L’ossidazione inoltre funge anche da elemento conservante del vino, favorendo un ricorso limitato all’anidride solforosa in bottiglia.

Labet, oltre ad essere uno dei depositari di questo stile tradizionale aderisce da tempo al movimento dei vini naturali, le fermentazioni sono spontanee da lieviti autoctoni, il che caratterizza ulteriormente gli aromi dei vini dell’azienda. Ho avuto l’opportunità di assaggiare più volte i prodotti dell’azienda in occasione delle scorse edizioni di VinNatur, dove il Domaine Labet è una presenza costante, molto apprezzata dal pubblico.

Côtes du Jura Chardonnay-Savagnin 2004, cuveé da uve Chardonnay e Savagnin prodotte da viti con un età variabile tra i 30 e i 60 anni, in percentuale variabile a seconda dell’annata. Giallo dorato. Il profumo è intensissimo, avvertibile a distanza dal calice. Subito vinacce, poi composta di frutta, nocciole e spezie dolci. In bocca è pieno, con un ingresso morbido che cede progressivamente ad una freschezza che allunga senza forzature l’evoluzione del sorso, con ritorno speculare delle senzazioni al naso. Molto lungo.

Dimostrazione che anche in Francia si possono bere grandissimi vini senza spendere cifre esorbitanti (prezzo franco cantina – listino 2008 -, 7,50 euro).

Templari, calici e crociati

di Marco De Tomasi

Commandaria: un nome che nella cerchia di amici con i quali condivido la passione per il vino gira da sempre. Merito di Piergiorgio e dell’amico Vassili, greco di nascita, vicentino per amore e cosmopolita per indole.

Piergiorgio è sempre stato abile nel costruire mitologie tra l’antico e il moderno. Così tra un bicchiere e l’altro ci raccontò di una ottuagenaria bottiglia di un nettare cipriota che Vassili gli aveva fatto assaggiare durante una visita a Bruxelles.

Nel mio immaginario le suggestioni evocate dal racconto di Piergiorgio si trasformarono ben presto in desiderio. Mancava solo l’occasione di procurarsi questo vino. Così, quando il nostro amico e lettore Alessandro mi disse qualche mese fa che si trovava a Cipro per lavoro, gli chiesi se poteva mettere le mani su una bottiglia di Commandaria.

E puntualmente, in occasione di VIeNI IN VILLA, mi sono ritrovato in cantina la confezione cartonata contenente l’agognato liquido (grazie Alessandro !).

E’ il vino bandiera tra quelli prodotti a Cipro, e si vanta di essere l’unica denominazione, tra quelle conosciute  anticamente, giunta invariata ai giorni nostri. Il nome deriverebbe dalla Grande Commenda (“La Grande Commanderie), un feudo con funzioni di presidio militare dell’ordine templare (mi sento il Giacobbo della situazione), nella regione di Limassol, nella parte sud-occidentale dell’isola.

Evidentemente, i templari, nell’attesa di ritrovare il Graal si preoccuparono anche del suo possibile contenuto.

Alla soppressione deli templari, il feudo passò ai Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme (noti ai più come cavalieri di Malta). Numerose sono le leggende medievali nate intorno a questo vino: non è il caso che io vi tedi oltre riportandole qui.

Ancora oggi la regione alle pendici occidentali dei monti Troodos è conosciuta come Koymandaria (Κουμανδαρία). In quella zona vengono coltivate le uve Xynisteri e Mavro che danno origine a questo vino.

Tradizionalmente, le uve vengono portate a surmaturazione, quindi raccolte ed appassite al sole per concentrare ulteriormente gli zuccheri. Il disciplinare del Commandaria prevede che la coltivazione e appassimento delle uve debba avvenire entro i confini geografici dell’omonima regione, mentre la vinificazione può avvenire anche in altre zone dell’isola.

La bottiglia procurata da Alessandro è prodotta dall’azienda KEO: un autentico colosso che a Cipro si occupa di qualsiasi cosa sia bevibile: dall’acqua minerale alla birra, passando per i vini per finire ai distillati. Azienda i cui magazzini hanno una capacità di oltre 45 milioni di litri di vino di cui il Commandaria rappresenta una porzione microscopica, destinanta principalmente all’esportazione.

Avendo qualche esperienza in fatto di vini dolci greci (grazie a Vassili e Piergiorgio) mi aspettavo un vino caratterizzato da una certa rusticità e sbilanciato sul fronte alcolico.

Questo St. John Commandaria invece è riuscito a stupirmi per la buona dote di eleganza. Colore ambra scuro con affascinanti riflessi rosati, al naso frutta disidratata, uva passa, caramello, sensazioni affumicate, smalto per unghie. L’ingresso in bocca è dolce, senza alcuna stucchevolezza, la progressione ben sostenuta dall’acidità evolve su tonalità sapide e lievemente torbate di lunga persistenza. Invoglia subito al successivo sorso.

Vino che potrebbe ottimamente figurare a fianco di sherry spagnoli da uve muscatel (mi è subito venuto naturale un parallelo con la Cuvée Emilin di Emilio Lustau).

L’assaggio di questo prodotto molto ben curato alimenta il desiderio di esplorare altre interpretazioni della tipologia, magari provenienti da piccoli produttori capaci di infondere ulteriore personalità al vino. O forse ho già provato il meglio e non lo so …

Carneade, chi era costui ?

Di Marco De Tomasi

O meglio, Plavac Mali.

L’etichetta richiama qualche lettura.

Croazia.

Ci sono !

Blu piccolo (Plavac Mali): avevo letto delle ricerche genetiche su questo vitigno croato che svelarono l’origine di due suoi fratelli gemelli decisamente più noti. Ovvero Primitivo e Zinfandel.

Queste tre uve, una croata, una pugliese e una californiana hanno infatti un comune progenitore: il Crljenak Kaštelanski o Plavac Veliki, un’uva autoctona croata oggi quasi scomparsa.

Tutto questo affiora mentre Emanuele mi presenta un paio di bottiglie che alcuni amici croati gli hanno proposto di provare.

Così apriamo questo Plavac Mali vendemmia 2007 dell’azienda Madirazza, coltivato nella penisola di Pelješac (o Sabbioncello se preferite la dizione italiana).

Colore rosso rubino, molto cupo. Profumi fitti su note vegetali che cedono a piccoli frutti rossi sotto spirito con il bicchiere in movimento. In bocca tradisce un po’. Morbido, di corpo e buona persistenza. La complessità si perde in armonie incompiute, ma non prive di fascino.

Sentiremo ancora parlare dei vini croati in futuro.