Cascina Gnocco – Mornico Losana (PV)

di Marco De Tomasi

Non credo molto nella “decrescita felice”.

Nel caso di Cascina Gnocco,  credo però di essermi imbattuto in un caso di “decrescita intelligente”,

In Oltrepò in cataloghi aziendali sono spesso imbarazzanti per ampiezza e ricchezza di proposta.

Il disciplinare permette di produrre di tutto e di più, dal metodo classico al passito, rossi importanti, bianchi frizzanti, declinati in tutte le possibili varianti del tenore zuccherino.

Va detto che l’area è una delle più ricche d’Italia dal punto di vista ampelografico: basti pensare che un censimento delle varietà coltivate in Oltrepò del 1884 arrivava ad annoverare ben 225 diversi tipi di uva. A fianco dei vitigni internazionali più richiesti, troviamo ancora oggi un patrimonio di vitigni autoctoni, per lo più a bacca rossa, di tutto riguardo.

E non sono poche le aziende che decidono di proporre la più ampia gamma possibile, di fronte a tanta ricchezza.

A volte ottenendo etichette eccellenti, in molti altri casi vini che vanno dal passabile al dimenticabile.

Perché non tutte le zone sono vocate per tutti i vitigni e per tutte le tipologie.

Cascina Gnocco era la classica azienda dell’Oltrepò che all’affacciarsi  del nuovo millennio produceva quello che il mercato richiedeva, concentrandosi per lo più su vini di stampo internazionale.

Cascina Gnocco

Una simile impostazione, seppur premiata dal mercato, identificava l’azienda come “una delle tante” in Oltrepò.

Un’etichetta che a Domenico Cuneo e al figlio Fabio stava decisamente stretta.

Da qui la decisione di riorganizzare l’azienda, abbandonando la nuova cantina e i volumi importanti, e ritornando alla vecchia struttura, dimensionalmente più idonea al nuovo corso aziendale: concentrarsi sui vitigni autoctoni.

Questo processo passa per la riscoperta della mornasca, anticamente detta uva di Mornico o ugona, vitigno autoctono che si pensava scomparso, ma che tra i vecchi filari di Cascina Gnocco esisteva ancora.

Mornasca

Dell’uva di Mornico si erano perse le tracce al punto che non figurava tra le varietà iscritte al registro nazionale delle varietà di vite.

L’abbandono di questa varietà è, come in molti altri casi, legata alla riorganizzazione degli impianti produttivi a seguito dell’avvento della fillossera. Abbandono legato anche alle caratteristiche intrinseche del vitigno: alta produttività che portava a vini spesso insufficienti e quindi sacrificabili nell’ottica di allora, e in parte, anche di quella odierna.

A Cascina Gnocco scoprirono, quasi per caso, le potenzialità di quest’uva in chiave moderna.

Per mitigarne l’esuberanza produttiva si scelse di abbassare le rese, adottando potature corte e diradando i grappoli prima della vendemmia.

In seguito, una annata con un particolare andamento climatico durante la vendemmia, costrinse i Cuneo a occuparsi prima delle altre varietà presenti nei vigneti, allora fondamentali per l’economia aziendale.

L’uva di Mornico rimase quindi in pianta, pronta per essere vendemmiata. Ma alla vigilia di entrare in vigna, iniziò a piovere. E non smise per due settimane.

Questa forzata permanenza sui tralci trasfigurò i grappoli: rimasero inattaccati dalle muffe, non si gonfiarono d’acqua ma, al contrario, si presentarono alla raccolta con  caratteristiche organolettiche, concentrazione e colore inaspettati.

L’uva di Mornico diventò quindi un’uva per la quale valeva la pena tentare una vinificazione in purezza.

I risultati di quelle prime vinificazioni furono talmente incoraggianti da persuadere Domenico e Fabio a razionalizzare il vigneto, allora misto, puntando solo su quest’uva, intraprendendo nel contempo il laborioso percorso burocratico per il riconoscimento della varietà e il suo inserimento nell’elenco dei vitigni autorizzati per la provincia di Pavia, che avvenne ufficialmente nel 2010, ribattezzandola mornasca in quanto non era possibile usare il nome geografico per un vitigno. Per inciso, sono le stesse regole che ci hanno costretto a chiamare glera quello che fino a poco tempo fa abbiamo sempre chiamato prosecco.

Ho potuto apprezzare i risultati ottenuti da Cascina Gnocco sia in azienda che durante una serata dedicata nel ciclo “Oltre la storia” presso il ristorante Prato Gaio a Montecalvo Versiggia.

Cascina Gnocco RoséHa aperto la degustazione un Metodo Classico Rosè ottenuto da uve mornasca. 18 mesi sui lieviti. Uno spumante dal profilo interessante e tutto da scoprire: piccoli frutti rossi e melograno al naso, con note fermentative che presagiscono un’evoluzione in direzione dell’idrocarburo (ma è ancora presto per dirlo con certezza). In bocca è piuttosto pieno, grazie ad un tenore zuccherino chiaramente percepibile, e a una bella cremosità, anche se con un leggero deficit sul fronte della spinta acida. Un vino che si colloca a metà strada tra la ricercatezza di un metodo classico da uve internazionali e la nobile rusticità dei rifermentati in bottiglia della tradizione padana (e che per questo si inserisce a pieno titolo nel suo contesto territoriale), con una vocazione decisamente gastronomica.

Ma la mornasca, vitigno a bacca rossa, trova la sua vera essenza nell’Orione, il vino rosso di Cascina Gnocco.

Tanto per dare qualche riferimento, per chi frequenta i grandi vini di territorio dell’Oltrepò, pianto due paletti: da una parte i vini a base croatina e dall’altro quelli con prevalenza di barbera.

La mornasca vinificata in purezza colpisce per i tannini vellutati, di maggiore morbidezza rispetto a quelli dati dalla croatina, e per l’eleganza del frutto, distante dalle ruvidità, pur affascinanti, che spesso si incontrano nella barbera.

Quattro le annate che ho avuto la possibilità di degustare: 2008, 2007 e 2005 alla serata di “Oltre la storia” e 2006 direttamente in azienda.

Oculata la scelta di Francesco Beghi, attento conoscitore della realtà oltrepadana, di non proporre la 2006 durante la serata. Non perché insufficiente, ma perché sembra stia seguendo un percorso evolutivo proprio, con un passo più lento rispetto alle altre tre annate.

Tre annate che invece seguono magistralmente lo stesso canovaccio, pur nel rispetto delle differenze dei singoli millesimi, scandendo a intervalli regolari e pressoché equidistanti il potenziale evolutivo dell’Orione.

OrioneProvincia di Pavia Rosso Orione 2008: Il naso è dominato da frutti rossi ancora croccanti, con innesti floreali e una distinta nota vegetale che ricorda la rucola. A distanza cominciano ad emergere note di tabacco e spezie dolci. Godibile ma ben lungi dall’essere maturo, specie in bocca, con tannini ben presenti e ancora non perfettamente integrati al frutto (come detto però siamo ben distanti dalle durezze tipiche della croatina di pari età). Un ulteriore affinamento in bottiglia non farà che bene a questo vino.

