#ManzoniBianco2 – Il report da Asolo

di Marco De Tomasi

Se l’anno scorso era poco più di una riunione carbonara con risvolti didattici, quest’anno ManzoniBianco#2 è diventata una autentica giornata di studio e confronto sulle diverse anime dell’Incrocio Manzoni 6.0.13.

Il gruppo di produttori si è infoltito con Marco Zanoni di Maso Furli.

Degustazione alla cieca di cinque Manzoni Bianco. Il gioco consisteva nel tentare di indovinare zona e produttore. E io sono contento di essere arrivato uno ! (un po’ di conoscenza degli stili aziendali e un po’ di fortuna mi sono stati di aiuto).

Tre trentini (collina di Pressano) e due veneti (pedemontana veneta: Asolo e Conegliano).

La cosa interessante è che tutti i degustatori presenti hanno identificato senza ombra di dubbio la provenienza dei vini, con i veneti che si distinguevano per i sentori floreali e la verticalità e trentini più speziati ed ampi in bocca.

Costalunga2012Faccio una personale annotazione sul Manzoni Costalunga 2012 di Cirotto: rispetto a quello presentato l’anno scorso la progressione nella ricerca della pulizia e della caratterizzazione è notevolissima, tanto che ho avuto un tentennamento iniziale nel capire quale dei due calici veneti fosse.

E va detto che “la concorrenza” era rappresentata dal Manzoni 2013 di Arturo Vettori. Non propriamente l’ultimo della classe, anche se a questo stadio evolutivo il vino risulta talmente giovane da nascondere il consueto potenziale.

Sul fronte trentino, oltre al Manzoni 2012 di Maso Furli, caratterizzato dall’impatto pieno e potente, nel calice abbiamo trovato il Manzoni 2012 “base” (si fa per dire) di Alessandro Fanti, esempio paradigmatico dell’espressività tipicamente trentina di questa varietà, e Isidor 2011 (sempre di Alessandro), cioè quello che personalmente reputo uno dei più grandi vini bianchi italiani, che amplifica queste stesse caratteristiche arricchendole di una personalità netta, riconoscibile e ammaliante.

FantiArturo ha poi sfoderato due jolly: un Manzoni 2000 (15 anni e non sentirli: frutto pieno e godibile, appena graffiato dal legno che all’epoca era in uso –oggi Arturo usa solo acciaio- e nessun cedimento sul fronte della piacevolezza di beva, grazie ad una freschezza ancora viva ed incalzante) e un Manzoni 2010, dove ritrovo tutto lo stile e la pulizia cui Arturo mi ha abituato.

Ha chiuso la degustazione il Sogno 2011: Manzoni Bianco, Metodo Classico, Dosaggio Zero su cui in casa Cirotto puntano molto. Degustato l’anno scorso in anteprima, avevo sospeso il giudizio. Ora il vino finalmente si manifesta nella sua veste compiuta, con sentori floreali e di lievito, con una bella cremosità e un gusto pieno ben bilanciato dalla freschezza.

La giornata è poi proseguita con l’allegra comitiva che andava alla scoperta dei luoghi dove nascono i Manzoni dei Cirotto, i Colli Asolani e precisamente il Vigneto Costalunga, dove Gilberto, che si occupa della parte agronomica dell’azienda, sta progressivamente sviluppando un approccio colturale sempre più sostenibile ed attento alle esigenze della varietà.

CostalungaVigneto

Alla fine ci siamo ritrovati suggestionati e galvanizzati dalle potenzialità di questa varietà, con la voglia di esplorare nuovi territori e nuove espressioni del Manzoni Bianco.

Io qualche suggerimento a Francesco l’ho dato.

Vedremo cosa tirerà fuori dal cappello l’anno prossimo.

La riscoperta del Neret in Valle d’Aosta

di Marco De Tomasi

Chi mi conosce sa che alla parola “fillossera” reagisco flagellandomi e intonando un pianto greco.

Ovvio che la notizia del recupero di un vitigno considerato estinto sia per me fonte di incontenibile entusiasmo.

Tra Valle d’Aosta e Vallese esiste un gruppo di accademici ed appassionati ampelografi che gira incessantemente tra i vecchi vigneti alla ricerca di qualche Santo Graal viticolo.

La storia del recupero del Neret de Saint Vincent inizia qualche anno fa, intorno alla metà degli anni 2000.

Rudy Sandi è un appassionato ampelografo che nel suo vigneto di Gressan possiede vigne centenarie di vecchie varietà, che cura con maniacale attenzione.

neret1Nota che una pianta ha caratteristiche difformi da quelle vicine: foglie, portamento e grappolo.

Invia così dei campioni a José Vouillamoz, un ampelografo genetista svizzero.

Il DNA viene confrontato con le banche dati disponibili e la risposta non tarda ad arrivare: “genoma sconosciuto, varietà sconosciuta”.

Rudy inizia così una vera e propria indagine alla ricerca dell’identità di questa vite, girando per la valle, chiedendo ai vecchi vignerons e sottoponendo la questione anche a Giulio Moriondo, altro appassionato ampelografo e bioenologo di fama internazionale, collega di Vouillamoz (hanno scritto insieme Origine des cépages valaisans et valdotains (Origine dei vitigni vallesi e valdostani)

Si intuisce che l’uva misteriosa potrebbe essere Neret.

Ma la questione è ben lungi da essere risolta, perché in Valle il termine “Neret” si riferisce guarda caso a “qualsiasi uva a bacca rossa che non sia altrimenti classificabile”.

L’indagine è lunga e si va per esclusione, confrontando il genoma con i Neret conosciuti, provenienti dal Piemonte (canavesano e pinerolese – Chatus –), accertando che non vi è parentela.

Si allarga l’analisi ad uno spettro più ampio, scoprendo che l’uva in questione dimostra una parentela genetica con altri vitigni autoctoni valdostani conosciuti, come Mayolet, Petit Rouge, Cornalin e, anche se più diluita, con il Fumin. Vi è inoltre una parentela di primo grado (padre-figlio) con il Rouge de Pays, vitigno un tempo presente in Valle e oggi confinato al Vallese, in Svizzera.

