#ManzoniBianco2 – Il report da Asolo

di Marco De Tomasi

Se l’anno scorso era poco più di una riunione carbonara con risvolti didattici, quest’anno ManzoniBianco#2 è diventata una autentica giornata di studio e confronto sulle diverse anime dell’Incrocio Manzoni 6.0.13.

Il gruppo di produttori si è infoltito con Marco Zanoni di Maso Furli.

Degustazione alla cieca di cinque Manzoni Bianco. Il gioco consisteva nel tentare di indovinare zona e produttore. E io sono contento di essere arrivato uno ! (un po’ di conoscenza degli stili aziendali e un po’ di fortuna mi sono stati di aiuto).

Tre trentini (collina di Pressano) e due veneti (pedemontana veneta: Asolo e Conegliano).

La cosa interessante è che tutti i degustatori presenti hanno identificato senza ombra di dubbio la provenienza dei vini, con i veneti che si distinguevano per i sentori floreali e la verticalità e trentini più speziati ed ampi in bocca.

Costalunga2012Faccio una personale annotazione sul Manzoni Costalunga 2012 di Cirotto: rispetto a quello presentato l’anno scorso la progressione nella ricerca della pulizia e della caratterizzazione è notevolissima, tanto che ho avuto un tentennamento iniziale nel capire quale dei due calici veneti fosse.

E va detto che “la concorrenza” era rappresentata dal Manzoni 2013 di Arturo Vettori. Non propriamente l’ultimo della classe, anche se a questo stadio evolutivo il vino risulta talmente giovane da nascondere il consueto potenziale.

Sul fronte trentino, oltre al Manzoni 2012 di Maso Furli, caratterizzato dall’impatto pieno e potente, nel calice abbiamo trovato il Manzoni 2012 “base” (si fa per dire) di Alessandro Fanti, esempio paradigmatico dell’espressività tipicamente trentina di questa varietà, e Isidor 2011 (sempre di Alessandro), cioè quello che personalmente reputo uno dei più grandi vini bianchi italiani, che amplifica queste stesse caratteristiche arricchendole di una personalità netta, riconoscibile e ammaliante.

FantiArturo ha poi sfoderato due jolly: un Manzoni 2000 (15 anni e non sentirli: frutto pieno e godibile, appena graffiato dal legno che all’epoca era in uso –oggi Arturo usa solo acciaio- e nessun cedimento sul fronte della piacevolezza di beva, grazie ad una freschezza ancora viva ed incalzante) e un Manzoni 2010, dove ritrovo tutto lo stile e la pulizia cui Arturo mi ha abituato.

Ha chiuso la degustazione il Sogno 2011: Manzoni Bianco, Metodo Classico, Dosaggio Zero su cui in casa Cirotto puntano molto. Degustato l’anno scorso in anteprima, avevo sospeso il giudizio. Ora il vino finalmente si manifesta nella sua veste compiuta, con sentori floreali e di lievito, con una bella cremosità e un gusto pieno ben bilanciato dalla freschezza.

La giornata è poi proseguita con l’allegra comitiva che andava alla scoperta dei luoghi dove nascono i Manzoni dei Cirotto, i Colli Asolani e precisamente il Vigneto Costalunga, dove Gilberto, che si occupa della parte agronomica dell’azienda, sta progressivamente sviluppando un approccio colturale sempre più sostenibile ed attento alle esigenze della varietà.

CostalungaVigneto

Alla fine ci siamo ritrovati suggestionati e galvanizzati dalle potenzialità di questa varietà, con la voglia di esplorare nuovi territori e nuove espressioni del Manzoni Bianco.

Io qualche suggerimento a Francesco l’ho dato.

Vedremo cosa tirerà fuori dal cappello l’anno prossimo.

Rudi Vindimian – Lavis (TN)

di Marco De Tomasi

Sono sicuro che anche voi avete una serie di vini che rappresentano degli autentici “scogli”, quelli che non riuscite a comprendere, a decifrare e a sentire vostri.

Di solito capita con quelle tipologie che nella quasi totalità dei casi sono interpretate con il preciso intento  di assecondare i gusti della parte più ampia possibile del pubblico.

A me capitava con il Müller-Thurgau.

Poi qualche anno fa ho incontrato Rudi.

Per confermare la mia prima buona impressione, dovevo andarlo a trovare.

Strano che di lui si senta poco parlare in rete: sembra che il circo mediatico lo sfiori senza mai accorgersene.

Eppure gli elementi ci sarebbero tutti: pochi ettari, altitudini interessanti (siamo fra i 680 e i 780 metri), conduzione artigianale con attenzione alla biodinamica, rese basse, focalizzazione sui vitigni tradizionali.

RudiVigneti

La cantina si trova a Lavis. Nel piccolo cortile ci accoglie festosa una muta di cani, tra loro anche tre adorabili cuccioli di pochi mesi.

Rudi è intento a sistemare lo spazio in cantina, che è davvero poco e va gestito al meglio.

I vigneti più elevati si trovano invece a Monte Terlago, ai piedi della Paganella, dove il clima è temperato dall’aria proveniente dalla Valle dei Laghi. I terreni sono ricchissimi di scheletro e i filari sono distanti da altre coltivazioni; l’unico vicino produce altro e per di più è certificato biologico, per cui Rudi non ha problemi di derive di prodotti indesiderati.