Provincia di Pavia Rosso Orione 2007: qui devo fare dei distinguo, perché la bottiglia bevuta a cena era decisamente diversa da quella assaggiata in azienda nel pomeriggio. In entrambi i casi ho incontrato un frutto più maturo rispetto al 2008, come era da aspettarsi. Ma la complessità espressa dalle due bottiglie di pari annata era nettamente diversa, con quella degustata a cena che sembrava avere il freno a mano tirato rispetto a quella assaggiata in azienda, che invece esplodeva in una complessità olfattiva fuori del comune, con note fruttate e floreali evolute che andavano ad integrarsi a registri balsamici, in sentori che ricordavano molto da vicino il più nobile rancio di un Bas-Armagnac. Ora, con tali descrittori si potrebbe pensare che il vino potesse avere qualche problema di cessione del tappo con prematura ossidazione. Invece in bocca ho trovato un vino altrettanto complesso, elegante, energico, niente affatto stanco e con l’idea di avere ancora raggiunto la piena maturità.

Provincia di Pavia Rosso Orione 2005: sensazioni che ho puntualmente ritrovato amplificate nella 2005, presenti in tutte le bottiglie proposte a cena e che sono state apprezzate da tutti i commensali. Sono rimasto piacevolmente colpito soprattutto da questa complessità olfattiva, tanto da farla notare a Roger Marchi, tra gli anfitrioni di “Oltre la storia” il quale ha confermato la mia idea dopo che entrambi avevamo posato il naso su una bottiglia di Bas-Armagnac. Anche al palato dimostra di aver acquisito ulteriore fascino ed eleganza, con tannini vellutati e assenza di qualsiasi tipo di spigolo, mantenendo nel contempo un potenziale evolutivo sicuramente interessante.

E c’è vita e forza in questo vino: dato che mi spinge a confermare l’idea che queste curiosissime note olfattive non siano dovute a processi ossidativi indesiderati ma a naturale evoluzione del vino, rendendo la mornasca un vitigno degno della massima attenzione proprio per queste sue caratteristiche peculiari.

Infine, degustato unicamente in azienda:

Provincia di Pavia Rosso Orione 2006: rispetto alla successiva annata 2007 risulta molto chiuso ed in cerca di una propria precisa identità, con un naso incentrato più sul registro delle spezie che non sul fruttato-floreale. Spezie però ancora piuttosto lontane dall’esprimere tutto il loro potenziale. Anche in bocca rispecchia questo carattere piuttosto scontroso e poco incline a concedersi, specie quando messo al confronto con i vini che lo hanno preceduto e seguito. Giudizio sospeso, in attesa che decida di schiudersi al naso e al palato.

 

Cascina Gnocco
Frazione Losana, 20
27040 – Mornico Losana (PV)
Tel.: 0383 892280
E-mail : info@cascinagnocco.it
www.cascinagnocco.it
Ettari Vitati: 5
Bottiglie annue prodotte: 10/15.000

Franciacorta Extra Brut Millesimato 2007 – Camossi

di Marco De Tomasi

Da qualche anno seguo con interesse i fratelli Camossi.

Ho sperimentato in prima persona la crescita continua dei loro Franciacorta, che anno dopo anno diventavano più buoni e precisi, ma soprattutto più personali e definiti nello stile.

E’ cosa risaputa e accettata che i metodo classico sono vini in cui l’espressione del terroir è messa in secondo piano dalla tecnica, e i Franciacorta non fanno eccezione.

Ma c’è un filo conduttore alla base del lavoro di Claudio e Dario Camossi: il rispetto e l’attenzione per l’espressività delle basi spumante, che emergono sempre ben delineate dai loro Franciacorta.

Io non sono solito esprimermi per superlativi o assoluti, ma questa volta non riesco a trattenermi: sappiate che, anche rispetto ai già buonissimi prodotti di questa azienda di Erbusco, il Franciacorta Extra Brut Millesimato 2007 dei fratelli Camossi è, senza mezzi termini, un CAPOLAVORO !

A partire dal naso ampio e ben definito, con le sue note fermentative speziate e suggestioni minerali che si intrecciano ai sentori floreali e fruttati del vino. Per poi passare in bocca, dove ha nerbo, tensione ed inesorabile progressione, acidità ben calibrata e frutto succoso, saporito e appagante. Un vino compiuto e completo, che supera di slancio l’idea di uno spumante fine a se stesso.

L’annata 2007 è composta per il 100% da Chardonnay (la composizione di questo vino varia in base all’annata).

L’unico rammarico è che questa etichetta risulta esaurita sia dal produttore, che dal mio fornitore abituale, che nella mia cantina !

Non mi resta che sperare che Claudio e Dario riescano di nuovo a produrre un Franciacorta così (ma so che le premesse sono più che buone !).

Vercesi del Castellazzo – Montù Beccaria (PV)

di Marco De Tomasi

L’Oltrepò è disseminato di castelli o edifici sorti su rovine di castelli. Praticamente non c’è nucleo abitativo tra queste colline che non ne conti uno.

Il motivo è dovuto alla presenza storica di importanti famiglie feudali che si spartivano e contendevano il territorio.

Tra queste, la potente famiglia dei Beccaria, signori di Pavia tra il XIII e il XIV secolo, prima di cedere il passo ai Visconti.

Tra i numerosi feudi dei Beccaria in Oltrepò, vi era il borgo di Montù, arroccato sulla cima di una collina (il nome di Montù deriva dal latino mons acutus con cui la località è indicata in documenti risalenti all’epoca del Barbarossa).

Nel punto più alto di Montù si ergeva uno dei castelli dei Beccaria. Aureliano Beccaria, ultimo conte feudatario di Montù, privo di discendenza maschile, nel 1590 donò in punto di morte il castello all’ordine dei padri barnabiti.

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Il castello si trasformò in convento, venne edificata una chiesa intitolata a San Aureliano di cui oggi restano solo i ruderi dell’ingresso e dell’abside, sparirono merlature e altre strutture difensive. Per il contado dei dintorni il convento divenne un punto di riferimento importantissimo grazie alla sua farmacia.

I padri barnabiti vennero poi sloggiati dai soldati di Napoleone, che portando gli ideali della rivoluzione, confiscarono i possedimenti ecclesiastici.

Nel 1808 l’edificio viene acquistato dagli attuali proprietari, la famiglia Vercesi, già proprietari di terreni nella zona fin dal ‘600, che lo trasformano in abitazione e azienda viticola. Dal 1961, il padre degli attuali proprietari, Franco Vercesi, inizia ad imbottigliare i propri vini, dato che la vendita delle uve non era più remunerativa.

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Oggi l’azienda è condotta dai fratelli Gian Maria e Marco.

Vercesi del Castellazzo è una realtà che seguo da tempo: Gian Maria mi piace per la sua positività, l’entusiasmo e la competenza che traspare già dalla prima volta che lo si incontra.

Non potevo quindi lasciar cadere il suo invito  ad andarlo a trovare in occasione della degustazione verticale del suo vino più importante, il Fatila (l’accento va sulla “i”), organizzata da OltreLaStoria e che si è svolta al ristorante Prato Gaio di Montecalvo Versiggia.

In degustazione le annate 1996, 1999, 2000 e 2003.

Il Fatila ha una particolarità: è una Bonarda (vale a dire croatina 100%), proveniente dalla parte più alta del vigneto Pezzalunga. E qui spero di avere attirato la vostra attenzione (ve ne avevo già parlato qui).

Scordatevi quelle imbarazzanti Bonarda frizzantine, morbidamente zuccherose: la croatina è un’altra cosa.

Anzi, il Fatila è la Bonarda come deve essere.

Fatila

Un vino maschio, importante, complesso e dotato di capacità di invecchiamento fuori del comune.

