ViniVeri 2015 – Il report da Cerea

di Marco De Tomasi

Con un evidente ritardo, ecco il primo dei miei report dalle fiere veronesi.

Vini Veri nella fabbrica di Cerea è da sempre la mia prima tappa.

Senza reticenze e forse ripetendomi un po’, dico subito che questo è l’evento che più degli altri sembra segnare il passo.

Lungi da me affermare che Vini Veri abbia le edizioni contate, ma l’impressione è davvero quella che il nucleo primigenio dell’associazione abbia un po’ perso la capacità di aggregare nuove forze intorno al progetto originale.

Detto questo per dovere di cronaca (e lieto eventualmente di essere smentito), mi addentro subito nel vivo degli assaggi più significativi di quest’anno.

ViniVeri2015

Parto subito con gli assaggi dall’estero e da un sorprendente vino georgiano, uno dei migliori assaggi in assoluto di questa tornata veronese: Kvaliti Krakhuna 2013 della cantina Archil Guniava’s, appena mezzo ettaro di estensione. Il vino in degustazione era l’unico della gamma sfuggito alla fiscalità di non so di quale paese: purtroppo gli altri campioni sono rimasti negli uffici di alcuni zelanti ed evidentemente assetati doganieri. Vino di una profondità e di una estensione olfattiva impressionante, con riconoscimenti che andavano dal carrubo al sambuco, dalla genziana alla liquirizia, passando per una incredibile gamma di spezie ed erbe aromatiche. In bocca tiene il passo, emergendo decisamente dal consueto panorama georgiano, dove le macerazioni tendono ad appiattire un po’ il sorso. Non questo vino, che rimane succoso, ben scandito e altrettanto articolato e dinamico come dimostrato al naso.

Kvaliti2013

Tra gli Champagne presenti, riconfermo la piacevole impressione avuta in passato con Vouette & Sorbée: il loro rosé Saignée de Sorbée è un rosè da salasso carnoso e molto espressivo, a mio avviso tra i più convincenti che si possono incontrare tra questa particolare tipologia. Molto particolari anche gli Champagne di Olivier Horiot, dalla sferzante acidità, a tratti decisamente eccessiva: sarebbe interessante capirne l’evoluzione nel tempo.

V&SRosé

Un porto sicuro è Ronco Severo: la gamma di Stefano Novello mi è parsa quest’anno decisamente più a fuoco rispetto all’anno scorso. La gestione delle lunghe macerazioni è un gioco di equilibrio che a questo vignaiolo riesce quasi sempre, e che risulta particolarmente precisa e ben calibrata sul Friulano Riserva con un varietale che emerge nettamente sulla tecnica. Sempre profondissimo il Merlot Riserva Artiul, secondo me una delle espressioni più compiute della tipologia in Friuli.

I vini di Eugenio Rosi sono sempre un piacevolissimo incontro. Ribadisco la mia preferenza per il Cabernet Franc vinificato con una sorta di metodo Solera. Tra i calici più emozionanti di Cerea e una delle cose più interessanti che siano uscite dal Trentino negli ultimi anni.

Riconferme anche da Valter Mattoni, con il corposo Montepulciano Arshura e il più etereo Rossobordò da una varietà affine al grenache (la stessa che da vita al Kupra di Oasi degli Angeli).

Rimanendo in tema Oasi degli Angeli, impossibile non ritrovare la traccia stilistica del Kurni nell’Habemus 2012 di San Giovenale, taglio laziale di grenache, syrah e carignan, imponente quanto piacevole.

La Sicilia sfodera una sequenza di rossi che lascia il segno, con una progressione quasi vertiginosa tra il Nero Ossidiana di Tenuta di Castellaro (corinto e nero d’Avola completati da una minima percecentuale di altri vitigni), il Suber di Daino (nero d’Avola, frappato e alicante) e l’Etna Rosso Vigo di Fattorie Romeo Dal Castello.

Daino

Si cambia registo e carattere con il Piemonte: da Rinaldi mi emoziono sul calice del Barolo Tre Tine 2011, a mio avviso il più completo e profondo tra quelli proposti da “Citrico” quest’anno.

Cascina Fornace è una giovane azienda del Roero, territorio un po’ messo in ombra dalle vicine Langhe ma che a giudicare dal risultato del Roero 2012 ha molto da dire: carnoso e dalla spiccata personalità, appena velata da un carattere lievemente rustico che ne arricchisce il fascino. Conclude con un lunghezza magistrale. Da seguire !

L’Alto Piemonte riconferma la validità dei vini di Colombera & Garella: quest’anno al Coste della Sesia e al Bramaterra si è aggiunto il Lessona: il primo assaggio denota già una un’ottima precisione stilistica e una ulteriore chiave interpretativa di questo piccolo e affascinante angolo di Piemonte, che va ad aggiungersi a realtà già consolidate.

#ManzoniBianco2 – Il report da Asolo

di Marco De Tomasi

Se l’anno scorso era poco più di una riunione carbonara con risvolti didattici, quest’anno ManzoniBianco#2 è diventata una autentica giornata di studio e confronto sulle diverse anime dell’Incrocio Manzoni 6.0.13.

Il gruppo di produttori si è infoltito con Marco Zanoni di Maso Furli.

Degustazione alla cieca di cinque Manzoni Bianco. Il gioco consisteva nel tentare di indovinare zona e produttore. E io sono contento di essere arrivato uno ! (un po’ di conoscenza degli stili aziendali e un po’ di fortuna mi sono stati di aiuto).

Tre trentini (collina di Pressano) e due veneti (pedemontana veneta: Asolo e Conegliano).

La cosa interessante è che tutti i degustatori presenti hanno identificato senza ombra di dubbio la provenienza dei vini, con i veneti che si distinguevano per i sentori floreali e la verticalità e trentini più speziati ed ampi in bocca.

