VIeNI IN VILLA 2015 – 10 Maggio

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VIeNI IN VILLA è la rassegna che organizziamo per darvi l’occasione di conoscere le persone e degustare i vini che vi abbiamo raccontato su queste pagine.

L’ottava edizione di VIeNI IN VILLA è in programma Domenica 10 maggio 2015 a Isola Vicentina (VI),  dalle 10.00 alle 20.00, nel parco di villa Cerchiari in via Cerchiari, 22.

Le qualità uniche offerte da diverse aree viticole saranno proposte in degustazione attraverso il racconto degli stessi produttori, che hanno scelto di fare emergere le diversità di un territorio, ora seguendo strade abbandonate da tempo, ora percorrendo nuovi sentieri dettati dalla propria sensibilità. L’obiettivo è quello di recuperare il senso più autentico del legame tra vino e territorio. Un legame profondo che nasce dal rispetto per la terra e si alimenta della passione di chi la coltiva traducendosi in prodotti unici, espressioni autentiche delle potenzialità di un territorio e del carattere del vignaiolo.

Si ringrazia l’Associazione ProIsola, la cui volontà e organizzazione rende possibile la realizzazione di questo evento.

La manifestazione si completerà con la fruizione di proposte gastronomiche elaborate in una creativa “fucina dei sapori”.

Elenco definitivo dei vignaioli presenti all’edizione 2015:

* rappresentata da Vini di Luce OSPITI SPECIALI:

  • I Canevisti di Breganze

(associazione di garagisti dedita al recupero di vecchi vigneti e vecchie varietà) ———————- Elenco dei vini in degustazione, da scaricare e stampare (formato .pdf):

Gli artigiani del cibo:

Ingresso: Euro 15,00 (con bicchiere da degustazione e una proposta gastronomica inclusa) ———————- MENU’ 2015:

  • Bignè Bruscandoli e Ricotta, Crostino con Baccalà Mantecato e Ovetto di Quaglia *
  • Gargati con Baccalà Rivisitato e Asparagi Verdi di Isola Vicentina
  • Bigoli con Piselli e Carbonara Leggera Vegetale
  • Orzotto con Verdure Primaverili al Profumo di Pesto
  • Gnocchi con Carletti e Ricotta *
  • Spezzatino Ricco di Guanciale di Maiale con Polenta del Molino Filippi
  • Polenta Onta e Formaggio 
  • Faraona al Forno con Polenta
  • Biscotti e Focacce Tradizionali *
  • Dolce della Festa

* (proposti dal ristorante Tre Porte di Castelnovo)

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Seguite l’evento sul nostro gruppo Facebook

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COME ARRIVARE:

Dall’autostrada A4: uscita Vicenza Ovest – seguire le indicazioni per Schio fino a Isola Vicentina, 15 Km. in direzione Nord.

Dalla Valsugana, da Bassano del Grappa seguire le indicazioni per Thiene, poi Villaverla, quindi Isola Vicentina.

Dove siamo: (VISUALIZZA MAPPA)

DOVE PARCHEGGIARE:

ParcheggiVIV

Foto dell’edizione 2010

Foto dell’edizione 2011

Foto dell’edizione 2012

Foto dell’edizione 2013

VillaCerchiariAperta

Franciacorta Extra Brut Millesimato 2007 – Camossi

di Marco De Tomasi

Da qualche anno seguo con interesse i fratelli Camossi.

Ho sperimentato in prima persona la crescita continua dei loro Franciacorta, che anno dopo anno diventavano più buoni e precisi, ma soprattutto più personali e definiti nello stile.

E’ cosa risaputa e accettata che i metodo classico sono vini in cui l’espressione del terroir è messa in secondo piano dalla tecnica, e i Franciacorta non fanno eccezione.

Ma c’è un filo conduttore alla base del lavoro di Claudio e Dario Camossi: il rispetto e l’attenzione per l’espressività delle basi spumante, che emergono sempre ben delineate dai loro Franciacorta.

Io non sono solito esprimermi per superlativi o assoluti, ma questa volta non riesco a trattenermi: sappiate che, anche rispetto ai già buonissimi prodotti di questa azienda di Erbusco, il Franciacorta Extra Brut Millesimato 2007 dei fratelli Camossi è, senza mezzi termini, un CAPOLAVORO !

A partire dal naso ampio e ben definito, con le sue note fermentative speziate e suggestioni minerali che si intrecciano ai sentori floreali e fruttati del vino. Per poi passare in bocca, dove ha nerbo, tensione ed inesorabile progressione, acidità ben calibrata e frutto succoso, saporito e appagante. Un vino compiuto e completo, che supera di slancio l’idea di uno spumante fine a se stesso.

L’annata 2007 è composta per il 100% da Chardonnay (la composizione di questo vino varia in base all’annata).

L’unico rammarico è che questa etichetta risulta esaurita sia dal produttore, che dal mio fornitore abituale, che nella mia cantina !

Non mi resta che sperare che Claudio e Dario riescano di nuovo a produrre un Franciacorta così (ma so che le premesse sono più che buone !).

ViniVeri 2015 – Il report da Cerea

di Marco De Tomasi

Con un evidente ritardo, ecco il primo dei miei report dalle fiere veronesi.

Vini Veri nella fabbrica di Cerea è da sempre la mia prima tappa.

Senza reticenze e forse ripetendomi un po’, dico subito che questo è l’evento che più degli altri sembra segnare il passo.