Lo ha dimostrato la degustazione a Prato Gaio, una verticale “alla francese”, dall’annata più vecchia alla più giovane:

  • 1996: annata difficile. Profumi ampi, appena un po’ etereo, frutto ancora in bella evidenza; elegantissimo è probabilmente all’apice della sua parabola evolutiva, e manterrà questo livello ancora per qualche anno, grazie ad una freschezza che ancora spinge senza cenni di cedimento. Beva compulsiva da una Bonarda di 18 anni !
  • 1999: qui rientriamo nei canoni più consoni del varietale: frutto polposo, quasi denso, più morbido del precendente. Sembra incredibile ma vien da dire che qui il vino stia ancora cercando l’amalgama perfetta e pare intrapreso la strada giusta. Se mi capitasse una bottiglia, probabilmente me la dimenticherei per altri 3-5 anni per goderne al meglio.
  • 2000: quasi un fratello gemello del 1999, ma qui si raggiunge la quadratura del cerchio: ha tutto il vigore dell’annata precedente, ma maggiore armonia e precisione, è ben scandito e godibilissimo da ora e per chissà quanti anni ancora. Buonissimo.
  • 2003: annata caldissima, senza tregua, è il Fatila 2003 è figlio di quell’annata: caldo nelle sensazioni alcoliche, voluminoso e morbido (ma tutt’altro che flaccido). Pronto ora, non ha la spinta verticale delle annate precedenti e probabilmente non ha le stesse capacità di tenuta nel tempo (ma stiamo parlando comunque di un vino che ha già 11 anni !). Da godersi subito e per i prossimi 2-3 anni.

Tutte le annate hanno un filo conduttore, dato dalla sostanza del frutto, mai esile come si conviene ad un vino ricavato da sola croatina, la presenza di tannini nobili, levigati e mai invasivi e note balsamiche dovute dalla terziarizzazione , come è giusto aspettarsi da vini che hanno più di 10 anni.

In azienda ho avuto modo di degustare il Fatila 2009, annata attualmente i commercio: la continuità qualitativa di questo vino, pur nella sacrosanta differenza di annata, è un altro punto a suo favore. Il 2009 ha il vigore della gioventù, ma è già ben definito, arricchito da una trama tannica vellutata ben svolta e un frutto appagante.

Non solo Fatila: da questa cantina escono altri vini che non possono mancare di attirare l’attenzione degli appassionati. Tralascio i vini più semplici ed immediati per soffermarmi su quelli che più mi hanno colpito:

Pezzalunga 2013: da uve barbera, pinot nero, croatina e vespolina. Profumato al naso, succoso e dinamico al palato. Viene proposto come rosso giovane, semplice ma tutt’altro che banale, è un vino versatile negli abbinamenti ed estremamente piacevole.

Pinot Nero Luogo dei Monti 2012: un pinot nero etereo, dal naso elegante e speziato, pulito in bocca con precisa corrispondenza di quanto percepito al naso. Anche se non ha la concentrazione di altri pinot nero oltrepadani assaggiati durante la mia rapida esplorazione, è esemplare per il rigore interpretativo nel rispetto del vitigno.

Rosso Castellazzo 2005: barbera 65%, Cabernet Sauvignon 35%. Sorpresa ! non me lo ricordavo da altre degustazioni fatte con Gian Maria. Ricco, concentrato, con un frutto maturo e soprattutto con una sorprendente concentrazione balsamica al naso che esplora tutte le varietà possibili, con precisi ritorni al palato (dategli però tempo di esprimersi lasciando la bottiglia aperta almeno una mezz’ora prima del consumo). Qualità/prezzo da primato !

RossoVercesi

E’ mancato purtroppo l’assaggio del Barbera Clà, perché esaurito in azienda: posso comunque dirvi che anche questa etichetta è da annotare tra quelle da assaggiare assolutamente.

Prezzi in enoteca più che abbordabili: si va dai 6-7 Euro del Pezzalunga ai 14-16 Euro del Fatila.

In più, Vercesi del Castellazzo è un azienda condotta secondo una filosofia di pieno rispetto ambientale. Non si usano diserbanti chimici, le viti sono trattate unicamente con rame e zolfo e le fermentazioni avvengono spontaneamente. Fa parte dell’associazione VinNatur.

 
Vercesi del Castellazzo
Via Aureliano Beccaria, 36
27040 – Montù Beccaria
Tel./Fax: 0385 262098
Mail:  vercesicastellazzo@libero.it
www.vercesidelcastellazzo.it
Ettari Vitati: 18
Bottiglie annue prodotte: 80.000

Riflessioni oltrepadane

di Marco De Tomasi

Prima di addentrarmi a raccontare delle aziende che ho visitato e dei vini che ho assaggiato, vorrei rendere partecipi i miei lettori di alcune riflessioni sull’Oltrepò Pavese.

Territorio vitivinicolo massacrato da una immagine confusa ed inadeguata, scelte commerciali discutibili, soggetto allo strapotere di imbottigliatori e grandi cantine sociali e, come se non bastasse, infangato dai soliti furbi che spacciano mediocrità per qualità (vedi i fatti di cronaca di questi giorni).

Sono dell’opinione che dal punto di vista comunicativo la cosa debba essere affrontata dai fondamentali, senza quindi dare per scontate tante cose.

L’Oltrepò Pavese, lo dice il nome stesso, è in provincia di Pavia.

Ora, quando uno dice Pavia, a voi cosa viene in mente ?

Il mio scarsamente variegato retroterra culturale mi suggerisce inconsciamente la sequenza: longobardi-Desiderio-CarloMagno-paludi-Ticino-risaie-riso-Lomellina-oche-certosa-monaci-naviglio-Milano.

Curioso: mi sono subito venuti in mente il Ticino e il Naviglio Pavese e non ho considerato che la provincia di Pavia è tagliata in due dal Po !

PaviaMappa

Le tre aree della provincia di Pavia

E ancora: tutte le associazioni che ho fatto riguardano la parte di provincia a nord del Po.

Come se la parte a sud non esistesse.

La parte che si chiama appunto Oltrepò.

Dove non ci sono risaie, né tantomeno paludi (beh, a dire il vero non ci sono più neanche nella parte nord): è un susseguirsi di colline che diventano montagne che per pochi chilometri non arrivano a sfiorare la Liguria (la quota massima è di ben 1725 metri).

Oltrepo1

Sulla carta geografica è un cuneo tra la provincia emiliana di Piacenza e quella piemontese di Alessandria.

Oltretutto, nella sua storia recente e per più di un secolo, l’Oltrepò divenne piemontese, per tornare lombardo solo con l’unità d’Italia.

L’area adatta alla viticoltura è quella che va dalla prima collina fino ai 5-600 metri: il triangolo sulla cartina va tagliato a metà e si deve considerare il trapezio che se ne ricava in alto.

La zona che ho visitato è una piccola parte del territorio oltrepadano: si tratta della prima collina tra Montù Beccaria, Canneto Pavese e Santa Giuletta (senza “i”).

Colline dolci, letteralmente ricoperte da vigneti inframezzati da boschi, punteggiate da borghi, castelli e ville patrizie.

Da quel poco che ho visto, qui la fregola edificatoria che caratterizza il mio nordest non sembra esserci; o per lo meno si percepisce meno.

Ho avuto una sorta di déjà vu, girando in auto per le colline: come se il tempo da quelle parti si fosse fermato a 25 o 30 anni fa …

Parlando dell’argomento di questo blog, tornando al gioco delle associazioni, la parola Oltrepò mi evoca due cose: Barbacarlo-Metodo Classico. Due antitesi, praticamente.

L’immagine ufficiale dell’Oltrepò è affidata ai suoi Metodo Classico. Che si possono fare bene, ma non in tutto l’Oltrepò.