RudiTerreni

Come da altre parti, tra le vigne scorrazzano volpi e caprioli, ma Rudi può vantare anche un ospite decisamente inusuale, l’orso: immortalato l’anno scorso da una fototrappola posta nel vigneto. Peccato che la provincia non abbia ancora fornito copia della foto a Rudi !

Sotto l’abitazione c’è la parte più vecchia della cantina, scendiamo per gli assaggi da vasca.

RudiMullerMüller-Thurgau 2013: è lui ! dimenticatevi i müller tutta frutta e big babol che imperversano sugli scaffali. I sentori fruttati ci sono comunque, ma giocano da gregari ad arricchire la trama olfattiva, lasciando la scena a note floreali delicate, scandite e articolate, con un che di alpino, e alla speziatura di papà Riesling, che è di quelle che non stancano. In bocca ha volume, snellito nella beva da un’acidità ben presente. E non manca neppure una nota sapida sul finale.

Si cambia vasca: sempre Müller-Thurgau 2013 ma con macerazione sulle bucce e vinificazione in legno. Qui diciamo che se la macerazione da vita a cose interessanti, con un ulteriore esaltazione delle note speziate e l’innesto di sentori fermentativi di ottima qualità, però il legno frena lo sviluppo armonico sia al naso che in bocca. Rudi lo sa, e si ripropone di portare avanti la sperimentazione senza l’uso del legno.

Il resto della produzione è già in bottiglia, per cui si passa alla sala di degustazione.

Müller-Thurgau 2010: è l’annata attualmente in commercio (si, avete letto bene: sono 4 anni dalla vendemmia). Parlando di evoluzione rispetto l’annata in vasca, si tratta di una evoluzione lenta, che mette in maggior risalto le note speziate, senza tuttavia annullare le componenti fruttata e floreale. Bocca ben bilanciata, con la freschezza che spinge a fondo, esaltando precisi ritorni retronasali di spezie e fiori.

Manzoni Bianco 2013: un manzoni decisamente alpino. Anche qui il clima sembra favorire le note speziate, ma c’è un frutto più carico e grasso ben articolato, messo in riga da una spina sapida e dallo slancio della freschezza. Non manca qualche spigolo che non frena affatto la piacevolezza: dona invece carattere e personalità. Conferma la vocazione trentina per l’incrocio Manzoni.

Kerner 2013: Rudi sembra avere una predilezione per gli aromatici. Il Kerner è sicuramente il più rustico fra i suoi bianchi. Al naso risaltano le note di agrumi ed erbe alpine; si percepisce poi una nota salmastra appena sopra rimandi speziati. La rusticità si palesa in bocca, dove il volume del vino non trova adeguato sfogo perché contenuto in un corridoio verticale piuttosto stretto. Comunque piacevole e probabilmente destinato ad una evoluzione in positivo.

Gewürtztraminer 2013: a Rudi non bastava stupirmi con il müller. Avevo un ricordo diverso del suo gewürtztraminer, e difatti lui stesso conferma che in passato era un vino estremo, voluminoso ed eccessivamente rustico (il che non facilita certo le cose con un traminer aromatico). Qui invece incontro una interpretazione delicata, con spezie ben presenti ma altrettanto ben governate e che non sovrastano la componente floreale. Stesso discorso in bocca, dove il sorso risulta ben scandito e mai sopra le righe. Bravo !

RudiGewurtz

Rudi produce anche rossi, da un piccolo vigneto di Pressano produce Teroldego e gli è rimasta ancora qualche bottiglia di Merlot, vino che ha deciso di non produrre più, per concentrarsi sui vini che esprimono l’impronta territoriale con maggiore evidenza.

Prezzi in enoteca compresi tra i 7 e i 12 Euro.

 

Rudi Vindimian
Via Zandonai, 40
38015 – Lavis (TN)
www.vindimian.it
Tel. e fax: 0461 240373
cell. 347 1189501
e-mail: info@vindimian.it
Ettari vitati: 4
Bottiglie annue prodotte: 15.000

#ManzoniBianco1 – Il report da Asolo

di Marco De Tomasi

#ManzoniBianco1 è un omaggio all’Incrocio Manzoni 6.0.13 voluto dalle Cantine Cirotto di Asolo.

Più che un evento, una riunione “carbonara” di amici estimatori del Manzoni che si sono ritrovati nei locali interrati della cantina davanti alle bottiglie scelte da Francesco.

I Cirotto sono grandi sostenitori di questa varietà, nata tra gli anni ’30 e ’40 dalle sperimentazioni del professor Luigi Manzoni, preside dell’Istituto Enologico di Conegliano, dall’incrocio genetico per via sessuata del Riesling Renano e del Pinot Bianco.

E’ stato bello ritrovarsi tra produttori, comunicatori, blogger e appassionati, molti conosciuti, altri che vedevo per la prima volta.

Per Francesco un’occasione di confronto con i produttori di altri territori, per fare il punto sui risultati ottenuti e indirizzare il lavoro per il futuro.

Consapevolezza delle potenzialità del proprio territorio ma anche umiltà nell’accettare il raffronto con quelli che personalmente considero gli interpreti più talentuosi del Manzoni Bianco: Arturo Vettori e Alessandro Fanti.

Partiamo dall’uva: l’Incrocio Manzoni 6.013 come già detto nasce dalla volontà del prof. Manzoni. Lo scopo era quello di migliorare e aumentare le varietà diffuse nell’alto trevigiano, tradizionalmente limitate al Prosecco (ops, dovrei dire Glera), Verdiso, Bianchetta, Perera e una manciata di pochi altri.

