18 Aprile 2017

di Marco De Tomasi

BAROLO

FRANCIACORTA

MORGEX

COLLI EUGANEI

GHEMME

VALDOBBIADENE

CHAMPAGNE

GAMBELLARA

MONFERRATO

BARDOLINO

CHIANTI

TRENTINO

FRIULI

MONTEFALCO

Questa data rimarrà scolpita nella memoria di tanti vignaioli, e probabilmente supererà le generazioni.

Non si ricorda un evento così esteso e diffuso: gelate tardive hanno pesantemente colpito tutto il nord Italia, ma anche buona parte del centro e anche in Francia e in Austria, quando le viti erano già in fase di avanzato germogliamento.

La capacità produttiva di queste vigne è compromessa per l’anno 2017.

Ci saranno vignaioli che vedranno nuovi frutti solo con la vendemmia 2018.

Vale a dire fra 17-18 mesi.

Un anno e mezzo.

Noi blogger siamo fortunati: pochi di noi vivono di questa attività. Chi ci riesce probabilmente si conta sulle dita di una mano o poco più.

Raccontare il vino è una passione, un passatempo.

Chi invece il vino lo fa, molto spesso, quasi sempre, di quello campa. Con tutta la famiglia.

Immaginare come ci si possa sentire vedendo la propria fonte di sostentamento annichilita nel giro di una notte è difficile, dal nostro punto di osservazione, seduti al caldo davanti alla tastiera di un PC.

Per chi vive dei frutti della vigna ora diventa tutto più difficile: molte vigne non produrrano, altre daranno poca uva.

Tutte andranno comunque curate, per regolare una vegetazione che, in carenza di frutti, potrebbe risultare esuberante.

E questo senza la prospettiva di raccogliere in autunno.

L’idea un po’ bucolica, fatta di poesia e un pizzico di retorica, si è scontrata con la dura realtà di Madre Natura, che spesso è generosa, ma qualche volta può essere puttana.

Spesso mi trovo a riflettere sull’immaginario ideale raccontato da chi comunica il vino per passione.

Un mondo fatto di paladini della vigna, idealisti che rincorrono un sogno un po’ hippy, depositari di un verbo seguito fideisticamente da nuvole di adoratori.

Ma, come tutti i mondi ideali è lontano dalla realtà.

Una realtà fatta di affitti, di mutui, di clienti che non pagano, di fornitori che sollecitano pagamenti, di dipendenti che vanno pagati e di mille altre piccole e grandi beghe che ogni attività umana si tira naturalmente dietro.

Dimenticando che stiamo parlando di gente che fa vino per campare, che ha un’azienda, e che il codice civile ci dice debba fare profitto. Non dico da diventare ricchi, ma quanto meno da vivere decorosamente.

Ho espresso in altra sede la mia piena solidarietà a chi è stato colpito da questa autentica calamità, ma al tempo stesso mi è chiara tutta la mia inadeguatezza di fronte ad un evento così grande.

Quando 10 euro o anche meno vi sembrano un’eresia per una bottiglia di vino, pensate alle immagini all’inizio di questo post.


P.S.: le foto le ho raccolte qua e là in rete. Non ho rilevato chi sono gli autori. Se qualcuno desidera essere citato o vuole che le sue foto non compaiano, non ha che da chiederlo.

Il senso di Marco per il vino (o della tavernellizzazione del Prosecco)

di Marco De Tomasi

Capita che per caso ti ritrovi in mezzo a una festa di compleanno di qualche bambino.

Ai bambini in queste occasioni è concesso eccedere con bevande dolci e gassate.

Qualche volta, è possibile che un genitore previdente riservi una bottiglia di vino per gli adulti.

Il più delle volte si tratta di etichette dimenticabili, roba da meno di due euro all’ipermercato, certo non prodotta per lasciare tracce indelebili nella storia dell’enologia.

Anche questa volta non fa eccezione.

O forse no.

Perché quella bottiglia, suo malgrado, mi è rimasta impressa.

Non sono riuscito a finirlo.

Non c’è riuscita mia moglie, ormai assuefatta ai vini a cui l’ho abituata.

Non ci sono riusciti gli amici, tra cui ci sono appassionati di vino o gente che qualcosa ne capisce.

I nostri ospiti, a onor del vero, non ce l’hanno certo decantato. Per loro era vino, quanto le altre bottiglie facevano parte di diversa categoria merceologica. Un liquido riservato agli adulti che non gradissero le bevande dolci. Tanto bastava.

Ma la veste di quella bottiglia diceva altro.

Prosecco, bottiglia elegante, etichetta ricercata con immagine di villa palladiana (non so se reale o solo stilizzata), fascetta doc.

Probabilmente costava anche ben più di due euro.

Non mi chiedete il produttore, non l’ho memorizzato.

E nel mio discordo ha poca importanza.

Perché non era un vino in tetrapack: quella era un bottiglia con delle velleità.

Non aveva la rassicurante ignoranza del vino in tetrabrik.

Era una bottiglia che affermava di contare qualcosa nel mondo del vino.

Una bottiglia con un nome importante in etichetta, quello di una doc: Prosecco.

E la cosa mi disturba.

Perché non si può pensare di contare davvero qualcosa producendo vino senza identità che non sia quella formale della denominazione e dell’etichetta.

Prosecco buono in giro ne esiste, ma sta di fatto che quella bottiglia da fuori era identica a quello buono.

Anzi, si era camuffata da quello buono.

Perché il consumatore medio, che non distingue tra doc e docg, a volte fa fatica a distinguere anche tra buono e cattivo, tanto è vino.

Davvero ha senso produrre un vino così ?

Davvero ha senso la proliferazione indiscriminata di ettari ed ettari dedicati a glera, pinot grigio e moscato senza arte né parte ?

Per quelli come me, per cui il vino è identità e territorio e non una generica commodity, la risposta può essere solo una: NO !

Agli altri, quelli che hanno bisogno di una bevanda “adulta” da versare ai grandi durante le feste dei bambini, consiglio di comprare il vino in tetrabrik, che svolge egregiamente la funzione richiesta a queste bottiglie.

Sulle tracce del Clinton: una testimonianza dal Friuli

di Marco De Tomasi

Nel mio precedente articolo, avevamo lasciato il Clinton nel suo paese d’origine, gli Stati Uniti.