Lungi da me affermare che Vini Veri abbia le edizioni contate, ma l’impressione è davvero quella che il nucleo primigenio dell’associazione abbia un po’ perso la capacità di aggregare nuove forze intorno al progetto originale.

Detto questo per dovere di cronaca (e lieto eventualmente di essere smentito), mi addentro subito nel vivo degli assaggi più significativi di quest’anno.

ViniVeri2015

Parto subito con gli assaggi dall’estero e da un sorprendente vino georgiano, uno dei migliori assaggi in assoluto di questa tornata veronese: Kvaliti Krakhuna 2013 della cantina Archil Guniava’s, appena mezzo ettaro di estensione. Il vino in degustazione era l’unico della gamma sfuggito alla fiscalità di non so di quale paese: purtroppo gli altri campioni sono rimasti negli uffici di alcuni zelanti ed evidentemente assetati doganieri. Vino di una profondità e di una estensione olfattiva impressionante, con riconoscimenti che andavano dal carrubo al sambuco, dalla genziana alla liquirizia, passando per una incredibile gamma di spezie ed erbe aromatiche. In bocca tiene il passo, emergendo decisamente dal consueto panorama georgiano, dove le macerazioni tendono ad appiattire un po’ il sorso. Non questo vino, che rimane succoso, ben scandito e altrettanto articolato e dinamico come dimostrato al naso.

Kvaliti2013

Tra gli Champagne presenti, riconfermo la piacevole impressione avuta in passato con Vouette & Sorbée: il loro rosé Saignée de Sorbée è un rosè da salasso carnoso e molto espressivo, a mio avviso tra i più convincenti che si possono incontrare tra questa particolare tipologia. Molto particolari anche gli Champagne di Olivier Horiot, dalla sferzante acidità, a tratti decisamente eccessiva: sarebbe interessante capirne l’evoluzione nel tempo.

V&SRosé

Un porto sicuro è Ronco Severo: la gamma di Stefano Novello mi è parsa quest’anno decisamente più a fuoco rispetto all’anno scorso. La gestione delle lunghe macerazioni è un gioco di equilibrio che a questo vignaiolo riesce quasi sempre, e che risulta particolarmente precisa e ben calibrata sul Friulano Riserva con un varietale che emerge nettamente sulla tecnica. Sempre profondissimo il Merlot Riserva Artiul, secondo me una delle espressioni più compiute della tipologia in Friuli.

I vini di Eugenio Rosi sono sempre un piacevolissimo incontro. Ribadisco la mia preferenza per il Cabernet Franc vinificato con una sorta di metodo Solera. Tra i calici più emozionanti di Cerea e una delle cose più interessanti che siano uscite dal Trentino negli ultimi anni.

Riconferme anche da Valter Mattoni, con il corposo Montepulciano Arshura e il più etereo Rossobordò da una varietà affine al grenache (la stessa che da vita al Kupra di Oasi degli Angeli).

Rimanendo in tema Oasi degli Angeli, impossibile non ritrovare la traccia stilistica del Kurni nell’Habemus 2012 di San Giovenale, taglio laziale di grenache, syrah e carignan, imponente quanto piacevole.

La Sicilia sfodera una sequenza di rossi che lascia il segno, con una progressione quasi vertiginosa tra il Nero Ossidiana di Tenuta di Castellaro (corinto e nero d’Avola completati da una minima percecentuale di altri vitigni), il Suber di Daino (nero d’Avola, frappato e alicante) e l’Etna Rosso Vigo di Fattorie Romeo Dal Castello.

Daino

Si cambia registo e carattere con il Piemonte: da Rinaldi mi emoziono sul calice del Barolo Tre Tine 2011, a mio avviso il più completo e profondo tra quelli proposti da “Citrico” quest’anno.

Cascina Fornace è una giovane azienda del Roero, territorio un po’ messo in ombra dalle vicine Langhe ma che a giudicare dal risultato del Roero 2012 ha molto da dire: carnoso e dalla spiccata personalità, appena velata da un carattere lievemente rustico che ne arricchisce il fascino. Conclude con un lunghezza magistrale. Da seguire !

L’Alto Piemonte riconferma la validità dei vini di Colombera & Garella: quest’anno al Coste della Sesia e al Bramaterra si è aggiunto il Lessona: il primo assaggio denota già una un’ottima precisione stilistica e una ulteriore chiave interpretativa di questo piccolo e affascinante angolo di Piemonte, che va ad aggiungersi a realtà già consolidate.

#ManzoniBianco2 – Il report da Asolo

di Marco De Tomasi

Se l’anno scorso era poco più di una riunione carbonara con risvolti didattici, quest’anno ManzoniBianco#2 è diventata una autentica giornata di studio e confronto sulle diverse anime dell’Incrocio Manzoni 6.0.13.

Il gruppo di produttori si è infoltito con Marco Zanoni di Maso Furli.

Degustazione alla cieca di cinque Manzoni Bianco. Il gioco consisteva nel tentare di indovinare zona e produttore. E io sono contento di essere arrivato uno ! (un po’ di conoscenza degli stili aziendali e un po’ di fortuna mi sono stati di aiuto).

Tre trentini (collina di Pressano) e due veneti (pedemontana veneta: Asolo e Conegliano).

La cosa interessante è che tutti i degustatori presenti hanno identificato senza ombra di dubbio la provenienza dei vini, con i veneti che si distinguevano per i sentori floreali e la verticalità e trentini più speziati ed ampi in bocca.