ManzoniBianco

Di tutti gli incroci sperimentati dal prof. Manzoni, il 6.0.13 è sicuramente il più diffuso e anche il più performante (e vorrei vedere: con cotanti genitori !).

In Italia ha trovato due territori di elezione. Oltre all’Alto Trevigiano (per il quale in un certo senso era stato pensato), ottime espressioni di questo vitigno si trovano in Trentino.

Nonostante la diffusione e le innegabili potenzialità, in realtà non è estensivamente coltivato.

Rimane relegato alle aziende che imbottigliano il proprio prodotto: chi produce uva per conferirla preferisce varietà più produttive e che consentano quindi una remunerazione più elevata in tempi brevi.

In altri termini, il Manzoni Bianco non ha grande spazio in questi tempi di diffusione “Urbi et Orbi” di Prosecco, Pinot Grigio e Moscato Giallo, piantati in aree che potrebbero essere meglio vocate ad altre varietà, ed ormai anche in luoghi dove non solo il mais e la colza avevano ragion d’essere, ma finanche il riso !

Visto il luogo e l’occasione di avere in cantina Arturo Vettori, i calici “di riscaldamento” sono stati dedicati alle due più nobili espressione del Prosecco, vale a dire l’Asolo dei Cirotto e il Conegliano di Vettori.

I vini di Arturo colpiscono sempre per precisione e pulizia. I suoi prosecco sono apparsi più esili e delicati rispetto all’interpretazione dei Cirotto, che risulta più corposa e decisamente vocata all’abbinamento gastronomico, dove invece il Conegliano si dimostra più adatto all’aperitivo (mantenendo comunque un buon margine di versatilità anche a tavola). La cosa viene confermata sia nelle versioni Brut che Extra Dry.

Ma bando alle ciance e  veniamo alla sequenza dei Manzoni:

VettoriManzoniVettori 2011: premessa. Arturo era un po’ “scocciato” per la tenuta dei tappi di questa partita. Effettivamente il vino non era il “solito” Vettori: decisamente più snello e meno comunicativo di quanto ricordassi. Può essere dovuto anche all’annata, ma prendo nota dei dubbi sulla chiusura e passo alle mie impressioni. Emerge comunque la precisione stilistica a cui sono abituato, sebbene le tonalità siano più rarefatte. Il naso apre su toni di frutta tropicale, pesca  e agrumi per poi virare su note speziate e di erbe aromatiche e un’idea di idrocarburo (che secondo me non dovrebbe mai mancare in un Manzoni Bianco, vista la parentela con il Riesling). In bocca ha piena rispondenza, sia nella sequenza delle sensazioni che nel loro volume. Appare delicato eppure dotato di verticalità e allungo. L’equilibrio tra  sostanza, sapidità e freschezza rende la beva quasi compulsiva: con i calici pieni di tutti i campioni, la mano istintivamente si dirige sempre su questo. Gli manca un nulla per essere completo. Da riprovare con un tappo “giusto” (a proposito Arturo: passare al tappo a vite ?).

Cirotto 2011: velato alla vista. Francesco spiega che ciò è dovuto al fatto che questo Manzoni difficilmente raggiunge la stabilità proteica. Nel calice ha bisogno di molto tempo per liberarsi ed esprimersi su evidenti toni floreali e fruttati, di glicine e agrumi e frutta gialla, cui fanno da sottofondo erbe aromatiche. Tutto rimane però piuttosto confuso e senza una precisa direzione. In bocca conferma questa sensazione: la  freschezza si scompone presto in una sensazione eccessivamente acida che tende a sfuggire in avanti rispetto alle altre componenti, lasciando indietro una notevole sostanza, che rimane però priva di governo.

ManzoniCirotto

Fanti 2011: Ridotto appena versato nel calice. Si smarca dopo una ventina di minuti, sfoderando intense note di frutti tropicali, pesca ed erbe aromatiche (con origano in bella evidenza). E poi ancora note di agrumi e sottolineature idrocarburiche (torna la mia idea: nel Manzoni ci deve essere anche il Riesling). In bocca fa dell’equilibrio tra forza (e qui è di scena il Pinot Bianco), freschezza e sapidità la sua arma vincente. Sul finale di evidenzia la salinità che spinge a fondo l’allungo. Alessandro non è contento della sensazione di riduzione iniziale, pensando alle bottiglie che finiscono sui tavoli della ristorazione. Io invece sono ammirato di tanto risultato. Basta aspettarlo.

Isidor 2008 (Fanti): selezione del Manzoni trentino ottenuta dei vigneti coltivati alle quote più elevate (600 metri). Esplosivo. Scatena tutta la spinta minerale del Riesling con il suo corredo idrocarburico abbinata alla solidità del Pinot Bianco. Due anime che qui vengono esaltate senza mai sovrastarsi a vicenda. Ed è poi un effluvio di agrumi e frutta gialla, spezie ed erbe alpine. Parimenti in bocca, dove il frutto, pieno, voluminoso e ben maturo, viene esaltato dall’equilibrio tra freschezza e sapidità. L’avevo già assaggiato a Vinitaly e qui si conferma come uno dei più grandi bianchi mi siano capitati negli ultimi tempi. Scommetterei anche nelle sue potenzialità di evoluzione e tenuta nel tempo.