Rimaneva aperto l’interrogativo: quando arrivò il Clinton in Italia e soprattutto, a quando risale la sua effettiva diffusione nelle nostre campagne ?

Alcune indicazioni erano arrivate dalla datazione di alcuni documenti, sui quali però devo ancora mettere le mani, in particolare un articolo intitolato “Il Clinton” in Agric. Calabro-siculo 17 – p. 216. del 1892 e soprattutto il testo del Lampertico “La questione del Clinton : Sulla opportunità della diffusione del vitigno americano Clinton, a produzione diretta, nella valle del Po” edito nell’anno 1900.

Sono ora incappato in un documento ancora precedente: si tratta del Verbale di seduta consigliare ordinaria 28 giugno 1890 dell’Associazione Agraria Friulana.

Friuli1

Alcune parti sono molto interessanti per i quesiti che ci siamo posti.

Ho sezionato il testo per meglio analizzarlo: innanzitutto si fa riferimento alle premiazioni di concorsi agricoli svoltisi a Verona nel settembre del 1889 e, successivamente, nello stesso Friuli.

Friuli2

Innanzitutto apprezziamo questo italiano d’altri tempi e l’onnipresente campanilismo tipicamente italico:

Friuli3

Entrando nel vivo del concorso di Verona, IV divisione, il relatore si fa vanto dell’importanza di quanto presentato da tale signor Giusto Bigozzi: qui vediamo nominate diverse varietà di ibridi americani, il cui commercio, al pari del Clinton, risulta oggi vietato dalle normative europee.

La cosa estremamente interessante è che allora (siamo nel 1890), è ancora dubbio se tali varietà possano essere un valido sostituto alla Vitis vinifera e che si dice che in Francia (dove l’infezione Fillosserica ha già distrutto gran parte dei vigneti), si è già abbandonato il ricorso ai produttori diretti per orientarsi sull’innesto delle varietà autoctone su piedi americani resistenti (pratica tutt’ora in uso).

Vale a dire che mentre oltralpe hanno già trovato una soluzione valida alla sopravvivenza delle varietà europee, qui si discute ancora cosa sia opportuno fare. Potendoselo permettere evidentemente, dato che almeno per il Veneto e per il Friuli, nel 1890 la fillossera è ancora un problema al di là da venire.

Fieri delle loro collezioni di vitigni americani presentati a Verona, i baldi friulani si permettono di mettere in discussione i risultati ottenuti dai francesi.

L’impressione è che si tratti comunque di esemplari e nulla sembra intendere un utilizzo estensivo di tali ibridi (ribadisco: siamo nel 1890).

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Archiviato il concorso veronese con la distribuzioni dei premi, troviamo questa interessante relazione del cav. Biasiutti, venendo a conoscenza che il Friuli si è preparato all’invasione (non ancora in corso), istituendo una apposita Commissione.

Veniamo a sapere che il territorio friulano (e visti i dati forniti, anche quello veneto) risulta al momento immune dalla peste, ma minacciato molto da vicino: a occidente l’infezione si è manifestata nella provincia di Bergamo (sarebbe quindi da escludere anche Brescia ?), mentre a oriente la fillossera preme dalla valle di Vipacco, nel goriziano.

Vengono quindi annunciati provvedimenti per prepararsi al peggio, non ultimo l’incentivazione all’impianto di ibridi produttori diretti e l’innesto delle viti esistenti su ceppi di varietà americane resistenti.

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La Commissione ha istituito un efficace sistema di monitoraggio, che ha coperto tutti i comuni della provincia friulana nel giro di 3 anni (quindi desumiamo 1887-1889).

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E qui entriamo nel vivo, perché viene nominato finalmente il Clinton: il sig. Bigozzi viene premiato per l’impianto razionale di Clinton per 1.500 ceppi e per la numerosa “collezione” (siamo nel campo della curiosità e dell’esotico, quindi) di viti americane. Si accenna anche che il Bigozzi sia tra i responsabili della diffusione delle varietà americane. Il secondo premio viene assegnato al dott. Mauroner per l’impianto di 1.230 ceppi di Clinton e Iork Madeira (sic: in realtà sarebbe York Madeira, un’altra varietà americana. Vedi il già citato Bushberg Catalogue – 1882, pag. 148). Il terzo premio va al marchese Mangilli per la coltivazione di Jacquez (in America meglio conosciuto come Black Spanish = Vitis aestivalis x Vitis vinifera) e di un’altra varietà americana che gli stessi esperti dell’epoca non riconoscono per Clinton, mentre il proprietario lo definisce come tale.

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Il relatore prosegue esaltando i progressi della viticoltura friulana e ammonendo sul pericolo incombente, ricordando l’importanza di sperimentare ogni soluzione per farvi fronte:

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Interessante osservare che allora come oggi, la diffusione di determinate fitopatologie è in massima parte dovuta a materiale vivaistico non controllato.

Friuli9

E qui un colpo al mio orgoglio di campanile: negli sforzi congiunti per far fronte al pericolo, la provincia di Vicenza nicchia (probabili questioni di poltrone ?) …

FriuliA

Qui viene enumerato l’arsenale messo in campo dalla provincia friulana per prepararsi alla battaglia:

FriuliB

Uno sguardo oltralpe (ve lo sareste mai aspettati ? al tempo i francesi venivano definiti “fratelli”, oggi al massimo sono “cugini”). Sappiamo quindi che nel 1890, la Francia devastata dalla fillossera si è in buona parte ripresa grazie alla pratica dell’innesto su piede americano (ricordo che la Francia ha dovuto far fronte all’afide a partire dal 1863, mentre in Italia è arrivato a partire dal 1879). Qui nel 1890 si sta ancora a discutere su cosa sia meglio fare, mantenendo parallelamente l’attenzione sui portainnesto e sugli ibridi produttori diretti.

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Conclusione del Cav. Biasutti che avverte dei pericoli derivanti dalla sottovalutazione dell’allarme. La fillossera c’è: non sappiamo dove e quando, sappiamo che colpirà. Il motto“estote parati” ovviamente qui nulla ha a che fare con lo scoutismo (il movimento scout prenderà forma solo nel 1907 ad opera di Sir Baden-Powell in Inghilterra) ma deriva direttamente dal Vangelo secondo Matteo.