Si tratta quindi di un Neret valdostano, di cui storicamente si conoscono tre sottovarietà: il Neret rare (nel senso di spargolo), il Neret gros e il Neret picciou (più compatti), un tempo diffuse nella media e bassa valle, soprattutto nella zona di Chatillon e Saint Vincent. Da qui la decisione di ribattezzarlo come Neret de Saint Vincent.

E qui entra in scena Didier Gerbelle, giovane e talentuoso vigneron di Aymavilles, che conosce Rudy e segue appassionatamente i lavori di Moriondo e Vouillamoz.

CastelloAymavilles

Viene recuperato altro materiale da vecchie vigne sparse nella valle e nel 2009 decide di dare via all’impianto di questa varietà ritrovata nei suoi terreni.

Sabato 22 novembre 2014 i protagonisti di questa ricerca hanno svelato la vicenda che vi ho appena raccontato.

Le giovani vigne di Neret hanno dato il loro primo frutto nel 2013: appena 260 bottiglie che Didier ha presentato con l’etichetta L’aîné, un omaggio a suo figlio Cristophe e un augurio di rinascita per la coltivazione di questa varietà dimenticata. Con l’annata 2014 le bottiglie disponibili saranno 900.

L'aineNeret

Il lavoro di ricerca e di caratterizzazione di questa varietà non è però ancora concluso: Didier intende nel futuro separare le viti ricavate dal materiale reperito in bassa valle rispetto a quello della media valle. Notando infatti che in autunno le foglie delle viti provenienti da una zona sono rosse, mentre le altre diventano gialle, è convinto che si tratti per lo meno di sottovarietà diverse che vanno ulteriormente studiate.

Va da sé: il valore intrinseco di questo vino va ben oltre le sue qualità organolettiche. Ma Didier ci sa comunque fare: nel calice troviamo un vino ancora fin troppo giovane ed esuberante, l’impatto al naso è dapprima fruttato, ma si smarcano già note austere e speziate in sottofondo, e la sensazione è che il vino abbia una duplice personalità, che si svelerà nella sua interezza solo dopo un lungo affinamento in vetro.

Nota a margine, il Neret è, assieme al Picotendro (Nebbiolo), l’uva che dava origine al Clairet de Chambave, un vino passito di grande prestigio, scomparso ad inizio ‘900. Si intravede quindi la possibilità di riportare in vita un vino rinomato che credevamo ormai confinato solo agli antichi testi di enologia.

Ma non solo Neret: è stata l’occasione per presentare ufficialmente al pubblico il Ten Perdu 2009, il Fumin di Didier, che avevo già avuto l’occasione di assaggiare quando era ancora in affinamento.

TenPerduFumin

Un vino che riesce quasi a commuovermi nella contemplazione della sua bellezza. Di quelli che hanno quel che di indefinibile che li rende superiori ad altri e che mi piace definire “in sottrazione”, un Fumin che non ha bisogno di mostrare i muscoli per svelare tutta la sua grandezza, la sua profondità e nobiltà. Semplicemente meraviglioso !

Didier Gerbelle
Fraz. Cheriettes, 20
11010 – Aymavilles (AO)
www.gerbelle.vievini.it
gerbelle@hotmail.it
Rudy Sandi
Fraz. Echandail , 1
11020 – Gressan (AO)
Rudysandi@gmail.com
Giulio Moriondo
11020 – Quart (AO)
www.vinirari.net

Gustus 2014 – Il report da Palazzo Valmarana

di Marco De Tomasi

Eppur si muove !

Fino ad un paio di anni fa, mai avrei detto che i Colli Berici potessero scrollarsi di dosso il torpore e alzare la manina per dire “ci sono anch’io !”.

L’ho sempre detto: territorio con enormi potenzialità che rimane aggrovigliato su se stesso, senza apparente capacità di sviluppo.

Gustus

Dal punto di vista enologico i Colli Berici sono ancora un brodo primordiale: una proposta quanto mai estesa ed eterogenea, con un autoctono, il Tai Rosso, che stenta ad emergere da questo magma ribollente e mai uguale a se stesso.

Ci voleva uno come Mauro Fermariello, un foresto ad accorgersi di questa peculiarità berica: per altre zone, altre denominazioni (Valpolicella o Langhe, ad esempio) è subito chiaro anche al più distratto dei visitatori qual è il prodotto identificativo del luogo.

Sui colli il Tai Rosso resta una presenza comprimaria, da tutti indicato come primo della classe che per timidezza (alimentata anche da una certa dose di insicurezza) se ne sta in disparte.

Lo stesso Mauro ammette che è la prima volta che gli capita, esplorando una zona vinicola, “di non capirci niente”.

Mauro ha firmato un bellissimo corto promozionale sui colli, nello stile del suo videoblog Winestories che molti di voi sicuramente conoscono.

Emerge tutta la bellezza dei colli, di una natura ancora poco antropizzata, un’isola felice che innalza le sue pareti di roccia calcarea sulle nebbie della pianura padano-veneta.

Lavoro commissionato dall’Associazione Strada dei Vini dei Colli Berici, che sembra aver finalmente individuato le leve giuste per promuovere questo magnifico territorio.

Il tutto presentato nelle stanze di Palazzo Valmarana, ormai sede fissa di Gustus, rassegna dedicata ai prodotti tipici dei Berici.

Diversi gli assaggi che mi hanno colpito favorevolmente quest’anno.

Un Prosecco decisamente insolito quello presentato da La Pria: l’Extra Brut 0.5 si esprime su un’altra lunghezza d’onda rispetto alle più conosciute versioni trevigiane. Con il prosecco, il gioco di equilibrio tra sapidità, freschezza e frutto è un esercizio difficile che questo vino riesce a gestire magistralmente.

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Proseguo poi con un paio di Tai Rosso, quello a semplice denominazione di Pegoraro e La Grenade di Colle di Gà che si distinguono per la netta impronta territoriale abbinata ad un solido impianto.