Costalunga2012Faccio una personale annotazione sul Manzoni Costalunga 2012 di Cirotto: rispetto a quello presentato l’anno scorso la progressione nella ricerca della pulizia e della caratterizzazione è notevolissima, tanto che ho avuto un tentennamento iniziale nel capire quale dei due calici veneti fosse.

E va detto che “la concorrenza” era rappresentata dal Manzoni 2013 di Arturo Vettori. Non propriamente l’ultimo della classe, anche se a questo stadio evolutivo il vino risulta talmente giovane da nascondere il consueto potenziale.

Sul fronte trentino, oltre al Manzoni 2012 di Maso Furli, caratterizzato dall’impatto pieno e potente, nel calice abbiamo trovato il Manzoni 2012 “base” (si fa per dire) di Alessandro Fanti, esempio paradigmatico dell’espressività tipicamente trentina di questa varietà, e Isidor 2011 (sempre di Alessandro), cioè quello che personalmente reputo uno dei più grandi vini bianchi italiani, che amplifica queste stesse caratteristiche arricchendole di una personalità netta, riconoscibile e ammaliante.

FantiArturo ha poi sfoderato due jolly: un Manzoni 2000 (15 anni e non sentirli: frutto pieno e godibile, appena graffiato dal legno che all’epoca era in uso –oggi Arturo usa solo acciaio- e nessun cedimento sul fronte della piacevolezza di beva, grazie ad una freschezza ancora viva ed incalzante) e un Manzoni 2010, dove ritrovo tutto lo stile e la pulizia cui Arturo mi ha abituato.

Ha chiuso la degustazione il Sogno 2011: Manzoni Bianco, Metodo Classico, Dosaggio Zero su cui in casa Cirotto puntano molto. Degustato l’anno scorso in anteprima, avevo sospeso il giudizio. Ora il vino finalmente si manifesta nella sua veste compiuta, con sentori floreali e di lievito, con una bella cremosità e un gusto pieno ben bilanciato dalla freschezza.

La giornata è poi proseguita con l’allegra comitiva che andava alla scoperta dei luoghi dove nascono i Manzoni dei Cirotto, i Colli Asolani e precisamente il Vigneto Costalunga, dove Gilberto, che si occupa della parte agronomica dell’azienda, sta progressivamente sviluppando un approccio colturale sempre più sostenibile ed attento alle esigenze della varietà.

CostalungaVigneto

Alla fine ci siamo ritrovati suggestionati e galvanizzati dalle potenzialità di questa varietà, con la voglia di esplorare nuovi territori e nuove espressioni del Manzoni Bianco.

Io qualche suggerimento a Francesco l’ho dato.

Vedremo cosa tirerà fuori dal cappello l’anno prossimo.

Tornare alla semplicità

di Marco De Tomasi

Il tema è ricorrente e in questi giorni sta impreversando sui social e non solo: lieviti indigeni o autoctoni.

Non mi infilerò per l’ennesima volta nel dibattito, perché probabilmente la cosa si trascinerebbe inutilmente senza spostare di una virgola le rispettive posizioni.

GS

Il legittimo “scazzo” su Facebook di Gabriele Succi, produttore in Castel Bolognese

Però una considerazione la voglio fare: una questione che dovrebbe interessare soprattutto chi il vino lo fa, confrontando reciproche esperienze per capire cosa è meglio per la propria azienda(*) e per il proprio modo di intendere il vino, ha creato fazioni opposte di appassionati, come al solito l’un contro l’altra armate.

Perché la domanda “lieviti autoctoni o lieviti indigeni ?” è solo l’ultima nata (e purtroppo non l’ultima in senso stretto) tra quelle che si sentono fare da chi, alle varie manifestazioni, ha il calice in mano e sta davanti (non dietro) il banco.

Segue in ordine cronologico le altrettanto perniciose “quanti gradi fa ?”, “barrique nuove o usate ?”“qual è la densità di ceppi per ettaro ?”, “fa malolattica ?”“c’è solforosa aggiunta ?” e “sei biologico o biodinamico ?”.

Domande che hanno un senso se sei un addetto ai lavori, un po’ meno se sei uno che il vino lo beve solo e hai una idea piuttosto vaga di come si faccia.

C’è un lavoro certosino e non scevro di aspetti patologici in questo continuo classificare e incasellare per grandi categorie,  semplificando problematiche che semplici non sono affatto.

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Peggio ancora se si carica questa operazione di significati ideologici.

Perché il problema è tutto nella risposta che vogliamo sentirci dare alla domanda di rito: se non corrisponde alla nostra “idea” di vino, saremo sicuramente meno propensi a valutare positivamente le caratteristiche organolettiche di quel vino. Ancora prima di averlo assaggiato.

Quando poi invece la risposta è in linea con il nostro pensiero, diventeremo fin troppo indulgenti, classificando come “espressione del territorio” quelli che in realtà sono palesi difetti di vinificazione o, sull’altro versante, giustificando manipolazioni enologiche messe in atto proprio per blandire il nostro gusto.

Ideologia

E poi mi metto nei panni del produttore, sottoposto al continuo stress di doversi giustificare per scelte a lungo meditate e provate sul campo.

Stiamo perdendo il gusto del piacere, della curiosità e dello stupore, riducendo tutto a questioni tecniche di cui alla maggior parte di noi, me compreso, sfuggono le più importanti implicazioni.

Assaporare il vino dovrebbe essere un gesto semplice, perché il vino sincero dà sempre le migliori risposte.

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(*) Troppo spesso ci dimentichiamo che chi fa vino non lo fa per passione (anche se molti ce la mettono) ma soprattutto per conseguire un reddito.