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In conclusione, le consuete considerazioni:

  1. L’introduzione del Clinton e degli ibridi produttori diretti, per i territori del Friuli e del Veneto, è da datare intorno al 1890, in un ottica preventiva all’arrivo della fillossera, che già aveva colpito gran parte dell’Europa e molte provincie del Regno d’Italia ma non questi territori.
  2. Nel 1890 gli ibridi produttori diretti sono ancora relegati all’ambito della sperimentazione: ritengo quindi la loro effettiva diffusione su larga scala sia avvenuta nel corso del decennio successivo (1890 – 1900).
  3. Nell’Italia dell’epoca gli ibridi produttori diretti sono ancora considerati una possibile soluzione al problema, mentre contemporaneamente la ricostruzione del vigneto europeo è ormai indirizzata all’innesto delle varietà europee su piede americano.

Le mie ricerche sui documenti d’epoca proseguono: posso anticiparvi che in capo ad appena 12 anni (1902), l’atteggiamento della stessa Associazione Agraria Friulana cambiò radicalmente …

Clinton: ma non dovevamo rivederci più ?

di Marco De Tomasi

Qui a Vicenza, si è costituito un “Comitato per la Difesa del Clinto”, che ha lo scopo di promuovere il prodotto di questo ibrido produttore diretto con obiettivo ultimo quello di rimuovere il divieto di commercializzazione sancito a più riprese da norme nazionali e direttive europee.

Credo sia nota a tutti la mia contrarietà alla rimozione di tale divieto, per una serie di motivi che ho già ampiamente argomentato, e non vorrei qui dare l’idea di aver intrapreso una battaglia contro le iniziative di detto comitato: facciano pure quello che ritengono opportuno in tutte le sedi preposte. Se ci credono, non possono che avere la mia ammirazione, anche se non il mio appoggio.

Devo dire che in fondo la questione mi diverte e mi irrita al tempo stesso.

Mi diverte continuare a leggere sui social network affermazioni che sembrano date per assodate ma che in realtà sono frutto di una sedimentazione di credenze, sentito dire, tradizioni orali: “una affermazione non vera ripetuta all’infinito, diventa la verità” (semi-cit.).

Io ho un brutto difetto: quando sento un’affermazione, soprattutto se l’argomento mi incuriosisce, devo verificarne la correttezza, la precisione, l’origine.

E se non mi interessa più di tanto lo scopo finale della missione dei nostri amici vicentini, che possono bere e far bere tutto il clinto o clinton che vogliono, non di meno mi irrita la mancanza totale di interesse per la conoscenza, quella acquisita tramite una ricerca seria, che viene comodamente accantonata prendendo per buone le numerose fole che girano sulla questione, probabilmente perché ritenute funzionali allo scopo ultimo (diversamente, dimostrerebbero invece di sapere il fatto loro di fronte agli enti con i quali dovranno discutere la questione).

ClintonTavolaUsa1908

Devo però ad onor del vero anche dire che la veemenza di alcuni membri del “comitato” nell’affermare le proprie convinzioni e anche nell’attaccare più o meno velatamente il sottoscritto (che a quanto pare rimane una voce fuori dal coro), mi ha ulteriormente stimolato e spinto a ricercare nuove notizie. Per questo non posso che ringraziare questi miei inconsapevoli “pungolatori”.

Così, senza neppure grosso sforzo (ma solo con tanta curiosità) e grazie alla digitalizzazione delle biblioteche pubbliche e private presenti negli Stati Uniti, consultabili gratuitamente on-line, ho scoperto che il Clinton ha un certificato di nascita, con tanto di paternità, data, luogo e anche battesimo.

Le  note informative del già citato comitato, parlano della cittadina di Clinton (Iowa), mentre dalle mie ricerche risulta inequivocabile che il luogo di origine di questo ibrido è Clinton, nella contea di Oneida nello stato di New York (la cosa va ben specificata perché le località con lo stesso nome sono diverse anche limitandoci al solo stato di New York).

Ricerche e dati che ho già diffuso tramite social network, ma che ritengo opportuno mettere nero su bianco qui. Perché se è giusto condividere la conoscenza, è meno bello che qualcuno faccia proprio il lavoro di altri, come è già successo in passato.

Vediamo coso ho reperito, ordinando gli eventi cronologicamente:

1819 – Hugh White (1798 – 1870), un giovanotto con la passione del giardinaggio, effettua le prime selezioni nel giardino della casa paterna a Whitesboro (Stato di New York). Non è dato sapere se l’incrocio Vitis labrusca x Vitis riparia sia opera dello stesso White, di altri o se si tratti di un ibrido spontaneo.

1821 – White, studente presso l’Hamilton College di Clinton (Oneida County, Stato di New York), prosegue con la sua passione piantando una delle selezioni da lui ritenuta più promettente sotto un grande olmo vicino all’alloggio del Dr. Curtis a College Hill. Successivamente, ne pianta anche ad est della casa del Dr. Noyes, suo insegnante. E’ evidente che la località di Clinton (Oneida County, Stato di New York) ha dato successivamente il nome alla nuova varietà selezionata.

1835 – Viene avviato il primo impianto produttivo a Rochester (Stato di New York) ad opera di Lyman B. Langworthy (1787 – 1880)

1862 – La varietà Clinton viene definitivamente classificata nel catalogo dell’American Pomological Society.

Di Hugh White sappiamo che nella vita si occupò della costruzione di ferrovie negli stati del Michigan e dell’Indiana e fu in affari nel settore del cemento, fu alla presidenza di una banca, di diverse compagnie ferroviarie e  direttore di una centrale idroelettrica. Divenne per tre legislature membro del Congresso degli Stati Uniti, presiedendo il Comitato per l’Agricoltura durante il 30° Congresso degli Stati Uniti. Proprio in virtù del fatto che fosse un membro del parlamento, possediamo un suo ritratto.