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Sempre da Colle di Gà, segnalo il rosso La Cerise Noire, da uve cabernet franc e cabernet sauvignon, ben calibrato e privo di accenni erbacei.

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Opulenti, voluminosi ma altrettanto schietti e diretti (come chi li fa) i rossi proposti da Tenuta Maraveja, azienda che già da qualche tempo ho annotato tra quelle da tenere d’occhio nel panorama berico.

Infine, la sorpresa: Arcugnano Conte Capnist, con un Cabernet Franc in purezza di rara finezza ed eleganza che ha lasciato decisamente il segno.

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L’edizione 2014 di questa piccola manifestazione si è rilevata rincuorante: mi ritrovo a considerare con occhio diverso i vini del mio pianerottolo !

53a Festa dello Spiedo – Isola Vicentina

Domenica 19 ottobre 2013 animeremo lo spazio dedicato alla mescita vini in occasione della Festa dello Spiedo, il principale evento gastronomico organizzato dall’Associazione Pro Isola e che vede la piazza di Isola Vicentina trasformarsi in una cucina a cielo aperto dove fin dalle prime luci del mattino e fino a sera girano i tradizionali spiedi.

FestadelloSpiedo

Queste le etichette scelte per l’edizione di quest’anno:

  • Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Brut – Vettori – San Pietro di Feletto (TV)
  • Franciacorta Satèn – Camossi – Erbusco (BS)
  • Lambrusco dell’Emilia Solco – Paltrinieri – Sorbara (MO)
  • Vigneti delle Dolomiti Muller Thurgau 2010 –Rudi Vindimian – Lavis (TN)
  • Gambellara Sarò 2012 – Cristiana Meggiolaro – Roncà (VR)
  • Uvenere 2013 – Paride Iaretti – Gattinara (VC)
  • Bardolino Le Fraghe 2013 – Le Fraghe – Cavaion Veronese (VR)
  • Valle d’Aosta Torrette 2013 – Frères Grosjean – Quart (AO)
  • Veneto Rosso Grande 2009 – Tenuta Maraveja – Brendola (VI)
  • Colli Euganei Fior d’Arancio – Vigna Roda – Vo Euganeo (PD)

Vi aspettiamo numerosi al banco di mescita per raccontarvi i calici che abbiamo scelto per questa edizione.

Se oltre ad assaggiare i vini, volete fermarvi a pranzo, consigliamo la prenotazione, telefonando allo 0444 976081.

Vinitaly 2014 – Il report da Verona

di Marco De Tomasi

Ed eccoci alla fine dei miei report dalle fiere Veronesi.

Vinitaly: ovvero il gran varietà enoico che concentra per poco meno di una settimana l’attenzione di politici e media su Verona.

Vinitaly 2014

Diverse le novità nella formula, quest’anno.

Prima cosa: hanno concesso l’accredito anche a noi wine blogger.

Ed è un buon balsamo per l’ego. Non tanto o solo perché l’accredito ti da il diritto di accedere gratuitamente alla manifestazione (comunque in un modo o nell’altro si entrava lo stesso), quanto per il fatto di vedersi finalmente riconosciuto lo status di “operatori” di settore.

Poi: non c’era Maroni (almeno non in forma istituzionalizzata). E nessuno ne ha sentito la mancanza.

Altra novità, VinitalyBio: il padiglione dedicato alle aziende con certificazione biologica o biodinamica. Con dinamiche che rasentavano il grottesco: si sono visti piccoli artigiani trovarsi fianco a fianco di grandi aziende che tentavano di rifarsi una verginità. Autentici Giano che tenevano un basso profilo con hostess in castigato tailleur, mentre ad un paio di padiglioni di distanza si erano dotati di megastand finta discoteca con tanto di ammiccanti cubiste in minigonna.

Ho trovato il nuovo Padiglione Internazionale piuttosto freddino ed asettico: ho fatto un giro veloce e non ho assaggiato nulla.

Guardando la piantina i miei poli di attrazione erano quasi tutti in alto a sinistra: ViViT., VinitalyBio e poi Valle d’Aosta, Liguria e Piemonte.

MappaVinitaly2014

Non solo i miei, a giudicare dalla ressa …

I miei tre giorni veronesi li ho passati quasi tutti lì, con qualche rinfrescante puntata in Trentino, che trovandosi al capo opposto della fiera, mi ha permesso di fare qualche assaggio spot qua e là.

Il ViViT dentro il Vinitaly è un po’ come quei box che si trovano nei centri commerciali pieni di palline colorate. Torni bambino e del resto non ti frega quasi nulla: ti ci butti dentro a peso morto, con l’unico intento di godere.

Dentro c’è una variegata ed allegra compagine di artigiani anarcoidi e natural-vinoveristi, fuoriusciti da Villa favorita o dalla fabbrica di Cerea,  la parte più concreta e meno sognatrice del movimento (cattiverie di corridoio dicono anche quella meno “dura & pura”).

Sia quel che sia, io mi ci trovo a mio agio.

Mi piace la concretezza, il fatto che quasi nessuno qua dentro (ho scritto “quasi”) ti tiri il pippone bionaturalverista prima di versarti da bere (se sei lì dentro, non c’è necessità), ma soprattutto mi piacciono i risultati nel calice.

Partendo con Stefano Menti: l’ultimo nato è l’Omomorto MC 2010 (1), con etichetta rovesciata e bottiglia proposta “in punta”: la sboccatura è fai da te. Oggi va di moda così, tra i produttori più cool. Tralasciando la fatica, il mezzo calice di vino perso nell’operazione e l’immancabile camicia inzaccherata che ti costa il dégorgment à la volée (ma il diabolico Stefano ha escogitato anche un attrezzo da inserire nella spumantiera per fare la sboccatura nella boule, dimezzando fatica, quantità di vino perso e risolvendo le problematiche di lavanderia), questo Durello è davvero buono, dritto e sferzante come deve essere. Ha l’unico difetto di mettere in ombra l’omonima versione Charmat, già di per sé un riferimento per la tipologia.