Prosecco: ripensare la comunicazione

di Marco De Tomasi

Pare io debba occuparmi ancora di Prosecco in modo polemico.

Non tanto del Prosecco come prodotto ma del modo in cui viene comunicato.

Lo spunto mi è arrivato dall’immagine che trovate qui sotto e pubblicata su Facebook dall’attivissimo Luca Ferraro, produttore di Asolo docg con la sua azienda Bele Casel in Caerano San Marco.

SloganProsecco

La frase in inglese che trovate scritta (traduzione: “arriva un momento nella vita di ogni donna in cui l’unica cosa che aiuta è un bicchiere di Prosecco”) è attribuita all’attrice americana Bette Davis (1908-1989), e nell’originale era riferita allo Champagne.

E qui mi monta l’irritazione (eufemismo).

Possibile che la cosa migliore che riusciamo a fare in termini di comunicazione del Prosecco è un banale copia-incolla di slogan già utilizzati per le bollicine d’Oltralpe ?

Perché se non vi è chiaro, con una operazione del genere si afferma che:

  1. Il Prosecco è “come” lo Champagne
  2. Non potendo parlare un linguaggio proprio, mutuandolo da bollicine universalmente e maggiormente riconosciute, lo stiamo mettendo in coda allo Champagne in una ipotetica piramide qualitativa.

Non solo: risultano in questo modo annullate ed annichilite ore e ore passate dai produttori in cantina e dietro i banchetti delle manifestazioni a spiegare ai consumatori cosa è il prosecco, dove si fa e come si fa.

E poco importa che l’immagine in questione rappresenti una iniziativa non riconducibile ad una campagna di comunicazione di qualche azienda o del consorzio: se c’è in giro gente che l’ha realizzata, vuol dire che il concetto è già passato nel modo sbagliato.

Si continua a rincorre l’esempio Champagne, quando invece si dovrebbe chiarire una volta per tutte che Champagne e Prosecco non solo non giocano lo stesso campionato, ma praticano pure due sport diversi !

Il fatto che i francesi siano bravi a comunicare e soprattutto a vendere i loro vini, non dovrebbe autorizzare ad utilizzare pedissequamente lo stesso linguaggio per fare altrettanto.

Andrebbe invece fatto uno sforzo per elaborare una strategia di comunicazione che renda il Prosecco riconoscibile e distinguibile dallo Champagne anche sul piano della comunicazione.

Smettere una buona volta di fare confronti (proclami del tipo “in Champagne fanno 300 milioni di bottiglie e noi ne facciamo 300 milioni e una” non hanno alcun senso e dimostrano solo provincialismo) e usare argomenti diversi per far conoscere al mondo le peculiarità del Prosecco.

MappaProsecco

In questo paese la bellezza è talmente diffusa e noi ne siamo talmente assuefatti da non riuscire a coglierla.

Penso ad Asolo, penso al Canova che da quelle parti veniva, penso ad altri innumerevoli personaggi e storie che possano essere utilizzate per legare la comunicazione del prodotto al proprio territorio.

Non sono un esperto di marketing e comunicazione ma viene in mente solo a me Paolina Bonaparte scolpita dal Canova che al posto della mela tiene in mano un calice di Asolo associata allo slogan “It’s Asolo” ?

PaolinaBonaparte

Magari non me la sono immaginata ma qualcuno l’ha già realizzata e la mia memoria la sta tirando fuori dai suoi più reconditi interstizi.

Oppure chi di mestiere mi dirà che è una idea di una banalità disarmante, una boiata pazzesca, di quelle che ti fanno rotolare a terra dal ridere.

Magari perché presuppone il fatto che il destinatario abbia i riferimenti culturali corretti per coglierne il messaggio.

Io la trovo comunque una immagine minimale, iconica e onirica, a mio avviso in grado di veicolare istantaneamente il legame storia-cultura-territorio-prodotto, passando dall’equazione A = B a B <> A, dove ovviamente A sta per Champagne e B sta per Prosecco (ma B potrebbe valere per qualsiasi altra denominazione italiana).

I francesi hanno associato al vino l’idea del lusso e del prestigio. Noi possiamo associare al vino concreta bellezza.

Millesimato a tua sorella !

di Marco De Tomasi

Scommetto che anche voi avete un parente/amico/conoscente che si vanta di aver percorso in lungo e in largo le colline tra Asolo e Conegliano, passando per Valdobbiadene, alla ricerca del Santo Graal prosecchista:

il millesimato

Avete ben presente la sua espressione trionfante mentre vi mostra l’etichetta mettendo l’indice sulla magica parola che evoca prestigio ed esclusività. Quindi secondo i suoi parametri (ma non certamente i miei) anche qualità e, conseguentemente, bontà.

In questi frangenti, la mia strategia solitamente consiste nell’abbozzare: sguardo vitreo ad un immaginario orizzonte e angolo della bocca sollevato in quello che dovrebbe essere un sorriso ammiccante (in realtà sto evitando di guardare in faccia il mio interlocutore per non incenerirlo all’istante, mentre in testa mi rugge un turbine di nomine all’indirizzo di non meglio precisate entità superiori passate, presenti e future).

Flute

Urge una spiegazione sul motivo di una reazione così intimamente scomposta.

Partiamo dal significato di “millesimato”.

Tecnicamente la parola indica, per i vini spumanti, un prodotto ottenuto a partire dalle uve di una unica annata. Vale a dire che dopo la parola “millesimato”, deve obbligatoriamente seguire anche l’indicazione di un anno.