HughWhite

Lyman B. Langworthy è una figura più sfuggente, nonostante sia citato innumerevoli volte in altrettanto numerosi bollettini agrari, dove figura spesso come autore, presidente o comunque membro di importanti associazioni di coltivatori dello stato di New York, giudice in concorsi agrari e zootecnici, presidente di eventi, e tanto altro. Sappiamo che nel 1868, allora ottantunenne, diede alle stampe delle memorie intitolate “Reminiscences of Rochester by an Octagenarian” (Memorie di Rochester di un ottuagenario). Risulta essere stato anche “Supervisore” della cittadina di Greece (Stato di New York) tra il 1839 e il 1841 e ancora nel 1850. Sono riuscito a trovare una foto del personaggio in questione, qui ritratto con una bisnipote nei tardi anni ’70 dell’800:

LymanBLangworthy

Ma cosa successe al Clinton dopo il 1862, data della sua “ufficializzazione” come varietà nel catalogo della Società Pomologica Americana ?

Questo è ancora argomento di indagine da parte mia.

Sappiamo però che, secondo il catalogo Bushberg, del 1889, terza edizione (e anche nella successiva quarta edizione del 1895), le piante messe a dimora da White nel terreno del Professor Noyes a Clinton sono ancora vive e vegete in quelle date e sono considerate come il Clinton originario.

CatalogoBushberg1883

Inoltre, ulteriori testi di indagine, stavolta italiani, dei quali conosco però solo l’esistenza ma su cui non sono ancora fisicamente riuscito a mettere le mani, danno comunque delle indicazioni cronologiche interessanti: su un bollettino agrario siciliano (la Sicilia è stata tra le prime regioni d’Italia ad essere colpita dalla fillossera) esiste un articolo sul Clinton datato 1892 (“Il Clinton” – Agric. Calabro-siculo 17 – p. 216. ), ma soprattutto esiste proprio per le nostre zone il fondamentale testo di Domenico Lampertico “La questione del Clinton : Sulla opportunità della diffusione del vitigno americano Clinton, a produzione diretta, nella valle del Po” edito a Padova nell’anno 1900. Sappiamo inoltre che il Lampertico coltivava il Clinton nelle sue proprietà di Montegaldella in provincia di Vicenza già da qualche anno (Cit. Vittorio Alpe – 1897 – Bollettino Biblioteca Internazionale La Vigna – N° 12 – 2011). Il titolo stesso dell’opera citata indica però chiaramente che nel 1900 si era nel pieno del dibattito sull’opportunità di diffusione della varietà americana.

Mi sento quindi di condividere qui alcune considerazioni che mi sono venute in mente, alla luce dei dati reperiti dalle fonti originarie negli Stati Uniti. In particolare, dato che la classificazione del Clinton da parte dell’American Pomological Society risale al 1862, risulta ben difficile credere che tale varietà abbia varcato l’Altlantico prima di tale data.

Se poi è vero che la diffusione del Clinton è successiva alla comparsa della fillossera in Italia (primi focolai in provincia di Lecco nel 1879, poi nel 1880 a Caltanissetta e Imperia, successivamente per il Veneto), è chiaro che il Clinton prima di tali date non esisteva sul nostro territorio.

Ovviamente, tutto il ragionamento sta in piedi se la diffusione di tale varietà è effettivamente legata alla comparsa della peste filosserica, ma comunque, se anche così non fosse, la comparsa del Clinton andrebbe anticipata al massimo di 10-15 anni e non di più.

Questo a ribadire che alla fine si tratta di una “tradizione” relativamente recente e che, se il Clinton era una presenza consueta sulle tavole dei nostri nonni, non era così su quelle dei nostri bisnonni (concetto che non mi stancherò mai di ripetere).

Quando sento parlare di “memoria storica si un popolo, tramandata per generazioni”, scusate, ma quantomeno sorrido: di quante generazioni stiamo parlando ? (verrebbe da dire anche di quale popolo stiamo parlando, ma non ho voglia di infilarmi in un altro ginepraio).

Interessante l’iniziativa di un membro del comitato di coinvolgere nella questione la comunità “taliana” del Rio Grande do Sul. L’immigrazione veneta nel Brasile ha avuto il suo massimo momento a partire dagli ultimi tre decenni del XIX secolo. Sarebbe interessante capire se gli emigranti italiani siano entranti in contatto con il Clinton già in madrepatria (sicuramente sì, per chi è partito dopo il 1900), oppure se abbiano conosciuto questa uva una volta sbarcati sul nuovo continente (va da sé che ai fini delle mie ricerche accetto esclusivamente prove documentali e non i soliti “sentito dire”).

Seguo con interesse l’evolversi delle notizie.

Ricordando che la conoscenza non uccide la poesia, ma rafforza le idee.

La ricerca continua …

Bibliografia:

  • “California Farmer and Journal of Useful Sciences”, Volume 23, Number 9, 17 March 1865
  • “Grapes of New York: report of the New York agricultural experiment station for the year 1907”. J.B. Lyon Company, Albany, New York. pp. 213-216. Hedrick, U.P., N.O. Booth, O.M. Taylor, R. Wellington and M.J. Dorsey. 1908
  • “The Bushberg Catalogue”, 3rd edition (1883) – 4th edition (1895) – Bush & Son & Meissner
  • “Geneese Farmer”, Voll. 6 – 8 (1845 – 1847)
  • “The American Agricolturist”, Vol. 2 (1842)
  • “Horticolture” – Lisa Smiley (2008) – Iowa State Univeristy
  • “Bollettino Bliblioteca Internazionale La Vigna” – N° 12 – pag. 16 (2011)

De.Co.: dove eravamo rimasti ?

di Marco De Tomasi

Sono solito rifornirmi di frutta e verdura nei mercati di Campagna Amica.

Quello più vicino a casa e che frequento settimanalmente è ospitato il sabato mattina sotto le pensiline della Cantina Sociale Valleogra di Malo.

Fino a poco tempo fa la cantina sociale più piccola del Veneto.

Perché da qualche mese la Valleogra si è fusa con le più grandi Colli Vicentini e Gambellara.

Sabato scorso, spinto dalla curiosità,  sono entrato nello spaccio della cantina, cosa che avrò fatto in precedenza solo un paio di volte.

Devo dire che il personale è cortese, sorridente ed accogliente.

Gli scaffali abbondano dei prodotti a marchio Colli Vicentini, mentre in un angolo, a prezzi stracciatissimi, giacciono le vecchie etichette della Valleogra, in offerta fino ad esaurimento scorte.

Faccio qualche domanda al personale e vengo a sapere che, in pratica, i prodotti a marchio Valleogra cesseranno di esistere.