Costalunga2012Faccio una personale annotazione sul Manzoni Costalunga 2012 di Cirotto: rispetto a quello presentato l’anno scorso la progressione nella ricerca della pulizia e della caratterizzazione è notevolissima, tanto che ho avuto un tentennamento iniziale nel capire quale dei due calici veneti fosse.

E va detto che “la concorrenza” era rappresentata dal Manzoni 2013 di Arturo Vettori. Non propriamente l’ultimo della classe, anche se a questo stadio evolutivo il vino risulta talmente giovane da nascondere il consueto potenziale.

Sul fronte trentino, oltre al Manzoni 2012 di Maso Furli, caratterizzato dall’impatto pieno e potente, nel calice abbiamo trovato il Manzoni 2012 “base” (si fa per dire) di Alessandro Fanti, esempio paradigmatico dell’espressività tipicamente trentina di questa varietà, e Isidor 2011 (sempre di Alessandro), cioè quello che personalmente reputo uno dei più grandi vini bianchi italiani, che amplifica queste stesse caratteristiche arricchendole di una personalità netta, riconoscibile e ammaliante.

FantiArturo ha poi sfoderato due jolly: un Manzoni 2000 (15 anni e non sentirli: frutto pieno e godibile, appena graffiato dal legno che all’epoca era in uso –oggi Arturo usa solo acciaio- e nessun cedimento sul fronte della piacevolezza di beva, grazie ad una freschezza ancora viva ed incalzante) e un Manzoni 2010, dove ritrovo tutto lo stile e la pulizia cui Arturo mi ha abituato.

Ha chiuso la degustazione il Sogno 2011: Manzoni Bianco, Metodo Classico, Dosaggio Zero su cui in casa Cirotto puntano molto. Degustato l’anno scorso in anteprima, avevo sospeso il giudizio. Ora il vino finalmente si manifesta nella sua veste compiuta, con sentori floreali e di lievito, con una bella cremosità e un gusto pieno ben bilanciato dalla freschezza.

La giornata è poi proseguita con l’allegra comitiva che andava alla scoperta dei luoghi dove nascono i Manzoni dei Cirotto, i Colli Asolani e precisamente il Vigneto Costalunga, dove Gilberto, che si occupa della parte agronomica dell’azienda, sta progressivamente sviluppando un approccio colturale sempre più sostenibile ed attento alle esigenze della varietà.

CostalungaVigneto

Alla fine ci siamo ritrovati suggestionati e galvanizzati dalle potenzialità di questa varietà, con la voglia di esplorare nuovi territori e nuove espressioni del Manzoni Bianco.

Io qualche suggerimento a Francesco l’ho dato.

Vedremo cosa tirerà fuori dal cappello l’anno prossimo.

Gustus 2014 – Il report da Palazzo Valmarana

di Marco De Tomasi

Eppur si muove !

Fino ad un paio di anni fa, mai avrei detto che i Colli Berici potessero scrollarsi di dosso il torpore e alzare la manina per dire “ci sono anch’io !”.

L’ho sempre detto: territorio con enormi potenzialità che rimane aggrovigliato su se stesso, senza apparente capacità di sviluppo.

Gustus

Dal punto di vista enologico i Colli Berici sono ancora un brodo primordiale: una proposta quanto mai estesa ed eterogenea, con un autoctono, il Tai Rosso, che stenta ad emergere da questo magma ribollente e mai uguale a se stesso.

Ci voleva uno come Mauro Fermariello, un foresto ad accorgersi di questa peculiarità berica: per altre zone, altre denominazioni (Valpolicella o Langhe, ad esempio) è subito chiaro anche al più distratto dei visitatori qual è il prodotto identificativo del luogo.

Sui colli il Tai Rosso resta una presenza comprimaria, da tutti indicato come primo della classe che per timidezza (alimentata anche da una certa dose di insicurezza) se ne sta in disparte.

Lo stesso Mauro ammette che è la prima volta che gli capita, esplorando una zona vinicola, “di non capirci niente”.

Mauro ha firmato un bellissimo corto promozionale sui colli, nello stile del suo videoblog Winestories che molti di voi sicuramente conoscono.

Emerge tutta la bellezza dei colli, di una natura ancora poco antropizzata, un’isola felice che innalza le sue pareti di roccia calcarea sulle nebbie della pianura padano-veneta.

Lavoro commissionato dall’Associazione Strada dei Vini dei Colli Berici, che sembra aver finalmente individuato le leve giuste per promuovere questo magnifico territorio.

Il tutto presentato nelle stanze di Palazzo Valmarana, ormai sede fissa di Gustus, rassegna dedicata ai prodotti tipici dei Berici.

Diversi gli assaggi che mi hanno colpito favorevolmente quest’anno.

Un Prosecco decisamente insolito quello presentato da La Pria: l’Extra Brut 0.5 si esprime su un’altra lunghezza d’onda rispetto alle più conosciute versioni trevigiane. Con il prosecco, il gioco di equilibrio tra sapidità, freschezza e frutto è un esercizio difficile che questo vino riesce a gestire magistralmente.

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Proseguo poi con un paio di Tai Rosso, quello a semplice denominazione di Pegoraro e La Grenade di Colle di Gà che si distinguono per la netta impronta territoriale abbinata ad un solido impianto.

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Sempre da Colle di Gà, segnalo il rosso La Cerise Noire, da uve cabernet franc e cabernet sauvignon, ben calibrato e privo di accenni erbacei.

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Opulenti, voluminosi ma altrettanto schietti e diretti (come chi li fa) i rossi proposti da Tenuta Maraveja, azienda che già da qualche tempo ho annotato tra quelle da tenere d’occhio nel panorama berico.