OmomortoMC2010

Agguerrita la serie di importatori e selezionatori: da Mineral, Luigi Fracchia mi ha colpito con Patrick Baudouin e il suo Anjou Le Cornillard, chenin blanc da vigne vecchie su scisti, dall’espressione potente e nettamente minerale.

Alla postazione di Les Caves de Pyrene ho annotato un altro vino dalla Loira: il Savennières Arena 2012 di Agnès e René Mosse. Sempre chenin blanc, stavolta da vigne giovani su sabbia e scisti. Grasso e teso allo stesso tempo, da dimenticare in cantina.

Arena2012

Nino Barraco è sempre una garanzia: le due etichette di grillo (Vignammare e, appunto, Grillo) sono prorompenti, così come lo Zibibbo vinificato secco, dalle intense suggestioni tropicali. Tra i rossi spicca per eleganza il Pignatello.

Dal Trentino, la Nosiola di Castel Noarna, dalla precisa espressione varietale.

Passando ai rossi, confesso vergognosamente che non avevo mai incontrato i Syrah di Stefano Amerighi. Sono rimasto spiazzato dall’eleganza che ne sovrasta la forza, cosa rara da riscontrare nei syrah italiani: già splendido il “base”, la selezione Apice lascia decisamente il segno !

Conferme anche dalla Calabria: il Cirò Classico Superiore Riserva di A’Vita rimane uno dei miei vini preferiti; dalla costa opposta ottima prova anche del Toccomagliocco de l’Acino.

Unico e riconoscibile come sempre il Taso, Valpolicella Classico Superiore di Cecilia Trucchi (Villa Bellini). A fianco c’erano Alessandra e Carlo di Monte dall’Ora: mi sono limitato all’assaggio dei due Valpolicella, il Classico Saseti e il Classico Superiore Camporenzo. Vini che dovrebbero essere presi ad esempio dai tanti (troppi) produttori che giocano sugli appassimenti per dare volume e tenere il passo degli Amarone: credetemi non ce n’è bisogno !

Dalla Toscana Tenuta di Valgiano ti riconcilia con i supertuscan con il suo Rosso Colline Lucchesi (sangiovese, syrah e merlot) e Riecine ti disarma con il suo Sangiovese 2010.

Finisco sui dolci: sorpreso dalla Malvasia delle Lipari di Lantieri (no, non c’entrano nulla con quelli della Franciacorta), lontana anni luce dalle versioni stucchevoli e resinose che inondano il mercato.

MalvasiaLantieri

Chiosa l’Uvapassa di Villa Bellini. Il recioto-non-recioto prodotto solo in annate eccezionali. Un rosso dolce particolarissimo, dalle suggestioni mediterranee e dalla beva leggiadra.

Ma Vinitaly non è solo ViViT e gli artigiani, anche quelli bionaturalveristi, non sono tutti confinati in riserva.

Ho voluto ad esempio verificare le nuove uscite di due piccoli produttori di Gambellara presenti al Vinitaly Bio.

Davide Vignato ha concluso la conversione al biologico e da un paio d’anni sta approcciando la biodinamica. Il prodotto che sembra essersene giovato di più è la selezione Col Moenia, che ha abbandonato i toni muscolari (e un po’ piatti) del passato, per trovare una dimensione più verticale ed espressiva. Più semplice ma sempre valido il prodotto base El Gian. Come dicevano al MIT: “non sappiamo perché, ma la biodinamica funziona”.

Cristiana Meggiolaro presentava invece il Gambellara Sarò, da leggere in prospettiva perché ancora in divenire e un sorprendente Durello Sui Lieviti Sotoca’. Il sorso è pura vibrazione, divertente ed intenso, rispettoso della varietà e del frutto, che si evidenzia nel finale di bocca.

DurelloSotoca

Tornando ai padiglioni “tradizionali” una tappa in Valle d’Aosta è d’obbligo.

Da Ermes Pavese per il Blanc de Morgex et de la Salle Metodo Classico, che evoca al naso erbe aromatiche frammiste a note dolci e poi per il Blanc del Morgex et de la Salle Nathan, che rispetto al primo assaggio fatto in agosto è riuscito ad assorbire quasi del tutto l’impronta del legno, arricchendosi di sfumature. Ma il mio preferito rimane la selezione Le Sette Scalinate, una delle espressioni più nitide e profonde del Priè Blanc senza mediazioni.

Didier Gerbelle rimane uno dei miei produttori preferiti in Valle: confermata la bontà del Pinot Gris Le Plantse, del Jeux de Cépage  e dei rossi Torrette Superieur Vigne Tsancognein e Peque-Na!, mi ha travolto con il Fumin 2009, senz’altro il rosso che più mi rimarrà impresso in questa edizione del Vinitaly !

Infine, buonissimo il Nus Malvoisie Flétri di Les Granges, dalla dolcezza delicata, setoso al palato.

Liguria. Non vi tragga in inganno l’aspetto glamour: Giovanna Maccario è una vignaiola di carattere. Lo avverti immediatamente nei suoi Rossese di Dolceacqua. Pura eleganza, rigore ed integrità. Se le prestazioni dei due cru Luvaira (più rotondo) e soprattutto Posaù (più preciso ed austero) sono quasi scontate, a sorprendere quest’anno è la “base”, per la sua schietta ed istintiva espressività mediterranea.

Spostandomi in Trentino non posso fare altro che confermare che Isidor 2010 rispetto all’anno scorso è cresciuto e va a sovrapporsi alla superlativa annata 2008. La selezione di manzoni bianco di Alessandro Fanti può aspirare al titolo di migliore bianco d’Italia !

Nuova etichetta per Mattia Filippi: Xurfus è un Müller Thurgau ben disegnato e rispettoso del vitigno.

Sul versante totalmente opposto il Müller Thurgau di Rudi Vindimian, un’interpretazione estrema e molto personale che non manca mai di entusiasmarmi.

