Riflessioni oltrepadane

di Marco De Tomasi

Prima di addentrarmi a raccontare delle aziende che ho visitato e dei vini che ho assaggiato, vorrei rendere partecipi i miei lettori di alcune riflessioni sull’Oltrepò Pavese.

Territorio vitivinicolo massacrato da una immagine confusa ed inadeguata, scelte commerciali discutibili, soggetto allo strapotere di imbottigliatori e grandi cantine sociali e, come se non bastasse, infangato dai soliti furbi che spacciano mediocrità per qualità (vedi i fatti di cronaca di questi giorni).

Sono dell’opinione che dal punto di vista comunicativo la cosa debba essere affrontata dai fondamentali, senza quindi dare per scontate tante cose.

L’Oltrepò Pavese, lo dice il nome stesso, è in provincia di Pavia.

Ora, quando uno dice Pavia, a voi cosa viene in mente ?

Il mio scarsamente variegato retroterra culturale mi suggerisce inconsciamente la sequenza: longobardi-Desiderio-CarloMagno-paludi-Ticino-risaie-riso-Lomellina-oche-certosa-monaci-naviglio-Milano.

Curioso: mi sono subito venuti in mente il Ticino e il Naviglio Pavese e non ho considerato che la provincia di Pavia è tagliata in due dal Po !

PaviaMappa

Le tre aree della provincia di Pavia

E ancora: tutte le associazioni che ho fatto riguardano la parte di provincia a nord del Po.

Come se la parte a sud non esistesse.

La parte che si chiama appunto Oltrepò.

Dove non ci sono risaie, né tantomeno paludi (beh, a dire il vero non ci sono più neanche nella parte nord): è un susseguirsi di colline che diventano montagne che per pochi chilometri non arrivano a sfiorare la Liguria (la quota massima è di ben 1725 metri).

Oltrepo1

Sulla carta geografica è un cuneo tra la provincia emiliana di Piacenza e quella piemontese di Alessandria.

Oltretutto, nella sua storia recente e per più di un secolo, l’Oltrepò divenne piemontese, per tornare lombardo solo con l’unità d’Italia.

L’area adatta alla viticoltura è quella che va dalla prima collina fino ai 5-600 metri: il triangolo sulla cartina va tagliato a metà e si deve considerare il trapezio che se ne ricava in alto.

La zona che ho visitato è una piccola parte del territorio oltrepadano: si tratta della prima collina tra Montù Beccaria, Canneto Pavese e Santa Giuletta (senza “i”).

Colline dolci, letteralmente ricoperte da vigneti inframezzati da boschi, punteggiate da borghi, castelli e ville patrizie.

Da quel poco che ho visto, qui la fregola edificatoria che caratterizza il mio nordest non sembra esserci; o per lo meno si percepisce meno.

Ho avuto una sorta di déjà vu, girando in auto per le colline: come se il tempo da quelle parti si fosse fermato a 25 o 30 anni fa …

Parlando dell’argomento di questo blog, tornando al gioco delle associazioni, la parola Oltrepò mi evoca due cose: Barbacarlo-Metodo Classico. Due antitesi, praticamente.

L’immagine ufficiale dell’Oltrepò è affidata ai suoi Metodo Classico. Che si possono fare bene, ma non in tutto l’Oltrepò.

Perché in realtà questo è un territorio ad alta vocazionalità per i vini rossi.

Lo dicono le varietà tradizionalmente coltivate: croatina, ughetta di Canneto (vespolina), barbera, uva rara e altre (nel secolo scorso si contavano 225 varietà di uva in Oltrepò). E mettiamoci dentro anche il pinot nero.

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Scopro nella mia immensa ignoranza che l’Oltrepò Pavese è il primo produttore di Pinot Nero a livello nazionale.

Perché ce n’è tanto (più di 3.000 ettari sui 13.500 dell’intero comprensorio oltrepadano) ed è qui da parecchio tempo: da più di 150 anni, per la precisione.

La presenza del pinot nero in Oltrepò è dovuta al Conte Carlo Giorgi di Vistarino, che a partire dal 1860 circa diede inizio al suo impianto a Rocca de’ Giorgi (siamo in alta collina). Fin da subito la produzione si orienta all’utilizzo delle uve per basi spumante, che prendono la strada del Piemonte, ma ben presto si inizia a vinificare anche in rosso, a fianco delle numerose varietà autoctone.

Dall’altra parte c’è Lino Maga e il Barbacarlo.

Inutile nascondersi dietro un dito: per molti di noi appassionati un po’ presuntuosi, per molto tempo l’Oltrepò ha significato solo ed esclusivamente Barbacarlo.

Tralascio in questa sede di descrivere questo vino dal punto di vista organolettico, perché quello che è importante è soprattutto la sua storia e il significato dell’azione di chi lo produce.

Per chi non lo sapesse Barbacarlo è un cru, un singolo vigneto in territorio di Broni, di proprietà del Cavalier Lino Maga e della sua famiglia dal ‘700, e dal quale si ricava da uve croatina, uva rara e ughetta, un vino dalle peculiari caratteristiche (personalmente mi piace definirlo “un grande vino contadino”).

Qui una breve intervista del Cav. Maga tratta dal canale youtube de Ilvinobuono.com

Un vino che fu protagonista di una battaglia legale lunga ben ventitre anni.

Perché, vista la fama e il successo, molti iniziarono ad imbottigliare come Barbacarlo anche ciò che non proveniva da quella vigna esclusiva.

Pratica alla quale Lino Maga si oppose con ogni sua fibra, fino a veder riconosciuto il diritto ad essere l’unico a poter usare quel nome, tutelandone il luogo di origine. Purtroppo ciò non portò ad una migliore definizione della doc Barbarcarlo (che già esisteva ma è stata di fatto cancellata dall’azione legale di Maga), come poteva essere auspicabile, ma a una tutela dell’utilizzo del nome Barbacarlo come ragione sociale dell’azienda. Una occasione mancata, o un obiettivo raggiunto a metà, se preferite.

I presupposti alla fonte di questa vicenda sono importanti da capire, per focalizzare meglio la realtà storica e produttiva dell’Oltrepò.