Isidor 2008: "Prova a prendermi"

Isidor 2008: “Prova a prendermi”

Isidor 2009 (Fanti): il fratello più giovane non ha forse la stoffa del precedente, ma ha comunque personalità da vendere. Una personalità decisamente più gentile. Il 2008 svolge il suo spartito secondo l’annotazione “Maestoso”. Direi invece che il 2009 è più “Allegro con brio”. Tutto con la consueta precisione: tutte le tonalità sono ben scandite e le armonie rispettate. Non so se tra un anno i caratteri delle due annate saranno più vicini. Al momento preferisco il 2008, ma metterei in cantina più che volentieri anche questo, per vedere divertito come va a finire.

Sogno 2011 M.C. Dosaggio Zero (Cirotto): sboccatura a la volée, tiraggio non ancora ultimato (sono previsti 30 mesi e siamo circa a due terzi del cammino). Sospendo il giudizio: ora il vino è fin troppo carico di sentori fermentativi per poter formare un’opinione corretta. Per lo meno io non possiedo gli strumenti per farlo.

Giornata ricca di spunti e suggestioni. Posso dire che i Cirotto sono delle belle persone, con tutte le carte in regola per guardare avanti con ottimismo alla ricerca di obiettivi sempre più ambiziosi.

Cirotto+Fanti

Non ho consigli da dare a Francesco, primo perché io il vino lo bevo e non lo faccio, secondo perché da quel parlare fitto fitto con Alessandro a fine giornata tra le vasche e i prelievi delle basi 2013 ho capito che Francesco sa già benissimo dove vuole andare.

CISO e I Dolomitici: storie di italica resistenza

di Marco De Tomasi

Ci sono ricascato: mi focalizzo troppo sul calice e nell’immediatezza del momento perdo di vista il vero significato delle cose.

Sarà per il lavoro che faccio, con gli occhi sempre a fuoco a 40 centimetri dal naso, ma la sensazione di vivere in una mia personalissima nebbia si fa sempre più forte, con il tempo che passa. Condizione richiamata a gran voce da un’oretta e quaranta di guida con gli occhi costretti a guardare più distante e la testa che protestava vibratamente per questo inaspettato cambio di palinsesto.

A casa rileggo le scarne note della giornata e realizzo che per quello che voglio dirvi, per parlarvi del Ciso (Lambrusco a Foglia Frastagliata) e de I Dolomitici, non ha senso parlar di colore profumi gusto persistenza.

Ciso era il soprannome di un vecchio contadino trentino (al secolo Narciso) proprietario di una vigna di Lambrusco nella parte meridionale della Vallagarina.

Da quell’appezzamento il Ciso traeva tutto quello di cui aveva bisogno: non solo vino, ma anche ortaggi, frutta, tabacco, finanche il foraggio per gli animali.

Il Ciso era un tipo parsimonioso: quando la fillossera devastò i vigneti circostanti, non ne volle sapere di sostituire le piante con nuove barbatelle innestate, acquistate dai vivaisti.

Diciamo pure che la terra lo ha un po’ aiutato in questa sua “parsimonia “: l’appezzamento ha infatti un alto contenuto di sabbia, notoriamente un ostacolo all’insediarsi del dannato parassita.

Così, anno dopo anno, quando la peste trovava il modo di insinuarsi tra le radici del Lambrusco, il Ciso manteneva il vigneto moltiplicandolo per propaggine con le piante sopravvissute.

Il vigneto del Ciso rimase così a piede franco, con piante che oggi raggiungono anche il secolo e oltre d’età, restando testimone del tempo: ha cambiato cittadinanza (da austroungarico a italiano), ha resistito tra i pochi all’invasione americana (intendo la fillossera, che avete capito ?) ma alla morte del Ciso stava facendo una brutta fine: nelle intenzioni del nuovo proprietario il Lambrusco secolare andava sostituito con il più redditizio Pinot Grigio (e già gli andava di culo che si trova in Trentino per una manciata di metri, perché altrimenti finiva a Prosecco).

E a questo punto della storia arrivano I Dolomitici, un gruppo che si autodefinisce “Liberi Viticoltori Trentini” (titolo che appoggio e non solo per ovvie motivazioni di testata), che preso a cuore il triste destino, apparentemente ineluttabile del Lambrusco del Ciso, si propongono come affittuari del terreno al nuovo proprietario.

Il vigneto del Ciso diventa così un vigneto “comunitario”: di volta in volta gli undici Dolomitici si danno il cambio singolarmente o a gruppetti per seguirne la coltivazione.

Ne nasce un unico vino, il CISO, appunto, che è stato presentato ufficialmente a Castel Noarna, sede di una delle aziende che fanno parte dei Liberi Viticoltori Trentini, assieme a tutto il gruppo di vignaioli.

Viticoltori Trentini, gente che la vigna la sente e la vive in prima persona, come fosse una componente senziente della famiglia.

Liberi, nelle scelte e dai condizionamenti del mercato, con una passione per la propria identità, il proprio territorio e per la vigna che travalica ogni ragionamento economico.

Ragionamento che avrebbe condannato il vigneto del Ciso inevitabilmente all’oblio.

Dobbiamo alla lucida pazzia di questi undici vignaioli se oggi il Ciso diventa un patrimonio di tutti.

Dobbiamo alla loro resistenza se questa testimonianza identitaria è stata conservata, difesa e promossa.