Grasso e voluminoso lo Chardonnay Arlevo di Eredi Cobelli Aldo, azienda da tenere d’occhio.

Girellando per la fiera non ho potuto fare a meno di fermarmi da Pier Paolo Antolini: l’Amarone Moropio si conferma come uno dei campioni della tipologia, per profondità e facilità di beva.

Breve passaggio anche in Friuli, dove ho sostato allo stand di Aquila del Torre: Oasi è un affascinante versione di picolit vinificato secco, davvero interessantissima. Luminosi e ben scanditi anche i dolci Verduzzo Friulano e Picolit, il primo adatto ad accompagnare la pasticceria, l’altro più versatile sul fronte dei formaggi.

Come al solito tengo per ultimo il Piemonte. Ques’anno un po’ troppo  “ultimo”: sono arrivato praticamente quando stavano sgombrando gli stand ! Rapidamente assaggio la gamma di Massimo Clerico: tutti ottimi, dal Coste della Sesia al Lessona, ma quello che arriva diretto, potente e ben contrastato è lo Spanna 2010: bellissimo esempio di nebbiolo dell’Alto Piemonte.

Spanna2010

E alla fine ho costretto Silvia Barbaglia a tirar fuori le bottiglie smezzate dagli scatoloni, già pronte per essere caricate in auto:  brilla la prestazione della Vespolina Ledi, fa la finta semplice e poi mi resta in testa, accompagnando il rientro da Verona.

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(1) Mi scopro un fine umorista …

VinNatur 2014 – Il report da Villa Favorita

di Marco De Tomasi

VinNatur resta la più divertente di tutte le fiere collaterali al Vinitaly.

Per l’ambientazione, per l’organizzazione impeccabile, per i vignaioli, per il pubblico.

VinNatur2014

Se però ci limitiamo all’aspetto fondamentale, vale a dire il vino, quest’anno l’ho trovata meno stimolante del solito.

Sarà che soffro un po’ di assuefazione, sarà che le nuove referenze veramente valide sono poche, sarà che alla fine nei miei schemi mentali mi portano a non soffermarmi su prodotti e persone che invece meriterebbero un maggiore approfondimento.

Saranno forse i vini che ho assaggiato e che non mi hanno esaltato.

Sarò io che forse non ero in giornata.

Non so dare un risposta precisa.

Fatto sta che non sono riuscito a sintonizzarmi perfettamente con questa edizione 2014.

A conti fatti di cose buone ne ho trovate più qui che non a Cerea.

Però anche qui ho trovato vini dal profilo organolettico impreciso, non pronti (ma questo vale per qualsiasi fiera: presentare i vini della vendemmia 2013 ad aprile è generalmente un azzardo).

Molti i vini a mio avviso irrisolti: grandiose sinopie di affreschi che mai saranno portati a termine. Si intravede tutto il potenziale, che rimane purtroppo materia grezza, ricchissima ma scarsamente definita. Dei vini “michelangioleschi”, che riescono a dare un’idea ma non veicolare una espressione nitida del territorio di provenienza.

Mettiamo da parte il mio psicodramma, e veniamo ora alle tante eccezioni presenti a Villa Favorita:

Partiamo da Ca’ de Noci, che vince su tutta la linea: dal Metodo Classico al … nocino. Sicuramente l’azienda che per precisione e coerenza stilistica di tutte le etichette presentante è risultata la migliore, non solo di VinNatur, ma di tutta la tornata delle fiere veronesi 2014.

CaDeNoci

Lo Champagne Extra-brut Les 7 di Laherte Frères ha complessità e profondità fuori del comune: sette varietà (oltre ai classici chardonnay, pinot noir e pinot meunier troviamo fromenteau, arbanne, pinot blanc e petit meslier: varietà minori autorizzate per la produzione di Champagne) per sette annate diverse, con assemblaggio simile al metodo Solera. Uno Champagne capace di adombrare i già eccellenti Brut Nature Blanc de Blancs e Extra Brut Les Empreintes della stessa Maison e soprattutto il Brut Nature Zero di Tarlant.

Di Daniele Coutandin vi avevo già parlato in occasione del report da Gusto in Scena a Venezia. Quest’anno era all’esordio a VinNatur e non ha mancato di attirare l’attenzione.

Bella prova corale anche dai vignaioli euganei del Gru.V.E.: in particolar modo i bianchi spiccavano sul resto della proposta presente all’evento. Tra i rossi (sempre superlativi il Marcus di Sambin e il Passacaglia de Il Vignale di Cecilia, per non parlare dei rossi di Monteforche) quest’anno registro anche un netto avanzamento del Vo’Vecchio di Filippo Gamba (Alla Costiera), da questa edizione ottenuto da uve merlot in purezza.

Lungo e personale il Soave Vigne della Brà di Filippi, da vigne vecchie a Castelcerino.

Bene a fuoco anche la gamma di Vercesi del Castellazzo con il Pinot Nero Luogo dei Monti in bella evidenza.

Sempre dall’Oltrepo Pavese i due rossi di Podere il Santo: Rairon e Novecento, due espressioni di uva rara, notevoli, estremi nella loro sostanza e densità, se non ricordo male annate 2003 e 2006.

Altro rosso che mi ha colpito per espressività e precisione è il Cesanese del Piglio Civitella di Mario Macciocca.

Dalla Toscana Le Cinciole, si parte dall’omonimo Chianti Classico fino alla selezione di sangiovese Camalaione in un crescendo di piacevolezza, incentrato sulla pulizia.

Finisco citando Ferdinando Principiano, che ha centrato una annata del Barolo Serralunga, la 2010, che resterà negli annali per la prontezza di beva coniugata ad una tipica espressività (mi sbilancio dicendo che è un best buy nell’area). Barolo Ravera e Boscareto più austeri (ma per loro è questione di tempo). Sempre enorme infine la Barbera d’Alba La Romualda. Un riferimento per la denominazione.

VillaFavorita2014

ViniVeri 2014 – Il report da Cerea

di Marco De Tomasi

Il mio rapporto con ViniVeri (ma lo stesso discorso vale anche per VinNatur), si fa di anno in anno più difficile.