Il territorio comunale di Schio rappresenta il margine settentrionale della doc Lessini Durello

 

Ho posato lo sguardo sul Lessini Durello Metodo Classico “Ascledum”, quello che fino al cambio di strategia era il prodotti di punta della Valleogra.

Mi sono ricordato che da qualche parte avevo letto che il Comune di Schio ha deliberato per questo prodotto una apposita Denominazione Comunale (o per lo meno così sembra, dall’albo delle De.Co. vicentine).

Sarei felicissimo di essere smentito.

MontiLessini

Perché la De.Co. fa a pugni con la d.o.c. Lessini Durello, anzi: la stessa Federdoc, presieduta da Riccardo Ricci Curbastro, ha recentemente inviato al sindaco di Cupramontana (AN) e, per conoscenza, all’Ispettorato Centrale della Tutela della Qualita e Repressione Frodi (ICQRF) e ad altri enti preposti, una diffida all’utilizzo della De.Co. “Verdicchio di Cupramontana”, che doveva, nelle intenzioni dei suoi promotori, entrare in vigore dal prossimo 1 ottobre.

Questo perché, secondo Federdoc, l’apposizione in etichetta della nuova denominazione comunale sarebbe ingannevole in quanto il “Verdicchio di Cupramontana” sarebbe, ex-lege, un vino da tavola, con gli obblighi di etichetta conseguenti e soprattutto il divieto di qualsiasi indicazione geografica (Cupramontana rientra inoltre nel territorio della doc Verdicchio dei Castelli di Jesi che, tra l’altro, dà come poche altre la possibilità di aggiungere una menzione geografica aggiuntiva in etichetta).

RiccardoRicciCurbastro

Riccardo Ricci Curbastro, presidente Federdoc

 

A suo tempo Federdoc non sollevò alcuna questione sul caso del nostro Lessini Durello, in primis perché sull’etichetta dell’Ascledum non vi è (fortunatamente) alcuna menzione della De.Co., e poi perché probabilmente la denominazione è meno importante in termini quantitativi e di visibilità.

L’Ascledum è di fatto commercializzato come Lessini Durello doc.

Ancora per poco, a quanto pare.

I sostenitori delle De.Co. ad ogni costo saranno pronti a crocifiggermi, ma non posso fare a meno di chiedere ai promotori di tale iniziativa che senso avesse tutelare con una apposita delibera (se mai c’è stata, perché questa è una questione da accertare) un prodotto che:

  1. era già tutelato da una doc (difatti la De.Co. riportata dal sito ricalca il disciplinare doc);
  2. era già tutelato da un marchio commerciale (“Ascledum”);
  3. tra qualche mese, di fatto, cesserà di esistere.

Che senso ha tale inutile ridondanza che con tutta probabilità avrà fatto perdere tempo e risorse ad una amministrazione comunale riunita in consiglio per deliberare in merito ?

Che senso ha promuovere delle De.Co. per prodotti che possono venir meno in base all’evolversi delle legittime politiche commerciali di un’azienda ?

Le De.Co. non dovrebbero nelle intenzioni di chi in origine le promosse, tutelare il patrimonio culturale enogastronomico collettivo di una comunità ?

Perdonatemi, cari promotori, ma qui a Vicenza la stiamo buttando in farsa: abbiamo una De.Co. dedicata ad un prodotto che per legge non può essere messo in commercio (il vino Clinto di Villaverla) e una per un vino che finite le scorte della Valleogra, cesserà di esistere, con buona pace dell’amministrazione comunale di Schio che, con tutta probabilità, schiverà una potenziale diffida da parte di Federdoc.

L’estensione indiscriminata di De.Co. deliberate a pioggia ha come unico risultato lo svuotamento di questo istituto di ogni senso e significato, e a farne le spese sono quei prodotti che meriterebbero davvero tutela e promozione, perché patrimonio culturale e collettivo.

Tornare alla semplicità

di Marco De Tomasi

Il tema è ricorrente e in questi giorni sta impreversando sui social e non solo: lieviti indigeni o autoctoni.

Non mi infilerò per l’ennesima volta nel dibattito, perché probabilmente la cosa si trascinerebbe inutilmente senza spostare di una virgola le rispettive posizioni.

GS

Il legittimo “scazzo” su Facebook di Gabriele Succi, produttore in Castel Bolognese

Però una considerazione la voglio fare: una questione che dovrebbe interessare soprattutto chi il vino lo fa, confrontando reciproche esperienze per capire cosa è meglio per la propria azienda(*) e per il proprio modo di intendere il vino, ha creato fazioni opposte di appassionati, come al solito l’un contro l’altra armate.

Perché la domanda “lieviti autoctoni o lieviti indigeni ?” è solo l’ultima nata (e purtroppo non l’ultima in senso stretto) tra quelle che si sentono fare da chi, alle varie manifestazioni, ha il calice in mano e sta davanti (non dietro) il banco.

Segue in ordine cronologico le altrettanto perniciose “quanti gradi fa ?”, “barrique nuove o usate ?”“qual è la densità di ceppi per ettaro ?”, “fa malolattica ?”“c’è solforosa aggiunta ?” e “sei biologico o biodinamico ?”.

Domande che hanno un senso se sei un addetto ai lavori, un po’ meno se sei uno che il vino lo beve solo e hai una idea piuttosto vaga di come si faccia.

C’è un lavoro certosino e non scevro di aspetti patologici in questo continuo classificare e incasellare per grandi categorie,  semplificando problematiche che semplici non sono affatto.

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Peggio ancora se si carica questa operazione di significati ideologici.

Perché il problema è tutto nella risposta che vogliamo sentirci dare alla domanda di rito: se non corrisponde alla nostra “idea” di vino, saremo sicuramente meno propensi a valutare positivamente le caratteristiche organolettiche di quel vino. Ancora prima di averlo assaggiato.

Quando poi invece la risposta è in linea con il nostro pensiero, diventeremo fin troppo indulgenti, classificando come “espressione del territorio” quelli che in realtà sono palesi difetti di vinificazione o, sull’altro versante, giustificando manipolazioni enologiche messe in atto proprio per blandire il nostro gusto.

Ideologia

E poi mi metto nei panni del produttore, sottoposto al continuo stress di doversi giustificare per scelte a lungo meditate e provate sul campo.