Perché Barbacarlo non è l’unico cru presente su questo territorio.

Ma probabilmente è l’unico che gode di tutela, sia pure imperfetta.

Oltrepo2

Un esempio è dato dal Buttafuoco. Si tratta di circa un ettaro e mezzo in località Valle Solinga, comune di Canneto Pavese, spartito tra una manciata di proprietari. Per questo cru non si è riusciti a mettere in atto la stessa tutela, per cui si può produrre Buttafuoco con uve che non provengono da quel cru. E la situazione è irreversibile, poiché si sono ormai determinate delle dinamiche di denominazione e distinguo dalle quali è impensabile tornare indietro.

Due esempi all’opposto che ben semplificano la difficoltà di creare un’immagine precisa e ben delineata dell’Oltrepò, anche solo parlando di vini rossi della tradizione.

Se poi andiamo ad allargare il quadro, inserendo la presenza di grandi aziende imbottigliatrici che influenzano al ribasso il prezzo dell’uva (ho visto tanti vigneti abbandonati, anche con ottima esposizione: segno che, in mancanza di una giusta remunerazione, molti viticoltori abbandonano l’impresa), un’immagine affidata quasi esclusivamente al Metodo Classico, scelte produttive discutibili (pensiamo alla Bonarda frizzante, spesso proposta con residui zuccherini imbarazzanti per mascherarne la naturale tannicità), una certa indolenza oltrepadana dovuta al fatto che “tanto Milano ci beve tutto il vino che facciamo” (ma non è più così da tempo), si capisce come in Oltrepò la palude ci sia per davvero, anche se metaforica.

Palude dalla quale noi comunicatori del vino (anche quelli dilettanti come me) dovremmo sforzarci di fare uscire questa magnifica realtà produttiva, che ha tanti ottimi vini e molti buoni prodotti da offrire ma che non godono della visibilità e soprattutto della fama che meritano.

Niente Amarone nel 2014 … ma il Ripasso ?

di Marco De Tomasi

Pare che io mi sia fatto in rete una reputazione di “precisino” o “maestrino dalla penna rossa e blu”, ma tant’è: non riesco a farne a meno.

Si moltiplicano in questi giorni i comunicati stampa di aziende della Valpolicella che annunciano la mancata produzione dell’Amarone 2014, visto l’andamento stagionale sfavorevole.

Tutti grandi nomi, blasoni importanti e aziende che, per dimensioni e posizione di mercato , hanno le spalle abbastanza robuste per superare la perdita di una annata.

Amarone-Grapes

Nessuno pare però premurarsi di dire qualcosa su Recioto e Ripasso.

Per il Recioto, che ormai non si fila più nessuno (i vini dolci sono in crisi da qualche anno, si sa), possiamo capire una svista o una dimenticanza.

Ma il fatto che nessuno parli del Ripasso, mi ha spinto a pormi qualche quesito.

Come si fa il Ripasso ?

In questo ci viene in aiuto il disciplinare (che trovate integralmente qui) e che, all’articolo 5, punto 5) ci informa che:

I vini a denominazione di origine controllata “Valpolicella ripasso” sono ottenuti mediante rifermentazione dei vini atti a divenire vini a denominazione di origine controllata “Valpolicella”, in tutte le tipologie previste, sulle vinacce residue della preparazione dei vini “Recioto della Valpolicella” e/o “Amarone della Valpolicella”.

Quindi per fare il ripasso devo fare prima l’Amarone o il Recioto (ma di Recioto se ne fa sempre poco e non tutti gli anni).

Il successivo punto 6) puntualizza che:

Il quantitativo dei vini a denominazione di origine controllata “Valpolicella ripasso” non può essere in volume superiore al doppio del volume di vino ottenuto dalle vinacce delle tipologie “Recioto della Valpolicella” e/o “Amarone della Valpolicella” impiegate nelle operazioni di rifermentazione/ripasso.

E qui mi pare abbastanza chiaro: il doppio di zero è sempre zero.

Meno chiaro è il successivo punto 8)

E’ consentita, a scopo migliorativo, l’aggiunta per riclassificazione di vino atto a divenire “Amarone della Valpolicella” nella misura massima del 15%, nel rispetto dei limiti previsti per l’indicazione dell’annata di produzione delle uve.

Non mi è chiaro in particolare se questa possibilità “aggiri” gli enunciati dei punti 5) e 6) e quindi il Ripasso possa essere prodotto senza “ripassare” un bel niente ma semplicemente aggiungendo Amarone precedentemente declassato e se questo Amarone debba essere della stessa annata riportata in etichetta dalle bottiglie di Ripasso o se si possano usare quantitativi di annate precedenti  attualmente in affinamento, e ancora, se l’Amarone “declassato” per produrre il proprio Ripasso, possa essere acquistato da terzi.

Al limite potrei pensare che si possa decidere di declassare il Recioto: come già ricordato sopra, il mercato dei vini dolci è in crisi e forse rinunciare ad una annata di Recioto è meglio che perderne una di Ripasso (ammesso e non concesso che la risposta ai quesiti posti più sopra sia affermativa).

Insomma, sembra che alla fine, se si vuole proporre Ripasso, qualcuno l’Amarone dovrà pur produrlo.

Valpolicella

Io non sono un guru della comunicazione, ma l’impressione è che qualcosa non abbia funzionato nella informative delle cantine che si sono premurate di farci sapere che non troveremo il loro Amarone 2014.

Volevano forse dire:

“L’Amarone 2014 sarà prodotto, perché ci servono le vinacce per fare il Ripasso, ma non sarà messo in commercio perché non all’altezza dei nostri standard aziendali. Sarà invece declassato per migliorare i vini Valpolicella e Ripasso”.

Che non è esattamente quello che è passato al pubblico e che probabilmente è più o meno quello che decideranno di fare quelle cantine che per dimensioni e posizione di mercato non possono permettersi di saltare l’annata.

Altrimenti si corre il rischio che, vedendo sugli scaffali il Ripasso 2014, il  consumatore si senta colto per le terga !