Al pari dello scorso anno sono andato in cerca di cose nuove.

E mai come prima devo dire di aver spesso inciampato su vini quanto meno discutibili, se non del tutto imbevibili.

viniveri-2014-logo

Capitolo I: Orange wine

Al momento sembra la tendenza predominante, tra i vinoveristi.

Domanda: è proprio necessario macerare sempre, tutto, dovunque e comunque ?

A ViniVeri, se chiedi un bianco, nella quasi totalità dei casi devi fare i conti con dei liquidi che esplorano tutta la gamma dell’ambra.

Ma il colore è il minimo.

Il dramma è che non distingui più un trebbiano da una falanghina, un sauvignon da un müller thurgau.

Ti va di culo col gewürtztraminer e col pinot grigio: la macerazione non riesce a sopprimere del tutto le caratteristiche note speziate del primo, mentre sussistono evidenti differenze cromatiche nel caso del secondo.

Ora, la macerazione prolungata sulle bucce è un’arte difficile. Un gioco di equilibrio sottile che ben pochi sanno gestire al meglio.

Dagli assaggi fatti sono arrivato alla conclusione che se non parli o quantomeno capisci lo sloveno, dovrebbe sorgerti il dubbio che gli orange wine non facciano parte del tuo corredo genetico.

Perché fuori dall’area friulano-slovena, sono veramente pochi gli esempi di bianchi macerati davvero validi.

La pratica si sta diffondendo viralmente per tutto lo stivale, rendendo indistinguibili varietà e territori.

Ora scriverò una parola che a voi vinoveristi dovrebbe (a questo punto il condizionale è obbligatorio) fare accapponare la pelle:

OMOLOGAZIONE

Lascio questa riflessione ai vignaioli e ci vediamo tra un due-tre anni.

Capitolo II: un vino difettoso è un vino cattivo

Pazienza qualche difettuccio marginale, ma qui è un altro paio di maniche.

Mi sono imbattutto in alcuni campioni che erano merceologicamente più affini all’acetaia che alla cantina.

Un po’ di volatile va bene, troppa mi fa versare il calice direttamente nel secchio.

E ancora: non sono il sommelier tecnicista fighetto che vuole la pulizia assoluta, ma in alcuni calici si stava tenendo la Woodstock del Brettanomyces incazzato !

No, cari vinoveristi: mi siete simpatici ma non sono più disposto a passare sopra a queste cose in nome del solo ideale. Cerco vino. E lo voglio buono.

Capitolo III: alla fine il lato bello (e i vini buoni)

Al netto di tutto comunque ViniVeri rimane una bella manifestazione.

Innanzitutto per l’atmosfera infinitamente più “easy” rispetto al Vinitaly: non vieni sottoposto allo sguardo inquisitore da parte del produttore, che tenta di capire dove deve collocarti nella gamma che spazia tra il beone (ma quelli vanno al Vinitaly) e il compratore estero pronto a sguainare la mazzetta di dollari pur di aggiudicarsi l’intera produzione annuale.

Il luogo è arioso e le corsie tra i tavoli permettono di radunarsi per quattro chiacchiere senza intralciare le degustazioni.

Detto questo, il mio principale obiettivo a Cerea era il gruppetto di produttori esteri, soprattutto francesi, ben presenti a questa edizione.

Mi limiterò ad elencare gli assaggi più convincenti, precisando che non troverete citati molti “mostri sacri” presenti alla manifestazione per il semplice fatto che da due anni a questa parte cerco di concentrare gli assaggi su quelle che per me sono delle novità o su produttori che mi capita di incontrare con minore frequenza.

Inizio citando Clemens Busch e i suoi Riesling della Mosella. Un crescendo incredibile nei cru di Marienburg che lascia il segno.

ClemensBuschRiesling

Francia: Les Clos Perdus (Languedoc-Rousillon), grande eleganza nel suo Corbières Prioundo 2012. Da leggere in prospettiva invece il Pays des Côtes Catalanes L’Extrême (Rouge) 2010.

Poi Josmeyr (Alsazia), il suo Riesling Les Pierrets  2010 oltre che essere buonissimo è assolutamente didattico se qualcuno volesse far capire la differenza tra Alsazia e Mosella. E poi il suo Pinot Gris Gran Cru Hengst  2007. Fuochi d’artificio: è sul podio dei miei assaggi veronesi.

JosmeyerPG2007

Nicolas Joly, presentava il suo Savennieres Les Vieux Clos, quest’anno non proprio a fuoco e una grandiosa edizione del Coulée de Serrant.

Qualche conferma: innanzitutto Stefano Novello (Ronco Severo), uno che gli orange wine li sa fare: è un’equilibrista che riesce a mantenerne i varietali, estraendo tutto il buono dalle bucce, fermandosi sempre un attimo prima di esagerare. Sul fronte dei rossi, piccola verticale del Merlot Riserva Artiùl. Uno dei miei preferiti nella tipologia.

Poi Zidarich, con una bella Vitovska 2011, e Dario Princic con il Jackot 2011 ottimamente scandito.

Tra le novità quello che più mi ha colpito è stato  Carlo Colombera, con il Coste della Sesia Colombera & Garella 2011 e soprattutto con il Bramaterra Colombera & Garella 2010 , ottimo esempio di nebbiolo dall’Alto Piemonte.

Segnalo infine Il Censo, con un curiosissimo orange wine da uve cattarratto, Praruar 2012 dalle intense note di miele e camomilla.

Fiere 2014 – Il decalogo (se mi conosci, mi eviti)

di Marco De Tomasi

Ci siamo: è iniziato il conto alla rovescia per le fiere veronesi e io sono entrato in meditazione zen per meglio prepararmi all’appuntamento annuale.

Sono armato di accredito stampa per TUTTE le fiere (quest’anno anche il Vinitaly ha aperto a noi blogger cani sciolti).

Le fiere rappresentano per noi appassionati/blogger un appuntamento imperdibile.