Infine, la sorpresa: Arcugnano Conte Capnist, con un Cabernet Franc in purezza di rara finezza ed eleganza che ha lasciato decisamente il segno.

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L’edizione 2014 di questa piccola manifestazione si è rilevata rincuorante: mi ritrovo a considerare con occhio diverso i vini del mio pianerottolo !

53a Festa dello Spiedo – Isola Vicentina

Domenica 19 ottobre 2013 animeremo lo spazio dedicato alla mescita vini in occasione della Festa dello Spiedo, il principale evento gastronomico organizzato dall’Associazione Pro Isola e che vede la piazza di Isola Vicentina trasformarsi in una cucina a cielo aperto dove fin dalle prime luci del mattino e fino a sera girano i tradizionali spiedi.

FestadelloSpiedo

Queste le etichette scelte per l’edizione di quest’anno:

  • Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Brut – Vettori – San Pietro di Feletto (TV)
  • Franciacorta Satèn – Camossi – Erbusco (BS)
  • Lambrusco dell’Emilia Solco – Paltrinieri – Sorbara (MO)
  • Vigneti delle Dolomiti Muller Thurgau 2010 –Rudi Vindimian – Lavis (TN)
  • Gambellara Sarò 2012 – Cristiana Meggiolaro – Roncà (VR)
  • Uvenere 2013 – Paride Iaretti – Gattinara (VC)
  • Bardolino Le Fraghe 2013 – Le Fraghe – Cavaion Veronese (VR)
  • Valle d’Aosta Torrette 2013 – Frères Grosjean – Quart (AO)
  • Veneto Rosso Grande 2009 – Tenuta Maraveja – Brendola (VI)
  • Colli Euganei Fior d’Arancio – Vigna Roda – Vo Euganeo (PD)

Vi aspettiamo numerosi al banco di mescita per raccontarvi i calici che abbiamo scelto per questa edizione.

Se oltre ad assaggiare i vini, volete fermarvi a pranzo, consigliamo la prenotazione, telefonando allo 0444 976081.

Prosecco e biodinamica

di Roberto Stocco

Ci sono persone che parlano del loro lavoro con tale trasporto che suscitano immediata ammirazione e un pizzico di sana invidia.

A me è successo un sabato pomeriggio durante l’incontro con Luciano De Biasi, viticoltore di Miane (TV).

Luciano ha pochi ettari, tutti coltivati seguendo i dettami della biodinamica, ma solo un piccolo appezzamento ha tutte le carte in regola per essere definito “biodinamico”.

Oltre ai preparati  500 e 501 le viti sono distanti da altre coltivazioni “convenzionali”.

Non vinifica personalmente le sue uve tranne quelle di questo piccolo vigneto.

Stiamo parlando di meno di 1 ettaro, forse più un centro studi o un giardino botanico vista la presenza di numerosi alberi da frutto.

Capitello nel vigneto di Località Coi – Miane (TV)

Capitello nel vigneto di Località Coi – Miane (TV)

In realtà a Luciano sembra interessare poco la trasformazione dell’uva e tutti i lustrini dl prosecco.

Da più dieci anni conduce una ricerca continua per recuperare vecchie varietà già presenti in zona. Una selezione massale che lo porta a riprodurre le piante che lui ritiene più interessanti indipendentemente si parli di Glera, Bianchetta, Perera o Malvasia (tutte varietà presenti in zona da molto tempo).

Per rendere maggiormente l’idea del lavoro estremo in corso, Luciano sta riproducendo alcune vecchie varietà trovate in un bosco di castagni dove in origine c’era un vigneto, ormai abbandonato da decenni.

Riproduzione mediante talea ma chi lo sa se in futuro partirà direttamente dai vinaccioli!

Come molti altri vignaioli “innovatori”, anche Luciano rilevava la difficoltà di fare queste ricerche quando si ha una sola possibilità all’anno per controllare il risultato. Per questo motivo manifestava la volontà di mettere a disposizione le sue esperienze a chi vuole abbandonare un certo modo di fare vino per approcciare un metodo che è, a tutti gli effetti, uno stile di vita.

Il vino? Beh, non poteva che essere un rifermentato in bottiglia come tradizione vuole.

La produzione è limitata e le quattro grandinate di quest’anno probabilmente azzereranno il numero di bottiglie del 2014.

C’è però un aspetto positivo di quest’annata così piovosa. Sarà, infatti, interessante verificare come reagiranno le vecchie viti coltivate in biodinamica rispetto alle vicine, preparate in vivaio e condotte con metodi convenzionali.

Vigna a pochi giorni dalla vendemmia 2014, dopo 4 grandinate.

Vigna a pochi giorni dalla vendemmia 2014, dopo 4 grandinate.

Luciano conosce già la risposta: Le vigne avranno più forza per rigenerarsi e ripartire con immutata vigoria.

La mia scarsa cultura in tema non mi fa esprimere. Approfitterò della sua disponibilità per capire di più cosa significa agricoltura biodinamica ed anche cosa vogliono dire i vignaioli con “… il vino si fa in vigneto e non in cantina …”.

Non è ancora chiusa l’annata e già non vedo l’ora riparta quella nuova!

 

Per chi volesse approfondire:

Luciano De Biasi
debiasi.luciano@alice.it

Niente Amarone nel 2014 … ma il Ripasso ?

di Marco De Tomasi

Pare che io mi sia fatto in rete una reputazione di “precisino” o “maestrino dalla penna rossa e blu”, ma tant’è: non riesco a farne a meno.

Si moltiplicano in questi giorni i comunicati stampa di aziende della Valpolicella che annunciano la mancata produzione dell’Amarone 2014, visto l’andamento stagionale sfavorevole.

Tutti grandi nomi, blasoni importanti e aziende che, per dimensioni e posizione di mercato , hanno le spalle abbastanza robuste per superare la perdita di una annata.