De.Co.: ho dato uno sguardo e quello che ho visto non mi è piaciuto

di Marco De Tomasi

Nel tentativo di fare chiarezza sull’argomento, ho scatenato sui media una autentica “guerra del clinto”, che mi vede assediato dai sostenitori vicentini della “rozza bevanda”.

Mi spiace per chi continua a considerare l’argomento solo dietro il velo di sentimentalismi e nostalgie appellandosi al rispetto delle tradizioni, dell’identità e dei bei tempi andati, senza essere in grado di approcciare la materia da un punto di vista storico, legale e scientifico.

A margine della diatriba, informandomi sul tema, ho messo il naso in un’altra spinosa questione: quella delle Denominazioni Comunali (De.Co.).

L’intuizione delle De.Co. è dovuta a Luigi Veronelli, il quale auspicava che i comuni potessero “valorizzare il proprio territorio attraverso le produzioni artigianali ed agricole”.

Veronelli pensava alla Francia, ed in particolare alla Borgogna, dove nel volgere di pochi chilometri si trovano diverse appellation a rimarcare le differenze di terroir esistenti tra un area e l’altra, per cui i vini di Volnay risultano diversi dai vini del vicino comune di Pommard a prescindere che entrambi siano prodotti con pinot noir, riportando e in etichetta le distinte denominazioni di Volnay e Pommard.

Il modello borgognone funziona da secoli ed è indubbio che in fatto di marketing agroalimentare i francesi siano dei giganti.

Non solo marketing: la De.Co. rappresenta in primis un potente strumento di tutela di una comunità: pensiamo ai prodotti tipici ed esclusivi di piccole comunità rurali o montane che, prive di strutture adeguate, in questo modo possono “proteggere” il proprio patrimonio storico ed identitario, facendone uno strumento di potenziale benessere.

In Italia, paese di creativi, come al solito abbiamo interpretato il concetto in maniera piuttosto fantasiosa, stravolgendo i nobili scopi di Veronelli.

ProdottiVI

Va detto che una De.Co., per essere veramente tale e fregiarsi di un marchio di promozione di proprietà del comune (e quindi della collettività), deve essere creata seguendo un iter burocratico che prevede innanzitutto una delibera istitutiva da parte dell’amministrazione locale, cui segue la stesura di un disciplinare che definisce cosa debba essere tutelato e promosso attraverso tale marchio.

Mi sento di sottoscrivere quanto affermato da Riccardo Lagorio sul suo sito “Denominazione Comunale”:

La Denominazione Comunale, è un’ importante occasione per la valorizzazione del territorio, ma affinché possa essere davvero efficace, ha esigenze di rigore e scientificità.

Lagorio è stato il primo in Italia a redigere le delibere per l’istituzione delle De.Co., attenendosi al principio sopra enunciato.

Come ho già avuto modo di sottolineare, una denominazione va promossa e tutelata quando esiste una tradizione documentabile, quando è legata ad un territorio  e soprattutto quando al di fuori di esso è irriproducibile; e tali condizioni devono coesistere: non basta la tradizione di per se (che può essere condivisa anche con altri territori).

Oggi invece, annusata l’opportunità di promozione, si assiste ad una proliferazione di sedicenti De.Co., in particolar modo legate a ricette culinarie, i cui ingredienti non hanno a che fare né con territorio, né con tradizioni e né, tantomeno, risultano irriproducibili fuori dall’area che si vuole promuovere.

A titolo di esempio: se intendo tutelare e promuovere una ricetta a base di riso, questo cereale dovrebbe quantomeno far parte della tradizione documentabile del mio territorio, dovrei averne delle coltivazioni, e magari di una particolare cultivar.

Ho usato il termine sedicenti perché in molti casi queste fantasiose De.Co. non hanno mai visto l’atto istitutivo e cioè la delibera comunale, come se quest’ultima fosse un semplice atto dovuto, non soggetto a doverose verifiche da parte dell’ente amministrativo che, alla fine, “ci mette la faccia” (stendiamo un velo pietoso su quelle amministrazioni che la delibera l’hanno fatta, senza verifica alcuna).

Esistono in pratica solo nella fantasia dei promotori e nei frettolosi elenchi stilati da portali promozionali, magari sponsorizzati a vario livello da enti ed amministrazioni pubbliche e che evidentemente non si sono premurati di accertarsi dell’esistenza o meno delle delibere istitutive.

Lungi da me dubitare della buona fede e della genuina intenzione di promuovere e vivacizzare il territorio, ma l’inflazione di De.Co. create ad arte o magari pensate sotto gli influssi di abbondanti libagioni alla fine delle cene sociali della proloco, senza una vera tradizione ed un territorio definito, e ancora, declamate prima che ci sia un riconoscimento legale, non fa altro che svuotare di significato questo strumento, che quando usato con intelligenza e rigore, rappresenta invece una autentica opportunità.

Clinto: sette falsi miti da sfatare e una questione opinabile (… e più non dimandate !)

di Marco De Tomasi

Visto che dentro la rete, ma soprattutto fuori, sull’argomento clinto si leggono una serie di luoghi comuni duri a morire, oltre ad alcune fesserie di proporzioni bibliche, vediamo di mettere un po’ di ordine.

1 Il clinton (o anche clinto) è l’antenato dei vitigni attuali. FALSO: il clinton o clinto è un ibrido produttore diretto (vale a dire che non ha bisogno del portainnesto) ottenuto dall’incrocio di due viti di origine nordamericana (Vitis labrusca x Vitis riparia) introdotto in Europa alla fine del XIX secolo per far fronte ad una serie di pesti della vite (oidio, peronospora e fillossera) che minacciavano la vite europea (Vitis vinifera). La Vitis vinifera sativa, la sottospecie che ha dato origine a tutte le varietà europee, è stata invece addomesticata con tutta probabilità circa 8.000 anni fa nella regione transcaucasica (attuali Georgia, Armenia, Azerbaigian, Iran settentrionale e Turchia nordorientale) e le prime tracce archeologiche certe di vinificazione risalgono a circa 6.000 anni fa (località di Areni, a sudest di Yerevan in Armenia).