Perché in realtà questo è un territorio ad alta vocazionalità per i vini rossi.

Lo dicono le varietà tradizionalmente coltivate: croatina, ughetta di Canneto (vespolina), barbera, uva rara e altre (nel secolo scorso si contavano 225 varietà di uva in Oltrepò). E mettiamoci dentro anche il pinot nero.

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Scopro nella mia immensa ignoranza che l’Oltrepò Pavese è il primo produttore di Pinot Nero a livello nazionale.

Perché ce n’è tanto (più di 3.000 ettari sui 13.500 dell’intero comprensorio oltrepadano) ed è qui da parecchio tempo: da più di 150 anni, per la precisione.

La presenza del pinot nero in Oltrepò è dovuta al Conte Carlo Giorgi di Vistarino, che a partire dal 1860 circa diede inizio al suo impianto a Rocca de’ Giorgi (siamo in alta collina). Fin da subito la produzione si orienta all’utilizzo delle uve per basi spumante, che prendono la strada del Piemonte, ma ben presto si inizia a vinificare anche in rosso, a fianco delle numerose varietà autoctone.

Dall’altra parte c’è Lino Maga e il Barbacarlo.

Inutile nascondersi dietro un dito: per molti di noi appassionati un po’ presuntuosi, per molto tempo l’Oltrepò ha significato solo ed esclusivamente Barbacarlo.

Tralascio in questa sede di descrivere questo vino dal punto di vista organolettico, perché quello che è importante è soprattutto la sua storia e il significato dell’azione di chi lo produce.

Per chi non lo sapesse Barbacarlo è un cru, un singolo vigneto in territorio di Broni, di proprietà del Cavalier Lino Maga e della sua famiglia dal ‘700, e dal quale si ricava da uve croatina, uva rara e ughetta, un vino dalle peculiari caratteristiche (personalmente mi piace definirlo “un grande vino contadino”).

Qui una breve intervista del Cav. Maga tratta dal canale youtube de Ilvinobuono.com

Un vino che fu protagonista di una battaglia legale lunga ben ventitre anni.

Perché, vista la fama e il successo, molti iniziarono ad imbottigliare come Barbacarlo anche ciò che non proveniva da quella vigna esclusiva.

Pratica alla quale Lino Maga si oppose con ogni sua fibra, fino a veder riconosciuto il diritto ad essere l’unico a poter usare quel nome, tutelandone il luogo di origine. Purtroppo ciò non portò ad una migliore definizione della doc Barbarcarlo (che già esisteva ma è stata di fatto cancellata dall’azione legale di Maga), come poteva essere auspicabile, ma a una tutela dell’utilizzo del nome Barbacarlo come ragione sociale dell’azienda. Una occasione mancata, o un obiettivo raggiunto a metà, se preferite.

I presupposti alla fonte di questa vicenda sono importanti da capire, per focalizzare meglio la realtà storica e produttiva dell’Oltrepò.

Perché Barbacarlo non è l’unico cru presente su questo territorio.

Ma probabilmente è l’unico che gode di tutela, sia pure imperfetta.

Oltrepo2

Un esempio è dato dal Buttafuoco. Si tratta di circa un ettaro e mezzo in località Valle Solinga, comune di Canneto Pavese, spartito tra una manciata di proprietari. Per questo cru non si è riusciti a mettere in atto la stessa tutela, per cui si può produrre Buttafuoco con uve che non provengono da quel cru. E la situazione è irreversibile, poiché si sono ormai determinate delle dinamiche di denominazione e distinguo dalle quali è impensabile tornare indietro.

Due esempi all’opposto che ben semplificano la difficoltà di creare un’immagine precisa e ben delineata dell’Oltrepò, anche solo parlando di vini rossi della tradizione.

Se poi andiamo ad allargare il quadro, inserendo la presenza di grandi aziende imbottigliatrici che influenzano al ribasso il prezzo dell’uva (ho visto tanti vigneti abbandonati, anche con ottima esposizione: segno che, in mancanza di una giusta remunerazione, molti viticoltori abbandonano l’impresa), un’immagine affidata quasi esclusivamente al Metodo Classico, scelte produttive discutibili (pensiamo alla Bonarda frizzante, spesso proposta con residui zuccherini imbarazzanti per mascherarne la naturale tannicità), una certa indolenza oltrepadana dovuta al fatto che “tanto Milano ci beve tutto il vino che facciamo” (ma non è più così da tempo), si capisce come in Oltrepò la palude ci sia per davvero, anche se metaforica.

Palude dalla quale noi comunicatori del vino (anche quelli dilettanti come me) dovremmo sforzarci di fare uscire questa magnifica realtà produttiva, che ha tanti ottimi vini e molti buoni prodotti da offrire ma che non godono della visibilità e soprattutto della fama che meritano.

V**O – Gli Estremi del Vino 2013 – Il report da Pisogne

di Marco De Tomasi

Il calendario delle manifestazioni tra maggio e giugno comincia a essere strettino: ci vorrebbero almeno tre o quattro domeniche in più per non pestarsi i piedi.

Ultima nata: V**O – Gli Estremi del Vino, manifestazione dedicata alle produzioni vinicole estreme, per territorio o per scelte produttive, in scena a Pisogne, sul lago di Iseo il 15 e 16 giugno scorsi.

LogoVinoGliEstremi

Siamo all’imbocco della Valle Camonica, sulla riva nordorientale del lago. Presenti praticamente tutti i produttori della valle.

Che oggi non vi racconterò. Perché l’ho già fatto qui non molto tempo fa, e il quadro generale non ha avuto variazioni importanti, rispetto ad allora.

Oltre ai produttori camuni (che sottolineo vale la pena conoscere, giusto per rendersi conto delle potenzialità ampiamente inespresse di questo magnifico territorio), gli organizzatori hanno selezionato un bel gruppo di vignaioli da proporre al pubblico.

Artefici di questo evento sono l’Associazione Culturale KAG!, Il Piccolo Lord di Piamborno e altri soggetti che non sono riuscito meglio ad identificare (ragazzi: il web serve a farsi conoscere, specie se iniziate a organizzare eventi. Usatelo) affiancati dall’icona enoica camuna Enrico Togni.

Evento con approccio molto easy ma con tutte le cose al posto giusto, come piace a noi.

Tensostruttura all’interno del parco comunale di Villa Damioli, produttori un po’ stipati ma atmosfera rilassata, nonostante il caldo (mitigato solo in parte nel pomeriggio dall’aria fresca proveniente dal lago).

EstremiVino

Io e Pietro attacchiamo come al solito i metodo classico. Ovviamente qui siamo a Brescia e non si può fare a meno di considerare la Franciacorta. Salutiamo subito Aurelio del Bono (Casa Caterina) che nominalmente non è Franciacorta, ma ci sta dentro, territorialmente parlando. Convincenti sugli altri il Cremànt Blanc de Blancs (Chardonnay e Pinot Bianco) e l’Estro 2011 (niente bolla: si tratta di un blend di Marsanne, Sauvignon e Viognier). I prodotti di Aurelio sono sempre estremi. Sotto la copertura lui ci sta a pennello.

A fianco troviamo Flavio Faliva di Cà del Vént. Altro registro, altre alchimie dell’estremo. Affinamento delle basi in legno, nessun dosaggio dopo la sboccatura (solo rabbocco con lo stesso vino). Assaggiamo con soddisfazione il Franciacorta Brut Pas Operé (Chardonnay e Pinot Nero) e il Franciacorta Brut Blanc de Blancs Pas Operé (Chardonnay 100%) che rispetto alle annate precedenti dimostrano di aver meglio assorbito l’apporto del legno.

