Il senso di Marco per il vino (o della tavernellizzazione del Prosecco)

di Marco De Tomasi

Capita che per caso ti ritrovi in mezzo a una festa di compleanno di qualche bambino.

Ai bambini in queste occasioni è concesso eccedere con bevande dolci e gassate.

Qualche volta, è possibile che un genitore previdente riservi una bottiglia di vino per gli adulti.

Il più delle volte si tratta di etichette dimenticabili, roba da meno di due euro all’ipermercato, certo non prodotta per lasciare tracce indelebili nella storia dell’enologia.

Anche questa volta non fa eccezione.

O forse no.

Perché quella bottiglia, suo malgrado, mi è rimasta impressa.

Non sono riuscito a finirlo.

Non c’è riuscita mia moglie, ormai assuefatta ai vini a cui l’ho abituata.

Non ci sono riusciti gli amici, tra cui ci sono appassionati di vino o gente che qualcosa ne capisce.

I nostri ospiti, a onor del vero, non ce l’hanno certo decantato. Per loro era vino, quanto le altre bottiglie facevano parte di diversa categoria merceologica. Un liquido riservato agli adulti che non gradissero le bevande dolci. Tanto bastava.

Ma la veste di quella bottiglia diceva altro.

Prosecco, bottiglia elegante, etichetta ricercata con immagine di villa palladiana (non so se reale o solo stilizzata), fascetta doc.

Probabilmente costava anche ben più di due euro.

Non mi chiedete il produttore, non l’ho memorizzato.

E nel mio discordo ha poca importanza.

Perché non era un vino in tetrapack: quella era un bottiglia con delle velleità.

Non aveva la rassicurante ignoranza del vino in tetrabrik.

Era una bottiglia che affermava di contare qualcosa nel mondo del vino.

Una bottiglia con un nome importante in etichetta, quello di una doc: Prosecco.

E la cosa mi disturba.

Perché non si può pensare di contare davvero qualcosa producendo vino senza identità che non sia quella formale della denominazione e dell’etichetta.

Prosecco buono in giro ne esiste, ma sta di fatto che quella bottiglia da fuori era identica a quello buono.

Anzi, si era camuffata da quello buono.

Perché il consumatore medio, che non distingue tra doc e docg, a volte fa fatica a distinguere anche tra buono e cattivo, tanto è vino.

Davvero ha senso produrre un vino così ?

Davvero ha senso la proliferazione indiscriminata di ettari ed ettari dedicati a glera, pinot grigio e moscato senza arte né parte ?

Per quelli come me, per cui il vino è identità e territorio e non una generica commodity, la risposta può essere solo una: NO !

Agli altri, quelli che hanno bisogno di una bevanda “adulta” da versare ai grandi durante le feste dei bambini, consiglio di comprare il vino in tetrabrik, che svolge egregiamente la funzione richiesta a queste bottiglie.