La cosa ha particolare valore per gli spumanti metodo classico, soprattutto gli Champagne, che sono ottenuti quasi sempre dall’assemblaggio di vini base di più annate. Per questo gli spumanti non hanno indicazione di annata.

Va ricordato che per la Champagne è giustificato parlare di “viticoltura estrema”, poiché siamo ai limiti climatici colturali della vite, in termine di latitudine. La pratica dell’assemblaggio di più annate nasce da una necessità di valorizzare uve che non tutti gli anni arrivano a completa maturazione prima della raccolta, per cui si utilizzano i cosiddetti “vini di riserva” in fase di assemblaggio della cuvée, per consentire al prodotto di giungere sul tavolo del consumatore con standard qualitativi costanti.

ChampagneVigneti

In tali condizioni estreme, non sono molte le annate che per andamento climatico consentano di poter fare a meno dei vini di riserva (capita in media 4 volte ogni dieci anni). Quando succede, il produttore può decidere di dichiarare il millesimo, cioè decidere di produrre  un vino con le uve di quell’unica particolare annata per offrire ai propri clienti un prodotto dotato di maggiore carattere e per esaltarne le peculiarità uniche.

In Italia siamo più fortunati: non abbiamo il problema di uve che non arrivano a maturazione e, generalmente, le annate veramente indecorose sono poco frequenti. Teoricamente, potremmo dichiarare il millesimo ogni anno.

Di fatto, la pratica dell’utilizzo dei vini di riserva nella formazione della cuvée è molto limitata anche per le denominazioni di metodo classico italiane. I Franciacorta, ad esempio, sono prodotti molto spesso (ma non sempre) con uve della stessa annata, senza indicazione del millesimo.

In generale, per il metodo classico l’utilizzo della dicitura “millesimato” è comunque abbastanza aderente all’uso originario. Sempre prendendo il Franciacorta a solo titolo di esempio, il millesimo viene solitamente usato per annate particolarmente favorevoli, con un invecchiamento minimo di 30 mesi (sono 36 per gli Champagne millesimati).

Il termine però viene utilizzato anche per vini, come il Prosecco, che con lo Champagne non hanno nulla in comune. Né le uve di provenienza, né tantomeno il metodo, che escludendo fermi, Colfòndo e rarissimi casi di metodo classico, è il Martinotti (o Charmat).

Metodo che, avendo come obiettivo quello di preservare gli aromi primari del vino (nel metodo classico vengono invece esaltati i profili organolettici legati alla fermentazione), trova compiutezza attraverso l’utilizzo di vini base freschi di annata.

Per cui state sicuri che il 99,99% del Prosecco metodo Martinotti è prodotto con uve della stessa annata (mi sono tenuto prudenzialmente basso).

Eppure, moltissimi produttori hanno in catalogo sia spumanti senza annata che millesimati, anche se di fatto le uve che compongono i vini sono sempre di una unica annata.

Tralasciamo l’ossimoro rappresentato da un disciplinare che prevede per la tipologia millesimato l’utilizzo di vini di annata diversa da quella dichiarata fino al 15% (fortunatamente mi risulta che quasi nessun produttore si avvalga di questa possibilità).

POP

Soprattutto, i millesimati sono disponibili tutti gli anni.

I più attenti tra i miei lettori si staranno sicuramente chiedendo che senso abbia quindi precisare che uno è millesimato e l’altro  no, quando in realtà lo sono entrambi !

Semplicemente il termine “millesimato” nella zona ha assunto una valenza poliedrica e diversa dalla semantica originaria: chi lo usa per un prodotto le cui uve provengono da parcelle maggiormente vocate (ma perché non usare i più calzanti concetti di “sottozona” o “vigneto”, allora ?), chi per quelle che hanno avuto una maggiore cura da parte del viticoltore (sarebbero delle “selezioni”, in pratica), chi per etichette con maggiore permanenza sui lieviti o maggiore affinamento (ovvero delle “riserve”).

A volte capita che il “millesimato” sia semplicemente la cuvée con il maggior residuo zuccherino e quindi quella che risulta più voluminosa in bocca (quella che ha più successo sui palati meno evoluti). Non necessariamente quindi il miglior vino dell’azienda.

Se quindi nello Champagne il “millesimato” ha un significato chiaro e univoco, nel caso Prosecco assume enne sfumature che alla fine, concedetemelo, rischiano di disorientare il consumatore. Anche e soprattutto quello che tenta di capirne di più e che potenzialmente è un importante veicolo di cultura enoica.

Si è utilizzato un termine già bell’e pronto per esprimere esclusività, mutuandolo da altri e caricandolo di significati che non ha o non dovrebbe avere.

Perché alla fine il problema diventa spiegare che la parola “millesimato” sulla vostra etichetta, potrebbe non voler dire la stessa cosa della parola “millesimato” scritta sull’etichetta del vostro vicino !

Guida pratica al pacco natalizio (for beginners only)

di Marco De Tomasi

Visto l’approssimarsi del Natale e che con l’età il mio giro vita assomiglia sempre più a quella del simpatico personaggio pubblicitario vestito dei colori di una nota bevanda, dolce e gassata, che secondo alcuni gira la notte della vigilia su una slitta trainata da renne volanti (e poi dite che quello che beve sono io !), mi sento in vena di regalare dei buoni consigli.

