GUSTUS 2016 – Il report da Palazzo Valmarana

di Marco De Tomasi

Gustus, rassegna dei vini e dei prodotti dei Colli Berici promossa dalla Strada dei Vini dei Colli Berici, rappresenta un’occasione per buttare un’occhiata sul panorama produttivo della denominazione.

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Occhiata che rimane parziale in quanto molte aziende che operano nell’area non sono presenti per tutta una serie di motivi.

A complicare la possibilità di avere un quadro completo, c’è il fatto che sui Berici si produce di tutto e di più, anche se negli ultimi anni sembra che finalmente l’attenzione si vada a concentrare su alcuni vitigni che possono rappresentare al meglio quest’area dal potenziale ancora ampiamente inespresso.

E allora Tocai rosso, l’autoctono (si fa per dire: in realtà è una varietà di grenache, anche se probabilmente presente da secoli) ma anche Cabernet Sauvignon e Merlot, perché i tagli bordolesi hanno dimostrato di poter dare ottimi risultati, specie sul versate dei colli che guarda verso Verona.

Pare invece che non tutti siano concordi sul fatto che il carmenére possa essere un vitigno su cui puntare, cosa che invece io vado affermando da qualche tempo.

La stabilità del coro degli attori che operano sui Berici è un’altra questione aperta: alcune nuove realtà che in passato mi erano sembrate decisamente promettenti, a causa di eventi nefasti ed improvvisi o per altri tipi di problematiche, non esistono più e sono passate come delle autentiche meteore.

Una cosa curiosa è che molte aziende consolidate e non, producono vino sui Berici, ma non hanno la loro base sui colli, facendo gravitare la loro produzione anche su altre denonimazioni (vedi ad esempio Inama, Cavazza o Dal Maso tra i nomi storici o Tessari tra le nuove realtà).

La mia partecipazione alla rassegna si è aperta con una degustazione tematica alla presenza dei produttori e avente come tema l’espressione del merlot sui Colli Berici.

Cinque etichette dell’annata 2013 e tre vini con qualche anno sulle spalle.

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Degustazione aperta con il Vicenza Merlot 2013 Torre dei Vescovi (Colli Vicentini) che ha pagato una iniziale riduzione che ci ha messo un po’ a svanire. Nel complesso un prodotto più che dignitoso e sufficientemente caratterizzato, non pensato sicuramente per durare nel tempo e godibile da giovane. Da bere ora.

Colli Berici Merlot Cicogna 2013 Cavazza: decisamente più ampio ed articolato, il vino sicuramente più pronto della degustazione e senza dubbio rappresentativo delle potenzialità del versante sud-ovest dei colli. Anche se questa sua capacità di esprimersi pienamente può preludere ad una sua precoce decadenza (e il successivo assaggio dell’annata 2003 sembra confermare questa mia idea). Ora e per i prossimi 4 anni. Oltre si rischia di perderlo.

Colli Berici Merlot Campo del Lago 2013 Inama: se il campione di Cavazza era il più pronto, all’altro capo troviamo la rediviva etichetta Campo del Lago un tempo Villa Dal Ferro (azienda storica oggi non più attiva) e riproposta da Inama, che ne ha rilevato i vigneti. Ad una attenta lettura il vino possiede comunque ricchezza, carattere e complessità e soprattutto manca di quelle “derive veronesi” che a volte rimprovero a questa azienda (per quanto produca vini di assoluta eccellenza). Da attendere, dal 2018 al 2023 e forse oltre. Una scommessa la farei.

Colli Berici Merlot Fra i Broli 2013 Piovene-Porto Godi:  non siamo proprio fratelli con il Campo del Lago, ma cugini di primo grado sicuramente sì ! Più pronto e godibile ma ugualmente complesso e ben caratterizzato. L’assaggio dell’annata 2003, perfettamente integra, anche se probabilmente all’apice della sua curva evolutiva, conferma le grandi potenzialità di questa etichetta: in particolare mi dà da pensare il fatto che la torrida annata del 2003 non sembrava destinata a produrre vini che potessero durare nel tempo. Mi chiedo come si comportino vecchie annate con andamento climatico più favorevole. Anche per questo vino aspetterei un po’: dall’anno prossimo e fino al 2023, senza grossi patemi.