Incontrare oggi in Italia gente come loro, con idee chiare e orizzonti ben definiti, che con il solo esempio dimostra come un buon progetto può essere sostenuto anche solo dalla volontà,  in un paese che stenta a riguadagnare il coraggio di guardare al futuro, è una botta di vita !

Così, al di là del valore tecnico del vino in sé, il prodotto assume una nuova dimensione e una nuova dignità.

Perché non è certo chiamando il Lambrusco a Foglia Frastagliata “Enantio” che si conservano e rinnovano identità e trazione.

Due concetti che, mi piace ricordare, non sono qualcosa di immobile: si rinnovano ed evolvono attraverso il gesto quotidiano di chi ne ha coscienza.

Se si fosse permesso l’espianto del vigneto del Ciso, la sua sostituzione con varietà più produttive, avremmo perso tutti qualcosa, senza saperlo.

Perciò è inutile che vi racconti com’è il Ciso con sterili note di degustazione, avete già capito che il suo valore va molto oltre. Come anche non vi racconterò degli altri vini assaggiati (ma vi consiglio vivamente di farlo in prima persona).

Vi dirò invece di una bella giornata tra le mura di Castel Noarna, tra il Ciso e gli altri vini de I Dolomitici, tra tanti amici wineblogger, appassionati e vignaioli.

E’ stato bello scambiare idee o anche solo un saluto con amici noti e conosciuti con l’occasione: oltre a I Dolomitici, Elia Cucovaz, Giovanni Arcari, Laura Sbalchiero, Armin Kobler, Alfonso Soranzo, Alessandro Oliveri, Clementina Balter, Fiorenzo Sartore, Liliana Zanellato e tanti altri di cui conosco solo il volto ma non il nome.

E se volete che qualcuno vi spieghi meglio di cosa stiamo parlando, dopo tutto questo mio blaterare, consiglio la viva voce dei protagonisti che trovate qui su Winestories.

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A PROPOSITO DOLOMITICI ! ho scoperto un errore sul vostro blog: le foto di IVANA e ALESSANDRO non sono state scattate a Vino in Villa al castello di Susegana, ma a VIeNI IN VILLA 2011 in Villa Branzo-Loschi a Isola Vicentina ! (roba nostra per capirci)

Maso Martis – Martignano (TN)

di Marco De Tomasi

Ai piedi del Monte Calisio, sui pendii che sovrastano Trento, si trova Maso Martis, una piccola azienda sorta per volontà e passione di Antonio e Roberta Stelzer.

L’antica costruzione rurale è stata trasformata, a partire dagli anni ’80, in dimora e cantina.

Con la prima annata prodotta, il 1990, esordisce anche il primo metodo classico (Trento doc) di Maso Martis.

Da allora questa piccola cantina si è ritagliata un posto d’onore tra le bollicine trentine.

Appassionati e non paghi dei risultati già ottenuti, Antonio e Roberta guardano avanti: l’azienda è in fase di conversione al biologico.

Nelle annate particolarmente favorevoli, viene prodotta, selezionando le migliori uve, anche una Cuvée de Prestige, Madame Martis, composta per il 70% da Pinot Nero, 25% Chardonnay e per il restante 5% da Pinot Meunier, proveniente da una piccola parcella dei vigneti aziendali, con affinamento sui lieviti di 80 mesi. Non ho osato chiedere di assaggiarla in occasione della visita, data l’esiguità della produzione: appena 500 bottiglie. Roberta mi confida il sogno di produrre un giorno bollicine da sole uve Pinot Meunier.

Trento Brut: 70% Chardonnay, 30% Pinot Nero. Fiori ed erbe aromatiche, poi mela e buccia d’uva. Ingresso in bocca esuberante che si riassesta immediatamente lasciando spazio ad una distensione progressiva e dotata di buona profondità. Cremosità che accompagna fino alla fine una piacevole nota sapida. 24 mesi sui lieviti.

Trento Brut Rosé: 100% Pinot Nero. Sentori croccanti di frutti rossi, mirtilli e lamponi, poi ancora prugne. Evolve su note minerali e di frutta secca. In bocca risulta più morbido del precedente. Cremoso e dinamico nello sviluppo ben ritmato dalla freschezza, che cede armoniosamente il passo infine alla sapidità in chiusura. Un rosè di tutto rispetto, il vino a mio avviso più accattivante della batteria, grazie alla maggiore morbidezza che smorza con efficacia la fase iniziale un po’ scoppiettante dei Trento doc del Maso. 18/20 mesi sui lieviti.

Trento Brut Riserva 2005: 70% Pinot Nero, 30% Chardonnay. Parte della base Chardonnay viene vinificata in legno. Fase olfattiva ricca ed articolata, con il frutto del Pinot Nero in evidenza con piccoli frutti rossi, poi noci e mandorle fanno da sottofondo a note burrose, di miele millefiori e note speziate. Ingresso in bocca caratterizzato dalla solita esuberanza (un marchio di fabbrica, a questo punto) che però non nasconde una struttura solida e dinamica, di ampio spettro e lunghezza, con sostegno del consueto tenore minerale. 60 mesi sui lieviti.

Prezzi al pubblico:

  • Trento Brut: 15,00 euro
  • Trento Brut Rosé: 21,50 euro
  • Trento Brut Riserva 2005: 22,00 euro

Maso Martis
Via dell’Albera, 52
38121 – Martignano (TN)
Tel.: 0461 821057
Fax: 0461 426773
e-mail: info@masomartis.it
www.masomartis.it
Ettari vitati: 10
Bottiglie annue prodotte: 50.000

Balter – Rovereto (TN)

di Marco De Tomasi e Pietro Cortiana

Poche centinaia di metri dividono l’azienda di Elisabetta Dalzocchio (ve ne abbiamo già parlato) dal castelliere dove ha sede l’azienda condotta da Nicola Balter.