BabboCognac

La verità è che mi sono un po’ rotto le balle di vedere immolate nell’orgia dei cesti e dei cenoni natalizi milioni di bottiglie di spumante di varia natura (spesso fortunatamente di bassa qualità), in agghiaccianti ed improbabili abbinamenti “ad minchiam”.

Perché so che là fuori è pieno di gente empia che trascura il culto di Bacco e che è usa consumare vino spumante solo in questo periodo. D’accordo: non capita di avere molti altri momenti da festeggiare durante l’anno, ma almeno cerchiamo di goderci quella povera bottiglia come si deve !

1. Se stanno nello stesso cesto, non devono per forza essere consumati contemporaneamente !

In giro si vede di tutto: panettone e pandoro abbinati a Prosecco dry, a volte extra dry. Raramente si punta su un più consono Moscato d’Asti per il pacco aziendale. Sporadicamente ho visto cesti natalizi dove qualche incauto aveva piazzato una bottiglia di Franciacorta o Champagne a fianco del pandoro e del mandorlato. Idea lussuosa, ma bisognerebbe allegare le istruzioni dell’uso, perché va a finire che qualcuno usa un brut/extra brut per pucciarci il pandoro.

Pacchi

Poi non ci lamentiamo se ci sono quelli che “A me il vino con le bolle non piace !”. Ti credo: finché continui a cromarti il palato con le sensazioni metalliche e amarognole dell’abbinamento pietanza dolce – vino secco, sarà ben difficile che arrivino mai a piacerti.

Regola aurea dell’abbinamento cibo/vino: Le pietanze dolci vanno abbinate a vini dolci, l’abbinamento è sempre quindi per concordanza e mai per contrasto.

2. Va bene, ma come riconosco uno spumante dolce ?

Questione di etichetta. Nel senso che va letta l’etichetta e decodificato il tenore zuccherino del vino secondo la seguente classificazione (dal più secco al più dolce):

DosaggioSpumanti

Gli spumanti ottenuti con il metodo classico o Champenoise (quindi Champagne, Franciacorta, Trento, Oltrepò Pavese, Alta Langa, ecc.) sono nel 99% dei casi secchi e compresi tra le categorie Pas Dosè (Non dosato), Extra Brut e Brut. Quindi, salvo rarissime eccezioni, tenete lontano lo Champagne o il Franciacorta dal panettone !

Gli spumanti ottenuti con il metodo Martinotti o Charmat (quindi Prosecco, Moscato d’Asti, Colli Euganei Fior d’Arancio, ecc.) sono più difficilmente inquadrabili, perché possono andare dal Brut (che è secco) al decisamente dolce. Possiamo affermare con tranquillità che il Prosecco (ovvero la presenza più comune nei cesti natalizi) va dal Brut al Dry, passando per l’Extra Dry. Il Brut usatelo per l’aperitivo; l’Extra Dry potete tranquillamente usarlo dall’antipasto al pesce; Nella tipologia Dry, contrariamente a quello che può suggerire l’indicazione in etichetta, si comincia a percepire la dolcezza, ed è quindi più difficile da gestire: personalmente ne limiterei l’uso sui crostacei ed su alcune tipologie di molluschi. Alcuni lo abbinano anche ai dolci, ma ritengo la cosa una forzatura (anche se c’è a chi piace).

Moscato d’Asti e altri Moscato (come il Colli Euganei Fior d’Arancio), sono sicuramente dolci: avete il via libera per stapparli con pandoro e panettone.

Ricapitolando, se avete intenzione di pasteggiare con il vostro dolce di Natale preferito tenete presente che:

  • Champagne, Franciacorta, Trento, Oltrepò Pavese e Metodo Classico in generale: MAI (salvo rarissime eccezioni);
  • Prosecco: SI e NO, l’unica tipologia su cui potete azzardare è il Dry, ma come già detto, sarebbe meglio valorizzato con abbinamenti diversi.
  • Moscato d’Asti e spumanti dolci in generale: SICURAMENTE. E prendete in considerazione anche un bell’abbinamento con un vino dolce fermo. In Italia abbiamo splendidi vini passiti che aspettano solo il momento ideale per essere conosciuti ed apprezzati da un pubblico più ampio: se pandoro e panettone sono nella versione classica e non farciti con creme e ripieni vari, un passito può rappresentare una buona alternativa allo spumante (attenzione a dolci cremosi e farciti, ai dolci a base di limone o ananas, dove l’abbinamento con un passito può rappresentare un’esperienza non proprio gradevole: meglio quindi un bel moscato spumante).

3. Però nel pacco mi hanno messo un Metodo Classico – Prosecco Brut/Extra dry: come lo bevo ?

La collocazione ideale di questi vini è ad inizio pasto, MAI alla fine.

Potete però aprirli anche lontano dal pasto (prima o dopo), per condividere un momento di festa o un brindisi con i vostri commensali.

Xmas

Metodo classico importanti possono accompagnare tranquillamente il pasto fino ai secondi di pesce.

Molto “gastronomica” è la tipologia Satén dei Franciacorta, che grazie ad una maggiore cremosità in bocca dona sensazioni più rotonde e quindi meglio si abbina a piatti via via più importanti.

Al di fuori di questa tipologia particolare, se non conoscete lo stile della cantina (conosco alcuni Champagne che abbinerei senza problemi ad una tagliata di manzo), non giocate d’azzardo e godetevi il vostro Metodo Classico tra aperitivo ed antipasto.