Si annusa l’aria per capire le tendenze del mondovino, si verificano le previsioni fatte l’anno prima, si assaggia e valuta per pianificare l’attività editoriale per i mesi a venire.

Tabella di marcia forzata: cinque giorni full-immersion dove cercherò di importunare più produttori possibili e avvicinare soprattutto quelli che per questioni geografiche non riesco a raggiungere facilmente.

Fiere2014

Ma un intervento di tale portata va pianificato a tavolino, come il D-day. Ecco il decalogo cui io solitamente mi attengo:

  1. Ottimizzare i tempi morti: spulciare preventivamente cataloghi e presenze, annotando su un foglio di excel obiettivi e loro posizione.
  2. Equipaggiamento standard: scarpe comode, gilet da pesca/fotografia disseminato di tasche, taschini e tasconi per riporre nell’ordine: smartphone di penultima generazione con discreta capacità fotografica, taccuino, penne (più d’una, non si sa mai), biglietti da visita, fazzoletti e depliant di cui si farà incetta, zainetto con provviste e riserve idriche (con cavolo che mi faccio spennare per un panino con la mortadella. E poi non c’ho tempo per fare la coda al bar).
  3. Per le fiere di dimensioni gestibili (VinNatur, ViniVeri, ma anche ViViT) attaccare con gli spumanti (preferibilmente prima gli charmat e poi i metodo classico), per passare ai bianchi, poi rossi ed infine passiti. Se riuscite cercate di combinare la sequenza anche con un approccio regionale (prima Friuli e Slovenia, tenendo per ultimo il Piemonte).
  4. Per il Vinitaly l’ordine va invertito: prima per regione e poi per tipologia. Viste le distanze da coprire il motto deve essere: testa bassa, poche chiacchere e pedalare. (Avviso ai visitatori: non formate “tappi” tra gli stand perché se siete in traiettoria vi travolgo).
  5. Parola d’ordine: sputare. Tutto (beh … quasi tutto, dai). So che non è bello, ma è un male necessario se si vuole sopravvivere fino al quinto giorno.
  6. Stand famosi e patinati: passare oltre. Prima di tutto i loro vini li trovi in qualsiasi enoteca a un tiro di schioppo da casa tua. Poi loro più degli altri sono lì per fare businness coi buyer stranieri. Cosa vuoi che gliene importi dell’ennesimo articolo scritto da un blogger dal dubbio seguito ?
  7. Gli stand luccicosi vanno evitati come la peste. A maggior ragione se animati da ragazze formose e avvenenti inguainate in tute di lycra traslucida che non lasciano nulla all’immaginazione (il latex non ha ancora fatto la sua apparizione al Vinitaly, ma credo non manchi molto). Se devi ricorrere a questi teatrini per attirare l’attenzione sul tuo stand, vuol dire che il tuo vino ha qualcosa da nascondere.
  8. Sull’altro versante, fuori dal Vinitaly (ma anche al ViViT) potreste incontrare chi prima di versarvi il vino vi fa l’ennesimo pippone epocale sulla naturalità/sostenibilità/io-faccio-vino-gli-altri-bibite-alcoliche/bla/bla/bla. Ma dico io: se sono qui e non a Verona qualche idea in merito me la sarò pur fatta, no ? Non cercare di vendermi il metodo al posto del vino, sennò inizio a ringhiare !
  9. Gli stand consortili/regionali sono delle ottime alternative per avvicinare denominazioni a voi sconosciute. Le denominazioni “sfigate” (vale a dire quelle poco frequentate) possono riservare sorprese.
  10. E non fate l’errore come ogni anno di lamentarvi dello stato di manutenzione dei parcheggi. Lo sanno anche i sassi che è un punto dolente del Vinitaly. Ringraziate di trovare posto. E in fondo il treno può essere un’ottima alternativa, specie se non siete riusciti a tenere fede al proposito di usare le sputacchiere.

Gusto in Scena 2014 – Il report da Venezia

di Marco De Tomasi

Come ho già commentato sul gruppo facebook di questo blog, le ambientazioni veneziane delle manifestazioni sono sempre tanta roba.

Alla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista c’è Gusto in Scena.

GustoInScena

Scorro l’elenco delle aziende partecipanti: ne noto una che inseguo vanamente da un paio d’anni.

Quindi si rende necessario un giretto a Venezia.

Il treno sferraglia in una nebbiosa mattinata di primavera alla volta della città lagunare.

La Scuola Grande di San Giovanni Evangelista è a due passi dalla stazione, sulla riva opposta.

All’ingresso c’è confusione, subito non capisco quale ne sia il motivo, poi qualcuno mi fa notare che tra i tavoli della gastronomia c’è Carlo Cracco che tenta di guadagnare l’uscita cercando di farsi strada tra chi gli chiede un autografo e chi vuole toccare un lembo della veste del divo televisivo, sperando gli venga così infusa una particola di capacità culinaria.

Passo oltre a testa bassa: “sono qui per un altro motivo” (cit.)

Recuperato il calice da degustazione si iniziano le danze con qualche assaggio “di cortesia”, alcuni si rivelano in realtà più che soddisfacenti.

Ma prima di accennarne, veniamo subito ai risultati della giornata.

L’OBIETTIVO

Daniele Coutandin e i suoi Pinerolese. Sono venuto a Venezia apposta. Colpito e affondato ! Qui siamo anche oltre al concetto di viticoltura eroica: 0,8 ettari con pendenze che arrivano al 100%. Se le trovi scritte nelle guide resti ammirato, quando le vedi in foto non ci credi. E non le ho (ancora) viste dal vivo ! Una zona, la val Chisone (Piemonte), che devi andare a cercare sull’atlante e delle uve con nomi che sembrano usciti da un libro di fiabe (Avanà, Avarengo, Chattus, Bequet). Il Ramìe 2012 è tutto quello che ti aspetti da un vino di montagna. Dritto, dalla freschezza citrina e che al momento non fa sconti, hai tutta l’impressione che voglia sfidare il tempo e concedersi con molta parsimonia. Decisamente più generoso il Ramìe 2011, che ha sì la verticalità alpina, ma anche ampiezza, profondità e complessità. C’è un po’ di volatile in evidenza ma che aiuta  e da espressività al vino. Barbiché 2010, è un Ramie declassato per squisite questioni burocratiche. Ancora un’espressione diversa, più morbida e distesa, sempre comunque di gran fascino.