Stiamo perdendo il gusto del piacere, della curiosità e dello stupore, riducendo tutto a questioni tecniche di cui alla maggior parte di noi, me compreso, sfuggono le più importanti implicazioni.

Assaporare il vino dovrebbe essere un gesto semplice, perché il vino sincero dà sempre le migliori risposte.

——

(*) Troppo spesso ci dimentichiamo che chi fa vino non lo fa per passione (anche se molti ce la mettono) ma soprattutto per conseguire un reddito.

Prosecco: ripensare la comunicazione

di Marco De Tomasi

Pare io debba occuparmi ancora di Prosecco in modo polemico.

Non tanto del Prosecco come prodotto ma del modo in cui viene comunicato.

Lo spunto mi è arrivato dall’immagine che trovate qui sotto e pubblicata su Facebook dall’attivissimo Luca Ferraro, produttore di Asolo docg con la sua azienda Bele Casel in Caerano San Marco.

SloganProsecco

La frase in inglese che trovate scritta (traduzione: “arriva un momento nella vita di ogni donna in cui l’unica cosa che aiuta è un bicchiere di Prosecco”) è attribuita all’attrice americana Bette Davis (1908-1989), e nell’originale era riferita allo Champagne.

E qui mi monta l’irritazione (eufemismo).

Possibile che la cosa migliore che riusciamo a fare in termini di comunicazione del Prosecco è un banale copia-incolla di slogan già utilizzati per le bollicine d’Oltralpe ?

Perché se non vi è chiaro, con una operazione del genere si afferma che:

  1. Il Prosecco è “come” lo Champagne
  2. Non potendo parlare un linguaggio proprio, mutuandolo da bollicine universalmente e maggiormente riconosciute, lo stiamo mettendo in coda allo Champagne in una ipotetica piramide qualitativa.

Non solo: risultano in questo modo annullate ed annichilite ore e ore passate dai produttori in cantina e dietro i banchetti delle manifestazioni a spiegare ai consumatori cosa è il prosecco, dove si fa e come si fa.

E poco importa che l’immagine in questione rappresenti una iniziativa non riconducibile ad una campagna di comunicazione di qualche azienda o del consorzio: se c’è in giro gente che l’ha realizzata, vuol dire che il concetto è già passato nel modo sbagliato.

Si continua a rincorre l’esempio Champagne, quando invece si dovrebbe chiarire una volta per tutte che Champagne e Prosecco non solo non giocano lo stesso campionato, ma praticano pure due sport diversi !

Il fatto che i francesi siano bravi a comunicare e soprattutto a vendere i loro vini, non dovrebbe autorizzare ad utilizzare pedissequamente lo stesso linguaggio per fare altrettanto.

Andrebbe invece fatto uno sforzo per elaborare una strategia di comunicazione che renda il Prosecco riconoscibile e distinguibile dallo Champagne anche sul piano della comunicazione.

Smettere una buona volta di fare confronti (proclami del tipo “in Champagne fanno 300 milioni di bottiglie e noi ne facciamo 300 milioni e una” non hanno alcun senso e dimostrano solo provincialismo) e usare argomenti diversi per far conoscere al mondo le peculiarità del Prosecco.

MappaProsecco

In questo paese la bellezza è talmente diffusa e noi ne siamo talmente assuefatti da non riuscire a coglierla.

Penso ad Asolo, penso al Canova che da quelle parti veniva, penso ad altri innumerevoli personaggi e storie che possano essere utilizzate per legare la comunicazione del prodotto al proprio territorio.

Non sono un esperto di marketing e comunicazione ma viene in mente solo a me Paolina Bonaparte scolpita dal Canova che al posto della mela tiene in mano un calice di Asolo associata allo slogan “It’s Asolo” ?

PaolinaBonaparte

Magari non me la sono immaginata ma qualcuno l’ha già realizzata e la mia memoria la sta tirando fuori dai suoi più reconditi interstizi.

Oppure chi di mestiere mi dirà che è una idea di una banalità disarmante, una boiata pazzesca, di quelle che ti fanno rotolare a terra dal ridere.

Magari perché presuppone il fatto che il destinatario abbia i riferimenti culturali corretti per coglierne il messaggio.

Io la trovo comunque una immagine minimale, iconica e onirica, a mio avviso in grado di veicolare istantaneamente il legame storia-cultura-territorio-prodotto, passando dall’equazione A = B a B <> A, dove ovviamente A sta per Champagne e B sta per Prosecco (ma B potrebbe valere per qualsiasi altra denominazione italiana).

I francesi hanno associato al vino l’idea del lusso e del prestigio. Noi possiamo associare al vino concreta bellezza.

Millesimato a tua sorella !

di Marco De Tomasi

Scommetto che anche voi avete un parente/amico/conoscente che si vanta di aver percorso in lungo e in largo le colline tra Asolo e Conegliano, passando per Valdobbiadene, alla ricerca del Santo Graal prosecchista:

il millesimato

Avete ben presente la sua espressione trionfante mentre vi mostra l’etichetta mettendo l’indice sulla magica parola che evoca prestigio ed esclusività. Quindi secondo i suoi parametri (ma non certamente i miei) anche qualità e, conseguentemente, bontà.

In questi frangenti, la mia strategia solitamente consiste nell’abbozzare: sguardo vitreo ad un immaginario orizzonte e angolo della bocca sollevato in quello che dovrebbe essere un sorriso ammiccante (in realtà sto evitando di guardare in faccia il mio interlocutore per non incenerirlo all’istante, mentre in testa mi rugge un turbine di nomine all’indirizzo di non meglio precisate entità superiori passate, presenti e future).

Flute

Urge una spiegazione sul motivo di una reazione così intimamente scomposta.

Partiamo dal significato di “millesimato”.

Tecnicamente la parola indica, per i vini spumanti, un prodotto ottenuto a partire dalle uve di una unica annata. Vale a dire che dopo la parola “millesimato”, deve obbligatoriamente seguire anche l’indicazione di un anno.

La cosa ha particolare valore per gli spumanti metodo classico, soprattutto gli Champagne, che sono ottenuti quasi sempre dall’assemblaggio di vini base di più annate. Per questo gli spumanti non hanno indicazione di annata.