Per il Prosecco ribadisco quanto già detto: il Brut va limitato all’aperitivo o al limite su antipasti “leggeri”; potete osare di più con gli Extra Dry che, grazie alla sensazione più voluminosa dovuta al maggior tenore zuccherino, possono accompagnarvi fino a primi piatti delicati o secondi di pesce non troppo elaborati. Se avete a che fare con un Conegliano-Valdobbiadene rimanete nella prima metà della forbice, perché sono più sottili ed eleganti, mentre potete spingere di più con gli Asolo, che generalmente hanno più corpo e sono gastronomicamente più versatili. Come già detto i Dry (tipologia che personalmente non amo molto) hanno un campo di utilizzo molto più ristretto, ma possono fare il loro dovere con cibi dal sapore dolciastro, in particolar modo con i crostacei.

4. Freschi, non ghiacciati

Un’ultima avvertenza sulle temperature di servizio: mai scendere sotto gli 8 gradi per gli spumanti dolci, si andrebbero ad esaltare le sensazioni dure e il vino perderebbe armonia e piacevolezza, oltre che gran parte dei profumi.

GrappoloGhiacciato

Per contro, una temperatura oltre i 12 gradi andrebbe ad esaltare la componente zuccherina, appiattendo il vino, che risulterebbe così difficile da bere. Per gli spumanti secchi non scenderei sotto i 10 gradi, qualcosina di più (11/12 gradi) per i Metodo classico più importanti (millesimati, riserve), in modo da esaltare i sentori secondari sviluppati durante la lunga permanenza sui lieviti.

Ora non avete più scuse: quando impugnerete lo smartphone per farci sapere come state festeggiando il Natale, badate bene alla bottiglia che apparirà a fianco della fetta di dolce …

BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO !

5. Bonus track (crepi l’avarizia !) Ovviamente è scontato che lo spumante lo servirete in calici di vetro/cristallo e non nei bicchieri di plastica (è Natale, che diamine !). ??????????? Le coppe da Champagne basse della nonna sono buone per il mercatino dell’usato …

Stefano Milanesi – Santa Giuletta (PV)

di Marco De Tomasi

Nello strano mondo degli enoappassionati monomaniaci (e il sottoscritto rientra a pieno titolo in tale definizione) spesso si ha la tendenza a  classificare e suddividere i vignaioli in gruppi omogenei di varia militanza più o meno ideologica, in base alle scelte produttive. Questo se si ha l’abitudine, come nel mio caso, di gravitare intorno alle manifestazioni di piccoli produttori naturali e non.

Mi piace uscire dal corto circuito e constatare che in realtà la questione non è riconducibile ad uno schema così semplice.

Conoscere ed incontrare Stefano Milanesi è stata una piacevolissima ed inaspettata esperienza.

Non sta sulle guide, non si riconosce parte dei suddetti gruppi omogenei, non etichetta i suoi vini con la doc Oltrepò Pavese (va detto che c’è una diffusa insofferenza tra i molti bravi vignaioli oltrepadani nei confronti della denominazione che dovrebbe rappresentarli, e con quello che è successo ultimamente, non mi sento di biasimarli).

Oltrepo3

Eppure, avrebbe tutte le carte in regola per stare nel cesto a giocare al “er mejo fico der bigonzo”: naturalità e artigianalità in vigna come in cantina e una buona dose di sana e misurata follia anarcoide.

Ma appena lo conosci, capisci subito che questo tipo di gioco non fa parte del carattere di Stefano.

L’impatto con la cantina è spiazzante: ingombra di vasche di vetroresina, cemento e barrique strausate inframezzate da damigiane dove riposano innumerevoli esperimenti,  attrezzature ridotte all’osso, un unico contenitore in acciaio di pochi litri per prove di microvinificazione, tecnologia spartana e un senso di meditato disordine che dona all’insieme un che di alchemico.

Ma Stefano è tutt’altro che uno stregone:  ha curriculum ed esperienze di tutto rispetto: è tecnico agrario, si è diplomato alla prestigiosa scuola di enologia ad Alba e si è fatto le ossa nelle cantine La Versa.

Oltre a questo traspare una passione sconfinata per il proprio territorio, abbinata ad una volontà quasi rabbiosa nello smarcarsi dalle scelte scellerate che hanno portato l’Oltrepò Pavese lontano dall’attenzione del pubblico e alla scarsa considerazione da parte degli appassionati.

Lo dimostra portandoti in giro per le colline, mostrandoti le vigne, raccontando storia ed aneddoti del territorio.

E i vini che mi ha offerto nel bicchiere non potevano che rispecchiare questo carattere: interpretazioni uniche che sfuggono a qualsiasi possibilità di incasellamento. Comunque ricchi, multidimensionali e molto personali.

Vesna Nature Metodo Classico 2012: 100% pinot nero, metodo classico, non dosato. Naso pulito, profumi fermentativi molto fini, dai quali emergono note di fiori ed erbe aromatiche. In bocca si presenta cremoso, con un frutto maturo, ben sostenuto da una freschezza evidente e da una intrigante nota sapida che allunga il passo lasciando il palato desideroso di un ulteriore sorso. Un vino dalla schiena dritta, elegante e complesso, anche se non facilissimo per i palati “di primo pelo”. Decisamente un outsider per la mia esperienza di metodo classico prodotti in zona.

MilanesiVesnaWeb

Smila Metodo Classico 2010: 70% pinot nero, 20% cortese, 10% riesling, metodo classico, non dosato. Torniamo ad un canone stilistico più riconoscibile, con il pinot nero che domina il frutto con sentori di piccoli frutti molto maturi e una sensazione di maggiore morbidezza già al naso. Il sorso conferma questa idea: il vino è ampio, morbido e con una cremosità vellutata e bollicina un po’ evanescente. Maturo e appagante. Personalmente preferisco di gran lunga il precedente, ma non stento a credere che questo vino avrà sicuramente un pubblico di estimatori decisamente più ampio.