Corte Fusia. Parliamo con Daniele Gentile, uno dei fondatori di questa realtà Franciacortina agli esordi. Siamo a Coccaglio, vigneti sul Monte Orfano, parte meridionale della denominazione. Approccio naturale, un solo vino finora prodotto (altri in affinamento). Un Franciacorta Brut (ma è quasi un extra-brut) dritto e snello. Che lascia un bel bicchiere profumato. C’è sostanza dietro questa agile bolla !

Altro bel riferimento franciacortino è quello di Michele Loda (Il Pendio), Monticelli Brusati (come Casa Caterina). Ammettiamo che finora non eravamo mai entrati molto in sintonia con questa cantina, ma qualcosa è evidentemente cambiato, perché il Franciacorta Extra Brut Brusato che abbiamo assaggiato è decisamente il più riuscito della batteria di Pisogne in termini di equilibrio e complessità. Davvero interessante anche La Beccaccia: Cabernet Franc in purezza, che dimostra ancora (se ce ne fosse bisogno) che l’angolo nordorientale della Franciacorta ha una splendida vocazione per i rossi.

Migriamo a sud: ci sono diverse aziende interessanti.

Sicilia: soprendente il Vignamare 2012, da uve Grillo. Nino Barraco è riuscito a portare il mare in bottiglia. Ci si mette il naso e sembra di respirare la brezza salmastra. Ed in bocca è altrettanto evocativo, con sensazioni sapide e ritorni mediterranei. Non da meno il resto della serie: Grillo, Catarratto e Zibibbo.

Altra scoperta: Calogero Gueli di Grotte (AG). Avevamo accantonato il Nero d’Avola da un po’. Ma qui è restituito ad un’altra dimensione che rimette in discussione tutto. Equilibrio. Freschezza. Eleganza. Due le versioni prodotte: Erbatino e Calcareus. Dire quale dei due sia il più buono è difficile. Spunta alla fine il Calcareus solo perché più pronto. Ma scommetterei sull’Erbatino sulla distanza.

Gueli

Dalla Calabria L’Acino ci colpisce con la succosità del suo Toccomagliocco, Magliocco 100%, ma il Mantonicoz (Mantonico Pinto 100%) anche se leggermente più rustico, non è da meno.

Si torna al Nord, Valle d’Aosta. Rincontriamo volentieri Didier Gerbelle, con una batteria di vini esaltanti, dove spiccano il Pinot Gris 2012, che se non ha la forza del 2010, ne mantiene l’impronta territoriale, ma soprattutto un Torrette Supérieur da vecchie vigne (mannaggia, non mi sono segnato l’etichetta, ma è quello nella borgognotta, per chi c’era) che è il miglior rosso –senza se e senza ma- presente sotto il tendone di V**O !

Altra scoperta è Patrick Uccelli, Ansitz Dornach, Salorno (BZ). Il suo XY Pinot Bianco è il primo Pinot Bianco in assoluto con il quale riusciamo ad entrare in sintonia, davvero buono. E ha delle belle carte da giocare anche l’ XX Pinot Nero, varietale e territoriale. Produzione davvero confidenziale, in termini numerici.

Dornach

Nutrita compagine valtellinese: tra i nebbioli presenti difficile fare una classifica. Tutti di alto livello. Forse lascia un segno in più il Sassella di Terrazzi Alti.

Presenti anche i vini di Paride Iaretti (non lui), il Nebbiolo Velut Luna 2010 e il Gattinara Riserva 2005. Sempre una garanzia. Spero prima o poi di riuscire a farvi conoscere di persona questo vignaiolo e i suoi vini: ne vale la pena !

Iaretti

Davvero interessanti infine i Dolcetto d’Alba dei Fratelli Mossio: Piano delli Perdoni 2011 e Bricco Caramelli 2010.

Sono andato a getto (non ho preso appunti) per cui mi sono sicuramente dimenticato qualcuno o qualcosa, cito Stefano Menti (che ci ha rinfrescato con il suo Roncaie – Garganega sui lieviti – ormai un must dell’estate), Manuel Fabris all’esordio con Il Ghellino (Prosecco sui lieviti sul quale ho una porzione di zampino anch’io –ma è una storia che lascio raccontare ad altri-), Andrea Pendin (Tenuta l’Armonia), Francesco Maule (con la sua Arké presentava i vini di un bel gruppo di produttori iscritti a VinNatur) e, naturalmente, Enrico Togni.

A V**O abbiamo avuto ottime conferme e conosciuto alcuni produttori mai frequentati prima e che hanno lasciato decisamente il segno.

Penso mi rivedrete all’edizione 2014 …

Oltrepò Pavese Bonarda Fatila 2007 – Vercesi del Castellazzo

di Marco De Tomasi

Diciamocelo: l’Oltrepò Pavese non è una di quelle aree vinicole che gode di una grande immagine presso il pubblico degli appassionati.

Ci sono dei pregiudizi di fondo dai quali neppure io, lo ammetto, sfuggo.

Certo è che fino a che ti propongono vini scialbi, poco incisivi, sfumati malamente nelle loro caratteristiche appositamente per incontrare il gusto di un pubblico il più vasto possibile, magari la colpa non è solo dei pregiudizi.

Dalle mie parti c’è l’abitudine diffusa (non so introdotta da chi) di accompagnare uno dei piatti più tipici del Veneto (Poenta e Osei, lo spiedo di uccelletti, pezzi di maiale, lardo e salvia, accompagnato da fette di polenta fritte nell’olio e nel grasso che cola dallo spiedo – nota per i non veneti) con la Bonarda frizzante.

Non dovrei dirlo, ma lo dico: un vino “irritante”, almeno nelle versioni che finora mi hanno propinato. E ovviamente, a mio gusto.

Poi arriva un signore che risponde al nome di Gian Maria Vercesi.

Che da Montù Beccaria la Bonarda la fa buona. Non frizzante.

E capisci che i tuoi magari sono davvero pregiudizi.

Che sei un ignorantone di proporzioni bibliche.Fatila

E che magari un bel giro nell’Oltrepò Pavese per cantine svelerebbe più di qualche piacevole sorpresa.

Magari chissà: anche sul fronte della Bonarda frizzante.

Oltrepò Pavese Bonarda Fatila 2007: Croatina 100%. Naso intenso di frutti rossi in composta e mosto, si articola poi con note dolci e tostate, di cioccolato, vaniglia, con una nota balsamica e una vaga idea di foxy. In bocca è un vino generoso, ampio, di buona freschezza, con tannini ben presenti già setosi, che in questa fase evolutiva ne frenano leggermente la capacità di affondo (che uscirà sicuramente con un ulteriore affinamento in bottiglia).

Preso in enoteca a supperggiù 12 Euro.

Vercesi del Castellazzo
27040 – Montù Beccaria (PV)
Tel.: 038560067
Cell.: 3355456320
E-mail: vercesicastellazzo@libero.it
www.vercesidelcastellazzo.it
Ettari vitati: 18
Bottiglie annue prodotte: 80.000

Dell’Erbanno, della Valcamonica e di altre storie

di Marco De Tomasi e Pietro Cortiana

Ritorniamo a Erbanno, borgo medievale della Valle Camonica ai piedi del Monte Altissimo (mt. 1703), per incontrare nuovamente Enrico Togni e i suoi vini, in occasione del debutto ufficiale del San Valentino 2010.