Il posto è molto suggestivo: il castelliere possiede una torre cinquecentesca che ne caratterizza il profilo. Dalle mura del giardino interno si gode il panorama della Vallagarina.

Sotto il castelliere, la piccola cantina originale è stata generosamente ampliata con spazi più moderni ricoperti dagli stessi vigneti.

I vigneti di proprietà, tutti contigui alla cantina, si sviluppano su una superficie complessiva di 10 ettari e forniscono le basi per i Trento doc (Chardonnay e Pinot Nero) e per i vini fermi (Sauvignon, Lagrein, Merlot e Cabernet Sauvignon). La produzione media aziendale si aggira attorno alle 80.000 bottiglie, metà della quale rappresentata da Trento DOC.

La vocazione è dunque decisamente spumantistica, sebbene la gamma aziendale comprenda anche vini tranquilli: da bianchi semplici e immediati (mai banali) a rossi di sicuro interesse.

Nella produzione dei Trento doc, Nicola pone la massima attenzione al giusto grado di maturazione, evitando vendemmie precoci, per dare al vino la capacità di affrontare lunghi affinamenti. La presa di spuma avviene a pressioni lievemente inferiori agli standard, per donare al prodotto finale maggiore cremosità e per sottolineare la qualità del frutto.

Trento Brut: 100% Chardonnay. Fase olfattiva intensa ed articolata, caratterizzata da un consistente dosaggio: in prima battuta note di fiori ed agrumi, crosta di pane e burro, cui fanno seguito sentori di nocciola e fieno. Ingresso in bocca diretto, con progressione ben ritmata, ampia, avvolgente e succosa, grazie ad una piacevole componente sapida. Retronasale di sostanza, con sensazioni dolci in primo piano (soprattutto burro e miele) che sfumano su profumi di erbe di campo e su una sensazione resinoso/cortecciosa. Vino che per ricchezza e dinamismo risulta estremamente versatile ed in grado di accompagnare l’intero pasto. Sosta di 36 mesi sui lieviti.

Trento Brut Rosé: 100% Pinot Nero. Sensazioni odorose sottili e dirette fatte di piccoli frutti rossi, buccia d’uva, mela e pera su un fondo di lievito. Al carattere disteso riscontrato in fase olfattiva si contrappone una verve acida che lo rende molto reattivo al palato, anche se con il passare dei secondi tende inizialmente a distendersi per poi perdere un po’ di smalto e scomporsi nel finale. Prodotto alla prima uscita che probabilmente deve essere ancora messo del tutto a fuoco.

Trento Brut Riserva 2004: 80% Chardonnay, 20% Pinot Nero. Vino più ricco ed elegante rispetto alla versione “base”, grazie ad una fase olfattiva complessa ed invitante che si integra perfettamente con le componenti gustative. I profumi spaziano dalla frutta matura (agrumi) alla frutta secca (nocciole tostate e mandorle), dal miele alle erbe aromatiche ed alle spezie. In bocca i profumi trovano la giusta continuità e lunghezza grazie al contributo della carbonica ed alla sostanza del frutto in perfetta armonia con le altre componenti. A differenza del “fratello minore” la Riserva gioca le sue carte su una struttura ugualmente solida ma maggiormente orientata all’eleganza. Chiude poi con un finale lungo con ritorni di frutta secca e burro. Sosta di 72 mesi sui lieviti.

Barbanico 2008: 60% Lagrein, 20% Merlot, 20% Cabernet Sauvignon. Taglio bordolese di matrice trentina giocato sul frutto, la polpa e la piacevole bevibilità. Naso ricco di prugne, arance e frutti rossi su cui si innestano spezie, legno di cedro, pepe, cacao e una morbida sensazione di vaniglia. In chiusura si avverte una lieve nota verde accompagnata da sentori balsamici. Bella tensione in bocca guidata dalla freschezza e da una buona spinta sapida. Buona l’armonia complessiva, dove l’esuberanza e la tannicità del vitigno Lagrein si fondono alla morbidezza del Merlot e all’eleganza del Cabernet Sauvignon. Chiusura con ritorni di prugna ed arance. Affinamento in barrique di rovere francese per 18 mesi.

Prezzi, franco cantina:

  • Trento Brut: 13,00 euro (che segnaliamo per l’ottimo rapporto qualità/ prezzo)
  • Trento Brut Rosé: 19,00 euro
  • Trento Brut Riserva 2004: 23,00 euro
  • Barbanico 2008: 14,50

Balter
Via Vallunga Seconda, 24
36068 – Rovereto (TN)
Tel.: 0464 430101
Fax: 0464 401689
e-mail: info@balter.it
www.balter.it
Ettari vitati: 10
Bottiglie annue prodotte: 80.000

Dalzocchio – Rovereto (TN)

di Marco De Tomasi e Pietro Cortiana

Sul colle che sovrasta Rovereto, tra boschi urbani e giardini, si trova l’azienda condotta dalla schiva Elisabetta Dalzocchio.

Accantonata l’attività di commercialista oggi si occupa a tempo pieno, coadiuvata dal padre, dei due ettari di vigneto, messi a dimora a partire dal 1979, dedicati esclusivamente al Pinot Nero.