Colli Berici Merlot  Casara Roveri 2013 Dal Maso: siamo in una espressione intermedia tra il Cicogna e il Fra i Broli, con una maggiore vicinanza al primo (sia stilistica che geografica, per posizione dei vigneti). Tra quelli degustati è forse il vino dove l’espressione varietale prevale, se pur di poco, su quella territoriale. Questo si traduce in un lieve deficit om termini di dinamica, soprattutto al gusto. Intendiamoci, è un buon vino, ma mi piacerebbe riuscisse ad esaltare maggiormente il carattere territoriale, che è comunque presente e riconoscibile, rispetto all’espressione varietale. Stesso discorso per l’annata 2007 che è esattamente come te l’aspetti: manca in definitiva uno slancio emozionale (almeno dal mio punto di vista). Da bere ora e fino al 2020.

Al banco di assaggio non ci sono sorprese sul fronte del vitigno simbolo dei Berici: sempre ben definiti nella loro tradizionale tipicità i Tai Rosso di PegoraroFattoria Le Vegre e Piovene Porto Godi, a cui si aggiunge il Lupo Rosso 2013 di Tenuta Maraveja: Gildo Gennari propone un Tai Rosso maturo e concentrato, un vino versatile e da cercare direttamente in cantina, data la quantità quasi “omeopatica” con la quale viene prodotto.

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Tra i bianchi mi ha particolarmente colpito il Tai 2015 (tocai italico) di Pegoraro, dalla bella espressione speziata.

Sul fronte delle nuove realtà segnalo con piacere Gianni Tessari con il Due 2014, da uve merlot e cabernet franc, davvero sorprendente per equilibrio e piacevolezza, e il Dimezzo di PuntoZero, blend di uve cabernet sauvignon, cabernet franc e merlot. Anche qui grande equilibrio e maestria nella composizione (l’azienda si avvale della consulenza enologica di Celestino Gaspari, per dire).

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E finalmente trovo al banco di assaggio Del Rèbene, azienda nota finora soprattutto per l’eccellente produzione di olio di oliva dei Berici, di cui da qualche anno ho il privilegio di assaggiare i campioni e che ora è pronta ad uscire sul mercato con due etichette “base”: Carmenère 2015 e Cabernet Sauvignon 2013. Ritengo che Francesco Castegnaro sia tra gli interpreti più sensibili e promettenti del terroir Berico. Se il Carmènere fa dell’immediatezza e della bevibilità la sua carta vincente, il Cabernet Sauvignon andrebbe indicato ad esempio di come complessità non va necessariamente a braccetto con l’ostentazione di muscoli. Non è solo buono, ma rappresenta un perfetto campione di cosa si può fare con i vitigni bordolesi in questo territorio. A questo punto attendiamo con trepidazione l’uscita del vino di punta dell’azienda, il Rosso del Rèbene (Carmènere con un saldo di Cabernet), per il quale dovremo aspettare ancora un paio d’anni, almeno.

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Colli Berici Carmenere 2011 e 2013 – Magia di Barbarano

di Marco De Tomasi

Capire la realtà produttiva dei Colli Berici in provincia di Vicenza è abbastanza difficile: bisogna districarsi tra una varietà di vitigni piuttosto estesa e una conseguente  eterogeneità interpretativa che complica non poco il quadro complessivo.

Fortunatamente, anche se con un po’ di fatica, da qualche tempo si è riusciti a fare identificare questa zona con il suo vitigno/vino più identitario: il Tai Rosso, una varietà locale di grenache.

Sono convinto che i Colli Berici siano un territorio con un alta vocazione per i vini rossi.