2 Il clinton è una varietà di uva affine alle altre. FALSO: questa è il concetto più duro da far comprendere. Come già detto sopra, si tratta di un ibrido tra due specie americane che nulla hanno a che fare con la vite europea. E’ come se dicessi che rovo (Rubus ulmifolius) e lampone (Rubus idaeus) sono la stessa cosa, quando è chiaro a tutti che non è così. Il fatto che, frutti, foglie e portamento siano molto simili non dimostra l’appartenenza ad un’unica specie. E difatti anche per rovo e lampone frutti (a parte il colore), foglie e portamento sono del tutto simili.

ClintonTavolaUsa1908

3 Il clinto viene coltivato da secoli. FALSO: come già detto  arrivò dal nordamerica sul finire dell’800. Prima era del tutto sconosciuto in Europa. Rimane ancora dubbia l’origine spontanea o meno dell’incrocio tra Vitis labrusca e Vitis riparia. La prima vite americana arrivata sul nostro continente, l’Isabella o Uva Fragola, fa la sua comparsa in Francia intorno al 1820. Con tutta probabilità, proprio questa varietà portò la prima infezione di origine americana sul suolo europeo, l’oidio. Successivamente, la diffusione e l’apporto incontrollato di materiale americano comportò l’introduzione di altre pesti fino ad allora estranee: la fillossera (comparsa in Francia nel 1863 e in Italia a partire dal 1879) e la peronospora (arrivata nel 1878). Proprio per combattere queste minacce furono selezionati gli ibridi produttori diretti come il clinton, la cui importazione va probabilmente datata tra il 1860 e il 1870 (successivamente per l’Italia). La fillossera rappresenta ad oggi la più grave minaccia che i viticoltori si siano mai trovati ad affrontare: la storia millenaria della vite europea rischiò seriamente di venire cancellata.

Grappoli di Isabella (Uva Fragola)

Grappoli di Isabella (Uva Fragola)

4 Le leggi che vietano il clinto sono arcaiche e superate. FALSO: il regolamento della Comunità Europea che ne vieta espressamente l’inserimento negli elenchi di uve idonee ad essere vinificate è del 2008 (Regolamento CE 479/2008). Lo stesso regolamento ne dispone l’espianto a meno che non si tratti di piante destinate alla sperimentazione o coltivate ad esclusivo uso familiare. Il primo regolamento italiano riguardante gli ibridi produttori diretti, risale al 1931 (Legge 376/31), ma il legislatore non è rimasto fermo da allora.

5 Il clinto fa male ed è vietato perché contiene metanolo. FALSO: sebbene sia possibile che una vinificazione mal condotta porti alla formazione di alcol metilico in misura apprezzabile, a causa dell’alto contenuto in pectina, la ragione originaria del divieto va ricercata nella scarsissima qualità dei vini ottenuti a partire da questo frutto (bassa gradazione, durata limitatissima). Negli ultimi anni il divieto può inquadrarsi anche nel più ampio tema del controllo fitosanitario nell’ottica di limitare la diffusione per via fogliare della fillossera, che prospera su questo tipo di ibridi e che sta dando segni di ripresa. Inoltre, se vinificato assieme ad altre uve anche in percentuali molto basse, ne caratterizza il profilo organolettico con il peculiare aroma selvatico (foxy), ritenuto inaccettabile dall’enologia classica. Se vinificato correttamente il clinto non presenta valori di metanolo diversi dai “veri” vini. Se la ragione fosse davvero questa, il legislatore vieterebbe il consumo tout court, non solo il suo utilizzo per produrre vino. E comunque, per assorbire quantità di metanolo pericolose con il clinto bisognerebbe berne diversi litri al giorno. Qualsiasi bevanda alcolica sarebbe fortemente dannosa a quelle quantità ! La vulgata si è probabilmente diffusa a seguito dello scandalo del metanolo (1986) che riguardò l’adulterazione di vino a cui era stata innalzata la gradazione con l’aggiunta di metanolo (perché più economico dell’alcol etilico) da parte di alcune aziende commerciali del nord Italia. Il fatto destò molta sensazione perché provocò ben 23 vittime e numerosi casi di lesioni gravissime (cecità e danni neurologici). In tutto questo, il clinto non ebbe nulla a che fare.

6 Il clinto ha salvato la vite europea e gli si deve riconoscenza. FALSO: i portainnesti che hanno permesso di contenere la malattia fillosserica sono derivati da altri incroci di viti americane (Vitis berlandieri, Vitis rupestris e Vitis riparia). Questo perché lo stesso clinton ha dimostrato di avere scarsa resistenza alla fillossera e in molti casi deve essere innestato a sua volta. A proposito delle dinamiche tra clinton e fillossera, vedere i punti 3 e 5.

Effetti della fillossera sulla parte aerea di una vigna di clinton

Effetti della fillossera sulla parte aerea di una vigna di clinton

7 Il clinto è stato selezionato dagli emigranti veneti in sudamerica. FALSO: la madre di tutte le cazzate ! Come già detto l’incrocio è di origine nordamericana (dove emigranti veneti ce ne erano davvero pochi). Il nome deriverebbe dalla località statunitense di Clinton, da dove con tutta probabilità giunsero le prime barbatelle. Che bisogno c’è di cercare una matrice venetista ad ogni costo ?

8 Il clinto è una tipicità veneta. DISCUTIBILE: il clinto si diffuse in numerose regioni, non solo in Veneto e non solo in Italia. Ancora oggi lo si trova in piccoli filari o singole vigne nelle case di nostalgici coltivatori, che lo usano per il consumo familiare. La sua diffusione a livello di prodotto finale è ovviamente frenata dai divieti legislativi. E’ vero però che la coltura (e cultura) del clinto ha resistito in particolar modo in Veneto, ma è molto popolare anche nel Mantovano e in altre parti della Lombardia, in Friuli, in Emilia e in Romagna, e fino al Lazio, dove è conosciuto come u grintu. Probabilmente l’area di tipicità andrebbe un po’ estesa.

Clinto: dura lex, sed lex

di Marco De Tomasi

Visto che non si placano, almeno a livello locale, le polemiche seguite alle sanzioni comminate a tre distillerie vicentine per aver proposto in commercio distillati a base di clinton (o clinto che dir si voglia), faccio seguito al mio precedente articolo sull’argomento, ricapitolando la storia delle norme che si sono susseguite  negli anni e riassumendo il quadro attuale.