Vale la pena approfondire quello che sta dietro questo vino: il recupero di un vitigno locale, l’Erbanno, che si era “defilato” tra le altre vigne per essere riscoperto durante un’annata particolarmente difficile, la 2002.

Il vitigno per la verità era già stato identificato e studiato, e la sua presenza in loco gli ha dato anche il nome, a ribadire che si tratta di una componente essenziale del “genius loci”.

Grappoli di Erbanno

Durante la stagione 2002, dall’andamento climatico sfavorevole, alcuni esemplari all’interno del vigneto di Enrico avevano dato prova di maggior resistenza alle avverse condizioni rispetto agli altri. Anzi: erano riusciti a produrre quantità e qualità soddisfacenti di grappoli.

Dopo alcune analisi effettuate presso l’Istituto di San Michele all’Adige, le piante dimostrarono di avere affinità genetica con varietà come Lambrusco Maestri e Groppello, ma con espressioni fenotipiche proprie: rispetto al Groppello presentava ad esempio una concentrazione in fenoli molto più elevata, inoltre il lambrusco si dimostrava molto più produttivo di quello che sarebbe poi stato classificato come Erbanno. Il vitigno presenta una produttività limitata: senza diradamenti (come nel caso del 2011) si arriva a 1,2 kg di uva per pianta.

Altre caratteristiche molto interessanti, grazie alle quali si è potuto iniziare il lavoro di recupero, sono rappresentate dalla elevata resistenza naturale ad oidio e peronospora. Resistenza che permette di ridurre in modo drastico i  trattamenti (dai 12 trattamenti stagionali si passa a 4 e anche meno in caso di stagioni particolarmente favorevoli). Nel 2011 l’andamento stagionale ha contribuito poi ad azzerare completamente gli interventi, che per inciso vengono effettuati solo con l’ausilio di rame e zolfo. Risultati importanti per le ricadute positive sia di tipo ambientale che di gestione delle attività in campo, se si considera che nelle zone ad elevata pendenza i trattamenti vanno fatti a spalla e non con il trattore! Le cure limitate richieste dal vitigno Erbanno presentano poi un’altra ricaduta positiva, quella di consentire ad Enrico un maggior presidio su varietà più esigenti presenti in azienda e di riservare tempo ed energie alla promozione di un territorio molto poco conosciuto ed alla valorizzazione delle sue migliori espressioni.

Enrico decide nel 2003 di innestare i tralci delle 40 piante identificate nella proprietà e creare un appezzamento di solo Erbanno. Il resto è storia recente: un percorso di recupero che incontra il pubblico con le sue 500 bottiglie di San Valentino vendemmia 2010.

Cosa curiosa, l’Erbanno, varietà tradizionale, se non addirittura autoctona della Valle Camonica, non è inserito nel disciplinare dell’ I.G.T. Valcamonica, poiché al momento della stesura furono prese in considerazioni sole le varietà più diffuse in valle.

Come vi abbiamo già detto, il San Valentino è anche buono. Oltretutto considerate che parliamo di piante messe a dimora da appena 8 anni, per cui ci aspettiamo ancora maggior profondità e carattere dalle prossime uscite!

Enrico ha voluto condividere la festa per un vitigno ritrovato con i suoi colleghi vignaioli Camuni e altri artigiani del gusto della valle: un occasione per presentare al pubblico tutto ciò di buono che questo angolo di Lombardia può offrire.

Va detto che la viticoltura in valle era ampiamente diffusa fino agli anni ’60 del secolo scorso. Allora l’estensione del vigneto camuno arrivava a 2.500 ettari, per ridursi drasticamente a soli 85 alla fine del secolo e risalire poi ai circa 200 attuali.

Vigneti dell’azienda Togni-Rebaioli a Erbanno

Diciamo subito che, in termini di profondità, complessità e livello dei risultati, i vini di Enrico sono a nostro modo di vedere, una spanna sopra a quelli dei colleghi in termini di carattere e potenziale espressivo.

Al di là di tutto però, abbiamo trovato in quasi tutti i casi vini di buon livello, piacevoli e dotati di buona bevibilità, con alcune etichette particolarmente riuscite, che possono essere prese ad esempio delle grandi potenzialità, ancora inespresse, della Valcamonica.

Primo fra tutti la sorpresa: il metodo classico Dosaggio Zero Cris di I Nadre a Muline Cerveno, da uve Pinot Nero (90%) completate da Chardonnay e Manzoni Bianco. Naso invitante, ben equilibrato tra la componente fruttata, croccante di piccoli frutti, tipicamente varietale e la nota fragrante di lieviti. Equilibrio che si ritrova anche in bocca, dove la freschezza sottolinea la definizione percepita al naso, con continui rimandi alle sensazioni avvertite in fase olfattiva.

Foto: Lucia Bellini

Tra i bianchi spicca il Pare2011 di Cascina Casola di Capo di Ponte, un Manzoni Bianco (Incrocio Manzoni 6.0.13) giocato sulla potenza e la progressione, sia al naso che in bocca, senza sbandamenti o eccessi caricaturali. Complessità ed articolazione al servizio del piacere di beva. Unico difetto è rappresentato dalla produzione in numeri “confidenziali” (1.500 bottiglie, ed è l’unico vino prodotto dall’azienda !).

Foto: Lucia Bellini

Interessanti ed esemplificativi delle potenzialità della valle i Riesling proposti da Cantina Flonno di Capo di Ponte (Grandidoti 2011un’interpretazione fuori dagli schemi) e da Agricola Vallecamonica di Artogne (Bianco delle Colture 2011), con una lettura più classica del vitigno. Vini comunque troppo giovani per poterne dare un giudizio.

Tra i rossi ci è parso particolarmente efficace e piacevole l’Assolo 2008(Merlot 100%) proposto da Rocche dei Vignali a Losine, intenso ed equilibrato, senza sfoggio di inutili muscolarità.

Foto: Lucia Bellini

Infine, anche nel malaugurato caso foste astemi (!), la Valcamonica vale un viaggio, non solo per i paesaggi e la possibilità di rilassarsi tra terme, sci estivo (in Adamello si scia sul ghiacciaio), attività di escursionismo e alpinismo, turismo archeologico (sono importanti i resti romani, medievali e soprattutto le numerose incisioni rupestri della valle), ma anche per i prodotti gastronomici che riesce ad offrire. Qualche esempio lo abbiamo avuto con i salumi di Giovanni Forchini (Antichi Sapori Camuni): spettacolare la Sella di Cinghiale, seguita a ruota dalla Slinzega (simile alla Bresaola ma con stagionatura breve) e dal Violino di Agnello (per chi ama i sapori forti). Fragranti i prodotti da forno della Forneria Salvetti, tra cui spiccava la Spongada, dolce tipico camuno e i Pani di Segale, coltivata in valle. Una autentica scoperta i tesori caseari della valle: Andrea Bezzi offriva il formaggio a latte vaccino crudo tipico, il Silter. Eccellenti poi i formaggi di capra de Le Frise che presentava tra gli altri il Fatulì: formagella di capra affumicata, presidio Slow food.

Violino di Agnello di Giovanni Forchini (Foto: Lucia Bellini)

Il Silter di Andrea Bezzi (Foto: Lucia Bellini)

Formaggi di capra de Le Frise

Per ora chiudiamo qui: ma non abbiamo ancora finito di raccontarvi di Enrico e della Valcamonica. Alla prossima !

Togni-Rebaioli – Darfo Boario Terme (BS)

di Marco De Tomasi e Pietro Cortiana

Eccoci all’ultima tappa del nostro viaggio nel piccolo universo di TerraUomoCielo.