Amarone-Grapes

Nessuno pare però premurarsi di dire qualcosa su Recioto e Ripasso.

Per il Recioto, che ormai non si fila più nessuno (i vini dolci sono in crisi da qualche anno, si sa), possiamo capire una svista o una dimenticanza.

Ma il fatto che nessuno parli del Ripasso, mi ha spinto a pormi qualche quesito.

Come si fa il Ripasso ?

In questo ci viene in aiuto il disciplinare (che trovate integralmente qui) e che, all’articolo 5, punto 5) ci informa che:

I vini a denominazione di origine controllata “Valpolicella ripasso” sono ottenuti mediante rifermentazione dei vini atti a divenire vini a denominazione di origine controllata “Valpolicella”, in tutte le tipologie previste, sulle vinacce residue della preparazione dei vini “Recioto della Valpolicella” e/o “Amarone della Valpolicella”.

Quindi per fare il ripasso devo fare prima l’Amarone o il Recioto (ma di Recioto se ne fa sempre poco e non tutti gli anni).

Il successivo punto 6) puntualizza che:

Il quantitativo dei vini a denominazione di origine controllata “Valpolicella ripasso” non può essere in volume superiore al doppio del volume di vino ottenuto dalle vinacce delle tipologie “Recioto della Valpolicella” e/o “Amarone della Valpolicella” impiegate nelle operazioni di rifermentazione/ripasso.

E qui mi pare abbastanza chiaro: il doppio di zero è sempre zero.

Meno chiaro è il successivo punto 8)

E’ consentita, a scopo migliorativo, l’aggiunta per riclassificazione di vino atto a divenire “Amarone della Valpolicella” nella misura massima del 15%, nel rispetto dei limiti previsti per l’indicazione dell’annata di produzione delle uve.

Non mi è chiaro in particolare se questa possibilità “aggiri” gli enunciati dei punti 5) e 6) e quindi il Ripasso possa essere prodotto senza “ripassare” un bel niente ma semplicemente aggiungendo Amarone precedentemente declassato e se questo Amarone debba essere della stessa annata riportata in etichetta dalle bottiglie di Ripasso o se si possano usare quantitativi di annate precedenti  attualmente in affinamento, e ancora, se l’Amarone “declassato” per produrre il proprio Ripasso, possa essere acquistato da terzi.

Al limite potrei pensare che si possa decidere di declassare il Recioto: come già ricordato sopra, il mercato dei vini dolci è in crisi e forse rinunciare ad una annata di Recioto è meglio che perderne una di Ripasso (ammesso e non concesso che la risposta ai quesiti posti più sopra sia affermativa).

Insomma, sembra che alla fine, se si vuole proporre Ripasso, qualcuno l’Amarone dovrà pur produrlo.

Valpolicella

Io non sono un guru della comunicazione, ma l’impressione è che qualcosa non abbia funzionato nella informative delle cantine che si sono premurate di farci sapere che non troveremo il loro Amarone 2014.

Volevano forse dire:

“L’Amarone 2014 sarà prodotto, perché ci servono le vinacce per fare il Ripasso, ma non sarà messo in commercio perché non all’altezza dei nostri standard aziendali. Sarà invece declassato per migliorare i vini Valpolicella e Ripasso”.

Che non è esattamente quello che è passato al pubblico e che probabilmente è più o meno quello che decideranno di fare quelle cantine che per dimensioni e posizione di mercato non possono permettersi di saltare l’annata.

Altrimenti si corre il rischio che, vedendo sugli scaffali il Ripasso 2014, il  consumatore si senta colto per le terga !

Vinitaly 2014 – Il report da Verona

di Marco De Tomasi

Ed eccoci alla fine dei miei report dalle fiere Veronesi.

Vinitaly: ovvero il gran varietà enoico che concentra per poco meno di una settimana l’attenzione di politici e media su Verona.

Vinitaly 2014

Diverse le novità nella formula, quest’anno.

Prima cosa: hanno concesso l’accredito anche a noi wine blogger.

Ed è un buon balsamo per l’ego. Non tanto o solo perché l’accredito ti da il diritto di accedere gratuitamente alla manifestazione (comunque in un modo o nell’altro si entrava lo stesso), quanto per il fatto di vedersi finalmente riconosciuto lo status di “operatori” di settore.

Poi: non c’era Maroni (almeno non in forma istituzionalizzata). E nessuno ne ha sentito la mancanza.

Altra novità, VinitalyBio: il padiglione dedicato alle aziende con certificazione biologica o biodinamica. Con dinamiche che rasentavano il grottesco: si sono visti piccoli artigiani trovarsi fianco a fianco di grandi aziende che tentavano di rifarsi una verginità. Autentici Giano che tenevano un basso profilo con hostess in castigato tailleur, mentre ad un paio di padiglioni di distanza si erano dotati di megastand finta discoteca con tanto di ammiccanti cubiste in minigonna.

Ho trovato il nuovo Padiglione Internazionale piuttosto freddino ed asettico: ho fatto un giro veloce e non ho assaggiato nulla.

Guardando la piantina i miei poli di attrazione erano quasi tutti in alto a sinistra: ViViT., VinitalyBio e poi Valle d’Aosta, Liguria e Piemonte.

MappaVinitaly2014

Non solo i miei, a giudicare dalla ressa …

I miei tre giorni veronesi li ho passati quasi tutti lì, con qualche rinfrescante puntata in Trentino, che trovandosi al capo opposto della fiera, mi ha permesso di fare qualche assaggio spot qua e là.

Il ViViT dentro il Vinitaly è un po’ come quei box che si trovano nei centri commerciali pieni di palline colorate. Torni bambino e del resto non ti frega quasi nulla: ti ci butti dentro a peso morto, con l’unico intento di godere.