Ramie

LA CONFERMA

San Salvatore 1988. Siamo in Cilento. Azienda che avevo già conosciuto a Vinitaly. Ben caratterizzate le due versioni di Fiano, una (Trentenare 2012) marina, salmastra, con richiami di erbe aromatiche, dal sorso vibrante e ben scandito, l’altra (Pian di Stio 2012) più complessa, da uve coltivate ad altitudini più elevate, piena e articolata in bocca. Poi due versioni di aglianico. Il Jungano 2012 è un aglianico di esemplare equilibrio tra struttura e piacevolezza di beva. Omaggio a Gillo Dorfles 2010 è un vino ambizioso, un aglianico che condensa tradizione e modernità. Da tenere in cantina. Sempre che ci riusciate.

SanSalvatore1988

LA SORPRESA

Ferragù. Azienda della Valpolicella, zona allargata, Illasi. Dove sta Dal Forno, tanto per per capirsi. Valpolicella Superiore 2010 con un naso spiazzante, più floreale che fruttato, di bella materia, sostanzioso ma senza abbandonarsi a caricature amaronesche. Amarone  2008 potente, complesso e dalla beva straordinaria, senza accenni reciotati. Unica nota dolente, il prezzo “violento”: 60 Euro per l’Amarone. Più abbordabile il Valpolicella, ma sono sempre 20 Euro.

AmaroneFerragù

Oltre a questi, vi segnalo alcuni assaggi degni di menzione: OttoLustri 2010Ronc Soreli, un Friulano particolarissimo, ottenuto da uve parzialmente botritizzate che aggiungono notevole complessità ad un vino già di per sè di buona struttura. Buona prova anche dal Friulano Sbilf 2011 di Lis Fadis, le cui uve subiscono una macerazione di 5-6 giorni. Rimandi di resina si sovrappongono alle note varietali con buona corrispondenza in bocca. Interessanti e meno “piacioni” di quello che mi aspettavo i Lugana di Tenuta Roveglia: il Lugana Riserva Vigne di Catullo 2011 ha delle buone prospettive nonostante un sorso al momento un po’ troppo “zuccheroso”. Il Lugana Vendemmia Tardiva Filo di Arianna 2011 è dotato di complessità e lunghezza. Entrambi da leggere in prospettiva, per essere colti al meglio. Colpito allo stesso modo dagli assaggi dei vini di Tua Rita, che magari piacioni lo sono, ma devo dire con garbo: particolarmente efficace a mio avviso il Perlato del Bosco 2011, da uve sangiovese in purezza.

Rilievo

Sorgente del Vino Live 2014 – Riflessioni da Reggio Emilia

Roberto ci rende partecipi di alcune sue personalissime riflessioni, non tanto sul mondo del naturale e sulla  “filosofia” alla sua base, quanto sull’obiettività di noi appassionati degustatori !

di Roberto Stocco

Il numero di manifestazioni dedicate al vino ha raggiunto oramai un numero talmente elevato che non bastano i fine settimana di un anno per metterle tutte in fila.

Dal 15 al 17 Febbraio si è svolto a Reggio Emilia Sorgentedelvino Live 2014, evento che riuniva un bel gruppo di produttori che hanno come filosofia produttiva il rispetto della natura, delle tradizioni e del territorio.

Una sede facile da raggiungere, un’area ben disposta e produttori in ordine casuale.

SDVL14

Tra le 150 aziende presenti, molte animano le discussioni dei social networks ed io, che mi aggiorno grazie a Facebook e Twitter, ho sentito la necessità di andare a testare aziende a me sconosciute ma con giudizi esaltanti.

Sono curioso e mi spiace perdere qualche perla dell’enologia italiana, me la segno e la metto nella mia lista dei desideri.

Ho fatto quindi una veloce cernita dei produttori e mi è rimasta una lista di 43 nomi: Decisamente troppi per una mezza giornata!

Ulteriore scrematura e via con il tour nazionale che mi ha fatto viaggiare dalla Sicilia al Piemonte.

Molti assaggi piacevoli, altri un po’ anonimi ed alcuni assolutamente da dimenticare (a mio gusto personale).

Nel viaggio di ritorno ho cercato di collegare le mie esperienze di giornata a tutto quanto avevo letto su internet:  Buona parte dei miei giudizi erano distanti dall’enfasi con cui venivano descritti sui social quindi mi assale un grosso dubbio sull’utilità di certe valutazioni.

Certo, nessuno mi obbliga a leggere certi commenti , però mi pongo questa domanda: Quanto sono influenzati i nostri giudizi da questa moda del naturale a tutti i costi?

Apprezzo il vino velato, non mi da assolutamente fastidio vedere qualcosa in sospensione, ma deve dare valore al vino altrimenti io lo chiamo difetto.

Mi piacciono le macerazioni e la volatile, a volte anche estreme, ma deve comunque risultare un vino coerente con il  vitigno di partenza.

A Sorgentedelvino live ho trovato vini che personalmente non “berrei a secchiate”, anzi non berrei proprio. Ho assaggiato vini che sono state piacevoli scoperte ed altri che hanno confermato grande professionalità dei produttori.

Mi ha fatto piacere provare vini affinati su acciaio, legno, cemento ed anche creta, vitigni internazionali ed autoctoni che non sapevo neanche esistessero.

Quello che mi porto dentro dalla visita a Reggio Emilia è una molteplicità di assaggi che hanno ampliato il mio bagaglio di esperienze ma che mi faranno evitare anche di perdere tempo a leggere certe recensioni.

Parliamo e scriviamo di vino ma soprattutto beviamolo a mente serena e lontana dalle mode!