Lex

Per farlo ho rielaborato, anche alla luce delle norme successivamente emanate, l’illuminante commento del giudice Edoardo Mori sull’argomento e che trovate qui.

La storia delle norme sul clinto:

L’introduzione degli ibridi produttori diretti e delle viti americane a seguito dell’invasione della fillossera portò al proliferare di vini di qualità scadente che minacciavano di minare il commercio dei vini italiani.

La Legge n. 376 del 23 marzo 1931 vietava la coltivazione degli ibridi produttori diretti su tutto il territorio nazionale, divieto esteso anche alla specie americane “pure”, come l’uva fragola o isabella (Vitis labrusca – anche se rimane dubbio se questa sia in realtà un ibrido tra vinifera x labrusca) con la Legge n. 729 del 2 aprile 1936, con deroghe che dovevano essere stabilite a livello ministeriale per le regioni dove se ne ravvisava l’utilità ed eccezioni riguardanti la coltivazione ed utilizzo per il consumo familiare. Il Regio Decreto 16 luglio 1936, n. 1634, raccoglieva e ribadiva il precedente quadro normativo. Si trattava fondamentalmente di misure protezionistiche a favore della Vitis vinifera.

Tali divieti non furono però mai rigidamente applicati né mai furono emanati i decreti ministeriali che dovevano stabilire le deroghe previste dalla legge, pertanto il clinto, unitamente agli altri ibridi produttori diretti e all’uva fragola, continuarono ad essere coltivati.

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Con l’art. 22 del DPR 12 febbraio 1965, n. 162 si proibiva la vinificazione di uve diverse dalla Vitis vinifera, ma a seguito delle proteste dei coltivatori, con la Legge n. 207 del  6 aprile 1966, all’articolo 1 si tentò di correggere il tiro, vietando la

detenzione a scopo di commercio ed il commercio dei mosti e dei vini non rispondenti alle definizioni stabilite o che abbiano subito trattamenti ed aggiunte non consentiti o che, anche se rispondenti alle definizioni e ai requisiti del presente decreto, provengono da vitigni diversi dalla Vitis vinifera, eccezion fatta per i mosti ed i vini provenienti da determinati vitigni ibridi, la cui coltivazione potrà essere consentita con decreto del ministro per l’agricoltura e le foreste in relazione alle particolari condizioni ambientali di alcune zone ed alle caratteristiche intrinseche dei vitigni stessi…Si intendono detenuti a scopo di commercio i mosti o i vini che si trovano nella cantina o negli stabilimenti o nei locali dei produttori e dei commercianti.

La norma creò un po’ di confusione (dalle mie parti si dice “pezo el tacòn ch’el sbrégo” ovvero “peggio la toppa che lo strappo”), perché vietava da una parte e consentiva dall’altra, senza poi stabilire sanzioni. Di fatto era inapplicabile e quindi si continuò a fare vino con il clinto, sia pure a livello familiare o tutt’al più “semiclandestino”.

Il quadro normativo fu riassestato con l’entrata in vigore di normative europee. In particolare, il Regolamento n. 822/1987 del 16 marzo 1987 fissò l’elenco dei vitigni che potevano essere utilizzati per la produzione di uve da vino, prevedendo una deroga temporanea per gli incroci interspecifici (ibridi produttori diretti).

E se non sbaglio, mi pare che proprio la Distilleria Schiavo, sanzionata nelle scorse settimane, ha dichiarato di avere in produzione la “grappa di clinto” proprio dal 1987.

Purtroppo però il legislatore non si è fermato al 1987.

Europa Europe 3D

Le norme attuali

Il Regolamento (CE) n. 479/2008 del Consiglio del 29 aprile 2008 (che a sua volta modifica gli analoghi regolamenti susseguitisi tra il 1999 e il 2008 e abroga quelli emanati tra il 1986 e il 1999) relativo all’organizzazione comune del mercato vitivinicolo, all’art. 24, ha stabilito che:

1. Fatto salvo il paragrafo 2, gli Stati membri classificano le varietà di uve da vino che possono essere impiantate, reimpiantate o innestate sul loro territorio per la produzione di vino.
Gli Stati membri possono classificare come varietà di uve da vino soltanto quelle che soddisfano le seguenti condizioni:
a) la varietà in questione appartiene alla specie Vitis vinifera o proviene da un incrocio tra la specie Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis;
b) la varietà non è una delle seguenti: Noah, Othello, Isabelle, Jacquez, Clinton e Herbemont.
L’estirpazione di una varietà di uva da vino eliminata dalla classificazione di cui al primo comma ha luogo entro 15 anni dalla sua eliminazione.
2. Gli Stati membri in cui la produzione di vino  non supera 50 000 ettolitri  per campagna viticola, calcolata in base alla produzione media delle ultime cinque campagne viticole,  sono esonerati dall’obbligo di classificazione di cui al paragrafo 1.
Tuttavia, anche negli Stati membri di cui al primo comma possono essere impiantate, reimpiantate o innestate per la produzione di vino soltanto le varietà di uve da vino rispondenti al paragrafo 1, lettere a) e b).
3. In deroga al paragrafo 1, primo e secondo comma, e al paragrafo 2, secondo comma, sono autorizzati per scopi di ricerca scientifica e sperimentali l’impianto, il reimpianto o l’innesto delle seguenti varietà di uve da vino:
a) le varietà non classificate, per quanto concerne gli Stati membri di cui al paragrafo 1;
b) le varietà non rispondenti al paragrafo 1, lettere a) e b), per quanto concerne gli Stati membri di cui al paragrafo 2.
4. Le superfici impiantate con varietà di uve da vino per la produzione di vino in violazione dei paragrafi da 1 a 3 sono estirpate.
Non v’è tuttavia alcun obbligo di estirpazione di tali superfici se la produzione in questione è destinata esclusivamente al consumo familiare dei viticoltori.
5. Gli Stati membri prendono le misure necessarie per verificare che i produttori si conformino al disposto dei paragrafi da 1 a 4.