Dentro c’è una variegata ed allegra compagine di artigiani anarcoidi e natural-vinoveristi, fuoriusciti da Villa favorita o dalla fabbrica di Cerea,  la parte più concreta e meno sognatrice del movimento (cattiverie di corridoio dicono anche quella meno “dura & pura”).

Sia quel che sia, io mi ci trovo a mio agio.

Mi piace la concretezza, il fatto che quasi nessuno qua dentro (ho scritto “quasi”) ti tiri il pippone bionaturalverista prima di versarti da bere (se sei lì dentro, non c’è necessità), ma soprattutto mi piacciono i risultati nel calice.

Partendo con Stefano Menti: l’ultimo nato è l’Omomorto MC 2010 (1), con etichetta rovesciata e bottiglia proposta “in punta”: la sboccatura è fai da te. Oggi va di moda così, tra i produttori più cool. Tralasciando la fatica, il mezzo calice di vino perso nell’operazione e l’immancabile camicia inzaccherata che ti costa il dégorgment à la volée (ma il diabolico Stefano ha escogitato anche un attrezzo da inserire nella spumantiera per fare la sboccatura nella boule, dimezzando fatica, quantità di vino perso e risolvendo le problematiche di lavanderia), questo Durello è davvero buono, dritto e sferzante come deve essere. Ha l’unico difetto di mettere in ombra l’omonima versione Charmat, già di per sé un riferimento per la tipologia.

OmomortoMC2010

Agguerrita la serie di importatori e selezionatori: da Mineral, Luigi Fracchia mi ha colpito con Patrick Baudouin e il suo Anjou Le Cornillard, chenin blanc da vigne vecchie su scisti, dall’espressione potente e nettamente minerale.

Alla postazione di Les Caves de Pyrene ho annotato un altro vino dalla Loira: il Savennières Arena 2012 di Agnès e René Mosse. Sempre chenin blanc, stavolta da vigne giovani su sabbia e scisti. Grasso e teso allo stesso tempo, da dimenticare in cantina.

Arena2012

Nino Barraco è sempre una garanzia: le due etichette di grillo (Vignammare e, appunto, Grillo) sono prorompenti, così come lo Zibibbo vinificato secco, dalle intense suggestioni tropicali. Tra i rossi spicca per eleganza il Pignatello.

Dal Trentino, la Nosiola di Castel Noarna, dalla precisa espressione varietale.

Passando ai rossi, confesso vergognosamente che non avevo mai incontrato i Syrah di Stefano Amerighi. Sono rimasto spiazzato dall’eleganza che ne sovrasta la forza, cosa rara da riscontrare nei syrah italiani: già splendido il “base”, la selezione Apice lascia decisamente il segno !

Conferme anche dalla Calabria: il Cirò Classico Superiore Riserva di A’Vita rimane uno dei miei vini preferiti; dalla costa opposta ottima prova anche del Toccomagliocco de l’Acino.

Unico e riconoscibile come sempre il Taso, Valpolicella Classico Superiore di Cecilia Trucchi (Villa Bellini). A fianco c’erano Alessandra e Carlo di Monte dall’Ora: mi sono limitato all’assaggio dei due Valpolicella, il Classico Saseti e il Classico Superiore Camporenzo. Vini che dovrebbero essere presi ad esempio dai tanti (troppi) produttori che giocano sugli appassimenti per dare volume e tenere il passo degli Amarone: credetemi non ce n’è bisogno !

Dalla Toscana Tenuta di Valgiano ti riconcilia con i supertuscan con il suo Rosso Colline Lucchesi (sangiovese, syrah e merlot) e Riecine ti disarma con il suo Sangiovese 2010.

Finisco sui dolci: sorpreso dalla Malvasia delle Lipari di Lantieri (no, non c’entrano nulla con quelli della Franciacorta), lontana anni luce dalle versioni stucchevoli e resinose che inondano il mercato.

MalvasiaLantieri

Chiosa l’Uvapassa di Villa Bellini. Il recioto-non-recioto prodotto solo in annate eccezionali. Un rosso dolce particolarissimo, dalle suggestioni mediterranee e dalla beva leggiadra.

Ma Vinitaly non è solo ViViT e gli artigiani, anche quelli bionaturalveristi, non sono tutti confinati in riserva.

Ho voluto ad esempio verificare le nuove uscite di due piccoli produttori di Gambellara presenti al Vinitaly Bio.

Davide Vignato ha concluso la conversione al biologico e da un paio d’anni sta approcciando la biodinamica. Il prodotto che sembra essersene giovato di più è la selezione Col Moenia, che ha abbandonato i toni muscolari (e un po’ piatti) del passato, per trovare una dimensione più verticale ed espressiva. Più semplice ma sempre valido il prodotto base El Gian. Come dicevano al MIT: “non sappiamo perché, ma la biodinamica funziona”.

Cristiana Meggiolaro presentava invece il Gambellara Sarò, da leggere in prospettiva perché ancora in divenire e un sorprendente Durello Sui Lieviti Sotoca’. Il sorso è pura vibrazione, divertente ed intenso, rispettoso della varietà e del frutto, che si evidenzia nel finale di bocca.

DurelloSotoca

Tornando ai padiglioni “tradizionali” una tappa in Valle d’Aosta è d’obbligo.

Da Ermes Pavese per il Blanc de Morgex et de la Salle Metodo Classico, che evoca al naso erbe aromatiche frammiste a note dolci e poi per il Blanc del Morgex et de la Salle Nathan, che rispetto al primo assaggio fatto in agosto è riuscito ad assorbire quasi del tutto l’impronta del legno, arricchendosi di sfumature. Ma il mio preferito rimane la selezione Le Sette Scalinate, una delle espressioni più nitide e profonde del Priè Blanc senza mediazioni.