Lasciamo la Franciacorta e ci spostiamo verso nord in direzione Val Camonica.

Una lunga serie di gallerie impedisce la vista del lago di Iseo, che compare solo a tratti.

Finite le gallerie ed il lago, inizia la valle e non possiamo fare a meno di notare una certa similitudine orografica con la valle dell’Adige. Le pareti di roccia grigio-giallastre lasciano a tratti spazio a pareti più scure, dai toni rossastri. Il fondo valle è meno ricco di coltivazioni, anche perché meno “piatto”. Non si notano le grandi estensioni di frutteti che caratterizzano la vista dall’autostrada del Brennero.

Usciamo a Boario, dalla strada si vede l’Adamello e una lingua del suo ghiacciaio.

Saliamo verso la frazione di Erbanno. Case di pietra, impreziosite da archi che si aprono su piccole corti, da affreschi sacri di gusto popolare e da decorazioni su pietra con simboli ancestrali, strette le une alle altre, arrampicate ai piedi delle rocce fin dove possibile.

Alla fine della salita, sotto le pareti verticali della montagna, c’è la cantina di Enrico Togni.

Enrico è giovane. Dal 2003 lavora 4 ettari, di cui meno di 3 vitati, lasciati in eredità dal nonno materno.

La scelta di Enrico è eroica: non solo perché parliamo di viticoltura di montagna e delle conseguenti difficoltà legate alla conformazione del territorio ma anche perché ci riferiamo di una dimensione produttiva lontana dai riflettori e dagli esiti commerciali più scontati tipici di denominazioni blasonate o alla moda. Parliamo di Valcamonica: non proprio un luogo in cima ai pensieri dei consumatori di vino!

In un contesto produttivo di questo tipo, i momenti di sconforto non mancano. Ma si sa: determinazione e caparbietà fanno parte del carattere della gente di montagna ed Enrico non fa eccezione. Per fortuna (aggiungiamo noi) visto il risultato nel bicchiere di tanti sforzi e sacrifici.

Una gamma aziendale che sa coniugare il respiro e l’integrità tipica di alcune produzioni altoatesine con la sostanza e il calore dai tratti più tipicamente mediterranei. A giovarsi di tale connubio è sicuramente la tavola, dove il carattere gastronomico dei prodotti emerge con forza.

Martina 2011: da uve Schiava 100% vinificate in rosato. Profumi di frutta rossa e gialla croccante, invitanti. Al palato è fresco e diretto con un buona sensazione minerale su fondo speziato che rimanda al varietale. Progressivo e gradevole senza ammiccamenti.

Tenuta Lambrù 2009: Marzemino, Merlot e Barbera. Al naso note calde di fiori e spezie su una trama fitta di bacche, piccoli frutti e nocciole tostate. Sostanza e complessità si ritrovano anche in bocca dove, dopo un ingresso morbido il vino si esprime con un buon ritmo e progressione grazie al carattere del Marzemino e alla tensione della Barbera. Vino dal carattere disinvolto ed appagante.

Millesettecentotre 2009: Nebbiolo 100%. All’olfatto spicca il varietale, con note di rosa canina, fiori appassiti, rosmarino e altre erbe aromatiche su un fondo di frutti rossi cui segue una nota agrumata e una sfumatura di cuoio. Al palato è di buon corpo e molto lineare nello sviluppo, con frutto e calore che riemergono in chiusura e che contribuiscono ad una sensazione generale di equilibrio.

San Valentino 2010: Erbanno 100%. Al naso colpisce per la fusione tra la componente fruttata (dove emergono more di rovo e mirtilli) e spezie dolci, cui si inserisce anche una lieve nota di cuoio. In bocca ha uno sviluppo avvolgente, ampio, con una chiusura che ritorna sulle sensazioni fruttate percepite in avvio e che tende a mascherare una lieve contrazione nel finale che ne condiziona l’allungo. Prima annata prodotta, risultato più che lusinghiero, con notevoli possibilità di sviluppo.

Vidur 2009: Barbera 100%. Come nel precedente la fase olfattiva si caratterizza, pur nella sua diversità, per l’integrazione delle componenti fruttata (prugna e ciliegia) e floreale, con note di fiori appassiti e peonia. A completare il quadro seguono poi note terrose e speziate. Bocca di impatto, avvolgente e succosa, caratterizzata da una buona diffusione e dalla giusta tensione e ritmo grazie alla freschezza e alla componente sapida.

Vidur 2007: Barbera 100%. Annata con registro diverso, Enrico ha spinto maggiormente le macerazioni. Naso dominato da un frutto maturo, di estrazione, con rimandi alla scorza di arancia ed al cedro ed arricchito sul finale da note affumicate e tostate. Stessa sostanza e volume si ritrovano anche in bocca, grazie ad un frutto polposo e morbido che alla distanza tende a perdere ritmo e dettaglio. Decisamente più potente e di impatto rispetto al 2009, anche se meno definito.

Rebaioli Cav. Enrico 2009: Merlot 100%. Profumi ampi, di piccoli frutti rossi, in parte acerbi che virano su un accenno agrumato, e fiori. Ampiezza presente anche in bocca, dove il vino dimostra doti di finezza ed una caratteristica nota balsamica. Annata che deve essere letta con attenzione e che al momento non si esprime al pieno delle sue potenzialità.

Rebaioli Cav. Enrico 2007: Merlot 100%. Si ripete lo schema già provato con la Barbera Vidur: il Merlot 2007 si presenta al naso maturo, fitto e intenso, con note affumicate, aromatiche, riconoscimenti di bacche di ginepro e sambuco che emergono dalla trama fruttata. Completano il quadro, note di cuoio e legno di cedro. L’ingresso in bocca è morbido e avvolgente, pieno ed intenso. Il vino si distende poi con un buon ritmo grazie alla doti di freschezza e sapidità ed al sostegno della componente tannica.

Prezzi, al pubblico, franco cantina:

  • Martina 2011: 8,00 Euro
  • Tenuta Lambrù 2009: 8,00 Euro
  • Millesettecentotre 2009: 10,00 Euro
  • San Valentino 2010: 12,00 Euro
  • Vidur 2009: 12,00 Euro
  • Rebaioli Cav. Enrico 2009: 12 Euro
A breve torneremo a parlare di Valcamonica ed Enrico. Il 15 settembre c’è stato il debutto ufficiale del San Valentino ed è stata per noi l’occasione di approfondire la conoscenza della valle e dei suoi prodotti.Togni-Rebaioli
Via Rossini, 19 – Fraz. Erbanno
25040 – Darfo Boario Terme (BS)
tel. 0364 529706
e-mail info@togni-rebaioli.it
Ettari Vitati: 2,6
Bottiglie annue prodotte: 12.000

Camossi – Erbusco (BS)

di Marco De Tomasi e Pietro Cortiana

Proseguiamo il nostro breve viaggio tra le aziende del progetto TerraUomoCielo.

L’appuntamento è a Paratico, sul confine occidentale della Franciacorta (e della provincia di Brescia) con Claudio Camossi, che con il fratello Dario conduce l’azienda di famiglia.

La sede aziendale ed una parte dei vigneti si trovano ad Erbusco, nel cuore della Franciacorta, ma a Paratico c’è la cantina dove avvengono le lavorazioni e dove i vigneti a pinot nero possono godere di condizioni pedoclimatiche particolarmente favorevoli alla loro espressione. Altri vigneti si trovano infine a Provaglio d’Iseo.

Solo un terzo delle uve ricavate dai 24 ettari dell’azienda è destinato all’imbottigliamento.