Dalla lettura del paragrafo 1. dell’art. 24, ed in particolare del punto b) appare evidente che in nessun modo il clinton, come anche l’uva fragola (isabella) possano essere classificati come uva da vino e che quindi gli impianti esistenti, se non destinati al consumo familiare, devono essere estirpati (*).

Inoltre appare chiaro come gli incroci interspecifici resistenti attualmente in fase di sperimentazione (come solaris e bronner ad esempio) possano essere inseriti (e di fatto lo sono stati) nelle varietà classificate come uve da vino.

Solaris

Grappoli di solaris

Evidentemente il legislatore ritiene che i vini derivati dalle uve espressamente vietate dal paragrafo 1. siano di qualità talmente insufficiente da non meritare alcuna tutela ed anzi scoraggiarne la coltivazione.

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(*) Mi sfugge la ragione di tale accanimento: non posso usarle come uve da tavola ? A meno che il divieto di coltivazione non sussista anche per tale tipologia. Però io l’uva fragola la trovo dal fruttivendolo !

Clinto: se lo conosci …

di Marco De Tomasi

Sono consapevole che lo scritto che segue finirà per alienarmi diverse simpatie, ma tant’è: non riesco più a contenermi sull’argomento.

La recente cronaca locale ha visto ben tre distillerie vicentine (Schiavo di Costabissara, Brunello di Montegalda e Capovilla di Rosà – per le quali nutro la massima stima) multate per aver messo in commercio distillati ottenuti dal frutto o dalle vinacce di clinto.

Non desidero entrare nel merito, ma uso questo episodio quale pretesto per esternare il mio pensiero sul clinto, sbandierato qui in provincia sempre più spesso come esempio di identità locale e tradizione da salvaguardare.

Andiamo con ordine: cos’è il clinto o clinton ?

E’ un ibrido produttore diretto, ottenuto dall’incrocio di due specie americane (Vitis labrusca x Vitis riparia), cioè dall’incrocio di due specie vegetali che sono imparentante con la vite europea (Vitis vinifera).

Grappolo di Vitis riparia, uno dei "genitori" del clinto

Grappolo di Vitis riparia, uno dei “genitori” del clinto

Se assumiamo quindi che per legge può chiamarsi “vino” solo il prodotto della fermentazione alcolica del frutto della Vitis vinifera, appare chiaro che l’utilizzo di tale termine è precluso per altri tipi di frutta.

Per i più “gnucchi”, ancora convinti che sempre e solo di grappoli d’uva si tratti, faccio un parallelo con altre specie vegetali.

Credo sia chiaro a tutti che, sebbene simili (colore a parte), more e lamponi NON siano la stessa cosa.

lamponi e more

Colore a parte, la struttura dei frutti del rovo e del lampone è la stessa, come nel caso dei frutti delle piante del genere Vitis

Scientificamente le more di rovo sono i frutti del Rubus ulmifolius, mentre i lamponi sono i frutti del Rubus idaeus.

Vale a dire che tra more e lamponi c’è lo stesso grado di separazione esistente tra il cabernet (o il merlot, o la garganega, o quello che preferite) e il clinto (o noah, o il bacò, o quello che preferite).

L’utilizzo di specie americane congeneriche della vite europea è dovuto alla diffusione in Europa, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, della fillossera, un insetto proveniente dal continente americano che iniziò ad attaccare viralmente le viti, provocando danni irreparabili.

Il dannato insetto attacca diversamente le varie specie del genere Vitis: nel caso della vinifera distrugge le radici della pianta, mentre nelle viti americane, più resistenti a causa del prolungato adattamento evolutivo a contatto con la fillossera, attacca l’apparato foliare.

L’avvento della fillossera fu catastrofico: i prestigiosi vigneti europei rischiarono seriamente di soccombere a questo attacco.

1890: una vignetta del giornale satirico britannico "Punch" ironizza sull'avvento della fillossera

1890: una vignetta del giornale satirico britannico “Punch” ironizza sull’avvento della fillossera

Per correre ai ripari si sperimentarono incroci fra le varie specie americane del genere Vitis e incroci tra specie americane e vinifera. Si fece ricorso così gli ibridi produttori diretti, come il clinton (che prende il nome dalla località statunitense di Clinton, da dove probabilmente vennero importate le prime barbatelle).

Nel volgere di qualche decennio, si scoprì che innestando la vite europea sull’apparato radicale di viti americane si impediva alla fillossera di danneggaire le preziose varietà europee, frutto di una selezione lunga migliaia di anni.

Annuncio Fillossera

Un annuncio pubblicizza la vendita di ibridi produttori diretti e viti innestate su piede americano negli Stati Uniti: siamo alla fine del 1800.

Nel frattempo però, gli ibridi produttori diretti avevano soppiantato la vite europea in alcuni territori, in particolar modo quelli più poveri o nelle porzioni di questi dove minore era la tradizione vitivinicola.

In Veneto la diffusione di tali ibridi avvenne tra l’ultimo decennio del 1800 e il 1920.

Va detto che il prodotto degli ibridi produttori diretti è, dal punto di vista qualitativo, nettamente inferiore a quello dato dalle varietà della Vitis vinifera. Maggiore è inoltre la quantità di alcol metilico presente e si hanno residui di acido cianidrico, per cui l’abuso delle bevande ottenute dalla fermentazione di tale tipo di frutta può creare danni alla vista (l’avvelenamento da metanolo colpisce la retina e il nervo ottico).

Con l’introduzione del portainnesto americano, veniva meno la necessità di ricorrere a tali prodotti, secondo la massima aurea:

… ora che avete trovato la soluzione, che ve ne fate di un vino di merda del genere ?
(cit. Fausto Maculan)

Alcol metilico a parte, una serie di misure protezionistiche a favore della vite europea, ha sancito a più riprese, anche a livello comunitario, il divieto di commercializzazione dei prodotti derivati dagli ibridi produttori diretti, con una deroga per l’uva fragola, perché prodotta non da un ibrido, ma da una specie americana “pura”, ovvero la Vitis labrusca (con l’avvertenza comunque di non chiamarlo “vino”).