Elisabetta aderisce a “I dolomitici”: un gruppo di vignaioli trentini che, come si legge sul loro manifesto, sono “uniti dall’amicizia, dalla solidarietà e da una visione comune: la valorizzazione dell’originalità e della diversità della viticoltura trentina nel rispetto di un’etica produttiva condivisa”.

Visione che passa, pur con le dovute differenze, attraverso la conduzione naturale del vigneto e delle pratiche di vinificazione: Elisabetta ha scelto di tradurre tutto ciò attraverso la biodinamica.

Una l’etichetta proposta, un Pinot Nero particolarmente espressivo e al tempo stesso diverso dalla maggior parte dei vini della stessa tipologia proposti in Trentino.

Pinot Nero 2008: un vino ricco ed espressivo, soprattutto in fase olfattiva, che rivendica allo stesso tempo la sua appartenenza tipologica attraverso i continui rimandi ad una dimensione più quieta e profonda, al momento solo accennata. Al naso emergono profumi ben definiti, fragranti, con un alternanza di sensazioni di fiori d’arancio e note agrumate, ribes, mirtillo ed amarene ed una chiusura su note di foglie di tè e corteccia. Ingresso in bocca diretto, ficcante, segnato da una nota acida che in questa fase tende a prendere il sopravvento e a condizionare lo sviluppo relegando le altre sensazioni (piccoli frutti e speziatura) in secondo piano. Un tannino di buona estrazione e un buon contrasto assicurano il giusto allungo: tali componenti, assieme alla freschezza, rendono il vino godibile fin d’ora, in attesa che l’evoluzione in bottiglia consenta al varietale di esprimere tutte le sue potenzialità.

Prezzo indicativo in enoteca: 20/22 Euro.

Elisabetta Dalzocchio
Via Vallunga Seconda, 50
38068 – Rovereto (TN)
Tel.: 0464 668933
email: e.dalzocchio@tin.it
Ettari vitati: 2
Bottiglie annue prodotte: 8.000

Vilàr – Marano di Isera (TN)

di Marco De Tomasi

I vini di Luigi Spagnolli sono improntati al pieno rispetto del frutto, senza forzature o particolari elaborazioni.

Questo non si traduce però in vini scontati o banali: la finezza dell’interpretazione permette invece di farsi un’idea ben precisa delle potenzialità del territorio della Vallagarina.

Ci riceve la moglie Ivana, nel piccolo punto vendita dell’azienda nel centro di Villa Lagarina.

Müller Thurgau 2008: ammetto di non avere grande sintonia con questo vitigno. La versione di Vilàr è però sicuramente d’impatto, con intensissimi profumi floreali che chiudono con un netto finale dolce di fragole e lamponi maturi, talmente intenso da rimanere in bilico sull’orlo della caricatura. In bocca è molto fresco con piena rispondenza delle sensazione olfattive. Comunque interessante anche per chi come me è un po’ prevenuto riguardo la materia prima.

Nosiola 2008: molto fine ed elegante, lievi profumi amandorlati su una squisita trama minerale. In bocca conferma l’eleganza con ottima rispondenza di quanto percepito al naso. Buona la lunghezza.

Gewürtztraminer 2008: profumi molto intensi di spezie dolci, fieno e fiori, chiude su note minerali. In bocca è pieno, molto piacevole il contrappunto tra sapidità e dolcezza, completata da un’acidità che ben bilancia il tenore alcolico. Lungo nella componente speziata.

Marzemino 2008: volutamente semplice, è un vino che gioca la carta della contrapposizione del frutto iniziale con le note amarognole dovute al breve appassimento di una parte delle uve e che contribuisce alla morbidezza. Centrato l’obiettivo di esprimere le caratteristiche varietali e del territorio, senza voler strafare.

Cabernet Sauvignon 2005: sia pure di struttura più complessa del precedente anche qui il risultato denota le caratteristiche territoriali e varietali. Esprime al naso note erbacee e spezie. Tannini astringenti che chiudono il frutto in questa fase evolutiva .

Morela 2005: il vino bandiera dell’azienda è composto da Lagrein, Teroldego, Enantio, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, completati da una piccola ed inusuale presenza di Tempranillo. I profumi sono complessi, frutti rossi, spezie, vaniglia e leggere note balsamiche. In bocca risponde bene alle sensazioni olfattive denotando complessità e buon equilibrio in tutte le componenti.

Pinot Nero 2005: interpretazione molto rispettosa del vitigno e che denota le buone potenzialità che ad esso può riservare questo territorio. Profumi minerali, di terra e di bosco, su piccoli frutti rossi. In bocca è austero e tannico, di grande finezza. Buona la lunghezza con piacevoli ritorni minerali. Peccato che Ivana ci informi trattarsi solo di una piccola sperimentazione limitata alla sola annata 2005 e che non sarà a quanto pare più proposta.

Conoscevo la “mano” di Luigi dai vini dell’azienda avita Enrico Spagnolli di Isera: in particolare ho ritrovato la stessa impronta sul Morela, al quale ho subito assimilato la splendida riuscita del Tebro 1995. Parallelo nei miei ricordi ancora più marcato con il Pinot Nero (sempre 1995 ?), a dimostrazione che Luigi ha la competenza e la sensibilità necessarie per domare questo difficile vitigno.