Passeggiamo in vigna con Claudio e Giovanni.

Siamo nel punto in cui l’Oglio esce dal Lago di Iseo. Il vigneto degrada verso il fiume, da cui è separato da un brevissimo tratto di bosco. A monte, ancora bosco.

Qui l’aria del lago si incunea lungo il fiume, favorendo la ventilazione e l’escursione termica necessaria alle esigenze del pinot nero.

Il fabbricato della cantina è piuttosto spartano, ingentilito però dalla Vite del Canada (che vino non dà!) a ricoprirne le pareti.

Giovanni ci parla degli inizi, di come le scelte fatte con Andrea Arici non potessero essere replicate per Camossi.

Altri terreni, altro carattere dei vini e soprattutto la consapevolezza che le diversità dei suoli costituivano il vero potenziale dell’azienda: quest’ultimo andava preservato creando un assemblaggio armonioso che rispettasse l’annata (sempre solo una) e le differenti anime dei terreni aziendali.

Un obiettivo ambizioso, da perseguire  attraverso l’equilibrata espressione delle tipicità territoriali: freschezza e mineralità proprie del terreno morenico con ampio scheletro (sassi, ghiaia) di Paratico; eleganza e complessità olfattiva frutto delle componenti alluvionali limo-argillose di Erbusco; intensità e vigore derivanti dalla matrice argillo calcarea di Provaglio d’Iseo.

La ricerca di armonia e caratterizzazione territoriale operata dall’azienda nell’ambito del progetto TerraUomoCielo ci era già nota dopo l’assaggio del Franciacorta Satén, a nostro avviso uno dei più riusciti del panorama franciacortino e del Franciacorta Brut Rosè, che potrebbe essere assunto a riferimento per la tipologia.

Sensazioni confermate e addirittura amplificate dopo la degustazione in azienda di prodotti che ci sono sembrati ancora più convincenti per equilibrio, pulizia e tensione.

Franciacorta Brut: 90% Chardonnay, 10% Pinot Nero. Sentori dolci di frutta gialla, agrumi, poi erbe aromatiche e fiori. Ingresso in bocca disteso e diffuso grazie ad una carbonica molto cremosa e ad una centralità nell’esecuzione che consente al vino di procedere in modo compatto ed omogeneo. Nessun cedimento e buona tensione garantita al contempo da una componente sapida che precede la sensazione di freschezza. Quest’ultima riemerge nel finale amplificata dalla sensazione tattile della carbonica che contribuisce a dare continuità allo sviluppo e vigore all’allungo.

Franciacorta Extra Brut: 80% Chardonnay, 20% Pinot Nero. Il naso evidenzia profumi sfumati di glicine e menta, una nota citrina seguita da sentori balsamici e salmastri. In bocca è diretto, ben definito nella sua componente salina e dotato di buona articolazione grazie ad una carbonica perfettamente integrata che favorisce la diffusione al palato. Chiusura in crescendo su note minerali,  sentori di scorza di limone e menta balsamica; queste, assieme ad una carbonica molto sfumata, contribuiscono ad una sensazione generale di pulizia e freschezza che invita all’assaggio. Un vino da degustare e soprattutto da bere.

Franciacorta Satén: 100% Chardonnay. A sensazioni iniziali fruttate e floreali seguono spezie dolci, senza alcuna concessione ad ammiccamenti di sorta. Coerenza stilistica che si ritrova in bocca con un ingresso ampio e cremoso, una buona espansione e una carbonica che supporta lo sviluppo assicurando il giusto slancio e la piacevolezza di beva. Per chi di solito schiva il Satén a prescindere (tenderemmo ad essere tra questi!). Franciacorta a tutto pasto.

Franciacorta Brut Rosé: 100% Pinot Nero. A delicate sensazioni di piccoli frutti rossi e agrumi assoma una solida nota minerale di grafite e polvere da sparo. In sottofondo frutta gialla ed erbe aromatiche. In bocca la cremosità è croccante, il vino succoso, con un nervo fresco che spinge con forza in verticale, liberando un piacevole finale lungo e sapido.

Franciacorta Extra Brut 2006: 70% Chardonnay, 30% Pinot Nero. Appena versato ha una nota riduttiva di idrocarburi che si esaurisce presto nel bicchiere, poi si apre con un naso ricco, di fiori, frutta gialla (pesche, mele), arancia, erbe aromatiche e frutta tropicale. La fase olfattiva è solo un anticipo di quello che si presenterà in bocca, dove in perfetto equilibrio con le sensazioni al naso il vino si propone all’inizio in modo sfumato, per uscire con una progressione ritmata dalla nota salina che fa da filo conduttore e si articola al ventaglio aromatico percepito inizialmente e che si ripropone nel retro nasale. Fanno da corona leggerissime note evolutive che amplificano la complessità e la piacevolezza di beva.

Prezzi indicativi in enoteca:

  • Franciacorta Brut: 15,00/17,00 Euro
  • Franciacorta Extra Brut: 18,00/20,00 Euro
  • Franciacorta Satén: 16,00/18,00 Euro
  • Franciacorta Brut Rosè: 16,00/18,00 Euro
  • Franciacorta Extra Brut 2006: 20,00/22,00 Euro

Camossi
Via Metelli, 5
25030 – Erbusco (BS)
Tel. 030 7268022
Fax 030 51031131
mail info@camossi.it
www.camossi.it
Ettari vitati: 24
Bottiglie annue prodotte 70.000

Lugana 2009 – Ca’ Lojera

di Marco De Tomasi

Dico una banalità: il Lugana è uno dei migliori bianchi del panorama nazionale.

E sono solo l’ultimo a dirlo (non continuo, tanto sapete già dove si rischia di andare a parare con questo discorso).

E sono anche tra coloro che sostengono Franco e Ambra Tiraboschi sono tra i migliori interpreti di questo grande bianco.

Bianco che nasce da un piccolo, magico angolo del Lago di Garda, tra Peschiera e Sirmione, e solo lì, per merito di depositi limo-argillossi, residuo dell’ultima glaciazione, e del clima del lago.

Condizioni oggi messe in discussione dalla cementificazione selvaggia che non ha risparmiato questo territorio ad alta vocazione e da future opere “infrastrutturali”: hanno deciso di far passare la TAV proprio in mezzo alle vigne del Lugana.

Pensavo al disastro imminente (speriamo scongiurabile), quando mi è capitata in mano, mentre rovistavo in cantina, una bottiglia di Ca’ Lojera del loro Lugana “base”:

Lugana 2009: Naso intenso, concentrato, di agrumi e frutta matura, su cui si fa strada una nota di mallo di noce. Poi esplode una mineralità segnata da idrocarburi (più delicati rispetto a quelli del Riesling) e da un’idea sulfurea. Pieno al palato, con un frutto polposo ed invitante guidato nella distensione da una freschezza tesa con finale lievemente ammandorlato.

Affascinante a quasi tre anni dalla vendemmia, come tutti i Lugana (beh, quasi tutti !) evolve e migliora con gli anni. Presumo che anche questo toccherà il suo apice fra 2-3 anni.

Prezzo all’origine: 6,00/6,50 Euro.

Ca’ Lojera è anche agriturismo.

Ca’ Lojera
Cantina e agriturismo:
Via 1866, 19
25019 – Rovizza di Sirmione (BS)
Tel. 030 919550
Enoteca e Uffici:
Via Bella Italia, 19 – San Benedetto di Lugana
37010 – Peschiera del Garda (VR)
Tel. 045 7551901
Fax 045 6409280
www.calojera.com