Dagli assaggi che periodicamente faccio, ho ricavato una personale suddivisione delle “aree vocazionali” di questa denominazione.

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I Colli Berici posso essere idealmente iscritti in un parallelogramma,  che può essere diviso perfettamente a metà in senso verticale, formandone altri due. A destra (1) troviamo il versante orientale dei Berici: qui è il regno del tai rosso, dove maggiore è la possibilità di imbattersi nelle migliori espressioni di questa varietà (esistono eccellenti Tai Rosso prodotti anche nel resto dei Berici, ma si incontrano con minor frequenza rispetto a questa zona); sull’altro lato (2), il versante occidentale, possiamo trovare eccellenti tagli bordolesi e mi sento comunque di affermare che questa è l’area dei Berici dove i vini a base di cabernet sauvignon e merlot riescono meglio.

Il versante orientale può a sua volta essere diviso a metà in senso orizzontale.

La porzione meridionale di questa ulteriore suddivisione (3) rappresenta, alla luce dei campioni che ho finora avuto modo di assaggiare (quindi probabilmente con grandi possibilità di ampliamento),  l’area vocazionalmente più interessante per un vitigno che in termini di tipicità, riconoscibilità e quindi identità può a mio parere andare ad affiancare a pieno titolo il tai rosso come “biglietto da visita” dei colli stessi:  il carmenere.

Carmenere

Va detto che negli ultimi anni è stato fatto uno sforzo da parte di molti vignaioli per uscire dall’empasse dato dalla confusione con il merlot e la commistione con il cabernet franc: se il carmerenere era un tempo identificato con il cabernet franc, oggi sui Colli Berici fortunatamente non è più così (ricordiamo che il carmenere è un vitigno originario del Médoc  – dove praticamente non esiste più, se non in piccolissime particelle – e che è la varietà più estesamente coltivata in Cile, dove è praticamente assurto a “vitigno nazionale”).

Se il tai rosso presenta delle difficoltà dovute al fatto che è un vitigno che “sente” molto l’annata (con risultati in bottiglia che possono essere assai diversi a parità di etichetta), non di meno il carmenere è un vitigno non facile da interpretare, principalmente a causa del carattere erbaceo dei vini che si ottengono, con sentori tipici di peperone che, se non gestiti con la dovuta sensibilità, rischiano di cadere nella caricatura, perdendo in finezza e piacevolezza.

Diversi produttori scelgono di mitigare questo carattere mediante un breve appassimento di parte delle uve, che va a smussare gli spigoli ed esaltare i toni più fruttati del’uva.

Non così il Carmenere di una nuova realtà berica, Magia di Barbarano, di cui ho avuto la possibilità di assaggiare le annate 2011 e 2013.

Bene inteso, si tratta di un vino quotidiano, non un campione di estrazione e muscoli, ma denota in entrambe le annate una finezza e una sostanza che mi hanno colpito.

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Le tonalità erbacee ci sono tutte, con un peperone croccante e assenza di sentori eccessivamente “verdi”, cui si inseriscono  armoniosamente note di frutti rossi, con un bel lampone in evidenza e, dopo un po’ di tempo nel calice, anche del cioccolato.  Equilibrio che si ritrova in bocca, dove è pulito, succoso e rinfrescante, chiudendo su una piacevolissima nota amaricante.

L’annata 2011 è quella che al momento dimostra maggiore integrazione ed armonia tra le varie componenti; la 2013 avrà bisogno ancora di qualche tempo in bottiglia per esprimersi al meglio delle sue potenzialità.

Un vino che, nonostante la sua semplicità concettuale, e forse proprio in virtù di questa, risulta estremamente piacevole ed immediato, di buona articolazione, mantenendo un evidente carattere e senza cadere nella banalità.

Pagati 3,50 Euro la 2011 e 4,00 Euro la 2013. Meno di una birra in pizzeria …

Magia di Barbarano
Via San Martino, 29
Barbarano Vicentino (VI)
www.magiadibarbarano.it
info@magiadibarbarano.it