Lasciando da parte le rimembranze, mi ha favorevolmente colpito la gamma dei bianchi: diretti e dotati di una freschezza nel frutto che lascia presagire una buona capacità di evoluzione nel tempo.

Luigi ed Ivana hanno coraggiosamente intrapreso un nuovo percorso, indirizzato alla conversione biodinamica dell’azienda: non possiamo che far loro i nostri migliori auguri.

Vilàr di Luigi Spagnolli
Via Nazario Sauro, 4
38060 – Marano di Isera (TN)
Punto vendita in:
Via Cavolavilla, 35
38060 – Villa Lagarina (TN)
Tel. 340 7243016 (Luigi) – 340 7243017 (Ivana)
Ettari vitati 4,5
Bottiglie annue prodotte: 20.000 circa

Rosi – Volano (TN)

Di Marco De Tomasi

L’impatto con il palazzo dove risiede la cantina di affinamento di Eugenio Rosi incute un certo timore. E’ un bellissimo palazzo medievale, nel centro di Calliano, già sede del Capitano di Castel Beseno, che domina il borgo arcignamente adagiato sul colle che lo sovrasta. Ci si rilassa subito quando Eugenio ti illustra gli ambienti e ti porta sul retro per farti ammirare la splendida vista sulla vecchia fortezza. Parla quasi sottovoce (forse perché siamo andati a bussare al suo portone al mattino), come avesse timore di svegliare qualcuno. Eugenio racconta che si trova lì quasi per caso, i locali non sono suoi: è in affitto. Come sono in affitto i vigneti. Ma la ricchezza di Eugenio risiede nelle sue mani e nella sua sensibilità. E’ chiaro fin da subito, da come racconta i suoi vini e dalle emozioni che questi riescono a trasmettere.

L’ultimo nato è un bianco: Anisos 2007, assemblaggio di uve Chardonnay, Nosiola e Pinot Bianco (quest’ultimo in percentuale maggioritaria). Le uve sono vinificate “in rosso”, con lunga permanenza sulle bucce, ma senza gli eccessi (pur fascinosi) che spesso questa pratica implica: Anisos rimane un vino molto pulito nel colore e nei profumi. Profumi di frutta bianca matura, di grande ampiezza e finezza con finale minerale in evidenza. In bocca denota grande equilibrio nelle varie componenti. Ritorna alla fine la mineralità percepita al naso.

Eugenio ci propone degli assaggi in botte, prima Pinot Bianco, poi Nosiola ed infine, Chardonnay.

Su quest’ultimo sguardi d’intesa tra me e Pietro, che sfoggia quell’espressione che ormai ho imparato a conoscere quando si trova di fronte un assaggio che lo entusiasma. Annata 2006, da un vigneto che si trova a 850 metri (!) a Parrocchia, comune di Vallarsa (!!!), sulla strada che da Rovereto porta a casa nostra. L’assaggio ti fa venir voglia di portar via subito l’intera barrique … emozioni fuori scala e difficilmente descrivibili.

Appena ristabilito l’equilibrio sensoriale si passa ai rossi.

Poiema 2007. Marzemino in purezza ottenuto dall’assemblaggio di uve raccolte a maturazione poi fatte rifermentare con una porzione di uve appassite. Eugenio lascia al vino il compito di indicare nuove chiavi di lettura ed interpretazione del Marzemino. More, cacao, spezie. In bocca  entra fresco per aprirsi morbidamente sul finale. Qualche “slegatura” tra le varie fasi, ma è solo un peccato di gioventù.

Cabernet Franc 5seisette. Da un vigneto “urbano”: una sorta di clos (per dirla alla francese), mezzo ettaro in centro a Rovereto. Mi viene spontaneo il paragone con Château Haut Brion, soffocato dall’incombere di Bordeaux (accostamento che vuole essere benaugurale). La suggestione transalpina è subito accantonata: questo Cabernet Franc si impone senza bisogno di paralleli altisonanti. Eugenio applica a questo vino una sorta di metodo Solera, esso è quindi il risultato dell’assemblaggio di più annate. Sia al naso che in bocca l’equilibrio è pressoché perfetto. Ampio, imponente ed emozionante. Ovviamente lo acquistiamo (insieme ad altri vini) e giustamente Eugenio ne centellina le bottiglie per accontentare tutti.

Esegesi 2005, Cabernet sauvignon 80% e Merlot 20%. In questa fase evolutiva presenta una trama olfattiva molto fitta ma difficilmente leggibile a causa della gioventù, ancor più evidente in bocca, con tannini che tendono a sovrastare un frutto denso, buona premessa per un futuro riequilibrio delle componenti.

Dòron, Marzemino passito. Il Marzemino della tradizione trentina reinterpretato con grande sensibilità. Profumi di piccoli frutti rossi, cacao, tabacco, chiude su sottili note minerali. Ottima rispondenza in bocca con le componenti dolce e amara in un contrasto molto ben equilibrato anche nell’acidità che completa ulteriormente la piacevolezza al sorso.

Eugenio Rosi offre una gamma di tutto rispetto, dimostrando le potenzialità del territorio che se rispettato ed interpretato anche percorrendo sentieri inusuali, riesce a dare frutti di elevata caratura.

Eugenio Rosi
Via Tavernelle, 3/b
38060 – Volano (TN)
Cantina di affinamento:
Via 3 novembre, 9
38060 – Calliano (TN)
Tel. e fax: 0464 461375
Ettari vitati: 8
Bottiglie annue prodotte: 18/20.000 circa