Poltre Bianco 2013: cortese, sauvignon , trebbiano toscano e vermentino. Bianco macerato sulle bucce (ma distante dagli eccessi degli orange wine). Di bella pulizia al naso, preciso, con note di fieno ed erbe aromatiche, spezie ed interessanti note fermentative che ne arricchiscono il profilo. In bocca esalta un carattere fresco e sapido, asciutto, con una bella progressione ed una altrettanto piacevole chiusura.

Poltre Rosso 2013: barbera 35%, croatina 20%, uva rara 35%, per il resto cabernet e un piccolo saldo di pinot nero. Naso discreto, note floreali e frutti rossi in evidenza, qui segue una lieve nota di liquirizia. La sensazione di garbo percepita la naso trova conferma anche al sorso, dove l’ingresso è sottile, ma anche dritto e preciso. Prosegue con un bel ritmo, affondando con una bella sensazione fresca che invoglia il sorso successivo.

Neroir 2012: 100% pinot nero. 12 ore di macerazione sulle bucce. Colpisce il colore, di un bel luminoso rubino. Naso preciso e ben articolato, ampio nei riconoscimenti di frutti rossi e sottobosco (humus). In bocca è succosissimo, con tannini già ben levigati e con notevoli ritorni retronasali di nocciole, mandorle e piccoli frutti sottospirito. Un pinot nero oltrepadano davvero sorprendente !

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Alessandro 2008: cabernet sauvignon 100%. Da uve leggermente sovramature, ben 3 anni di affinamento in legno. Un bel frutto maturo in evidenza, assolutamente privo di note verdi, un naso complesso ed invitante. un cabernet morbido, pieno, caldo e armonioso. Mi sono fatto l’idea che questo vino getterebbe scompiglio se messo a tradimento in mezzo ad etichette di prestigio in zona Valpolicella. Però non dite che “amaroneggia”, ché Stefano si incazza !

Oppure 2010: croatina 100%. Vale a dire Bonarda. Quella ferma. Quella buona. In questo caso il residuo zuccherino è importante, che considerando l’elevata gradazione alcolica non aiuta propriamente la beva. Il naso è un concentrato di frutti rossi sotto spirito, arricchiti da note speziate e vagamente balsamiche ed eteree. In bocca è potente, caldo. Interviene la portanza acida a riequilibrare un sorso altrimenti denso e con bei ritorni ammandorlati a guidare il finale.

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Elisa 2006: Barbera 100%. Frutto fresco ben presente al naso (e stiamo parlando di un vino di 8 anni !). Trovo la consueta pulizia e una bella definizione varietale. Anche questo esemplare è potente e caldo, ma esce in controcanto tutto il carattere fresco e verticale di una Barbera di rango, diretta e coerente. Stefano mi ha fatto assaggiare anche la 2003. Niente commenti sul taccuino: solo una fila di punti esclamativi !

Pinot Nero Maderu 2003: ti stimo fratello ! Perché riuscire a tirare fuori un vino del genere in una annata come il 2003 non è cosa che riesce a tutti. Prima che gli esegeti del pinot nero mi massacrino mediaticamente, devo ammettere che dal punto di vista filologico non siamo al cospetto di un’espressione tipica del vitigno, ma di fronte al risultato la cosa passa del tutto in secondo piano ! Ci staresti con il naso sopra per delle ore, incuriosito da cosa è in grado di fare uscire dal calice, neanche fosse il cilindro di un prestigiatore. Oltre ai soliti frutti rossi emergono tonalità balsamiche che spaziano dal rabarbaro alla menta, e poi arancia amara, ma cè pure il bergamotto e note caramellate che spingono un netto sentore di cola (si, proprio quella !). Una complessità profonda e ben armonizzata. E in bocca non è da meno, preciso, pieno, deciso senza sfoggio di muscoli, ancora fresco e scattante, per un vino di oltre 10 anni figlio di una annata caldissima, sulla carta assolutamente inadatta a rendere espressivi vini ottenuti da pinot nero, ma come già detto, chissenefrega !

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Dalla cantina di Stefano escono circa 15.000 bottiglie: poche, se si considera l’estensione dell’azienda; si devono però considerare rese molto basse e, soprattutto, il fatto che gran parte dell’uva viene ancora venduta a terzi. Prezzi in alcuni casi non proprio popolari ma sicuramente adeguati alla particolarità e qualità della proposta:

  • Vesna Nature Metodo Classico 2012: 27 Euro
  • Smila Metodo Classico 2010: 18 Euro
  • Poltre Bianco 2013: 9 Euro
  • Poltre Rosso 2013: 9 Euro
  • Neroir 2012: 14 Euro
  • Alessandro 2008: 24 Euro
  • Oppure 2010: 16 Euro
  • Elisa 2006: 28 Euro (che salgono a 36 per l’annata 2003)
  • Pinot Nero Maderu 2003: 40 Euro

Stefano Milanesi
Strada Vecchia per il Castello 4
27046 – Santa Giuletta (PV)
Tel.: 0383 801960
Cell.: 339 2762263
Mail: info@stefanomilanesi.it
www.stefanomilanesi.com
Ettari vitati: 12
Bottiglie annue prodotte: 15.000