Didier Gerbelle rimane uno dei miei produttori preferiti in Valle: confermata la bontà del Pinot Gris Le Plantse, del Jeux de Cépage  e dei rossi Torrette Superieur Vigne Tsancognein e Peque-Na!, mi ha travolto con il Fumin 2009, senz’altro il rosso che più mi rimarrà impresso in questa edizione del Vinitaly !

Infine, buonissimo il Nus Malvoisie Flétri di Les Granges, dalla dolcezza delicata, setoso al palato.

Liguria. Non vi tragga in inganno l’aspetto glamour: Giovanna Maccario è una vignaiola di carattere. Lo avverti immediatamente nei suoi Rossese di Dolceacqua. Pura eleganza, rigore ed integrità. Se le prestazioni dei due cru Luvaira (più rotondo) e soprattutto Posaù (più preciso ed austero) sono quasi scontate, a sorprendere quest’anno è la “base”, per la sua schietta ed istintiva espressività mediterranea.

Spostandomi in Trentino non posso fare altro che confermare che Isidor 2010 rispetto all’anno scorso è cresciuto e va a sovrapporsi alla superlativa annata 2008. La selezione di manzoni bianco di Alessandro Fanti può aspirare al titolo di migliore bianco d’Italia !

Nuova etichetta per Mattia Filippi: Xurfus è un Müller Thurgau ben disegnato e rispettoso del vitigno.

Sul versante totalmente opposto il Müller Thurgau di Rudi Vindimian, un’interpretazione estrema e molto personale che non manca mai di entusiasmarmi.

Grasso e voluminoso lo Chardonnay Arlevo di Eredi Cobelli Aldo, azienda da tenere d’occhio.

Girellando per la fiera non ho potuto fare a meno di fermarmi da Pier Paolo Antolini: l’Amarone Moropio si conferma come uno dei campioni della tipologia, per profondità e facilità di beva.

Breve passaggio anche in Friuli, dove ho sostato allo stand di Aquila del Torre: Oasi è un affascinante versione di picolit vinificato secco, davvero interessantissima. Luminosi e ben scanditi anche i dolci Verduzzo Friulano e Picolit, il primo adatto ad accompagnare la pasticceria, l’altro più versatile sul fronte dei formaggi.

Come al solito tengo per ultimo il Piemonte. Ques’anno un po’ troppo  “ultimo”: sono arrivato praticamente quando stavano sgombrando gli stand ! Rapidamente assaggio la gamma di Massimo Clerico: tutti ottimi, dal Coste della Sesia al Lessona, ma quello che arriva diretto, potente e ben contrastato è lo Spanna 2010: bellissimo esempio di nebbiolo dell’Alto Piemonte.

Spanna2010

E alla fine ho costretto Silvia Barbaglia a tirar fuori le bottiglie smezzate dagli scatoloni, già pronte per essere caricate in auto:  brilla la prestazione della Vespolina Ledi, fa la finta semplice e poi mi resta in testa, accompagnando il rientro da Verona.

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(1) Mi scopro un fine umorista …

VinNatur 2014 – Il report da Villa Favorita

di Marco De Tomasi

VinNatur resta la più divertente di tutte le fiere collaterali al Vinitaly.

Per l’ambientazione, per l’organizzazione impeccabile, per i vignaioli, per il pubblico.

VinNatur2014

Se però ci limitiamo all’aspetto fondamentale, vale a dire il vino, quest’anno l’ho trovata meno stimolante del solito.

Sarà che soffro un po’ di assuefazione, sarà che le nuove referenze veramente valide sono poche, sarà che alla fine nei miei schemi mentali mi portano a non soffermarmi su prodotti e persone che invece meriterebbero un maggiore approfondimento.

Saranno forse i vini che ho assaggiato e che non mi hanno esaltato.

Sarò io che forse non ero in giornata.

Non so dare un risposta precisa.

Fatto sta che non sono riuscito a sintonizzarmi perfettamente con questa edizione 2014.

A conti fatti di cose buone ne ho trovate più qui che non a Cerea.

Però anche qui ho trovato vini dal profilo organolettico impreciso, non pronti (ma questo vale per qualsiasi fiera: presentare i vini della vendemmia 2013 ad aprile è generalmente un azzardo).

Molti i vini a mio avviso irrisolti: grandiose sinopie di affreschi che mai saranno portati a termine. Si intravede tutto il potenziale, che rimane purtroppo materia grezza, ricchissima ma scarsamente definita. Dei vini “michelangioleschi”, che riescono a dare un’idea ma non veicolare una espressione nitida del territorio di provenienza.

Mettiamo da parte il mio psicodramma, e veniamo ora alle tante eccezioni presenti a Villa Favorita:

Partiamo da Ca’ de Noci, che vince su tutta la linea: dal Metodo Classico al … nocino. Sicuramente l’azienda che per precisione e coerenza stilistica di tutte le etichette presentante è risultata la migliore, non solo di VinNatur, ma di tutta la tornata delle fiere veronesi 2014.

CaDeNoci

Lo Champagne Extra-brut Les 7 di Laherte Frères ha complessità e profondità fuori del comune: sette varietà (oltre ai classici chardonnay, pinot noir e pinot meunier troviamo fromenteau, arbanne, pinot blanc e petit meslier: varietà minori autorizzate per la produzione di Champagne) per sette annate diverse, con assemblaggio simile al metodo Solera. Uno Champagne capace di adombrare i già eccellenti Brut Nature Blanc de Blancs e Extra Brut Les Empreintes della stessa Maison e soprattutto il Brut Nature Zero di Tarlant.

Di Daniele Coutandin vi avevo già parlato in occasione del report da Gusto in Scena a Venezia. Quest’anno era all’esordio a VinNatur e non ha mancato di attirare l’attenzione.