Se riassumiamo quindi il quadro della situazione, il mio pensiero può riassumersi così:

  • La bevanda ottenuta dalla fermentazione del frutto degli IPD è di qualità scadente e comunque non comparabile al vino (inteso esclusivamente come prodotto della Vitis vinifera).
  • Affermare che il clinton e gli altri IPD facciano parte della nostra storia e delle nostre tradizioni è un falso storico, dato che la loro introduzione è relativamente recente (parliamo di poco più di un secolo, periodo che appare risibile di fronte alle varietà di uva preesistenti). Limitando la cosa alla provincia di Vicenza, dove la “battaglia” per il clinto sembra essere più accesa, la vera tradizione va ricercata nelle varietà di vinifera coltivate da tempo immemore sul territorio e infinitamente più rappresentative, come garganega, durella e molte altre, citate per esempio sul “Roccolo Ditirambo” di Aureliano Acanti, opera del 1754 (quindi antecedente di oltre un secolo all’introduzione degli IPD sul territorio).
  • E’ pretestuoso e fuorviante, a mio avviso, riconoscere la de.co. (*) per un prodotto che non può essere messo in commercio, come è successo per il comune vicentino di Villaverla, non fosse altro perché l’operazione non crea alcun ritorno economico. Maggiori benefici si otterrebbero facendo ricerche sulle varietà elencate per lo stesso comune dal già citato “Roccolo Ditirambo” ambientato proprio a Villaverla e che cita, per la località di Novoledo, la coltivazione del lambrusco (oggi non più presente, probabilmente annientato dalla stessa fillossera).
  • Appare discutibile il tentativo di parificare il clinto alle varietà della vinifera: il clinto fu un prodotto della disperazione generata dalla distruzione del vigneto europeo da parte della fillossera ed un succedaneo del vino. E’ come se dicessi che il caffé di cicoria ha la stessa dignità del caffé vero o che le uova di lompo sono la stessa cosa del caviale.

Fatte queste puntualizzazioni, alla fine penso che il divieto di commercializzazione possa tranquillamente essere tolto, ma la battaglia per la legalizzazione del clinto deve partire da altri presupposti e sottolineando, a difesa del consumatore finale, la storia che ha portato questo frutto sulle nostre tavole e le differenze abissali con le varietà di vinifera.

Nonostante tutto, il profumo dei grappoli di clinto, maturi da metà agosto, rimane inebriante ed evoca alla mente ricordi di una infanzia passata a rubarne qualche grappolo nelle scorribande campagnole e di una adolescenza dove un “goto” di quel liquido impenetrabile, acidulo e sgraziato era una costante dei giorni di festa …

… ma concedetemi che il vino è davvero un’altra cosa.

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(*) su come venga utilizzato lo strumento della de.co. per il momento taccio, giusto per tenermi quei tre lettori rimasti alla fine di questo articolo.

Oidio e peronospora non danno tregua, ma potrebbe esserci di peggio

di Marco De Tomasi

Finora non possiamo dire, almeno qui al nord, che l’andamento di questa annata 2014 sia tra i più felici.

Le continue e abbondanti piogge rappresentano una autentica sfida per i viticoltori, impegnati in una lotta senza quartiere contro oidio e peronospora.

Perso in queste considerazioni mentre stamattina facevo colazione, il mio sguardo è stato attirato da un moscerino che svolazzava sul cesto della frutta.

Mi sono girato verso il calendario, ho guardato il cielo ed il termometro.

Entro qualche giorno l’invaiatura dei grappoli sarà avviata in tutte le regioni settentrionali e se il tempo non migliora, con sole e temperature estive, gli amici viticoltori rischiano di trovarsi ad affrontare un nemico che a confronto oidio e peronospora sono una passeggiata di salute.

Drosophilasuzukii

Dall’invaiatura in poi, e a maggior ragione con questo clima fresco, potrebbe manifestarsi massicciamente (non voglio portar sfiga ma è così) la Drosophila suzukii (ne avevo parlato qui, qualche anno fa), il moscerino asiatico comparso qualche anno fa tra i filari e capace di infliggere enormi danni alla frutta.

Non solo ! Potrebbe in queste condizioni decidere di scendere verso sud e insediarsi in regioni dove finora non ne è stata registrata la presenza.

Le varietà più a rischio sono quelle con la buccia sottile, ma nessuno può sentirsi al sicuro.

Sperando che la stagione si rimetta nella normalità, riducendo il rischio di questa peste, attendo le vostre segnalazioni con il fiato sospeso !

Cessione dei diritti d’impianto: con la proroga si rischia la speculazione

di Marco De Tomasi

Capita raramente, ma stavolta è proprio il caso di dire “ricevo e volentieri pubblico”: la FIVI lancia l’allarme sui rischi di speculazione dietro la proroga della cessione a titolo oneroso dei diritti d’impianto, proroga richiesta dal nostro paese all’Europa.

A voi il comunicato stampa di FIVI (via Laura Sbalchiero):

Fivi

FIVI AVVERTE: REALE RISCHIO DI SPECULAZIONI NELLA COMPRAVENDITA DEI DIRITTI DI IMPIANTO DEI VIGNETI PRIMA DELLENTRATA IN VIGORE DEL NUOVO SISTEMA DI AUTORIZZAZIONI NEL 2016

I vignaioli indipendenti italiani denunciano il rischio di speculazioni sui prezzi dei diritti di impianto a causa della proroga richiesta dallItalia sui tempi di conversione in autorizzazioni.

FIVI Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti ha preso posizione, sia a Roma presso il MIPAAF sia a Bruxelles tramite CEVI – Confédération Européenne des Vignerons Indépendants, contro la richiesta italiana di prorogare la cessione a titolo oneroso dei diritti di impianto dei vigneti dopo il 1 gennaio 2016, data di entrata in vigore del nuovo sistema delle autorizzazioni (vd. art. 68, Disposizioni transitorie  Regolamento EU 1308/2013, OCM).

FIVI è lunica organizzazione che si è opposta a tale prolungamento, perché è convinta che in questo modo NON si tutelino gli interessi dei vignaioli.