Va ricordato che per la Champagne è giustificato parlare di “viticoltura estrema”, poiché siamo ai limiti climatici colturali della vite, in termine di latitudine. La pratica dell’assemblaggio di più annate nasce da una necessità di valorizzare uve che non tutti gli anni arrivano a completa maturazione prima della raccolta, per cui si utilizzano i cosiddetti “vini di riserva” in fase di assemblaggio della cuvée, per consentire al prodotto di giungere sul tavolo del consumatore con standard qualitativi costanti.

ChampagneVigneti

In tali condizioni estreme, non sono molte le annate che per andamento climatico consentano di poter fare a meno dei vini di riserva (capita in media 4 volte ogni dieci anni). Quando succede, il produttore può decidere di dichiarare il millesimo, cioè decidere di produrre  un vino con le uve di quell’unica particolare annata per offrire ai propri clienti un prodotto dotato di maggiore carattere e per esaltarne le peculiarità uniche.

In Italia siamo più fortunati: non abbiamo il problema di uve che non arrivano a maturazione e, generalmente, le annate veramente indecorose sono poco frequenti. Teoricamente, potremmo dichiarare il millesimo ogni anno.

Di fatto, la pratica dell’utilizzo dei vini di riserva nella formazione della cuvée è molto limitata anche per le denominazioni di metodo classico italiane. I Franciacorta, ad esempio, sono prodotti molto spesso (ma non sempre) con uve della stessa annata, senza indicazione del millesimo.

In generale, per il metodo classico l’utilizzo della dicitura “millesimato” è comunque abbastanza aderente all’uso originario. Sempre prendendo il Franciacorta a solo titolo di esempio, il millesimo viene solitamente usato per annate particolarmente favorevoli, con un invecchiamento minimo di 30 mesi (sono 36 per gli Champagne millesimati).

Il termine però viene utilizzato anche per vini, come il Prosecco, che con lo Champagne non hanno nulla in comune. Né le uve di provenienza, né tantomeno il metodo, che escludendo fermi, Colfòndo e rarissimi casi di metodo classico, è il Martinotti (o Charmat).

Metodo che, avendo come obiettivo quello di preservare gli aromi primari del vino (nel metodo classico vengono invece esaltati i profili organolettici legati alla fermentazione), trova compiutezza attraverso l’utilizzo di vini base freschi di annata.

Per cui state sicuri che il 99,99% del Prosecco metodo Martinotti è prodotto con uve della stessa annata (mi sono tenuto prudenzialmente basso).

Eppure, moltissimi produttori hanno in catalogo sia spumanti senza annata che millesimati, anche se di fatto le uve che compongono i vini sono sempre di una unica annata.

Tralasciamo l’ossimoro rappresentato da un disciplinare che prevede per la tipologia millesimato l’utilizzo di vini di annata diversa da quella dichiarata fino al 15% (fortunatamente mi risulta che quasi nessun produttore si avvalga di questa possibilità).

POP

Soprattutto, i millesimati sono disponibili tutti gli anni.

I più attenti tra i miei lettori si staranno sicuramente chiedendo che senso abbia quindi precisare che uno è millesimato e l’altro  no, quando in realtà lo sono entrambi !

Semplicemente il termine “millesimato” nella zona ha assunto una valenza poliedrica e diversa dalla semantica originaria: chi lo usa per un prodotto le cui uve provengono da parcelle maggiormente vocate (ma perché non usare i più calzanti concetti di “sottozona” o “vigneto”, allora ?), chi per quelle che hanno avuto una maggiore cura da parte del viticoltore (sarebbero delle “selezioni”, in pratica), chi per etichette con maggiore permanenza sui lieviti o maggiore affinamento (ovvero delle “riserve”).

A volte capita che il “millesimato” sia semplicemente la cuvée con il maggior residuo zuccherino e quindi quella che risulta più voluminosa in bocca (quella che ha più successo sui palati meno evoluti). Non necessariamente quindi il miglior vino dell’azienda.

Se quindi nello Champagne il “millesimato” ha un significato chiaro e univoco, nel caso Prosecco assume enne sfumature che alla fine, concedetemelo, rischiano di disorientare il consumatore. Anche e soprattutto quello che tenta di capirne di più e che potenzialmente è un importante veicolo di cultura enoica.

Si è utilizzato un termine già bell’e pronto per esprimere esclusività, mutuandolo da altri e caricandolo di significati che non ha o non dovrebbe avere.

Perché alla fine il problema diventa spiegare che la parola “millesimato” sulla vostra etichetta, potrebbe non voler dire la stessa cosa della parola “millesimato” scritta sull’etichetta del vostro vicino !

Guida pratica al pacco natalizio (for beginners only)

di Marco De Tomasi

Visto l’approssimarsi del Natale e che con l’età il mio giro vita assomiglia sempre più a quella del simpatico personaggio pubblicitario vestito dei colori di una nota bevanda, dolce e gassata, che secondo alcuni gira la notte della vigilia su una slitta trainata da renne volanti (e poi dite che quello che beve sono io !), mi sento in vena di regalare dei buoni consigli.

BabboCognac

La verità è che mi sono un po’ rotto le balle di vedere immolate nell’orgia dei cesti e dei cenoni natalizi milioni di bottiglie di spumante di varia natura (spesso fortunatamente di bassa qualità), in agghiaccianti ed improbabili abbinamenti “ad minchiam”.

Perché so che là fuori è pieno di gente empia che trascura il culto di Bacco e che è usa consumare vino spumante solo in questo periodo. D’accordo: non capita di avere molti altri momenti da festeggiare durante l’anno, ma almeno cerchiamo di goderci quella povera bottiglia come si deve !

1. Se stanno nello stesso cesto, non devono per forza essere consumati contemporaneamente !

In giro si vede di tutto: panettone e pandoro abbinati a Prosecco dry, a volte extra dry. Raramente si punta su un più consono Moscato d’Asti per il pacco aziendale. Sporadicamente ho visto cesti natalizi dove qualche incauto aveva piazzato una bottiglia di Franciacorta o Champagne a fianco del pandoro e del mandorlato. Idea lussuosa, ma bisognerebbe allegare le istruzioni dell’uso, perché va a finire che qualcuno usa un brut/extra brut per pucciarci il pandoro.