Bella prova corale anche dai vignaioli euganei del Gru.V.E.: in particolar modo i bianchi spiccavano sul resto della proposta presente all’evento. Tra i rossi (sempre superlativi il Marcus di Sambin e il Passacaglia de Il Vignale di Cecilia, per non parlare dei rossi di Monteforche) quest’anno registro anche un netto avanzamento del Vo’Vecchio di Filippo Gamba (Alla Costiera), da questa edizione ottenuto da uve merlot in purezza.

Lungo e personale il Soave Vigne della Brà di Filippi, da vigne vecchie a Castelcerino.

Bene a fuoco anche la gamma di Vercesi del Castellazzo con il Pinot Nero Luogo dei Monti in bella evidenza.

Sempre dall’Oltrepo Pavese i due rossi di Podere il Santo: Rairon e Novecento, due espressioni di uva rara, notevoli, estremi nella loro sostanza e densità, se non ricordo male annate 2003 e 2006.

Altro rosso che mi ha colpito per espressività e precisione è il Cesanese del Piglio Civitella di Mario Macciocca.

Dalla Toscana Le Cinciole, si parte dall’omonimo Chianti Classico fino alla selezione di sangiovese Camalaione in un crescendo di piacevolezza, incentrato sulla pulizia.

Finisco citando Ferdinando Principiano, che ha centrato una annata del Barolo Serralunga, la 2010, che resterà negli annali per la prontezza di beva coniugata ad una tipica espressività (mi sbilancio dicendo che è un best buy nell’area). Barolo Ravera e Boscareto più austeri (ma per loro è questione di tempo). Sempre enorme infine la Barbera d’Alba La Romualda. Un riferimento per la denominazione.

VillaFavorita2014

ViniVeri 2014 – Il report da Cerea

di Marco De Tomasi

Il mio rapporto con ViniVeri (ma lo stesso discorso vale anche per VinNatur), si fa di anno in anno più difficile.

Al pari dello scorso anno sono andato in cerca di cose nuove.

E mai come prima devo dire di aver spesso inciampato su vini quanto meno discutibili, se non del tutto imbevibili.

viniveri-2014-logo

Capitolo I: Orange wine

Al momento sembra la tendenza predominante, tra i vinoveristi.

Domanda: è proprio necessario macerare sempre, tutto, dovunque e comunque ?

A ViniVeri, se chiedi un bianco, nella quasi totalità dei casi devi fare i conti con dei liquidi che esplorano tutta la gamma dell’ambra.

Ma il colore è il minimo.

Il dramma è che non distingui più un trebbiano da una falanghina, un sauvignon da un müller thurgau.

Ti va di culo col gewürtztraminer e col pinot grigio: la macerazione non riesce a sopprimere del tutto le caratteristiche note speziate del primo, mentre sussistono evidenti differenze cromatiche nel caso del secondo.

Ora, la macerazione prolungata sulle bucce è un’arte difficile. Un gioco di equilibrio sottile che ben pochi sanno gestire al meglio.

Dagli assaggi fatti sono arrivato alla conclusione che se non parli o quantomeno capisci lo sloveno, dovrebbe sorgerti il dubbio che gli orange wine non facciano parte del tuo corredo genetico.

Perché fuori dall’area friulano-slovena, sono veramente pochi gli esempi di bianchi macerati davvero validi.

La pratica si sta diffondendo viralmente per tutto lo stivale, rendendo indistinguibili varietà e territori.

Ora scriverò una parola che a voi vinoveristi dovrebbe (a questo punto il condizionale è obbligatorio) fare accapponare la pelle:

OMOLOGAZIONE

Lascio questa riflessione ai vignaioli e ci vediamo tra un due-tre anni.

Capitolo II: un vino difettoso è un vino cattivo

Pazienza qualche difettuccio marginale, ma qui è un altro paio di maniche.

Mi sono imbattutto in alcuni campioni che erano merceologicamente più affini all’acetaia che alla cantina.

Un po’ di volatile va bene, troppa mi fa versare il calice direttamente nel secchio.

E ancora: non sono il sommelier tecnicista fighetto che vuole la pulizia assoluta, ma in alcuni calici si stava tenendo la Woodstock del Brettanomyces incazzato !

No, cari vinoveristi: mi siete simpatici ma non sono più disposto a passare sopra a queste cose in nome del solo ideale. Cerco vino. E lo voglio buono.

Capitolo III: alla fine il lato bello (e i vini buoni)

Al netto di tutto comunque ViniVeri rimane una bella manifestazione.

Innanzitutto per l’atmosfera infinitamente più “easy” rispetto al Vinitaly: non vieni sottoposto allo sguardo inquisitore da parte del produttore, che tenta di capire dove deve collocarti nella gamma che spazia tra il beone (ma quelli vanno al Vinitaly) e il compratore estero pronto a sguainare la mazzetta di dollari pur di aggiudicarsi l’intera produzione annuale.

Il luogo è arioso e le corsie tra i tavoli permettono di radunarsi per quattro chiacchiere senza intralciare le degustazioni.

Detto questo, il mio principale obiettivo a Cerea era il gruppetto di produttori esteri, soprattutto francesi, ben presenti a questa edizione.

Mi limiterò ad elencare gli assaggi più convincenti, precisando che non troverete citati molti “mostri sacri” presenti alla manifestazione per il semplice fatto che da due anni a questa parte cerco di concentrare gli assaggi su quelle che per me sono delle novità o su produttori che mi capita di incontrare con minore frequenza.

Inizio citando Clemens Busch e i suoi Riesling della Mosella. Un crescendo incredibile nei cru di Marienburg che lascia il segno.

ClemensBuschRiesling

Francia: Les Clos Perdus (Languedoc-Rousillon), grande eleganza nel suo Corbières Prioundo 2012. Da leggere in prospettiva invece il Pays des Côtes Catalanes L’Extrême (Rouge) 2010.