Sulla base del documento elaborato dal Gruppo di Alto Livello (HLG) la Commissione Europea ha proposto il nuovo sistema, il quale prevede che dal 1 gennaio 2016 tutti i diritti di impianto si trasformino in autorizzazioni personali, non cedibili e gratuite (previa richiesta del titolare). All’interno degli Atti Delegati, l’Italia ha chiesto che i diritti in portafoglio siano cedibili fino alla loro naturale scadenza. Questo significa aprire le porte alla speculazione perché, evidentemente, chi li detiene non ha alcuna fretta di venderli e può imporre prezzi più alti.

Oggi in Italia sono in circolazione circa 50.000 ettari di diritti, dei quali il 90% detenuti dai produttori e il resto nelle riserve regionali. Noi vignaioli indipendenti ci chiediamo perché, nonostante questi numeri, il nostro paese continui a procedere in una direzione contraria allinteresse dei vignaioli e di quanti, soprattutto giovani, vogliono investire in viticoltura ma non hanno la possibilità di acquisire diritti a prezzi abbordabili poiché devono per forza sottostare alle imposizioni dei grandi proprietari.

Non secondaria è la questione del tempo di permanenza dei diritti in portafoglio. Per l’Italia il D.M. di attuazione del Regolamento UE 1308/2013 stabilisce, all’art. 2, comma 7, che la durata dei diritti, sia di otto anni. Secondo noi si tratta di un periodo di tempo troppo lungo, perché così facendo si ingessa il mercato, mentre una durata inferiore vivacizzerebbe le compravendite ed eviterebbe le speculazioni.

Da qui nasce la nostra proposta, di cui si è fatto portavoce l’on. Massimo Fiorio:

  • riduzione a tre anni della permanenza dei diritti in mani private
  • se allo scadere del terzo anno i diritti non sono stati convertiti in autorizzazioni, passano automaticamente  a una riserva nazionale, gratuitamente o a prezzo politico
  • tale riserva nazionale, gestita dal MIPAAF, assegna questi diritti alle singole regioni, affinché queste li distribuiscano ai viticoltori, i quali restituiranno allo Stato l’eventuale prezzo politico pagato precedentemente.

La Commissione Europea ha proposto il nuovo sistema di autorizzazioni all’interno del quale si istituisce il blocco dei trasferimenti dei diritti a partire dal 1 gennaio 2016 (par. 3, art. 3). Tale disposizione però non risulta al momento inserita in alcuna forma nel Regolamento EU 1308/2013. Di conseguenza regna ancora una sconcertante confusione sul futuro prossimo.

Data l’importanza della questione FIVI continuerà a far sentire la propria voce con l’obiettivo di tutelare il lavoro e il futuro di tanti vignaioli e piccole imprese agricole.

FIVI – Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti 

Attualmente sono 800 i produttori associati, da tutte le regioni italiane, per un totale di circa 8.000 ettari di vigneto, per una media di circa 10 ettari vitati per azienda agricola. Circa 55 sono i milioni di bottiglie commercializzate e il fatturato totale supera 0,5 miliardi di euro, per un valore in termini di export di più 200 milioni di euro. Gli 8.000 ettari di vigneto sono condotti per il 49 % in regime biologico/biodinamico, per il 10 % secondo i principi della lotta integrata e per il 41 % secondo la viticoltura convenzionale.

Vigneti_low

Ai lettori di Vitis – Libere cronache di degustazione

di Marco De Tomasi

I più attenti fra i miei lettori avranno notato che da oltre un anno a questa parte gli articoli che scrivo su Vitis portano solo la mia firma.

Visto l’evolversi della situazione, ritengo necessario a questo punto dare qualche spiegazione.

Vitis è una mia idea: fin da subito ho interessato Pietro perché siamo legati, oltre che dalla passione per il vino, da un forte legame di amicizia che dura dall’infanzia.

Quando abbiamo iniziato questa avventura, Pietro lavorava per un ente di certificazione agroalimentare in cui il vino aveva un peso del tutto marginale e trascurabile ai fini di quanto volevamo comunicare.

Negli anni, la professione lo ha portato ad occuparsi sempre più di questo settore, che oggi segue in modo pressoché esclusivo.

Per proteggere questo blog da eventuali critiche ed accuse di conflitto di interesse, da diverso tempo Pietro ha deciso di non scrivere più nulla per Vitis.

Non solo: non ha mai voluto mettere naso negli articoli scritti autonomamente da me.

E così continuerà ad essere in futuro.

Rimarranno gli articoli scritti a due mani prima che la sua carriera professionale prendesse l’attuale indirizzo.

A lui va il mio ringraziamento per l’apporto dato alla nascita e alla crescita di Vitis e i miei migliori auguri per la sua carriera professionale.

(Va da sé che al di fuori di queste pagine continueremo tranquillamente a frequentarci e a bere assieme !)

Son soddisfazioni …

di Marco De Tomasi

Dovrei contenermi, ma proprio non ce la faccio.

Meno di un mese fa, dopo aver pubblicato sul forum del Gambero Rosso un post di promozione di VIeNI IN VILLA,  venivo sbertucciato da alcuni seguaci del rubesco crostaceo perché secondo il loro metro, era una “manifestazione triste”, “con poche aziende”, “priva di presenze di rilievo”. Insomma, un evento al quale non valeva la pena partecipare.

Poi in questi giorni, mi è capitato di inciampare nell’annuncio di questa imperdibile kermesse brassicola organizzata a Roma proprio dal Gambero Rosso.

A scorrere l’elenco delle birre presenti è come se io avessi organizzato VIeNI IN VILLA proponendo i più prestigiosi marchi di vino in brick reperibili presso la GDO.

Non me ne viene in tasca nulla, ma vi confesso che vorrei vedere ora le facce dei soloni intervenuti sul forum del Gambero Rosso.

Trombone

Da qualche tempo accarezzo l’idea di organizzare un evento che abbia come protagonista la birra, mantenendo lo stile di VIeNI IN VILLA (anche se mi rendo conto che la forma non può essere la stessa, vista la distanza tra i due mondi).

Ora, io non sono molto addentro la cultura brassicola, ma vi assicuro che se mai riuscirò a mettere in piedi qualcosa sull’argomento, ora so quale NON deve essere il mio esempio di riferimento !