Pacchi

Poi non ci lamentiamo se ci sono quelli che “A me il vino con le bolle non piace !”. Ti credo: finché continui a cromarti il palato con le sensazioni metalliche e amarognole dell’abbinamento pietanza dolce – vino secco, sarà ben difficile che arrivino mai a piacerti.

Regola aurea dell’abbinamento cibo/vino: Le pietanze dolci vanno abbinate a vini dolci, l’abbinamento è sempre quindi per concordanza e mai per contrasto.

2. Va bene, ma come riconosco uno spumante dolce ?

Questione di etichetta. Nel senso che va letta l’etichetta e decodificato il tenore zuccherino del vino secondo la seguente classificazione (dal più secco al più dolce):

DosaggioSpumanti

Gli spumanti ottenuti con il metodo classico o Champenoise (quindi Champagne, Franciacorta, Trento, Oltrepò Pavese, Alta Langa, ecc.) sono nel 99% dei casi secchi e compresi tra le categorie Pas Dosè (Non dosato), Extra Brut e Brut. Quindi, salvo rarissime eccezioni, tenete lontano lo Champagne o il Franciacorta dal panettone !

Gli spumanti ottenuti con il metodo Martinotti o Charmat (quindi Prosecco, Moscato d’Asti, Colli Euganei Fior d’Arancio, ecc.) sono più difficilmente inquadrabili, perché possono andare dal Brut (che è secco) al decisamente dolce. Possiamo affermare con tranquillità che il Prosecco (ovvero la presenza più comune nei cesti natalizi) va dal Brut al Dry, passando per l’Extra Dry. Il Brut usatelo per l’aperitivo; l’Extra Dry potete tranquillamente usarlo dall’antipasto al pesce; Nella tipologia Dry, contrariamente a quello che può suggerire l’indicazione in etichetta, si comincia a percepire la dolcezza, ed è quindi più difficile da gestire: personalmente ne limiterei l’uso sui crostacei ed su alcune tipologie di molluschi. Alcuni lo abbinano anche ai dolci, ma ritengo la cosa una forzatura (anche se c’è a chi piace).

Moscato d’Asti e altri Moscato (come il Colli Euganei Fior d’Arancio), sono sicuramente dolci: avete il via libera per stapparli con pandoro e panettone.

Ricapitolando, se avete intenzione di pasteggiare con il vostro dolce di Natale preferito tenete presente che:

  • Champagne, Franciacorta, Trento, Oltrepò Pavese e Metodo Classico in generale: MAI (salvo rarissime eccezioni);
  • Prosecco: SI e NO, l’unica tipologia su cui potete azzardare è il Dry, ma come già detto, sarebbe meglio valorizzato con abbinamenti diversi.
  • Moscato d’Asti e spumanti dolci in generale: SICURAMENTE. E prendete in considerazione anche un bell’abbinamento con un vino dolce fermo. In Italia abbiamo splendidi vini passiti che aspettano solo il momento ideale per essere conosciuti ed apprezzati da un pubblico più ampio: se pandoro e panettone sono nella versione classica e non farciti con creme e ripieni vari, un passito può rappresentare una buona alternativa allo spumante (attenzione a dolci cremosi e farciti, ai dolci a base di limone o ananas, dove l’abbinamento con un passito può rappresentare un’esperienza non proprio gradevole: meglio quindi un bel moscato spumante).

3. Però nel pacco mi hanno messo un Metodo Classico – Prosecco Brut/Extra dry: come lo bevo ?

La collocazione ideale di questi vini è ad inizio pasto, MAI alla fine.

Potete però aprirli anche lontano dal pasto (prima o dopo), per condividere un momento di festa o un brindisi con i vostri commensali.

Xmas

Metodo classico importanti possono accompagnare tranquillamente il pasto fino ai secondi di pesce.

Molto “gastronomica” è la tipologia Satén dei Franciacorta, che grazie ad una maggiore cremosità in bocca dona sensazioni più rotonde e quindi meglio si abbina a piatti via via più importanti.

Al di fuori di questa tipologia particolare, se non conoscete lo stile della cantina (conosco alcuni Champagne che abbinerei senza problemi ad una tagliata di manzo), non giocate d’azzardo e godetevi il vostro Metodo Classico tra aperitivo ed antipasto.

Per il Prosecco ribadisco quanto già detto: il Brut va limitato all’aperitivo o al limite su antipasti “leggeri”; potete osare di più con gli Extra Dry che, grazie alla sensazione più voluminosa dovuta al maggior tenore zuccherino, possono accompagnarvi fino a primi piatti delicati o secondi di pesce non troppo elaborati. Se avete a che fare con un Conegliano-Valdobbiadene rimanete nella prima metà della forbice, perché sono più sottili ed eleganti, mentre potete spingere di più con gli Asolo, che generalmente hanno più corpo e sono gastronomicamente più versatili. Come già detto i Dry (tipologia che personalmente non amo molto) hanno un campo di utilizzo molto più ristretto, ma possono fare il loro dovere con cibi dal sapore dolciastro, in particolar modo con i crostacei.

4. Freschi, non ghiacciati

Un’ultima avvertenza sulle temperature di servizio: mai scendere sotto gli 8 gradi per gli spumanti dolci, si andrebbero ad esaltare le sensazioni dure e il vino perderebbe armonia e piacevolezza, oltre che gran parte dei profumi.

GrappoloGhiacciato

Per contro, una temperatura oltre i 12 gradi andrebbe ad esaltare la componente zuccherina, appiattendo il vino, che risulterebbe così difficile da bere. Per gli spumanti secchi non scenderei sotto i 10 gradi, qualcosina di più (11/12 gradi) per i Metodo classico più importanti (millesimati, riserve), in modo da esaltare i sentori secondari sviluppati durante la lunga permanenza sui lieviti.

Ora non avete più scuse: quando impugnerete lo smartphone per farci sapere come state festeggiando il Natale, badate bene alla bottiglia che apparirà a fianco della fetta di dolce …

BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO !

5. Bonus track (crepi l’avarizia !) Ovviamente è scontato che lo spumante lo servirete in calici di vetro/cristallo e non nei bicchieri di plastica (è Natale, che diamine !). ??????????? Le coppe da Champagne basse della nonna sono buone per il mercatino dell’usato …