Poi Josmeyr (Alsazia), il suo Riesling Les Pierrets  2010 oltre che essere buonissimo è assolutamente didattico se qualcuno volesse far capire la differenza tra Alsazia e Mosella. E poi il suo Pinot Gris Gran Cru Hengst  2007. Fuochi d’artificio: è sul podio dei miei assaggi veronesi.

JosmeyerPG2007

Nicolas Joly, presentava il suo Savennieres Les Vieux Clos, quest’anno non proprio a fuoco e una grandiosa edizione del Coulée de Serrant.

Qualche conferma: innanzitutto Stefano Novello (Ronco Severo), uno che gli orange wine li sa fare: è un’equilibrista che riesce a mantenerne i varietali, estraendo tutto il buono dalle bucce, fermandosi sempre un attimo prima di esagerare. Sul fronte dei rossi, piccola verticale del Merlot Riserva Artiùl. Uno dei miei preferiti nella tipologia.

Poi Zidarich, con una bella Vitovska 2011, e Dario Princic con il Jackot 2011 ottimamente scandito.

Tra le novità quello che più mi ha colpito è stato  Carlo Colombera, con il Coste della Sesia Colombera & Garella 2011 e soprattutto con il Bramaterra Colombera & Garella 2010 , ottimo esempio di nebbiolo dall’Alto Piemonte.

Segnalo infine Il Censo, con un curiosissimo orange wine da uve cattarratto, Praruar 2012 dalle intense note di miele e camomilla.

Fiere 2014 – Il decalogo (se mi conosci, mi eviti)

di Marco De Tomasi

Ci siamo: è iniziato il conto alla rovescia per le fiere veronesi e io sono entrato in meditazione zen per meglio prepararmi all’appuntamento annuale.

Sono armato di accredito stampa per TUTTE le fiere (quest’anno anche il Vinitaly ha aperto a noi blogger cani sciolti).

Le fiere rappresentano per noi appassionati/blogger un appuntamento imperdibile.

Si annusa l’aria per capire le tendenze del mondovino, si verificano le previsioni fatte l’anno prima, si assaggia e valuta per pianificare l’attività editoriale per i mesi a venire.

Tabella di marcia forzata: cinque giorni full-immersion dove cercherò di importunare più produttori possibili e avvicinare soprattutto quelli che per questioni geografiche non riesco a raggiungere facilmente.

Fiere2014

Ma un intervento di tale portata va pianificato a tavolino, come il D-day. Ecco il decalogo cui io solitamente mi attengo:

  1. Ottimizzare i tempi morti: spulciare preventivamente cataloghi e presenze, annotando su un foglio di excel obiettivi e loro posizione.
  2. Equipaggiamento standard: scarpe comode, gilet da pesca/fotografia disseminato di tasche, taschini e tasconi per riporre nell’ordine: smartphone di penultima generazione con discreta capacità fotografica, taccuino, penne (più d’una, non si sa mai), biglietti da visita, fazzoletti e depliant di cui si farà incetta, zainetto con provviste e riserve idriche (con cavolo che mi faccio spennare per un panino con la mortadella. E poi non c’ho tempo per fare la coda al bar).
  3. Per le fiere di dimensioni gestibili (VinNatur, ViniVeri, ma anche ViViT) attaccare con gli spumanti (preferibilmente prima gli charmat e poi i metodo classico), per passare ai bianchi, poi rossi ed infine passiti. Se riuscite cercate di combinare la sequenza anche con un approccio regionale (prima Friuli e Slovenia, tenendo per ultimo il Piemonte).
  4. Per il Vinitaly l’ordine va invertito: prima per regione e poi per tipologia. Viste le distanze da coprire il motto deve essere: testa bassa, poche chiacchere e pedalare. (Avviso ai visitatori: non formate “tappi” tra gli stand perché se siete in traiettoria vi travolgo).
  5. Parola d’ordine: sputare. Tutto (beh … quasi tutto, dai). So che non è bello, ma è un male necessario se si vuole sopravvivere fino al quinto giorno.
  6. Stand famosi e patinati: passare oltre. Prima di tutto i loro vini li trovi in qualsiasi enoteca a un tiro di schioppo da casa tua. Poi loro più degli altri sono lì per fare businness coi buyer stranieri. Cosa vuoi che gliene importi dell’ennesimo articolo scritto da un blogger dal dubbio seguito ?
  7. Gli stand luccicosi vanno evitati come la peste. A maggior ragione se animati da ragazze formose e avvenenti inguainate in tute di lycra traslucida che non lasciano nulla all’immaginazione (il latex non ha ancora fatto la sua apparizione al Vinitaly, ma credo non manchi molto). Se devi ricorrere a questi teatrini per attirare l’attenzione sul tuo stand, vuol dire che il tuo vino ha qualcosa da nascondere.
  8. Sull’altro versante, fuori dal Vinitaly (ma anche al ViViT) potreste incontrare chi prima di versarvi il vino vi fa l’ennesimo pippone epocale sulla naturalità/sostenibilità/io-faccio-vino-gli-altri-bibite-alcoliche/bla/bla/bla. Ma dico io: se sono qui e non a Verona qualche idea in merito me la sarò pur fatta, no ? Non cercare di vendermi il metodo al posto del vino, sennò inizio a ringhiare !
  9. Gli stand consortili/regionali sono delle ottime alternative per avvicinare denominazioni a voi sconosciute. Le denominazioni “sfigate” (vale a dire quelle poco frequentate) possono riservare sorprese.
  10. E non fate l’errore come ogni anno di lamentarvi dello stato di manutenzione dei parcheggi. Lo sanno anche i sassi che è un punto dolente del Vinitaly. Ringraziate di trovare posto. E in fondo il treno può essere un’ottima alternativa, specie se non siete riusciti a tenere fede al proposito di usare le sputacchiere.